Già domani (Privé)

GOCCE_TEMPO

I pedalò non sono ancora stati coperti che le casette natalizie son già pronte per essere erette. Il lago Ceresio racconta ancora di un’estate non del tutto sfumata nei vapori d’autunno, mentre la piazza di Lugano si accinge a vestirsi delle prime luci d’inverno.

E noi, mentre la città cambia abito, come ci sentiamo in questo paradossale rimbalzo stagionale? Noi, comparse di passaggio su un palcoscenico temporale deciso da uno sconosciuto artefice, c’incanaliamo in tale ciclicità con i nostri stati d’animo, altalenanti tra la l’energia del calore e l’indolenza del letargo.

Lo strascico dell’ultimo sole s’allunga fino a scaldare primi brividi di freddo. Impossibile fermarsi. I ricordi rincorrono le attese, finché esse stesse si faranno ricordi in uno scenario di paradossale circolarità. Anelli che si ripetono all’infinito.  Sempre uguali, eppure sempre diversi proseguiamo un cammino che pare durare da tempo immemore. Contemporaneamente, se ripensiamo a “quando eravamo giovani”, ecco che quel puntino di partenza obiettivamente lontano, che identifichiamo alle nostre spalle, pare un soffio. Pare ieri.

Andiamo avanti. Proseguiamo il peregrinare ritrovando i nostri stessi passi, in un andirivieni drammatico e insieme rassicurante. Così come l’alternarsi delle stagioni anche il susseguirsi dei nostri anni è un ineluttabile procedere verso un destino. Destino nel senso di meta, di traguardo, e non di fato. Con la convinzione che la distanza tra noi e il capolinea possa essere disseminata ancora di tante gioie e passioni, di follie e rivoluzioni, di salti mortali e atterraggi felici, capaci di trasformare la prevedibile ciclicità del nostro viaggio in un’eterna primavera.

Ecco, allora, che quel puntino di partenza obiettivamente lontano, che identificavamo alle nostre spalle, non è un soffio e non è ieri … è già domani.

Femmineo foliage (Privé)

images

Un rigurgito d’estate al morire di settembre fa pensare.

Fa pensare alla caducità della bellezza. Una bellezza impossibile da scolpire nel tempo, se non attraverso la mano del ricordo. Tutto scorre, tutto cambia e, forse, tutto torna. Ma intanto va.

Va, con l’ultimo nastro d’azzurro che sospira nel cielo votato alla notte, con il verdeggiante brillare delle colline vestite dall’incanto del primo foliage, con l’afflato caldo del sole che mite s’inchina e retrocede umile sotto il volere dell’autunno.

Somiglia a una donna il paesaggio di questo giorno che galoppa verso la luna. Una donna combattuta, capricciosa, ribelle. Come poter afferrare la linfa esistenziale che anima una femmina talmente affamata di vita senza disperderla nei solchi che il tempo inesorabilmente scava? Come sfidare la caducità della bellezza, il torpore del corpo, l’apatia dell’anima?

Così come le piante sono costrette ad abbandonare le infinite sfumature di verde che hanno colorato l’estate, allo stesso modo la donna si rassegna a denudarsi delle sfumature della giovinezza per indossare un altro abito. Più adatto a lei, inevitabilmente.

E allora, forse, guardandosi allo specchio, noterà che, dopo tutto, anche quell’abito non le sta poi così male. Anche il femmineo foliage, come quello collinare, suscita fascino, mistero, emozione e incute il rispetto che si deve a tutto ciò che in natura cresce, matura, evolve. Il rispetto per chi cammina con orgoglio incontro al futuro, pur sapendo che il futuro è la vecchiaia.

Così, alla luce di questa consapevolezza, questo rigurgito d’estate al morire di settembre fa pensare che, in verità, ogni stagione splende della sua intrinseca bellezza. E, soprattutto, fa pensare che ogni singolo giorno di ogni stagione merita d’essere goduto senza sprecarne un solo sorso. Con lentezza, con parsimonia ma sempre con assoluta pienezza.

Solo così, anche quando tutte le foglie saranno cadute e sveleranno un corpo nudo, sinuoso e fiero, resterà il sapore squisito di una vita davvero vissuta.

La forma del tempo (Privé)

 

images

Tracce. Tracce dei nostri gesti, dei nostri discorsi, dei nostri silenzi. Tracce di noi.

Di ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci, reciprocamente.

L’impronta delle labbra sul bicchiere, l’asciugamano profumato sul letto, un capello tra i cuscini del divano, la solita maglietta abbandonata sulla maniglia di una porta a caso e quel composto disordine nell’aria che si mescola all’odore di un piacere appena evaporato.

Quest’improvviso vuoto fatto di impronte ancora calde si riempie di pensieri che leccano di nostalgia le nostre ombre languidamente allacciate nel sole di un giorno che sta per morire.

Il tempo assume una sua precisa forma seguendo le tracce seminate in ogni stanza. Così come, unendo con la matita i punti numerati di un enigmatico sentiero, compare sul foglio un disegno, tanto inatteso quanto coerente.

Nessuna matita, nessun foglio, nessun enigma, qui. Solo tracce.

Presenze scolpite nell’aria. Gesti, discorsi, silenzi che sfumano e che tuttavia restano, nonostante lo scorrere delle ore. Quelle ore che ogni volta separano e congiungono l’attesa dal commiato. Ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci e per dare al tempo la forma che vogliamo. Quella del sole di un giorno che non vuole morire.

L’età che s’indossa (Privé)

donna-allo-specchio

Gli anni che si portano sono come un abito che s’indossa. Almeno così dovrebbe essere. Un abito dovrebbe coprire senza pesare e valorizzare senza nascondere. Così ognuno di noi dovrebbe sentirsi dentro la sua età: a proprio agio. Certo, un abito lo si sceglie e lo si cambia a piacimento, l’età purtroppo no.

Ma pensiamoci un attimo: se la stoffa è buona, se la misura è perfetta e se l’utilizzo che se ne fa è adeguato, un abito comodo non lo si sostituisce tanto facilmente e quando lo si fa, spesso lo si rimpiange. Per analogia, la stoffa potrebbe essere la salute, la misura il benessere psicofisico e l’utilizzo le esperienze accumulate.

Ecco che, se queste tre carte son ben giocate, pure l’età può essere “indossata” con disinvoltura, anzi, persino con piacere, anche quando s’incomincia ad inoltrarsi al di là dei prati verdi, fioriti e spensierati. Vero è che c’è sempre lo specchio a ricordare con inappuntabile rigore a quale giro di boa si sta, e quello non mente. Tuttavia, non dovremmo badare solo allo specchio di casa, ma anche e soprattutto agli sguardi degli altri. Dovremmo, cioè, imparare a vederci attraverso gli occhi di chi ci guarda perché anch’essi sono riflessi di noi. Riflessi altrettanto sinceri che, spesso, riescono a farci piacere di più.

Occhi non qualsiasi, certo. Ma occhi innamorati, possibilmente, che anziché cogliere le inevitabili sgualciture di un’intensa esistenza, leggono pensieri, emozioni e sentimenti. Eventi profondi che ci hanno scolpito dentro e fuori rendendoci ciò che oggi siamo, dando un senso al tempo trascorso.

A quel punto, quando uno sguardo sinceramente innamorato si posa sulla nostra pelle mai sazia di vita, l’abito che s’indossa non ha più stoffa, né misura, né stagione. C’è solo l’anima, nuda. E l’anima, come l’amore, non ha età.

Ossimori (Privé)

images

Svegliarsi tristi senza un perché. Fuori la nebbia, dentro il vuoto.

Come i pacchetti scartati il giorno prima, dimenticati sul divano a riposare.

Capita, a volte, che il panorama esteriore somigli a quello interiore e che quel velo uggioso che avvolge la mattina evochi un po’ il sentimento malinconico che ammanta l’anima.

Sarà stato un sogno sfumato nella notte, uno di quelli che non si lasciano ricordare, che sfuggono alla memoria e si sottraggono alla coscienza, forse proprio per salvarci dall’imbarazzante peso della comprensione.

Oppure sarà semplicemente il senso del tempo che passa. Dall’eccitata effervescenza del giorno precedente si scivola inesorabilmente in uno stato di immobile torpore. Le luci si spengono, la musica tace, i colori sbiadiscono e la sensazione di opulenza si mescola a un vago sentimento di insoddisfazione. Ossimori dell’umana esistenza.

Perché? Che cosa ci manca? Abbiamo avuto le luci, la musica, i colori, tutto, tantissimo, eppure dalla giostra si scende con un diffuso senso di frustrazione che obbliga a pensare.

Ogni volta è così. Un rituale che si ripete, ciclicamente, in un susseguirsi di stati d’animo che si sovrappongono l’uno sull’altro, proprio come quella millefoglie alla crema che ci ha allettato fino alla nausea con il suo stratificato ripetersi di stucchevole bontà.

È urgente scrollarsi la nebbia di dosso e guardare avanti. Non pensare. È necessario inseguire un altro sogno, allungare la mano al domani, rincorrere chi c’è portando nel cuore chi invece non c’è perché lontano nello spazio o, peggio, nel tempo.

Sempre il tempo. Eccolo il colpevole di questa frustrazione. Prima ci dà tutto, poi, voltata pagina, ci sbatte in faccia la nostra effimera presenza su questa giostra di luci, musiche e colori che puntualmente dopo la danza svanisce. Proprio come il sogno di questa notte che se n’è appena andata.

È tardi ora. Le campane in lontananza scuotono la mente e ricordano che, dopo tutto, la festa è ancora nell’aria. E allora scacciamo con uno sbadiglio la tristezza, raccogliamo i pacchetti scartati, facciamo ordine tra i ricordi, i sogni e le speranze. E rimettiamoci in corsa in questo nuovo giorno che il tempo ci regala, prima che diventi anch’esso un pacchetto vuoto da dimenticare.

Il ladro di ricordi e il giro del mondo (Privé)

images

I ricordi a volte sorprendono. Tutti siamo ormai sommersi dai quotidiani flash del passato che, volenti o nolenti, Facebook ci sbatte in faccia non appena entriamo nella nostra pagina, curiosi di scoprire cosa sia successo in nostra assenza nella vetrina più frequentata del social world.

Quasi si ha la sensazione di non essere più padroni dei propri trascorsi, perché avvenimenti, immagini, pensieri pubblicati anni prima e lasciati lì a sbiadire senza nemmeno grande riguardo per ciò che fu, ci rimbalzano d’improvviso agli occhi consegnati a domicilio da un subdolo ladro che, dopo tutto, colpe non ha. Perché ad affidargli con ingenua incoscienza attimi più o meno importanti divenuti oggi ricordi siamo stati proprio noi, sull’onda irresistibile della condivisione a tutti i costi.

Ma, come dicevo, i ricordi a volte sorprendono. Può capitare, infatti, di scrivere oggi un pensiero che riteniamo profondo, originale, speciale, unico insomma…e di pubblicarlo con il solito prurito esibizionista che ci sputa dentro il web per scoprire, la mattina successiva, che quello stesso identico pensiero lo avevamo espresso diversi anni prima! “Paola … abbiamo pensato che ti avrebbe fatto piacere rivedere questo post di due anni fa”, mi dice il ladro nascosto dentro il web. Stesso concetto, stesse parole, stessa punteggiatura, stesso clima emotivo nella frase, stesso messaggio diretto a chissà chi allora. Forse solo a me stessa, esattamente come oggi.

Sorprende l’esatta ridondanza e forse chi manovra i fili invisibili del teatro facebookiano ghigna di fronte all’intuibile stupore di ritrovarsi identici allo specchio di qualche anno fa, purtroppo solo in quella manifestazione espressiva, o forse anche d’altre.

Coerenza o monotonia? Difficile dirlo. Certo è che oggi, così come due anni fa, penso questo: C’è chi ha bisogno di fare il giro del mondo per apprezzare il bello di casa”.

Ebbene, ringrazio il ladro di ricordi che mi ha rammentato di aver fatto almeno due volte in pochi anni il giro del mondo. Ma soprattutto lo ringrazio d’avermi ricordato quanto sia bello tornare a casa, sempre, sapendo con assoluta certezza che prima o poi ripartirò.

L’OVUNQUE PERFETTO (Privé)

images

Scrivere nel buio illuminato dalla luna. Il silenzio che bisbiglia.

Potrei essere ovunque. Affacciata sul mare di Sicilia, seduta al porto del Giglio, accoccolata su una spiaggia africana. Solo il cielo immobile, quel panciuto bagliore astrale e i suoi fluidi riflessi di miele sullo specchio d’acqua di fronte. Acqua lacustre che sa di immenso così sprofondata nella notte e invita a giocare con la mente immaginando d’essere dappertutto, in un ovunque perfetto. Complice un caldo che avvolge ogni cosa, scandisce ogni gesto, rendendo lento il divenire, anche quello delle parole, persino dei pensieri.

Tutto sembra fermo, una clessidra distesa. La grande festa di ieri alle spalle, con l’eco dei fuochi d’artificio che ancora implodono nel cuore colorandolo di fragore. Sembra un altro lago ora così aperto nel suo naturale silenzio. Nudo, senza trucco, senza abito da sera. Più timido, più intimo, più puro ma non più spento.

Merito di quel panciuto bagliore astrale, lunaticale, che plana sull’acqua con sottili fili d’oro da intrecciare ai ricordi risvegliati dal torpore, timidi sogni in divenire.

Potrei essere ovunque. Ma, forse, l’ovunque perfetto è qui, adesso.

Sfogliando le pagine della capitale russa

I capolavori della grande letteratura s’intrecciano a quelli della sontuosa architettura dando vita a un romanzo senza tempo: Pasternak, Cechov, Tolstoj, Puškin e Bulgakov raccontati attraverso la voce della città che li ha ospitati e ispirati, fino a renderli immortali

pushkin_rian_00135919_b

Poche sono le città al mondo che si lasciano sfogliare come un romanzo. Mosca è una di queste, capolavoro di arte, storia e cultura che invita ad essere esplorata anche attraverso le pagine dei grandi scrittori che nei secoli l’hanno raccontata immortalandola nel regno eterno della più sublime letteratura. Mosca e non solo, perché i suoi dintorni sono rivoli di altrettanti racconti che prendono per mano il visitatore catapultandolo oltre la realtà, oltre al tempo, cullandolo tra storia e fantasia.

Il viaggio, reale e contemporaneamente metaforico specchio di un romanzo, potrebbe avere il suo incipit nella dacia di Boris Pasternak, appena fuori Mosca. Esattamente nel villaggio degli scrittori a Peredelkino, oasi intellettuale circondata da betulle e immersa in un verde immutato nel tempo, che ha lungamente ispirato l’autore del “Dottor Zivago”.

Sempre passeggiando nei dintorni di Mosca, a Melichovo, ancora palpita vivo il ricordo di Anton Cechov, autore di “Zio Vanja”. All’interno della casa museo tutto è conservato come allora, sia nella disposizione delle stanze, sia nell’arredamento, sia nei dettagli che fanno la differenza e che sembrano custodire ancora l’amore frustrato di Vanja per Elena.

Non meno affascinante è la dimora di Leone Tolstoj nel cuore di Mosca. Una semplice isba in legno a due piani, circondata da un’alta palizzata, con un piccolo cortile e un delizioso giardino interno dove l’autore di “Guerra e Pace” e di “Anna Karenina” amava rilassarsi in compagnia dei suoi pensieri. Nella sontuosa sala da pranzo, apparecchiata con i piatti e le posate originali, nelle stanze dei bambini, nello studio e nel salone dove il grande scrittore riceveva abitualmente i suoi amici, il tempo sembra impresso in un eterno istante, proprio là, negli anni in cui vi risiedeva Tolstoj insieme alla numerosa famiglia.

Poco distante, in via Arbat, un altro capolavoro. È la Casa museo di Aleksàndr Sergeevič Puškin, dimora dell’illustre poeta, drammaturgo e scrittore che l’abitò per cinque mesi – da gennaio a maggio del 1831 –  immediatamente dopo essersi sposato. Paradossalmente, durante la sua breve vita (fu ucciso infatti in duello a soli 38 anni) il multiforme autore compose opere immortali, che contribuirono a dare il via a una nuova forma letteraria russa.

Il viaggio attraverso il cuore della Russia romanzata potrebbe proseguire per molti altri capitoli. Un ideale epilogo a quest’assaggio letterario può essere ben interpretato dal Museo Bulgakov, sulla Bolshaja Sadovaja 10, allestito nell’appartamento dove Michail Miša Bulgakov visse per quattro anni. L’itinerario, “La Mosca di Bulgakov”, chiede al viandante di affrontarlo a piedi con la lentezza che tutte le cose belle e preziose meritano. La passeggiata contempla Patriaschie Prudy, dove lo scrittore amava intrattenersi, oltre a Tverskoj Bulvar, Tverskaja uliza, il teatro MXAT e la Casa Pashkov, tutti luoghi che animano il capolavoro “Maestro e Margherita” un romanzo grottesco, satirico, metafisico e al contempo esilarante, alla cui stesura il maestro dedicò gli ultimi anni della sua vita.

Forse questo è il segreto dell’immortalità dei grandi scrittori: far sì che i romanzi continuino ad essere raccontati attraverso la voce della città che li ha ospitati e ispirati.

A tu per tu con il mio Io (Privè)

25012015_donna-allo-specchio_03

Gusto il mio tempo come fosse un gelato.

Lecco le ore, assaporo i minuti, sciolgo i secondi in un lento crescendo di piacere che dona calore. Vestita d’aria coccolo me stessa, mentre sorsi di sole scivolano nella stanza colorando le pareti di passi di danza.

Sa di libertà questo dolce farniente, ozio creativo della mente. Nubivaga sospensione dalla realtà, ovattata dai confini naturali dei pensieri che ricamano nel cielo trapunte di sogni.

Mi guardo allo specchio e tocco il profumo del desiderio, sento lo sguardo della tentazione, e sorrido a quello spavaldo guizzo negli occhi che mi sfida a duello, sorrido con il compiacimento di chi sta bene con se stesso. Non ti temo, sono libera specchio, mellifluo complice dei miei segreti.

Perché cos’è la libertà se non il disinvolto piacere di stare a tu per tu con il proprio Io, senza la necessità dell’altro. La semplice bellezza di stare soli, a gustare l’inesorabile scorrere del tempo, in compagnia dei propri vizi senza inutili complessi. Nessuna vergogna, nessun conflitto, nessun giudizio. Semplicemente la verità di un’anima nuda che si ama.

Un’anima nuda padrona del suo tempo, che va gustato come fosse un gelato. Prima che l’appagante dolcezza del presente appassisca nel silenzio del passato.

Notte muta (Privé)

images

È curioso come la solitudine amplifichi i sensi. Musa ispiratrice d’insospettabili versi.

Si diventa più attenti, più sensibili, più accoglienti. Si raccoglie il tempo in mano e lo si riconsegna alle cose che si hanno attorno. Come una polvere che da ricordo si fa presente e poi sparisce di nuovo, soffiata nel nulla, incalzata da un nuovo ricordo.

Qui, affacciata su una notte muta che promette sole, coccolo il silenzio. Solo la solitudine lo permette. E gioco a fare entrare nel palcoscenico della mente quelle lontane presenze che in questo mio, solo mio, spazio vuoto mi fanno compagnia. Una maglietta, una fotografia, un cappello, una conchiglia, un profumo, una fetta di torta…involontari rimbalzi che prepotenti rompono il muro del silenzio e sussurrano affetto.

Forse è impossibile sentirsi davvero soli quando si ha la fortuna di essere amati. Lo penso, lo penso davvero. Allora sorrido. Apro le mani, libero il tempo che ho raccolto e costretto, e lo soffio via, verso un futuro pieno di nuovi ricordi. Libero, verso il sole che questa notte muta promette.