Marchese delle Saline, quando il vino è nobile

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“Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia e…se ne parla.”

Edoardo VII (1841 – 1910)

Quando nonno Giacomo Rallo, nel 1860, cominciò a lavorare la terra coltivando vigneti nelle generose campagne del trapanese, non immaginava forse che un giorno i suoi eredi avrebbero raccolto i suoi frutti facendone un tesoro. In vigna, ma anche nelle candide saline di Marsala in cui raccoglieva il sale, Giacomo era solito prendersi gran cura del lavoro che svolgeva, eseguendo gesti talmente zelanti che la gente del posto lo aveva soprannominato “il marchese”. Un titolo nobile, come il vino che dai suoi primi passi è poi maturato.

Oggi, infatti, la Famiglia Rallo è orgogliosa dell’eredità ricevuta ed esalta i valori del lavoro ben fatto dal nonno attraverso i vini prodotti con passione e dedizione. Vini che s’identificano con il territorio da cui nascono. L’azienda Marchese delle Saline si vanta di tre gemme: l’Etna Bianco Tìade, l’Etna Rosso Tìade e lo Spumante Extra Dry Tìade.

Tre espressioni delle stesse radici, eloquenti anche nelle etichette che ne svelano il temperamento forte e deciso: le “tiadi” erano infatti le cortigiane di Bacco, dio dell’estasi, dell’ebbrezza, della piacevolezza dei sensi. Spirito divino che si ritrova al cospetto dei sentori floreali dell’Etna Bianco, delle note di frutta rossa dell’Etna Rosso, della sapidità piena e armoniosa dello Spumante. L’eleganza del gusto di questi vini è sostenuta dalla robustezza delle uve partorite dai terreni vulcanici e dall’immancabile sole siciliano che avvolge queste vigne benedette dal mare.

A’ muntagna, infatti, come gli etnei chiamano il vulcano, grazie alle proprietà fisiche dei suoi terreni, alle grandi escursioni termiche, alla ventilazione e all’età avanzata dei vigneti (varietà nerello mascalese, nerello cappuccio, carricante, minnella, catarratto), imprime ai vini Marchese delle Saline il carattere nobile che avrebbe certamente sedotto anche Bacco.

www.marchesedellesaline.com

Sommelier, il portavoce del vino

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La sommellerie è un’arte. È il fil rouge che congiunge chi produce il vino e chi lo beve. Ma, in quanto arte, esige di essere esercitata con talentuoso intuito e meticolosa pratica, perché sentenziare un giudizio, positivo o negativo, nei confronti di un prodotto tanto amato rappresenta sempre una grande responsabilità e pertanto chiede un’obiettività critica. È un po’ come riassumere un libro: attraverso una recensione un romanzo può rinascere a nuova vita oppure finire sepolto.

Il sommelier, perciò, deve conoscere, interpretare, consigliare e servire nel modo adeguato, trasmettendo al fruitore tutto ciò che con la sua esperienza ha assorbito. I suoi gesti apparentemente rituali cui tutti siamo ormai abituati ad osservare nei ristoranti o durante le degustazioni nascondono conoscenze e sensibilità profonde che danno il giusto valore alla sommellerie. Il termine stesso “sommelier” ne rivela l’attuale importanza: è preso in prestito dal francese provenzale “saumalier”, a indicare letteralmente il “conducente di bestie da soma”, significato successivamente traslato in “addetto ai viveri” e poi in “cantiniere”. Un’evoluzione, dunque, un upgrade in prestigio nei confronti di una figura professionale oggi essenziale nel teatro enogastronomico, della ristorazione e dell’hotellerie, figura che si fa portavoce della cultura del vino.

Se la passione è fondamentale, come in tutte le professioni, occorrono anche studio e pratica che esercitino il sistema sensoriale affinandolo e mantenendolo aggiornato al costante divenire del mondo vino e degli abbinamenti con il cibo. Il sapere del sommelier spazia, dunque, dalle caratteristiche organolettiche e sensoriali alla gestione in cantina, fino alla cura del cliente al tavolo. Il contatto umano con chi gusta il vino proposto è fondamentale perché non sempre l’ospite ha una sensibilità all’altezza del sommelier, quindi da parte di chi offre occorre l’intuito di cogliere i gusti dell’interlocutore. Interlocutore che si affida ai consigli del professionista. Questo rapporto di fiducia a volte nasce da una pura suggestione, dalla temporanea seduzione da parte del sommelier nei confronti del suo ospite, e lì finisce insieme al dessert. Tuttavia spesso si traduce in un positivo contagio e chi assaggia per la prima volta un vino “raccontato” dal sommelier può imparare ad “ascoltare” un ventaglio di sensazioni tanto effimere quanto profonde.

Molti stimoli, infatti, sono subdoli, evanescenti, soprattutto quelli legati all’olfatto, senso che anticipa il gusto. Eppure quando si annusa un vino si innesca un meccanismo chimico straordinario. Le molecole odorose affrontano un percorso turbolento, fortemente vascolarizzato, e approdano direttamente al cervello dopo aver impregnato l’epitelio olfattivo di migliaia di timbriche odorose diverse. L’epitelio è una spugna porosa composta di un’infinità di recettori specifici per ogni odore e il suo compito è di convertire i segnali chimici in messaggi elettrici che poi i neuroni saranno in grado di interpretare. L’intricato universo sinaptico s’infittisce ancor di più quando le molecole odorose si mescolano a quelle saporose, quelle che traducono il vino in parole, rendendolo comprensibile a chi lo beve. Il tutto in una manciata di secondi.

In fondo cos’è che “sentiamo” quando beviamo? Armonico, abboccato, allappante … fruttato, maturo, austero … etereo, fragrante, vinoso. Tanti sono gli aggettivi per descrivere un bicchiere di vino o un calice di bollicine e spesso è imbarazzante scegliere quelli che meglio ne colgono l’anima. Oltretutto, tra l’esperienza sensoriale del sommelier e quella del cliente non è detto ci sia sempre una perfetta collimazione. Proprio per questo è necessario un glossario comune, forse volutamente ambiguo e senz’altro fantasioso, che raccolga tutte le note sensoriali più o meno intense e persistenti scatenate dal sorseggiare. Basti pensare che dal linguaggio dei Greci e degli haustores (degustatori) dell’antica Roma ad oggi gli aggettivi per descrivere il vino sono arrivati a un migliaio. Per tutte queste ragioni il sommelier è un punto di riferimento essenziale per dar voce al vino, soprattutto quando bevendolo, per sua bontà, lascia … senza parole.

Ode al vino, figlio stellato della terra

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Là dove la natura sposa la storia nascono dei vini capaci di raccontare le tradizioni di una terra che innamora al primo sguardo. Siamo nel cuore della Toscana, in provincia di Siena, dove il solo nome “Montepulciano” evoca la bellezza, il piacere e l’emozione del buon bere. L’azienda agricola Metinella di Stefano Sorlini nasce nel 2015 da un intenso lavoro di riqualifica del territorio che ha dato nuova vita ai vigneti: 22 ettari di terreno, di cui 18 vitati e benedetti da un microclima privilegiato. I terreni, infatti, sono franco sabbiosi di originepliocenica e godono di una esposizione ottimale da est a sud. Vi sono piantate vigne di Sangiovese, Mammolo, Colorino, Canaiolo e ulivi.

Montepulciano è una terra straordinariamente vocata alla viticoltura, un ambiente unico, un luogo di antica e gloriosa tradizione nella produzione vinicola verso cui nutriamo un grande rispetto e un grande amore – racconta Stefano Sorlini – Perciò abbiamo scelto di lavorare nel completo rispetto della natura, escludendo ogni forzatura e l’utilizzo di prodotti chimici. In questi primi anni, ci siamo impegnati moltissimo sia in vigna che in cantina, per ottenere il meglio dalle nostre uve e creare dei vini di spiccata personalità, che esprimano al meglio il terroir.”

La cantina

Non solo i vigneti sono stati riqualificati con lungimiranza ma anche la cantina dell’azienda è stata totalmente rinnovata, grazie all’istallazione di un impianto per il controllo della temperatura e dell’umidità della bottaia, alla sostituzione delle botti, ora di rovere da 25 e da 50 ettolitri, formato ideale per ospitare il vino durante la conversione malolattica e il successivo affinamento. Un necessario upgrade per ospitare i vini nobili partoriti da queste colline.

I vini 

Portabandiera dell’azienda è Burberosso, Vino Nobile di Montepulciano DOCG, seguono Rossodisera, Rossorosso, Ombra, Ora e 142-4.  I nomi evocano quelli dei primi appezzamenti acquistati da Stefano Sorlini e le etichette, eleganti e minimaliste, riportano la silhouette dei due cipressi che svettano sul viale d’ingresso. L’armonia del lavoro dell’uomo con i frutti della terra traspare, infatti, anche dalle bottiglie della cantina Metinella, volutamente sinuose, cristalline, ognuna con un tocco di poesia. “Ma non soltanto amore, bacio bruciante e cuore bruciato, tu sei vino di vita, ma amicizia degli esseri, trasparenza, coro di disciplina, abbondanza di fiori”. Con questi versi di Pablo Neruda si presenta Ombra, il Bianco Toscana Igt, che sfila accanto ai grandi rossi, anch’essi accompagnati da una vena poetica che ne rivela l’anima. Una chicca dell’azienda è il Vino Nobile di Montepulciano 142-4: il nome nasce dall’appezzamento foglio 142 particella 4, battezzato Vigneto Pietra del Diavolo per la fitta presenza di rocce che costringono le radici ad espandersi in larghezza anziché in profondità, raccogliendo così dalla superficie del suolo tutti i profumi stimolati dal sole. Così nasce un “vino, stellato figlio della terra”, come direbbe Neruda.

L’ospitalità

Metinella è anche accoglienza. La cantina, infatti, è un’occasione per visite guidate e degustazioni su prenotazione. Ad accogliere gli enoturisti o semplicemente gli appassionati dei sapori genuini, il Wine shop e l’Agriturismo dove vengono proposti piatti leggeri e salutari garantiti dai prodotti locali e dagli ortaggi coltivati qui con la stessa passione delle vigne. La cucina tradizionale toscana rinasce attraverso una reinterpretazione originale che seduce anche i palati più esigenti.

E dopo i piaceri della tavola quelli della natura. Vengono, infatti, organizzati tour di varia durata e tipologia con visite guidate alle vigne e alla cantina, oltre a passeggiate tra i vigneti a piedi, in bici a cavallo o, per i più pigri, in jeep. E per i veri intenditori, infine, un tour di approfondimento sull’evoluzione del vino in invecchiamento con degustazione da botte del Vino Nobile di Montepulciano.

www.metinella.it

 

“I canti del vino” e i piaceri bacchici

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“Nella speranza di non sentire più dire: ‘mi dia un’ombra di vino’ ma sperando che la gente si possa fare una discreta cultura enologica e di poter finalmente sentir chiedere sì, un’ombra, ma di QUEL Vino, di QUELLA zona e di QUELLA annata!”

Così esordisce un gustoso libretto, invitante al primo sguardo, scritto da Gianni Zardo, veneziano di lungo corso e – come ogni buon veneziano equipaggiato di cultura, sensibilità e passione – fedele amante dell’universo enologico. Una passione tramandata dal padre e racchiusa con lirica saggezza in queste pagine a lui dedicate, titolate I Canti del Vino: un omaggio alla famiglia, alla tradizione ma anche un dono a chiunque volesse abbeverarsi di gocce di cultura assai rare in circolazione e spesso dimenticate dentro bottiglie dalle etichette patinate.

Un libretto istruttivo ma anche evocativo di emozioni e di amorosi sensi. Per Zardo, infatti, il vino non è un oggetto ma una persona e come tale ne parla. E’ una creatura viva, necessita cure, affetto e attenzioni, è amico con gli amici e nemico coi nemici. Insomma, il vino è come l’essere umano: nasce, vagisce, vive, cresce, freme, matura, canta, patisce il caldo e soffre il freddo, può ammalarsi e morire. Proprio come noi.

Allo stesso modo, anche la bottiglia, ogni singola bottiglia di vino, rappresenta un universo a sé, una creatura con una propria storia, nascita, maturità e morte. Una bottiglia di vino chiusa, a temperatura di cantina o di frigorifero, che pazientemente attende d’essere violata dall’impudenza del cavatappi e in seguito lentamente scoperta dall’olfatto, prima, e dal palato, poi, di chi la farà per sempre sua … scoperta dai sensi eccitati di quel primo amante che la possiederà … non è forse come un verginale frutto che offre intatte le proprie virtù a chi ancora non ne conosce il bello? Quale bouquet, quali sentori, quali sfumature e quali emozioni si celeranno dentro quel corpo di vetro affusolato ancora imbavagliato?

Io sposo il pensiero di Zardo, amabile cantore del Vino, autore di una ‘mattata’, come la chiama lui. Degustatori, assaggiatori e critici dell’enogastronomia a parte, il rapporto tra un sorso di vino e se stessi è innanzitutto una questione di assoluta intimità, un fatto personale non comunicabile, come il corteggiamento tra due amanti guidati dagli istinti: è un primo bacio che può finire con un improvviso mal di testa e un addio per sempre, oppure con una sospirata promessa di matrimonio, tacitamente scambiata tra la tovaglia e il lenzuolo.

Cin cin! Anzi… Ciao! come si brinda in Ticino.

Magaddino, quel tocco di femminilità che fa la differenza

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Come un abito ben indossato, l’etichetta di una bottiglia di vino dovrebbe catturare lo sguardo e incuriosire il palato. L’azienda Magaddino è certamente riuscita in questo scopo, affidando i suoi prodotti ad un’immagine assai intrigante, ovvero un viso di donna aggraziato da un cappello dal sapore vagamente retrò. Un tocco di femminea sensualità che fa la differenza.

Appassionata da cinque generazioni alla produzione di vino, la famiglia Magaddino affonda le radici a Castellammare del Golfo (TP), non lontano da Segesta, in una terra traboccante di storia e di riti legati alla viticoltura. Le vigne qui godono del sole, del mare e di terreni calcarei che infondono ai vini note aromatiche intense, con caratteristiche organolettiche degne della classificazione di IGT Terre Siciliane. La conduzione familiare dell’azienda garantisce fedeltà alla qualità, forte della certificazione biologica. I 70 ettari a Balata d’Inici sono gestiti da Simone Magaddino insieme al fratello Giuseppe e alle sorelle Mariangela e Piera. Una giovane sfida che oggi è solida impresa con una produzione di circa 8-9 mila quintali d’uva e venticinquemila bottiglie circa. Grillo, Cataratto e Nero d’Avola sono le tre declinazioni Magaddino, tre sfumature di una Sicilia da sorseggiare con piacere.

La prima vinificazione e imbottigliamento delle tre varietà risalgono al 2016. Solo dopo pochi mesi, nel maggio 2017, il Grillo e il Nero d’Avola hanno vinto due medaglie d’oro al concorso internazionale “Selezione del Sindaco”, riscontrando un successo oltre ogni attesa.
Una grande soddisfazione per la famiglia Magaddino, giovane promessa di una Sicilia sempre più regina del regno del vino.

Azzolino, la passione per il buon vino

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Amore, sacrificio, passione. Questo è ciò che la campagna chiede all’uomo affinché il duro lavoro possa trasformarsi in generosi frutti. Fattorie Azzolino, azienda vitivinicola di Camporeale (PA), lo sa bene e dagli anni Sessanta rappresenta un vanto nel panorama enologico siciliano. A 450 metri d’altezza, i succosi grappoli d’uva respirano la gentile brezza del mare e raccolgono dal terreno gli elementi naturali necessari per maturare rigogliosi ai raggi del sole.

L’Azienda nasce con la famiglia Sacco e passa, nel 2010, alla sapiente gestione di Francesco Rizzuto che, insieme al fratello Charlie e al cugino americano Gambino, ha traghettato la tradizione verso l’innovazione. Oggi, infatti, Fattorie Azzolino produce vini di gran qualità, rossi e bianchi, provenienti da uve autoctone e internazionali. Il metodo di coltivazione è rigorosamente biologico e le tecniche sono tra le più moderne pur non tradendo i valori e i principi tradizionali della campagna.

La seduzione al palato si esprime già dall’etichetta: Diletto e D’incanto, Notturno e Dama Cortese, Dímore e Tranúi non indicano semplicemente nomi di ottimi vini ma evocano immagini, storie, scene di vita di una Sicilia tutta da bere.

I bianchi, fedeli alla lavorazione originaria dell’Azienda, mantengono vivi sapori e saperi. Lo Chardonnay IGT Sicilia, utilizzato in purezza, emana un profumo intenso fruttato, con accese note di albicocca, ananas maturo e floreali di sambuco, spolverati di note di vaniglia e miele in una lunga persistenza aromatica. L’uso di vitigni autoctoni, come il Grillo, si rivela una scelta vincente ai fini del recupero della tipicità del terroir d’origine ed esalta fragranze tipiche della zona, come la zagara e gli agrumi. Allo stesso tempo, un vitigno autoctono come il Catarratto, sapientemente associato al Sauvignon blanc, dà origine a un prodotto di grande intensità che esalta i profumi mediterranei.

Anche i Rossi di Fattorie Azzolino sono caratterizzati dalla medesima filosofia aziendale, volta al recupero e al mantenimento della tradizione rivisitata in chiave moderna, sensibile dunque alle richieste del mercato. Il Notturno Nero d’Avola DOC Monreale, affinato per 6 mesi in barrique e 6 mesi in bottiglia, costituisce il fiore all’occhiello della produzione. Mentre dal felice sposalizio tra Syrah e Cabernet Sauvignon, che regala profumi intensi e armonici con esuberanti note di more e frutti rossi, nasce il Di’More vinificato seguendo la tradizione e con affinamento in barrique per 12 mesi e successivi 6 in bottiglia.

Il prodotto innovativo con il quale oggi l’Azienda mira a distinguersi è un Nero d’Avola vinificato in bianco con pressatura soffice, caratterizzato dalla struttura classica dei rossi ma ingentilito dalla freschezza dei bianchi. Tuttavia, ogni vino Azzolino è una storia a sé, da raccontare, da tramandare, da assaporare.

www.fattorieazzolino.com

Radicepura, la Babilonia di Giarre

“L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa.”

Questa è la sintesi poetica con cui Goethe ritrae una delle regioni che più lo hanno incantato durante il suo intenso peregrinare nel nostro Paese. Era il 1787 e, tutt’oggi, la bellezza dell’isola pare immutata, scolpita dallo sguardo immortale del poeta tedesco.

In effetti, ogni angolo di Sicilia rappresenta un tesoro di storia e natura in cui immergersi, come se un filo invisibile cucisse l’intera isola tessendone un grande arazzo da ammirare in tutto il suo solenne fascino. Dove non è il mare a sedurre lo sguardo ci pensa la montagna a far da primadonna, in un susseguirsi di paesaggi che stregano l’animo.

A Giarre, in provincia di Catania, è un’oasi verde a stupire, quasi fosse un miraggio sbucato a metà tra il profondo blu del Mediterraneo e il silente fragore dell’Etna. É Radicepura, un concept architettonico fiorito in un parco botanico unico al mondo che copre 5 ettari di terreno. Lo sposalizio tra design e natura è sorprendente: 3000 specie di piante, un orto giardino e la banca dei semi s’affiancano a strutture moderne e costruzioni storiche in un fluido evolversi senza soluzione di continuità.

Così, passeggiando all’ombra di palme tropicali, ulivi centenari, carnose sterlizie e piante grasse dalle fogge più curiose ecco che si sfocia nella storia raggiungendo il Palazzo Nobiliare, il Palmento del Padrino e le Scuderie. Un impalpabile gorgoglio di acqua che sa di vita, di movimento e di rinascita accompagna la visita attraverso il parco, trasformando il palcoscenico verde in un cammino per l’anima. Anamorphosis, in particolare, è un’oasi nell’oasi e suggerisce un profondo legame con il pensiero orientale: ampi giardini sorretti da strutture in legno sospendono il verde a metà tra terra e cielo. Piante e fiori sono abbeverati da rivoli d’acqua che alludono alla vita eterna e questo fluttuare nell’aria infonde una leggerezza nello spirito, invitando a riflettere, a meravigliarsi, a gioire della vita così come la natura ricamata dall’uomo ce la racconta. L’arte del mosaico, delle aiuole da giardino e degli orti, coronata da questi giardini pensili, ricorda Babilonia con le sue meraviglie surreali a metà tra l’ingegneria onirica e il calcolo matematico.

Qui, dunque, si trovano quiete, pace e riposo ma anche idee, stimoli e spirito d’iniziativa. Lo spazio Congressi, pensato per ospitare eventi d’eccellenza, è in totale armonia con l’ambiente naturale: le pareti in vetro suggeriscono un continuum tra interno ed esterno e un percorso di lussureggianti piante tropicali e mediterranee serpeggia accanto agli stand creando un’atmosfera esotica che riscalda.

Radicepura non è solo verde, dunque, ma anche la location ideale per fiere, educational e convegni, oltre ad essere centro di eccellenza per ricercatori, paesaggisti e appassionati di ambiente. Uno degli eventi di maggior spicco ospitati qui è il Food & Wine Expo, giunto alla sua quarta edizione: una sfilata di aziende, di prodotti ma soprattutto di Siciliane e Siciliani che propongono al pubblico il meglio della propria terra e del proprio mare. Un panorama enogastronomico di straordinaria ricchezza che basta a se stesso esibito in un’invitante vetrina che fa da interlocutore tra chi produce e chi consuma. “Qui è la chiave di ogni cosa”: Food & Wine Expo rappresenta un viaggio alla scoperta delle tradizioni e di quell’appassionato modo di reinventare i sapori che in Sicilia è una vera e propria arte ereditata da giovani sempre più capaci e intraprendenti.

Assaporare l’esuberanza enogastronomica siciliana immersi nei profumi verdeggianti di Radicepura è un’esperienza sensoriale che trascende l’immediato godimento materiale. Per dirla con Goethe: “… qui l’’aria è mite, tiepida, profumata, il vento molle… La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita.

www.radicepura.com

SICILIA, AMBASCIATRICE DI ECCELLENZE

Cioccolato declinato in irresistibili fragranze, pomodorini pregni di sole, tonno sott’olio guizzante di sapore, birre artigianali e vini dagli inconfondibili sentori. Food & Wine Expo abbraccia il meglio che la Sicilia possa raccogliere e lavorare partendo dalle materie prime che la natura offre. Sono piccole imprese, quasi sempre a gestione familiare, a ‘reinventare’ i frutti della terra trasformandoli in prodotti introvabili altrove. È una gioia, girando tra gli stand, vedere i volti luminosi di giovani donne e ragazzi tanto appassionati al mestiere dei genitori, decisi a investire sapere e tradizione in un futuro sempre più attento alla qualità. Alla qualità e anche all’estetica perché nulla è lasciato al caso: confezioni ed etichette sono una promessa di piacere e sfoggiano tutta la fantasia di chi va alla ricerca del dettaglio che fa la differenza.

Oltre agli stand, il programma di Food & Wine Expo appena concluso, è stato animato da esibizioni, show cooking, educational e degustazioni per ogni gusto, appunto. Dal concorso Professionisti Pizzeria con esibizioni di ‘pizza acrobatica’ agli educational sulla storia del riso siciliano e sulla celiachia, in un susseguirsi di interventi di esperti e professionisti accompagnati dalle colorite narrazioni di Anna Martano, Prefetto AIGS Sicilia.

Re in toque blanche dell’Expo, Peppe Agliano, che ha stupito gli ospiti con le sue creazioni, mescolando ricette tradizionali e arditi accostamenti, giocando con gli ingredienti così come un poliedrico musicista jazz farebbe con le note. Così, la prima sera dedicata al bio, gluten free e vegano spicca una caponata di melanzane con mandorle e cacao che sdilinquisce anche i più scettici, credetemi! Mentre durante la seconda serata dedicata al Marsala a tavola, conquista il couscous pantesco con ortaggi, pistacchi di Bronte, olive e capperi. Sfacciati, infine, i dolci che inducono al limite della trasgressione: un tripudio di colori rubati all’estate, l’esaltazione del piacere servita nel piatto sotto forma di frutta Martorana, cannoli, sfogliatelle e paste di mandorle. Come non cedere alla tentazione di lasciarsi andare …?

Ma questo è solo un timido assaggio che sfiora appena l’opulenza della sicilianità a tavola. Un assaggio che ci dà appuntamento alla prossima edizione di Food & Wine Expo, in una Sicilia sempre più bella, sempre più buona, sempre più appassionata. Sempre più ambasciatrice di eccellenze nel mondo.

http://www.expofoodandwine.com

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RONCHI DI MANZANO, QUANDO IL VINO È ELEGANZA AL FEMMINILE

Unknown

“Il vino è una specie di riso interiore che rende bello il volto dei nostri pensieri”, così si esprimeva Henri de Règnier che oltre alla scrittura amava, evidentemente, anche il buon vino.

Nel panorama enoico italiano, notoriamente vocato alla viticultura, spiccano realtà che contribuiscono a “render bello il volto dei nostri pensieri” regalando loro sorsi di elevata qualità.

Adagiata tra le curve dei Colli Orientali del Friuli, l’Azienda Ronchi di Manzano ha raccolto da questa terra, culla di un microclima privilegiato, il meglio di sé trasformando i filari in ottimi vini. Roberta Borghese, oggi affiancata dalle figlie Lisa e Nicole, gestisce dal 1969 l’attività in profonda affinità con l’atmosfera di questi luoghi, cogliendone e rispettandone storia e valori. Una gestione tutta al femminile che alla sensibilità verso la natura somma il temperamento friulano, carico di passione e di ambizione professionale.

L’Azienda copre una superficie di 60 ettari di collina, di cui 40 vitati che circondano le proprietà.

La particolarità sta nel carattere del terreno che è marnoso di origine eocenica. Questa marna, in friulano conosciuta come ponca, è ricchissima di micro elementi preziosi e sali minerali che donano ai vini la tipicità di cui vanno fieri.

Alla generosità della natura s’aggiunge la ventata d’aria fresca portata da Roberta che con la sua gestione ha imposto un programma di totale reimpianto dei vigneti più vecchi con l’infittimento dei ceppi e l’adozione di sistemi di potatura più corti. Un vino di qualità può nascere solo partendo da una grande qualità delle uve, per questo qui le piante vengono curate cercando di usare il meno possibile prodotti chimici. Inoltre la raccolta è esclusivamente manuale e in cassette, per danneggiare il meno possibile i preziosi grappoli.

Spiccano, tra le coltivazioni dell’azienda, i Ronc di Rosazzo, 20 ettari di vigneto appollaiati sulla collina più alta di Rosazzo, privilegiata sottozona dei Friuli Colli Orientali. La natura è amica dell’uomo – e delle donne, in tal caso – di queste terre e lo si intuisce al primo sguardo. Arrivando a Rosazzo, il panorama di vigneti sembra voler confidare come una mano gentile si prenda cura dei filari, fra i più suggestivi e incantevoli dell’intera zona. Morbidezza ed eleganza sono i caratteri che finiscono col caratterizzare i vini bianchi prodotti qui, vini femminili che evocano toni garbati e sempre equilibrati. Così i rossi esprimono colori rubini accesi come rossetto sulle labbra, profumi fruttati o leggermente erbacei, e sapori sempre armoniosi, altra manifestazione d’eleganza squisitamente femminile. Su questa fetta di colline friulane vengono prodotti tutti i vini riserva dell’azienda, vini che hanno evidentemente sposato l’habitat ideale per esprimersi.

Dalle colline alla cantina. Non una cantina qualunque perché quella dell’Azienda Ronchi di Manzano è una costruzione nata da cuore della roccia: due piani sotterranei che affondano nelle viscere della terra. Un reparto per la vinificazione, uno per l’imbottigliamento, il magazzino e la barriccheria sono l’anima della cantina. Con la vendemmia del 2004, la barricheria storica è stata ampliata con una sezione che architettonicamente gioca tra equilibrismi di modernità e tradizione. Pensata per ospitare botti grandi in rovere francese da 54 HL – botti importanti utilizzate per l’invecchiamento dei vini rossi e per la fermentazione di alcuni vini bianchi – è il fiore all’occhiello dell’azienda.

Dai bianchi e rossi Classici (quali il Pinot Grigio Ramato, fruttato e corposo, o il Refosco dal peduncolo Rosso, rubino violaceo e conturbante) ai Cru (quali il Ribolla Gialla di Rosazzo, tenue e sensuale, o il Braûros, ampio e intenso) ogni sorso è un sorriso certo che allieta il pensiero, rendendo più piacevole il nostro quotidiano vivere.

http://www.ronchidimanzano.com

Sicilia, un arcobaleno di emozioni

 

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Ogni volta è come fosse sempre la prima volta. Tornare in Sicilia significa ritrovarsi abbandonandosi all’abbraccio caldo della sua gente. Stupisce la fiducia, talvolta il candore, con cui le persone ci accolgono. Noi giornalisti, benedetti portavoce di una cultura immensa troppo spesso imbavagliata dai lacci ingombranti delle logiche economiche e politiche, ricevuti a braccia aperte da chi chiede innanzitutto di essere ascoltato e raccontato: sorrisi schietti, tavole imbandite e quello spirito generoso, quella disponibilità a “darsi” che non si esaurisce mai. Nemmeno dopo il primo incontro.

È così che si diventa amici. È così che visitando aziende, cantine, bagli dal sapore secolare che il tempo ravviva anziché cancellare, si coltivano rapporti umani, oltre che professionali. Qui, tra le vigne odorose di salsedine, sotto il fruscio rassicurante degli ulivi, affacciati su tramonti albicocca indecisi se appartenere al mare o al vulcano, si riscopre l’antico dialogo tra le persone e la natura, tra la gente e la sua terra. Gente giustamente orgogliosa di mostrare al mondo le bellezze, talvolta schive nonostante l’esuberanza, di un’Isola dai mille volti. Perché oltre alle “primedonne” ben note al turismo di tutto il mondo, quali Palermo, Agrigento, Taormina, ci sono spicchi di Sicilia da scoprire con fanciullesco stupore, quasi in punta di piedi per non violarne la naturalezza.

Penso ai vigneti che ruzzolano fin sulle spiagge della costa menfitana, dove i grappoli sembrano rincorrere la brezza del mare per farsi più ricchi e preziosi. Penso alle saline rosa dello Stagnone che sorvegliano Mozia, candidi cristalli testimoni di una storia resuscitata alla memoria. Penso al vento che carezza le piccole isole al largo della grande Isola, gioielli di un già ricco tesoro, e immediatamente respiro il profumo intenso del Passito di Pantelleria, assaporo la fragranza dei capperi di Salina, gusto l’invito irresistibile dei vini nati dal sole a farsi sorseggiare in lieta compagnia. Ed è solo un assaggio, perché la Sicilia è molto altro ancora. È un arcobaleno di emozioni dipinto nel cielo dell’anima.

Allora, ripercorrendo con la mente i mille volti della Sicilia, penso che forse altro non sono che i volti aperti della sua gente. E così, raccontare dei momenti trascorsi insieme a chi, con solerte passione, dedica quotidianamente la propria vita alla cura di una terra baciata dal sole e dal mare, diventa anche per noi giornalisti un insegnamento e un’occasione per poter rivivere preziose esperienze in compagnia dei cari amici di sempre.

Fino al prossimo incontro.

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CANTINA CASTELLO DI TORRE IN PIETRA, STORIA DA SORSEGGIARE

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 La tradizione cammina attraverso i sentieri della storia. Anche la tradizione di “fare” il vino, il buon vino, senza il quale la cultura del nostro Paese – cultura nel senso più ampio del termine – non sarebbe nemmeno pensabile. Perché il vino alimenta non solo il corpo ma anche il legame tra il territorio e la sua gente, tra padri e figli, tra generazioni intere, che si tramandano nei secoli i segreti di un’arte preziosa che si fa impresa. Per questo è sempre bene ricordare il valore profondo che si nasconde dentro un calice di vino consumato in conviviale piacevolezza o in intima meditazione.

Tra i sentieri che di storia ne hanno vista passare tanta – ovvero a cavallo della Via Aurelia, antica via romana che corteggia il litorale laziale – troneggia la Cantina Castello di Torre in Pietra, un esempio di tradizione enoica tramandata nel tempo.

La Cantina fa parte dell’antica Tenuta di Torre in Pietra, nel comune di Fiumicino, nel cuore del Castello di Torre in Pietra, suggestivo borgo medievale sopravvissuto alla giungla urbana. La cantina vera e propria, anima della tenuta, fu ricavata scavando sotto una collina in tufo partorita dalle ceneri del vulcano di Bracciano ed era impiegata per la produzione del vino già nel ‘600.

La storia più recente dell’azienda comincia nel 1926 quando la tenuta viene acquistata da Luigi Albertini, storico direttore del Corriere della Sera e nonno degli attuali proprietari del Castello. Sarà lui, insieme al figlio Leonardo e al genero Nicolò Carandini, ad avviare l’opera di bonifica che porterà la Cantina Castello di Torre in Pietra ad essere ciò che è oggi, introducendo anche l’allevamento della razza bovina frisona per la produzione di latte. 2.500 ettari di terreno sono infatti dedicati alla lavorazione lattiero-casearia (da cui il marchio “Torre in Pietra”), mentre la parte collinare ospita i vigneti.

I Vini, storie da sorseggiare

La produzione complessiva di vino è di circa 200 mila bottiglie l’anno e dal 2011 tutti i vini imbottigliati sono certificati Bio. Anche le etichette raccontano la storia dell’azienda: l’Elephas, in versione bianco e rosso, prende infatti ispirazione dai resti di un mammuth rinvenuto nelle cantine durante gli scavi. Ma la storia, quando si parla di vino, merita di essere sorseggiata, non solo raccontata. Per questo all’interno delle grotte della Cantina Castello di Torre in Pietra si trova l’Osteria l’Elefante dove si possono degustare i grandi vini prodotti qui: dallo Chardonnay Igt Costa Etrusco Romana al Vermentino Igt, dal Merlot Igt al Searà Igt, come i locali usano chiamare il Syrah, fino allo Spumante Brut. Tutto ovviamente rallegrato dai piatti tradizionali della campagna romana, regno della convivialità e dei buoni sapori.

Non solo vino

La Cantina Castello di Torre in Pietra produce anche la Grappa di Merlot, seguendo il metodo della distillazione a ciclo discontinuo con l’uso di alambicchi di rame a bagnomaria. Ma non solo: olio extravergine di oliva nella versione più strutturata (Sinfonia) e più delicata (Armonia). Inoltre miele, farro, ceci e pasta di farro. L’azienda propone prodotti del territorio a Km Zero grazie a un mercatino che gli agricoltori organizzano ogni fine settimana al Castello di Torre in Pietra: un goloso appuntamento con frutta, ortaggi Bio di Caramadre, formaggi dell’Isola del Formaggio-Pitzalis e molto altro.

www.castelloditorreinpietra.it

 

ANTONELLI SAN MARCO, QUANDO LA PAZIENZA FA LA DIFFERENZA

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 Chi fa vino, fa cultura. E la cultura è un bene che si tramanda nel tempo, attraverso secoli di storia che legano le vicende di intere generazioni al proprio territorio.

Antonelli San Marco è un’azienda vitivinicola forte di un passato che affonda le radici nel lontano Medioevo: 170 ettari di vigneti nel cuore della zona di Montefalco, a San Marco (PG), comune che alcuni documenti medievali citano come “San Marco de Corticellis”, corte agricola longobarda, una delle aree più vocate alla coltivazione della vite e dell’olivo.
La storia racconta che dal XIII al XIX secolo la tenuta fu proprietà del Vescovo di Spoleto e nel 1881 passò nelle mani della famiglia Antonelli, originaria di Spoleto, trasferitasi a Roma da cinque generazioni.

Il presente prosegue con la gestione della famiglia Antonelli, la quale inizia una radicale opera di ammodernamento degli impianti e delle colture. Ed è grazie a questo sposalizio tra tradizione e innovazione che l’Azienda approda nel 1979 all’attività di imbottigliamento dei vini, costruendo il ponte verso il proprio futuro.

Le vigne distribuite su 40 ettari sono impiantate solo nelle parti alte dei versanti collinari, a un’altitudine media di 350 metri s.l.m. I terreni, argillosi e ricchi di calcare, hanno origine geologica diversa tra loro: profondi alcuni, ricchi di scheletro altri, e questa varietà si riverbera nei vini conferendo loro sfumature intense e variegate. Le colline circondate da fitti boschi rappresentano l’habitat naturale perfetto per uve e olive di pregio, frutti preziosi che narrano l’identità di un territorio. Le varietà coltivate a bacca rossa sono soprattutto Sagrantino e Sangiovese, ma anche Montepulciano, Merlot e Cabernet Sauvignon; mentre quelle a bacca bianca sono il Grechetto e il Trebbiano Spoletino.

Al centro dell’Azienda, sotto l’antica casa padronale, si trova la Cantina con nuovi spazi per l’affinamento in legno e in bottiglia e la sala di fermentazione sotterranea dislocata su due livelli. La vinificazione e la svinatura avvengono per gravità, senza l’uso di pompe che danneggerebbero l’integrità delle bucce, accorgimento tecnico particolarmente importante per le uve del sagrantino che conservano così la ricchezza polifenolica. Anche il locale per l’affinamento in bottiglia è stato realizzato sotto il livello del terreno per mantenere una temperatura costante.

La tenuta Antonelli vinifica solo uve di propria produzione, da agricoltura biologica.

Il primo vino biologico è il Grechetto Colli Martani 2012, fiore all’occhiello dell’Azienda, che si affianca ai grandi rossi: dal Montefalco Sagrantino al Contrario Umbria igt, dal Baiocco Sangiovese igt al Trebium Spoleto doc, fino al Passito.

Lavorare in biologico non è solo un modo di operare, ma anche di pensare. Significa infatti considerare il vigneto come un ecosistema vitale, un microcosmo in cui tutti gli elementi che lo compongono convivono in un’armoniosa sinfonia. Questo equilibrio, tanto perfetto quanto delicato, è raggiungibile stimolando la vitalità del terreno, favorendo l’autoregolazione delle singole piante e riducendo gli apporti esterni. È come voler porgere una mano alla natura senza prevaricarla, semplicemente aiutandola ad essere se stessa, conciliando ritmi e pause, proprio come in un’opera musicale. Le concimazioni organiche non servono solo a nutrire le piante ma anche ad arricchire il terreno di humus e di microrganismi. Allo stesso modo, limitare i trattamenti fitosanitari non solo favorisce la salute del prodotto, ma contribuisce a creare un ambiente vitale, dove microrganismi, piante e animali concorrono al benessere dell’intero agrosistema.
Lavorare bio è dunque una filosofia: un percorso lento che richiede pazienza, ma la pazienza è quel valore aggiunto che fa la differenza. E chi fa vino, buon vino, come Antonelli San Marco, lo sa.

www.antonellisanmarco.it

All’interno dell’Azienda, il Casale Satriano affacciato sui Monti Martani è un invito a sostare per immergersi completamente nella natura, nella storia e nell’arte di questi luoghi d’incanto. Una purificazione dello spirito attraverso la rigenerazione del corpo, degustando fragranze e sapori esattamente là dove prendono vita. Non solo vino ma anche grappa e olio extravergine eccellenti. Grazie alla posizione privilegiata nel cuore dell’Umbria, è possibile visitare in giornata i centri storici più suggestivi, da Spoleto ad Assisi, da Todi a Perugia, da Orvieto a Gubbio.

www.satriano.it

 

 

 

AZIENDA VIRGONA E MALVASIA DELLE LIPARI, DALL’ISOLA DI FUOCO IL SEGRETO DEL PIACERE

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Salina, cuore di fuoco

Ogni isola ha una propria identità, una personalità unica, partorita dal solenne sposalizio tra Terra e Mare. Esistono poi isole ancor più insolite, tanto piccole nelle dimensioni quanto immense nel bagaglio naturale che custodiscono. È il caso di Salina, prezioso gioiello dal cuore di fuoco che, con i suoi 27 km. quadrati di superficie, concentra una varietà di risorse ambientali tali da rappresentare un microcosmo senza eguali. I due vulcani spenti che le danno origine – Monte Fossa delle Felci e Monte dei Porri – imprimono al terreno e al microclima caratteristiche uniche, alimenti essenziali dei prodotti della terra. Salina, infatti, forte dell’energia nelle sue vene, ha saputo salvaguardare la sua anima rurale, restando fedele alla tradizione e all’economia di sempre: quella legata alla produzione del cappero e del vino Malvasia. Senza nulla togliere alla bellezza del mare, alla ricchezza dei fondali e alla suggestione di cale e anfratti che profilano l’isola, sono i sapori e i profumi del suo “paesaggio gastronomico” la vera attrazione. Un’attrazione che comincia dalla terra, prosegue sulla tavola e finisce nel cuore.

L’Azienda Virgona e il Malvasia delle Lipari: il segreto del piacere

La zona collinare di Malfa ospita un’azienda di lunga tradizione enologica, vanto indiscusso di Salina e della Sicilia intera. È l’Azienda agricola Virgona che, forte di una gestione familiare attenta e appassionata, traduce i rigogliosi vigneti in vini dalla spiccata personalità. Due le linee ad indicazione geografica tipica: Salina Rosso e Salina Bianco, affiancate da quel Passito D.O.C. Malvasia delle Lipari che solo all’olfatto inebria i sensi. A completare la gamma, la Grappa di Malvasia delle Lipari, una chicca per intenditori che poco ha a che spartire con le grappe comunemente note. Sarà il sole, sarà il mare, sarà l’eco dei vulcani o sarà forse la mano dell’uomo: il risultato è una rara sinfonia di aromi e profumi da gustare con tutti i sensi.

Il Malvasia delle Lipari rappresenta il prodotto principe della tradizione enologia eoliana. È infatti uno tra i più antichi vini di Sicilia, importato dai colonizzatori greci attorno al 588 a.C., e pare che il suo nome derivi dalla città greca Monenvasìa, nella regione Morea, l’attuale Peloponneso. Nell’Ottocento la flotta mercantile salinara avviò il commercio del prodotto in tutto il mondo e nel Novecento, sconfitta la minaccia della filossera, il Malvasia delle Lipari raggiunse il meritato successo riconosciuto in tutto il mondo. Nel 1973 ottiene il riconoscimento D.O.C.

Raramente quando si sorseggia un tale nettare, magari rapiti da un incantevole tramonto sul mare di Salina in dolce compagnia, si pensa a cosa si nasconde dentro e dietro una bottiglia di vino. Il Malvasia delle Lipari è prodotto con uve Malvasia e una piccola percentuale di Corinto nero, lasciate appassire in parte sulla pianta e, successivamente alla vendemmia, esposte al sole per 15 giorni sui cannizzi (tradizionali graticci di canne). Le uve diraspate vengono poi pigiate e il mosto ricavato viene stabilizzato e affinato per un periodo di 8 mesi. Solo a quel punto è pronto per essere imbottigliato. Quindi, dentro e dietro ogni bottiglia si nasconde la generosità della natura ma anche il talento, la passione e la pazienza di chi la lavora: dal sudore dell’agricoltore all’esperienza dell’enologo. Ecco il segreto di ogni sorso di piacere.

Per questo l’Azienda agricola Virgona promuove iniziative di cultura enologica, invitando appassionati e curiosi alla conoscenza del buon vino e delle tradizioni isolane. Aperta tutto l’anno, è un’occasione per immergersi nell’animo dell’isola fianco a fianco con la sua gente, imparando ma soprattutto degustando: non solo vino ma anche gli altri prodotti Virgona, dalla birra artigianale alla malvasia a quella al cappero, dai cucunci ai capperi, ovviamente declinati in fantasiose interpretazioni gastronomiche nel segno della sicilianità più autentica.

www.malvasiadellelipari.it

 

CANTINE COLOMBA BIANCA: LA FORZA DELLA NATURA, L’AMORE DELLA SICILIANITÁ

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2480, 7500, 1800! Non stiamo dando i numeri: queste cifre riassumono l’identità di una delle Cantine più importanti della Sicilia, un vanto per l’Italia intera. Stiamo parlando delle Cantine Colomba Bianca che – con 2480 soci, 7500 vigneti di cui 1800 biologici – rappresenta la maggior produttrice di vino bio in Italia con ben 11.000.000 litri, ovvero il 22 % sul totale prodotto. Non solo: escludendo dal processo produttivo ogni proteina animale, i vini Colomba Bianca sono a tutti gli effetti vegani.

L’azienda nasce nel 1970 e nel corso degli ultimi 10 anni, sotto la guida del Presidente Leonardo Taschetta, si è trasformata nella più grande cooperativa vitivinicola siciliana. Grande non solo per il numero di associati ma anche per la vastità del territorio in cui prosperano i vigneti disseminati tra le province di Trapani, Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Ragusa, coprendo zone che godono di una diversità pedoclimatica straordinaria, dalla zona costiera leccata dal vento fino a un’altitudine di 600 metri sul livello del mare dove il calore del sole si stempera nel verde. Dal territorio di Vita, ricco di campagne, boschi, torrenti e terreni gessosi, fino alla zona costiera di Mazara del Vallo, dove la natura pare voler ispirarsi all’Africa, tutto pare voler contribuire all’eccellenza della viticoltura. Questa varietà, infatti, fa sì che i vini beneficino di tutti gli elementi naturali che questa generosa terra offre, elementi che infondono ai prodotti identità uniche.

Ma, si sa, la natura non basta a trasformare i propri doni in perfezione. Occorre la mano dell’uomo che, con la forza dell’esperienza e l’amore per il proprio lavoro, compie un vero e proprio atto creativo. Per questo motivo le Cantine Colomba Bianca riservano una particolare attenzione alle relazioni umane, innanzitutto verso gli agricoltori affinché ricevano il giusto compenso per la fedeltà alla propria missione. Ciò significa dignità per l’essere umano e per l’agricoltura siciliana che con questi vini racconta il meglio della sicilianità. Per questo ogni vino è dedicato agli agricoltori che ogni giorno contribuiscono alla vita dell’azienda.

Un affiatato team di esperti enologi completa la qualità della produzione e in collaborazione con i viticoltori svolge uno scrupoloso sistema di tracciabilità dal vigneto alla bottiglia.

I principali vitigni a bacca bianca coltivati dalle Cantine Colomba Bianca sono: Grillo, Catarratto, Grecanico, Inzolia, Chardonnay, Viognier, Zibibbo, Fiano e Sauvignon Blanc. I principali vitigni da uve rosse sono: Nero d’Avola, Syrah, Merlot, Cabernet Sauvignon, Frappato, Sangiovese, Perricone e Nerello Mascalese.

Le cinque cantine Colomba Bianca sorgono in provincia di Trapani e sono: Val di Mazara (Grillo e Bio), Tre Cupole (Rossi e Bio), Vitese (Bianchi e Bio), La Vite (imbottigliamento) e Torretta (Bianchi e Rossi). Ognuna è specializzata per la lavorazione di specifiche varietà e questo permette all’azienda di valorizzare al meglio le singole potenzialità qualitative delle uve, dei terreni e dei microclimi.

La parola ai vini, dunque. Le linee Colomba Bianca accontentano ogni gusto: la linea Top, Prestige, Modern, Classic, Organic e Igt raccontano, ognuna con un linguaggio proprio, come nasce un buon vino. Partendo dalla terra e finendo proprio là dove le uve si sono pazientemente sublimate in nettare: nelle mani dell’uomo.

www.cantinecolombabianca.it

CANTINA SOCIALE BIRGI, TUTTO IL BELLO E IL BUONO DELLA SICILIA DA BERE

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“Dio aveva fatto soltanto l’acqua, l’uomo ha fatto il vino.” Pare aver colto nel segno Victor Hugo scolpendo questa frase nell’immaginario collettivo di chi ama la letteratura e il buon vino. Solenni parole che fotografano una realtà tanto antica quanto attuale, soprattutto in territori naturalmente vocati alla viticoltura, come la nostra bella Sicilia, terra di sole, di vento e di mare.

Innumerevoli sono gli angoli dell’isola che ospitano vigne, bagli e cantine d’eccelsa qualità, ognuna speciale e inimitabile perché tanti sono i tipi di terreni e di condizioni microclimatiche qui. Tanto da poter considerare la Sicilia un universo enoico a sé stante dalle molteplici sfumature, mai identiche l’una all’altra.

Tra queste realtà spicca la Cantina Sociale Birgi, nata nel 1960 dalla volontà di coltivatori innamorati della propria terra e fieri delle proprie origini. La natura è il primo punto di forza della Cantina che, infatti, sorge nel cuore di uno scenario naturale di prepotente bellezza: esattamente tra i comuni di Trapani e Marsala, là dove lo sguardo spazia leggero tra l’isola di Mozia e la laguna dello Stagnone, fino scivolare lungo i dolci declivi delle colline di Salemi, a oltre 600 metri sul livello del mare.
L’organizzazione in Cooperativa è il secondo punto di forza della Cantina: circa mille soci annualmente contribuiscono alla produzione con oltre 300.000 quintali di uve provenienti da impianti di generosi vigneti ad alto rendimento qualitativo, coltivati sia con le tradizionali tecniche ad alberello sia con tecniche d’avanguardia delle spalliere meccanizzate. In questo modo, ogni zona di produzione, in relazione al cultivar prodotto, al tipo di lavorazione e alle condizioni pedoclimatiche, dà vita a vini unici per caratteristiche organolettiche.
Esperienza e tecnica sono dunque il terzo punto di forza della Cantina. Attraverso tutta la filiera, dalla raccolta all’imbottigliamento, l’uomo fa esattamente quello che Victor Hugo solennemente esprime: compie un rito creativo per catturare la quintessenza di sapori unici, donati da mare, cielo e terra, sapori che gli acini pregni di sole restituiranno al “creatore terrestre” sotto forma di vino.

Dal bouquet floreale di un Insolia alle note speziate di un Nero d’Avola, dai sentori di pesca bianca di un Kalura Grillo alle sfumature di frutta sotto spirito di un Frappato, fino alle fragranze di gelsomino di uno Zibibbo, i vini della Cantina Sociale Birgi riassumono tutto il bello e il buono della Sicilia da bere. Senza nulla togliere, naturalmente, a Colui che ha creato l’acqua!

http://www.cantinabirgi.it

 

 

 

 

 

IL MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA: SENZA AMORE NON C’É BUON VINO

Tenuta Barone La Lumia, un assaggio della miglior tradizione enoica siciliana

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Nikao, Halykàs e Limpiados: tre esempi di come il vino possa diventare opera d’arte grazie alla passione di chi crede nella tradizione

In fondo, a pensarci bene, ogni bottiglia di vino è una storia da raccontare. Chi beve non solo assapora ma ascolta. Ascolta le parole di chi quel vino l’ha prodotto: storie di sole e vento, di terra e fatica, di sfide e soddisfazioni, di passione ed emozioni. Perché dentro ogni bottiglia è racchiuso un prezioso messaggio dettato dalla voce di intere famiglie legate alle proprie tradizioni, innamorate delle proprie vigne e appassionate del proprio lavoro.

Un’azienda, una famiglia

Senza amore non può nascere un buon vino. Lo sa bene la famiglia La Lumia, gemma della miglior tradizione enoica siciliana. La Tenuta dei Baroni La Lumia si estende nella piana di Licata, in provincia di Agrigento, là dove l’ultimo lembo di Italia si tuffa nel mare africano. Su una superficie di 150 ettari di generosa terra, 40 sono coltivati a vigneto approfittando degli strati gessosi-solfiferi e di un microclima eccezionale per luminosità, prossimità al mare ed escursione termica.

L’azienda vinifica esclusivamente uve proprie, frutto di vitigni autoctoni selezionati tra i migliori di Sicilia: Nero d’Avola, Inzolia, Nerello Mascalese e Frappato, dai quali ottiene vini inconfondibili per intensità di aromi e di gusto.
Originale è anche l’aspetto della Tenuta stessa, risultato armonioso di linee e dettagli architettonici che evocano epoche e paesi lontani. Il casale arabeggiante è stato edificato alla fine del ‘700 dalla stessa famiglia La Lumia e rispecchia la personalità audace e fiera dei vini che produce. Nicolò, l’attuale proprietario, ha alimentato con passione e competenza l’antica tradizione enologica di casa, resuscitando quei vini che in un glorioso passato avevano donato ricchezza ai coloni Rodio-Cretesi riempiendo di opulenza la città di Agrigento

I vini, quadri d’autore

Fare un buon vino non è mai facile. Il successo non viene solo dalla tecnica ma da una segreta alleanza tra la natura e l’uomo, quindi tra la bontà della materia prima e il rispetto con cui la si tratta. Nella tenuta La Lumia la raccolta delle uve avviene manualmente e ogni fase della lavorazione dei grappoli è minuziosamente curata fino all’arrivo in barrique, sotto gli sguardi scrupolosi del barone Nicolò e del figlio Salvatore. La filosofia dell’azienda in merito a questi vini ‘particolari’ si basa sull’eleganza del gusto che deriva da un riuscito matrimonio tra le doghe di allier e la struttura del vino.
Il barone Nicolò, con la saggezza di un padre lungimirante, ricorda spesso al figlio Salvatore che: “produrre vino è come dipingere! Bisogna avere la giusta tavolozza dei colori. Il dosaggio della barrique deve essere come il colpo di pennello sulla tela, morbido e delicato.”

In tal senso, la Tenuta Barone La Lumia produce vere e proprie opere d’arte: recuperando alcuni dei sistemi di vinificazione utilizzati dai coloni Rodio-Cretesi nel quinto secolo a.C. ha ideato la linea dei Grecischi: Nikao, Halykàs e Limpiados, tre vini straordinariamente virili per struttura e aromi persistenti, che sprigionano, oltre ai caratteri del territorio, cinquemila anni di gloriosa storia. In altre parole, questi vini possiedono il tocco di pennello che fa la differenza in un quadro d’autore.

Salvatore La Lumia, tempo fa, confidò che il segreto della lunghezza al palato dei suoi vini è costituito dalla massima estrazione delle sostanze aromatiche e dal rispetto del tempo, grande alleato del grande vino, nonché da appassimenti su pianta, ossidazioni naturali e lunghissime permanenze sulle bucce. Sarà certamente così. Eppure per far vini così speciali qualche altro segreto ci sarà ma, in quanto tale, resterà per sempre custodito nel messaggio di ogni bottiglia, raccontato dalla piacevolezza di un sorso di Cadetto, Don Totò o Nikao. Ad ogni intenditore il suo quadro d’autore!

 

www.baronelalumia.it

VASCOROSSO, IL ROCK NEL BICCHIERE

 

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Dal cuore della Toscana al cuore di un’amicizia: la Tenuta Pian delle Ginestre a Montalcino dedica un grande rosso al grande Vasco Rossi

Quando si parla di vino non si racconta mai solo di un prodotto da consumare con auspicabile piacere. Si racconta, piuttosto, la storia di territori generosi, di tradizioni antiche, di famiglie tenaci, di passioni profonde e sentimenti autentici. Senza la conoscenza di questo prezioso tessuto umano, sociale e culturale nessun buon vino può essere veramente capito e apprezzato.

La Toscana ospita nel suo cuore una delle zone per tradizione più vocate alla vinificazione delle uve, grazie al lavoro e all’esperienza di generazioni di famiglie, e il territorio di Montalcino è uno dei suoi gioielli.

In particolare, la Tenuta Pian delle Ginestre nata nel 2014 dalla scissione dell’Azienda Poggio degli Ulivi, è una storica azienda la cui vita è saldamente legata a quella della famiglia Ciacci. Da sempre proprietari terrieri a Montalcino, i Ciacci hanno creduto nell’importanza del territorio, tramandandosi da padre in figlio una tradizione dalle profonde radici, senza naturalmente rinunciare alla costante ricerca tecnologica. Obiettivo: la qualità del prodotto finale nel rispetto del territorio.

La Tenuta sorge nella zona sud di Montalcino, tra Castelnuovo dell’Abate e Sant’Angelo in Colle, a 300 metri slm., in uno dei territori maggiormente vocati per la produzione di Brunello, vanto dell’Italia enologica nel mondo.

L’oasi ospita anche 3000 piante di olivo secolari, per la maggior parte olivastre e olivastrine, oltre a correggiolo e moraiolo, arricchendo ulteriormente l’esuberanza del territorio. Il restante suolo circostante è coltivato a grano e cereali, e tutte le coltivazioni sono rigorosamente biologiche.

Attualmente la Tenuta conta 3 vigne (Quercione, Spianate e Belvedere) tutte certificate a Brunello di Montalcino, quindi di vitigno Sangiovese, coltivazioni destinate a crescere nei prossimi anni.

Riparata dai venti di tramontana a nord del colle che domina l’Abbazia di Sant’Antimo, la Tenuta è lambita dai venti più caldi provenienti dal mare, un benevolo influsso che infonde al vino un piacevolissimo sentore salmastro rendendolo inequivocabile al palato.

Il futuro della Tenuta Pian delle Ginestre non si concentra solo nell’investimento in qualità ma anche nell’accoglienza: due case coloniche saranno infatti ristrutturate e destinate all’agriturismo. Un ulteriore fiore all’occhiello per l’Azienda.

www.tenutapiandelleginestre.it

In particolare, la vigna dedicata alla produzione del brand Vascorosso è quella delle Spianate, la più vecchia ma contemporaneamente quella che da sempre, con i suoi cloni di Sangiovese, garantisce equilibrio, forza ed eleganza al prodotto finale.

Il carattere di questo vino dipende innanzitutto dal terreno che lo partorisce: prevalentemente sassoso con zone di galestro e terra rossa, con la presenza di una sacca di argilla che durante i periodi di siccità mantiene le radici delle viti costantemente irrorate d’acqua, mentre nei periodi di pioggia funge da drenaggio. Un’alleanza naturale del terreno con le piante. Ma le caratteristiche di questo prodotto raccontano anche un’altra storia, quella che lo ha ispirato. Si potrebbe dire, infatti, che il Vascorosso interpreta l’indole audace del personaggio cui è dedicato, ossia Vasco Rossi. Da un legame di amicizia e di profonda stima con l’ideatore del brand, il Dott. Paolo Guelfi (Clinica Villalba di Bologna), è appunto nato un vino carico di personalità: struttura corposa e al contempo vellutata, dalla tempra potente e insieme morbida, proprio come le storie di vita cantate da Vasco, fatte di sentimenti veri ed emozioni forti.

Dedicare un vino a Vasco, dopo tutto, rappresenta un’affettuosa nota ironica nei confronti del mitico rocker, proprio come si fa tra amici: un omaggio a lui, grande appassionato di buon vino, e un piacere per noi tutti, che abbiamo il buon gusto di berlo!

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Carpineto, vini senza età

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L’espressione del territorio toscano declinata nel piacere del buon bere

“Il vino dà coraggio e rende gli uomini inclini alla passione”. Così il grande Ovidio elogiava il nettare di Bacco parlando, giustamente, di passione. Quello stesso sentimento carico di energia che anima chi il vino lo produce, perché dedicarsi a tradurre i frutti della terra in piacere per il palato richiede innanzitutto un amore spassionato.

Carpineto, Azienda vinicola del cuore della Toscana, lo sa bene: passione, emozione, natura e cultura. Queste le parole chiave che identificano la filosofia imprenditoriale di Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo i quali, nel 1967, fondarono la Carpineto motivati da un sogno: quello di produrre un Chianti Classico di livello internazionale. Un sogno ambizioso per quei tempi, una solida realtà oggi.

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L’Azienda, orgoglio della Toscana

In cinquant’anni di attività, la superficie dei vigneti si è decuplicata: da 20 a oltre 200 ettari che con i loro filari ricamano di naturale bellezza le sinuose curve delle colline toscane. Attualmente l’Azienda, cresciuta adottando metodi di coltivazione e vinificazione all’avanguardia pur mantenendo un assetto familiare, esporta i suoi prodotti in 70 paesi del mondo, collezionando riconoscimenti che premiano non solo Carpineto ma l’Italia intera. Le tenute affondano le radici nella Toscana più vocata alla viticoltura, articolandosi in cinque Appodiati: Montepulciano, Montalcino, Gaville, Dudda e Gavorrano. La Tenuta di Montepulciano, con i suoi 65 ettari, vanta il vigneto contiguo ad alta densità più vasto d’Italia. Ma sono tutti terreni generosi, terreni che hanno permesso all’Azienda di puntare su una produzione qualitativamente strategica ed ecocompatibile, affiancando alle grandi etichette di rossi importanti una gamma di vini di grande personalità ma di più facile approccio. Tre sono le linee di produzione Carpineti e oltre trenta le etichette con una produzione complessiva di 3 milioni di bottiglie.

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Vini senza età

Il tempo, si sa, infonde al vino la sua personalità. Carpineto offre una gamma di Vini Giovani, ma anche giovanili, estremamente versatili nella piacevolezza del consumo conviviale. Tra questi, il Valcolomba Vermentino della Maremma Toscana Doc., un’armonia di fragranze primaverili che al primo sorso prende per mano e accompagna attraverso i boschi maremmani carezzati dalla brezza marina. Un bianco che si rivela ottimo come aperitivo e si esprime al meglio con primi a base di frutti di mare, pesce, arrosti e formaggi non stagionati.

Tra i Vini Giovani rossi, l’Originale Toscano I.G.T. Rosso, prodotto con uve tipiche toscane. Le sue note caratteriali gli infondono sentori floreali e vinosi tipici dei vini giovani, accompagnati però dalla raffinata eleganza dei vini maturi. La sua personalità vellutata lo rende ideale in ogni occasione.

I Vini d’annata Carpineto nascono dai vigneti ospitati nelle più storiche denominazioni toscane a base di sangiovese. Esprimono grande stile, concentrazione e complessità, come il Chianti Classico Riserva D.O.C.G. Un rosso rubino dai riflessi granata pieno e generoso, perfetto con arrosti e cacciagione.

Il Vino Nobile di Montepulciano Riserva – D.O.C.G. è una chicca: “nobile” non solo per le sue intrinseche doti di finezza ed eleganza ma anche in virtù del fatto che in origine la sua produzione era curata dalle nobili famiglie della città. Stoffa elegante e complessa adatta a cacciagione, soprattutto carne di cinghiale e formaggi stagionati.

Il Brunello di Montalcino – D.O.C.G. chiude in bellezza la gamma d’annata Carpineto. Tre anni in botte di rovere di Slavonia e oltre sei mesi di conservazione in bottiglia conferiscono a questo vino il pregio noto in tutto il mondo. Si sposa con piatti impegnati, come la bistecca alla fiorentina, mentre le annate più vecchie possono essere gustate dopo cena per il piacere della riflessione.

Le linee Dogajolo, Farnito, gli Spumanti e gli Appodiati (vini prodotti solo in grandi annate, provenienti da singoli vigneti con caratteristiche eccezionali, frutto di un lunghissimo invecchiamento) completano il ventaglio Carpineto: l’espressione del territorio toscano declinata nel piacere del buon bere.

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Non solo vino. L’Olio Appodiato di Gaville – Oliveto “Sillano” (FI), prodotto da olive raccolte a mano e spremute a freddo, è dedicato a chi ama le forti connotazioni tipiche degli oli toscani. Il suo colore verde intenso emana un intenso bouquet aromatico e speziato, pieno, complesso con un finale lungo e persistente. Una vera festa per bruschette al pomodoro, carpaccio di pesce, insalate verdi e pinzimoni di verdure.

Una visita all’Azienda, con la degustazione dei prodotti direttamente nella culla in cui nascono, è il coronamento di un piacere tutto da provare: la Tenuta Dudda a Greve in Chianti vi aspetta.

www.carpineto.com

 

 

Alagna, quando la cultura sposa la coltura

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Marsala e Vermouth, Zibibbo e Moscato, vini aromatizzati e liquorosi: il meglio della Sicilia servito nel bicchiere

di Paola Cerana e Gaspare Signorelli

“La vita è troppo breve per bere vini mediocri”.
Così si esprimeva Goethe con la saggezza di chi sa apprezzare i piaceri dell’esistenza.
Per tutti quelli che la pensano come lui, uno dei tesori enologici d’eccellenza irrinunciabili è senza dubbio la Sicilia, terra di sole, di mare e di vigne benedette da un mix climatico particolarmente privilegiato. Qui non c’è spazio per la mediocrità, perché un bicchiere di vino esprime il meglio che la natura può dare. Ma, si sa, la generosità della natura non basta. Occorrono la sapienza, l’esperienza e la passione dell’uomo per trasformare la quotidiana realtà in qualcosa di speciale. In una parola occorre che la cultura sposi la coltura, e l’opera d’arte è fatta.
Alagna: una famiglia, tre generazioni
Una delle famiglie siciliane che ha elevato la qualità enoica locale alla massima potenza è quella di Giuseppe Alagna il quale, nella prima metà del ventesimo secolo, avviò l’omonima azienda, intuendo le potenzialità del mercato vitivinicolo dell’isola. Conoscenze agricole e imprenditoriali sono state poi tramandate al figlio Antonio che ha fatto crescere l’impresa in termini di fatturato, di capacità e di numero di dipendenti. Un successo passato nelle mani di Ercole che attualmente rappresenta la terza generazione di imprenditori orgogliosi delle proprie radici. Suo il merito di avere implementato le dimensioni dell’azienda ma soprattutto di aver raggiunto livelli qualitativi eccelsi, riconosciuti ovunque grazie anche alle iniziative commerciali intraprese con partner esteri per l’esportazione dei vini nel nord Europa.
L’Azienda: tradizione e imprenditorialità
Attualmente 50.000 ettolitri di vino distribuiti in cisterne in acciaio, cemento, vetroresina e botti in legno di grandi dimensioni rappresentano l’inestimabile tesoro dell’azienda. Entrare qui per assistere direttamente alla lavorazione delle uve significa immergersi in un effluvio di profumi e aromi che raccontano tutto l’amore della Sicilia per il vino. Una vasta gamma di macchinari per la produzione e l’affinamento del prodotto finale, tra cui un sofisticato sistema di pigiatura delle uve, dimostrano come la mano dell’uomo sappia nobilitare il valore intrinseco della terra, aggiungendo qualità alla generosità.
Il Marsala è re tra i prodotti Alagna e ad esso è dedicata un’area speciale di invecchiamento dei vini dove riposano solenni le botti di rovere. Qui si utilizzano rigorosamente sistemi di produzione tradizionali, come il Soleras e l’alcolizzazione dei mosti.
Il territorio, culla di qualità
Circa 50 ettari di terreno distribuiti nei comuni di Marsala, Mazara, Trapani e Salemi offrono i preziosi vitigni per la produzione dei vini Alagna: Zibibbo, Nero d’avola, Grillo, Catarratto, Inzolia e Damaschino. Naturalmente si tratta di uve locali che si abbeverano di un microclima unico in tutta l’isola, per questo i vini nati qui rappresentano la carta d’identità enoica del trapanese.
L’Azienda valorizza il territorio utilizzando tecniche sia tradizionali sia moderne: sistemi antichi come l’alberello e la controspalliera affiancano la raccolta meccanica, unendo alla sensibile attenzione per i vitigni l’indispensabile efficienza del lavoro manuale. Il tutto si svolge cercando di minimizzare l’impatto ambientale per preservare un patrimonio naturalistico che ha radici lontane e che attraverso la gentilezza dell’uomo chiede d’essere tutelato e valorizzato.
Una visita in Azienda è il modo migliore per toccare con mano una realtà enologica antica in continuo divenire e una degustazione guidata diventerà un’esperienza indimenticabile che imprimerà per sempre il buono e il bello della Sicilia nella mente e nel cuore.
E se – chiosando Goethe – la vita è troppo breve per bere vini mediocri, di certo vini eccelsi come questi la rendono più lunga e piacevole!

Le eccellenze Alagna
Re dell’Azienda è il Marsala Garibaldi Dolce che è stato premiato con la Medaglia d’Argento al Concours Mondial de Bruxelles 2016.
Il Marsala proviene da una base di quattro vitigni differenti: Grillo, Catarratto, Inzolia e Damaschino.
Da questa base si aggiunge alcool per fermare il processo. In molti casi un tocco di mosto cotto rende il vino più amabile e più scuro.
L’invecchiamento dev’essere di due anni, maturato in grandi botti di rovere che innescano una leggera ossidazione, causa principale dei suggestivi colori ambrati del Marsala.
Tutti i vini vengono prodotti secondo le regolamentazioni italiane per ottenere la “Denominazione di Origine Protetta” che garantisce elevati standard di qualità per i consumatori.
I marsala Alagna sono:
Marsala D.O.P. Superiore Garibaldi Dolce
Marsala D.O.P. Fine I.P.
Marsala D.O.P. Superiore S.O.M.
Marsala D.O.P. Vergine

I vini aromatizzati si dividono in due categorie: quelli con base Marsala e il Vermouth.
I tre Marsala aromatizzati (Cremovo, Crema Mandorla e Crema Caffe) sono prodotti mescolando il Marsala Fine con essenze aromatiche. Oltre ad essere apprezzati in purezza sono spesso impiegati nella pasticceria locale che sposa perfettamente queste sfumature di sapore.

I vini liquorosi (Zibibbo e Moscato) sono prodotti utilizzando il vitigno zibibbo sinonimo di Moscato d’Alessandria (d’Egitto), estremamente originale poiché può essere coltivato solo in provincia di Trapani, compreso Pantelleria, Ustica e le Isole Pelagie (Linosa e Lampedusa). Questi vengono vinificati utilizzando un processo tradizionale nel quale la fermentazione è bloccata con un’aggiunta di alcool che fa sì che gli zuccheri presenti nel vino derivino integralmente dalle uve.
Il vino Zibibbo seduce con un sapore vellutato e tonalità più tenui che lo rendono sposo perfetto per dolci dai sapori delicati come frutta o creme. Moscato e Zibibbo si distinguono per il periodo di raccolta: le uve necessarie per produrre il Moscato vengono raccolte in un periodo tardivo cosicché queste appassiscano su pianta e rendano il prodotto finale più ambrato e con un sapore più intenso.

I vini da tavola (Grillo e Nero D’avola) sono prodotti utilizzando dei vitigni autoctoni in purezza e senza l’uso di barrique. Alagna ha deciso di puntare su uve locali perché crede profondamente nel valore dei frutti della sua terra. Inoltre ha scelto di non corrompere queste uve con altri vitigni internazionali per dare l’opportunità al consumatore di sorseggiare la Sicilia in purezza.

Vino Santa Messa, rigorosamente “ex genimine vitis” nel rispetto delle prescrizioni del diritto canonico, è prodotto sotto il controllo del vicario foraneo con l’autorizzazione vescovile. E’ in versione Bianco e Rosso.

Vino Cotto, è un Mosto di uve caramellizzato. Il più antico dolcificante della storia, chiamato anche sapa o saba, è un eccellente condimento di dolci, frutta, formaggi e carni. Si ricava dalla lenta cottura del mosto d’uva a fiamma diretta e non contiene alcool. Il suo utilizzo spazia da base nella preparazione del vino Marsala Ambra (che ne contiene un minimo dell’1%) alla cucina. Viene impiegato infatti nella preparazione di alcuni dolci tipici, i Mustazzoli (semola e vino cotto); in particolare si usa il giorno di Santa Lucia quando, per tradizione, si prepara la Cuccia (frumento e ceci cotti) servita con la preziosa aggiunta del vino cotto. Alcuni cuochi lo utilizzano per dare un tocco estetico alle portate.

Il Vermouth è prodotto utilizzando il vino bianco o rosso con l’aggiunta di un gran numero di erbe ed alcool che lo rendono profumato e gradevole sia alla vista sia al palato. Entrambi sono molto apprezzati come aperitivo, nella preparazione di cocktail e in pasticceria.

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SENSE, UN ROSSO DIVINO

Nel regno del Nero d’Avola
Di Gaspare Signorelli e Paola Cerana
 
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Pochi Paesi possono vantare una cultura enologica tanto ricca e profonda come l’Italia. Così come poche regioni italiane possono vantare d’essere veri e propri continenti enologici, microcosmi di un’eccellenza enoica capillare, seminata lungo tutta la filiera, dalla vite al bicchiere.
La Sicilia è una di queste straordinarie regioni. Grazie alle diverse esposizioni dei vigneti, ai tipi di suoli differenti e alle sfumature di un microclima che gradatamente declina dalla zona costiera all’altopiano, dalle colline alle terre vulcaniche, l’isola è da tempo immemore regno dei vini più pregiati, riconosciuti in tutto il mondo. Indiscusso principe tra tutti, il Nero d’Avola, figlio dell’omonima cultivar.
Un rosso divino che imprime forti emozioni, di grande eleganza e complessa struttura, dai profumi penetranti come solamente il sole di Sicilia sa infondere alla natura.
L’Azienda, culla d’eccellenza
In particolare, l’Azienda Agricola Buonivini di Sebastiano Di Bella (in passato Icone srl) a Noto (SR), produce uno dei Nero d’Avola più pregiati in assoluto: Sense è il suo nome, frutto di un ambiente generoso e di un lavoro talentuoso, governato con passione e maestria da chi ama il proprio territorio e i frutti che esso dona.
In questa zona i vigneti di oltre 50 anni allevati ad alberello offrono rese piuttosto basse ma la passione con cui la mano dell’uomo opera riesce a valorizzare al massimo questo piccolo tesoro dal valore immenso. L’attenzione nelle varie fasi di produzione è minuziosa, quasi maniacale, dalla gestione del vigneto alla raccolta dell’uva in cassette, fino al trasporto delle cassette in cantina per mezzo di camion frigo: ogni fase della lavorazione passa sotto lo sguardo attento dallo staff tecnico dell’azienda.
 
 
Come nasce Sense
L’uva viene innanzitutto diraspata consentendo di trasferire gli acini integri nel fermentino; la fermentazione viene poi affidata a lieviti selezionati in modo da garantire la trasformazione degli zuccheri in alcool mantenendo la temperatura costante a circa 20 – 23 gradi. Giornalmente avvengono delle follature o rimontaggi per consentire che il cappello formatosi nella parte alta del recipiente sia bagnato dal vino in fermentazione. Ultimata la fermentazione, dopo circa 12 – 15 giorni si procede alla svinatura per separare le bucce e i vinaccioli dal vino. A questo punto una nuova fermentazione trasforma l’acido malico in acido lattico che prende il nome di malolattica. Dopo circa una o due settimane si procede a travasare il prodotto limpido da quello feccioso depositato nella parte bassa del recipiente. I tecnici seguono in maniera scrupolosa tutte le evoluzioni dal mosto al vino: prima nel vigneto, con la campionatura dell’uva per verificare la data ottimale della raccolta, poi in cantina grazie a un laboratorio di analisi che garantisce un Nero d’Avola unico e inimitabile.
Un rosso dal temperamento fiero, con una straordinaria carica di sentori olfattivi e gustativi che permettono a Sense di esprimere appieno il genius loci per quel che realmente è. “E questo – come sottolinea Sebastiano Di Bella, padre di questo straordinario patrimonio enologico – non è poco, in questo mondo di vini omologati, siano o non siano biologici, naturali, vegani, senza solfiti aggiunti, dealcolati …”
La magia della purezza
In effetti, l’obiettivo dello staff tecnico in accordo con la filosofia aziendale è quello di partorire un Nero d’Avola in purezza che esprima il territorio di provenienza, esaltandone le caratteristiche varietali. Sentori di mirtillo e ciliegia, un’eco di chiodi di garofano, una punta di pepe nero e un accenno di cannella. Gusto pieno, persistente, con tannini morbidi ed equilibrati, sufficientemente fresco, sapido, con un lieve fondo amarognolo che anticipa un retrogusto dalla netta vena tannica.
E la magia è fatta. L’alchimia che ne deriva, non è semplicemente un’effimera carezza che sfiora e se ne va. Quello con Sense è un incontro che non si dimentica, un amore a prima vista sbocciato nella naturalezza dell’istinto: come una seducente Mora che non necessita di trucco per ammaliare, Sense non ha bisogno di artifici né di affinamento in alcun tipo di legno. Il vino è lasciato affinare in vasche in acciaio, prima, e in bottiglia dopo, custodito in ambienti controllati e condizionati a 18 gradi. Al fine di apprezzare al meglio la qualità, è bene stappare Sense almeno un’ora prima del consumo, essendo un vino non filtrato e non passato di legno. Vuole essere versato lentamente e possibilmente controluce utilizzando una candela nel decanter, per evitare residui dovuti all’affinamento in bottiglia. Ama in particolar modo carni rosse, anatra, salsicce, maiale, agnello e formaggi stagionati. Ma soprattutto ama i buoni intenditori.
Vino o opera d’arte?
Numerosi premi e continui apprezzamenti confermano l’eccellenza di questo principe tra i rossi, principe che sfida il tempo mantenendo inalterata la sua qualità anche oltre dieci anni dalla raccolta delle uve.
L’Enologo che ha firmato il prodotto è la Dott.ssa Rossella Marino Abate con la supervisione di un esperto di fama internazionale che, un po’ come l’ingrediente segreto di ogni ricetta preziosa, resta nell’anonimato.
Sense è un gioiello, il suo costo è dunque giustificato e ben compreso dai fortunati cultori del vino che hanno la possibilità di acquistarlo, considerato che le bottiglie nate dalle vendemmie 2005, 2006 e 2007 sono davvero molto rare.
Rare, proprio come ogni opera d’arte che si rispetti.