Aquatis, dans le grand bleu della Svizzera

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La Svizzera, piccola grande Nazione, pur non affacciandosi sul mare ospita una quantità d’acqua insospettabile. Il filo conduttore dei suoi 26 Cantoni, infatti, è liquido: fiumi, laghi e gli infiniti rivoli cristallini che dalle vette scivolano verso le valli abbeverano la Confederazione elvetica, donando al suo profilo un aspetto fiabesco che incanta lo sguardo. Anche molte delle città maggiori si riflettono su specchi d’acqua che alleggeriscono il peso degli edifici, aggraziandole come narrazioni da cartolina.

Non solo la natura, tuttavia, irrora la Svizzera d’acqua. A Losanna, affascinante capitale del Canton Vaud, l’ingegno dell’uomo ci ha messo del suo, aggiungendo una determinante pennellata liquida al teatro idrico svizzero. Il 21 ottobre 2017 è stato inaugurato qui il più grande Acquarium-Vivarium d’acqua dolce d’Europa. Aquatis è un concetto, oltre che un progetto: un unico ambiente di circa due milioni di litri d’acqua dolce, 20 ecosistemi diversi, 46 acquari, vivari e terrari che ospitano 5000 specie di animali provenienti dai 5 continenti. Un concetto con una missione: immergere, letteralmente, i visitatori in un percorso educativo pluridisciplinare e di sensibilizzazione attiva verso un universo che impone conoscenza e rispetto.

La nostra stessa vita dipende dall’acqua – preziosa Dama Blu, madre di tutti noi –  non solo quella di animali, pesci, rettili e anfibi. Dunque avvicinarsi ai delicati meccanismi naturali che dettano gli equilibri evolutivi e di sopravvivenza dell’intero ecosistema è indispensabile per poter contribuire alla sua salvaguardia.

L’iniziativa di Aquatis era sin dall’inizio ambiziosa, oltre che spettacolare, pertanto è stata e sarà sempre determinate la partnership con la fitta comunità scientifica internazionale. Ad un anno dalla sua inaugurazione, i risultati sono all’altezza delle aspettative, grazie anche a un team altamente qualificato: 380.000 visitatori si sono finora immersi nel grande blu di Aquatis, che oggi si classifica tra i primi tre siti d’attrattiva turistica e culturale del Canton Vaud. “Cinque Continenti riuniti in un solo luogo, Losanna: lasciatevi sorprendere, incantare e trasportare dalla moltitudine di esperienze che vi vengono proposte. Il mio augurio – afferma Bernard Russi, presidente-direttore generale del gruppo Boas Swiss Hotel – è che tutti escano più consapevoli di essere custodi di una fetta di patrimonio che il mondo ha voluto offrirci.

Un viaggio affascinante, dunque, che invita a galleggiare tra poesia e magia. Ma anche un viaggio di conoscenza che coinvolge grandi e piccoli, studiosi e curiosi, presi per mano e portati a oltrepassare il tempo attraverso l’evoluzione delle specie. Qui gli animali ospitati godono di una qualità d’acqua eccellente: oltre ad essere sottoposti a scrupolosi programmi di ricerca genetica e di conservazione, alcuni di loro saranno poi restituiti all’ambiente naturale di cui Aquatis offre un prezioso assaggio. Esplorando le 5 biozone – Europa, Africa, Asia, Oceania e America Meridionale – si ha la sensazione di abbracciare in un istante l’intero mondo riscoprendolo fragile e potente, al tempo stesso. Seguire il Rodano dalle sue origini glaciali al tuffo nel Mediterraneo, passando attraverso le Alpi, il Lago Lemano e la Camargue, aiuta ad afferrare la ricchezza di una biodiversità straordinaria. Allo stesso modo, spostandosi in pochi passi ad altre latitudini – i laghi d’Africa e il fiume Zaire, la Grande Barriera Corallina e il fiume Mekong, il Pioneer River e la foresta pluviale amazzonica – si ha la sensazione di entrare fisicamente a far parte di quel “tutto” che spesso solo immaginiamo.

Le distanze tra noi e i pesci scompaiono, allacciati da un misterioso e silente dialogo. I vetri sembrano sipari impalpabili che invitano a nuotare insieme alle creature che osserviamo. Come un unico grande libro pop-up, Aquatis trasforma tutti in bambini: gli occhi trasognati, lo stupore sui visi, le bocche schiuse a metà tra la meraviglia e la curiosità, rapiti dai colori e dalle fogge di creature impensabili. Ma non solo poesia: sofisticati dispositivi hi-tech, applicazioni digitali, animazioni grafiche, morphing e guide multilingue ben preparate, creano un percorso didattico multisensoriale coinvolgente e istruttivo. Camminare su pavimenti-specchio accentua la sensazione di scivolare senza soluzione di continuità da un ambiente all’altro, diventando noi stessi liquide presenze, ospiti di quella Terra che ci ha partoriti tutti. Pannelli educativi alle pareti e plastici sui soffitti si riflettono sugli specchi a terra completando la suggestione e circondando i visitatori di vivo sapere.

Così dalla Grotta di Chauvet e dalle grandi glaciazioni, ecco che si finisce per fluttuare tra persici e trote, raganelle e salamandre, pesci spatola e pesci caimano, fianco a fianco con coccodrilli e manguste, vipere velenose e varani, o ci si ritrova a volare tra fenicotteri rosa, passando dai fiumi ai laghi, dagli oceani ai deserti, dalle mangrovie alle foreste.

Risucchiati in questo armonioso flusso spazio-temporale, ci si scuote al cospetto di un maestoso spinosauro, drago preistorico metà acquatico e metà terrestre, riprodotto in dimensioni reali (lungo oltre 10 metri) all’interno di una grotta oscura. Un tuffo nel passato di 60 milioni di anni fa che ipnotizza tutti con il naso all’insù.

Passo dopo passo, si emerge lentamente alla realtà del tempo presente, tutti più istruiti sui rischi della deforestazione, sulle conseguenze dei cambiamenti climatici o sul valore della piscicoltura in risaia. Uscendo nell’ultimo spazio di Aquatis, dedicato alla foresta d’Amazzonia, irrorati da un prepotente umido calore, ci si dimentica definitivamente d’essere in Svizzera. E ci s’incanta davanti a un popolo di piranha sospeso in una grande vasca, creature tutt’altro che aggressive ma piuttosto delicate, sensibili e fragili, tanto da svenire se sottoposte a bruschi stress.

Delicate, sensibili e fragili, proprio come tutti noi se non saremo in grado di contribuire alla salvezza dell’ecosistema globale di cui siamo al contempo artefici e dipendenti. Come Aquatis insegna.

Gli obiettivi spalmati nei prossimi 50 anni di Aquatis sono un’ulteriore sfida per rafforzare il legame tra cittadini, specialisti, studiosi e studenti, in una condivisione di conoscenze che siano al passo con i cambiamenti di questo meraviglioso unico organismo che si chiama Mondo.

L’Hotel Aquatis, una finestra affacciata sul lago Lemano

Qui a Losanna il benessere degli animali si concilia con l’accoglienza rivolta ai visitatori. Aquatis è anche un Hotel e Centro Congressi, appartenente alla catena Boas: circa 150 camere che riproducono le linee sobrie e i colori pastello dell’acquario, la sistemazione perfetta per sposare benessere e cultura. Pensato in origine come centro clinico, l’edificio si è poi declinato in Hotel coerentemente con la filosofia di Aquatis: un’oasi dove soggiornare e ricaricarsi in palestra o rilassarsi nella Spa per decantare le emozioni collezionate durante la visita al vivarium. Silenzio e ordine aleggiano negli ampi spazi dell’Hotel, trasmettendo una piacevole sensazione di leggerezza e libertà.

La fermata Metro di Vennes e il parcheggio sottostante l’Hotel permettono di spostarsi comodamente in pochi minuti nel cuore di Losanna e completare il panorama visitando il suo centro storico, i suoi negozi o passeggiando lungo il pittoresco lago Lemano.

http://www.aquatis.ch

Lugano, una città per ogni stagione

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Hanno rubato le colline. Questa mattina d’ottobre il lago Ceresio s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale già vestita di un malinconico foliage. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito. Lugano sembra sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto.

Eppure, se si presta un po’ d’attenzione, dietro le quinte della nebbia si coglie l’eco ancora calda di un’estate particolarmente effervescente per la città. Un’estate animata, come ogni anno, da una miriade di eventi che hanno attirato turisti e cittadini, mescolandoli in un unico grande popolo in festa. A chiudere la bella stagione, le undici giornate gourmet di settembre, che hanno eletto Lugano “Città del gusto”.  Sapori, fragranze, aromi ma anche incontri, workshop e conferenze che hanno animato trasformato la bella Lugano in un piacevole cocktail di cultura, divertimento e convivialità. Il Padiglione Conza, il Palazzo dei Congressi e Villa Ciani, per l’occasione, hanno esaltato i prodotti agroalimentari locali, sottolineando come la Svizzera non sia solo un Paese di banche, coltellini e orologi ma soprattutto di tradizioni legate alla terra, ai laghi e alle Alpi. Formaggi, farine, birre e vini fanno parte dell’orgoglio e delle fatiche di questa piccola grande Nazione che, con le sue quattro lingue ufficiali e i suoi tanti dialetti, s’identifica in un unico linguaggio: quello del cibo, appunto, su cui tutti vanno d’accordo.

Dal gusto dell’estate si è poi scivolati nelle recenti fragranze ottobrine, con la Festa d’Autunno prima, il Mercato delle Cipolle poi e, infine, la Festa delle Castagne. Tre eventi popolari che hanno portato nelle piazze di Lugano altre secolari tradizioni del Canton Ticino e della Svizzera interna. In particolare il Mercato delle Cipolle, “Zibelemärit”, che si tiene ogni anno a metà ottobre, viene da Berna e racconta della vita semplice ma gustosa dei contadini. Le bancarelle sfoggiano trecce di cipolle artisticamente decorate, oltre a torte calde di cipolle e formaggio, trecce al burro e ricchi piatti di formaggio Emmentaler. Il tutto condito da Merlot, musica e allegria.

I sapori e i colori dell’autunno scalderanno la città fino ai primi di dicembre, quando saranno i bei mercatini di Natale a illuminarla. Ma questo è un altro capitolo.

Nel frattempo la nebbia di questa mattina d’ottobre si è arresa a un timido sole, sufficientemente caldo per invogliare ad uscire di casa e passeggiare per le vie e le piazze di una Lugano che anche questa domenica si sarà vestita di festa.

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Teatranti tra tanti (Privé)

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Giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri. Cittadini e turisti.

La bella Lugano in questi giorni è ancor più multiforme della sua colorata quotidianità. Il Buskers Festival – il festival degli artisti di strada – sta vivendo in pieno la sua decima avventura, in un susseguirsi di esibizioni e di eventi che sposano la precisione della programmazione svizzera con l’improvvisazione dello spirito creativo internazionale.

Camminando qua e là per la città e osservando i volti della gente, è persino difficile distinguere artisti e spettatori, tanto contagiosa è la stravaganza che vibra nelle piazze, nei parchi e sul lungolago alberato. Si respira la voglia di esprimersi in libertà, di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare, di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro. Portando per strada, appunto, il proprio talento, più o meno prezioso e comunque mai pretenzioso perché libero di pregiudizi.

È così che anche una mattina nata in bianco e nero, sotto una pioggia vagamente autunnale, s’è scaldata piano piano in un arcobaleno in scena, sotto i riflettori di un generoso sole e sullo sfondo di un lago pronto ad accogliere intrepidi tuffatori incuranti del brivido. Sì, perchè anche i protagonisti del Cliff Diving sono artisti in queste ore qui, angeli in volo sui riflessi lacustri. Una cornice perfetta per una città che ogni giorno si reinventa, sempre più viva e sempre più bella nella sua ordinata giostra senza sosta.

E quando giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri se ne saranno andati, portando con sé i propri fagotti pieni di emozioni, a Lugano resteranno i cittadini di sempre e qualche affezionato turista. Un nuovo spettacolo andrà per loro in scena. Quello solito, quello di tutti i giorni. Animato di qualche maschera in più, forse, ma contagiato dalla stessa voglia di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare e di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro.

Dopo tutto, siamo tutti artisti di strada, ogni giorno attori e spettatori. Teatranti tra tanti.

Nel cuore verde dell’Emmental

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Nell’aria solo il sibilo delle poiane a caccia di prede, tutt’attorno è quiete. Cascate di verde, ruscelli di fieno e laghi di mais. Il susseguirsi di colline che si srotolano nella regione prealpina dell’Ämmitau – ovvero Emmental – accoglie come un ventre materno. L’alternarsi di prati, boschi e campi coltivati a granoturco e spelta anima una tavolozza di sfumature verdeggianti che innamora lo sguardo. È un teatro naturale in divenire, ancora più vivido e brillante se abbeverato da un sole che pare rubato al mare.

I sentieri che serpeggiano tra le anse delle colline sono le vene della regione e percorrerli in bike regala una sensazione di libertà che commuove. Ci si sente parte stessa della natura e, con un po’ d’immaginazione, ci si sente risucchiare dentro l’anima delle valli fino a diventare clorofilla e scorrere come linfa vitale verso una rigenerazione spirituale. Anche il silenzio che qui regna induce alla fusione con le piante, uno sposalizio tra anima e corpo consacrato dalla purezza della natura e battezzato dal fiume Emme che disseta queste terre.

Da Burgdorf alla Herzroute

Eppure, non lontano, città dai profondi trascorsi storici sorvegliano questo paradiso verginale. Burgdorf è il centro più importante della regione, raggiungibile in soli 15 minuti d’auto o treno da Berna. La bellezza dell’Emmental è anche questa: la facilità con cui si scivola dalla cultura alla natura, grazie ai collegamenti rapidi con le città che portano direttamente a Langnau, dove si possono noleggiare le Flyer E-bike e vivere in libertà la Herzroute, la strada del cuore.

La Hertzroute è la “mutter” (la madre) del circuito più lungo che porta fino a Napf. Tanti, infatti, sono gli itinerari che si diramano da qui, per tutte le esigenze e i livelli di allenamento, da percorrere a tappe per ricaricare i motori delle bike, oltre alle proprie energie. Certo è che abbandonarsi per una giornata all’ebbrezza di volare su due ruote nel silenzio di queste valli accende il desiderio di prolungare l’esperienza, o meglio ancora di ritornare per disintossicarsi dai lacci della quotidiana routine.

Emmentaler, i buchi più buoni del mondo

Disintossicare lo spirito e la mente ma anche carburare il corpo. Perché qui, nella regione dell’Emmental, l’accoglienza è fatta anche di sapori e di tradizioni eccellenti. Il filo conduttore degli oltre 200 ristoranti disseminati tra le colline è il formaggio con i buchi più famoso al mondo, che dalla zona prende il nome. L’Emmentaler non è solo cibo: è cultura, è valore, è sintesi di esperienza e passione che gli allevatori e i casari della zona difendono e diffondono con orgoglio. In origine gli agricoltori e gli allevatori di queste valli facevano il formaggio unicamente per il proprio sostentamento, e durante i lunghi inverni quest’alimento ricco di grassi e proteine rappresentava tutta la ricchezza delle famiglie. Oggi l’Emmentaler è diventato un marchio di qualità protetto che rispetta la stessa ricetta di un secolo fa, fedele al latte raccolto esclusivamente dalle mucche che pascolano qui, nutrite naturalmente. Una visita alla Schaukäserei (la fabbrica del formaggio) introduce in un mondo tutto da annusare e da gustare ma soprattutto da capire. Grazie alla presenza di Mimmo – un’istituzione qui – è possibile scoprire ogni piccolo e grande segreto di questo vanto svizzero con i buchi, dalla raccolta del latte alla vendita in negozio. A proposito di buchi: sono fondamentali affinché l’Emmentaler possa superare i rigorosi controlli, meritarsi il massimo punteggio ed essere quindi offerto al consumatore più esigente. La dimensione dei buchi è conseguenza della cagliata, della fermentazione in cantina e della stagionatura che arriva fino a trenta mesi: se i buchi non sono belli, spiega Mimmo, il formaggio non piace e non viene venduto anche se è ottimo. Le dimensioni perfette dei buchi per il mercato svizzero sono equivalenti alle monete da 20 centesimi o al massimo di 2 franchi, mentre il mercato italiano (che fa maggiore richiesta di Emmentaler rispetto a quello svizzero) predilige buchi più grandi, a parità di gusto. Evidentemente gli Italiani preferiscono le monete da 5 franchi!

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Kambly, la sosta più dolce della Valle dell’Emme

Oltre al formaggio, queste valli ospitano un’altra eccellenza squisitamente locale: il Kambly Museum, la fabbrica dei biscotti Kambly, medaglia d’oro della tradizione dolciaria svizzera. Fondata da Oscar Kambly nei primi anni del ‘700, la fabbrica ha tramandato nei secoli la ricetta originale e ancora oggi i famosi Bretzeli sono prodotti utilizzando la farina proveniente dal mulino del villaggio di Trubschachen. Nata da un accordo sugellato con una semplice stretta di mano, la famiglia Haldemann persegue con dedizione una tradizione alimentata già da cinque generazioni. Una sosta qui dopo aver volato in bike addolcisce il cuore: è un’esperienza multisensoriale nella vera accezione del termine, perché oltre ad assaggiare le centinaia di qualità di biscotti, si può imparare a farli direttamente, guardare video che ne raccontano la storia e conoscere i maestri in toque blanche che mirabilmente sfornano e ricamano biscotti e cioccolatini.

Nel 2010 Kambly ha festeggiato il suo centesimo anniversario. Da allora il treno Kambly viaggia tra Berna, Trubschachen e Lucerna, collegando così tra di loro le mete di escursione lungo il percorso. Un motivo più … dolce per immergersi nel cuore verde dell’Emmental!

Switzerland Summer

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Per valli e per monti in bici da corsa, su single trail di ogni livello in mountain-bike, costeggiando fiumi e laghi o attraversando borghi da cartolina in bici e in e-bike: la Svizzera è un paradiso per chi sceglie le due ruote. La bicicletta, in tutte le sue varianti, permette di scoprire un’incredibile varietà di paesaggi fatti di maestose cime, dolci colline e ampie pianure costellate da villaggi autentici e vivaci città. Ci sono percorsi per ogni condizione fisica e per ogni tipologia di ciclista: dal cicloturista al patito di gran fondo che sfida la sua tenacia affrontando salite impegnative.

Accogliendo la richiesta di un pubblico meno sportivo, sono stati ideati degli itinerari con il flyer, meglio nota in Italia come e-bike, con la possibilità di noleggiare questo mezzo ecologico – alimentato da energia elettrica – lungo il percorso. L’e-bike permette di superare facilmente i dislivelli poiché fornisce una spinta supplementare a quella impressa dalla pedalata.

Punti di forza dell’offerta elvetica sono l’integrazione con i trasporti pubblici, la presenza di una segnaletica uniforme e capillare e la disponibilità di informazioni dettagliate e gratuite per pianificare il proprio viaggio: lunghezza, dislivello, noleggio, cartografia, ristoranti, tappe e punti di interesse lungo il percorso. Gli itinerari per bici (11’000 km) e mountain-bike (9’500 km) sono contraddistinti da cartelli rossi numerati: i numeri di una sola cifra indicano i percorsi nazionali, quelli a due cifre i regionali e quelli a tre cifre o non numerati i percorsi locali.

Per rendere ancora più confortevole un’avventura su due ruote è stato creato il marchio Swiss Bike Hotels che certifica gli alloggi – dal rifugio all’hotel wellness, dal raffinato hotel urbano al garni per famiglie – a misura di ciclista. Sono 85 in Svizzera questi hotel che offrono deposito al coperto, lavaggio dell’abbigliamento sportivo, servizio officina e proposte di tour.

 

 

Tornare a volare (Privé)

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Tornare a casa. Slacciare le stringhe e liberarsi delle scarpe. Ritrovare sotto i piedi il vento, tra le mani il sudore, negli occhi la bellezza del verde, del sole, della libertà.

Sono bastate poche ore nel cuore della Svizzera per rinvenire, nella bella Valle dell’Emme, là dove nasce il formaggio coi buchi più famoso al mondo. Ma questa è un’altra storia, perché i sapori alimentano il corpo, mentre le emozioni nutrono l’anima.

E così, una volta tornata alla quotidiana routine, nella mente riaffiorano le immagini di quel teatro naturale in divenire appena lasciato dietro le spalle e anche l’anima, con un soffio di malinconia, se ne riabbevera.

Cascate di verde, ruscelli di erba, laghi di mais. Tutto in questa regione fluttua tra terra e cielo in un silenzioso, ondulante progredire. Attraversare queste valli in bike dà un’assurda sensazione di liquidità, come se si diventasse parte stessa della linfa che scorre nelle vene delle valli per farsi pianta, per farsi sole, per farsi vita.

E puntuale sboccia nel cuore un senso di gratitudine quando, dopo la fuga dalla quotidianità, raccolgo il ghiotto bottino di colori, di odori, di vibrazioni e di emozioni che ogni viaggio dona. Soprattutto quando raggiungo un punto di totale fusione con la natura, che annulla il confine tra esterno e interno, tra Lei e me. Come questa volta.

Tornare a casa e scrivere per ricordare, per rivivere, per immortalare. Pronta ad infilare di nuovo quelle scarpe che mi hanno fatto volare sull’onda di un’inattesa avventura emozionale…

Lugano, una favola di “Le mille e una notte” (privé)

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Turgido e vellutato, fiero e sensuale, vivace e delicato. Con la sua variopinta presenza, il tulipano è uno tra i fiori che meglio esprimono l’anima della primavera, anche in città. Una rigogliosa tavolozza di petali che riveste i giardini di un nuovo volto, quasi a simboleggiare la ripresa della vita dopo il sofferto letargo invernale.

Non a caso la bella Lugano da qualche settimana ha prediletto tulipani dai mille colori per infondere fresca effervescenza a piazze, aiuole e giardini. Ed è una delizia osservarli giorno dopo giorno crescere, levarsi verso il sole con quelle testoline gentili e affusolate, quasi a voler spingersi sempre più in alto per respirare l’aria lacustre. Sembrano tanti soldatini in fila, obbedienti, regolari, allineati secondo una precisione geometrica – svizzera direi – che doma con grazia l’esuberanza della natura.

Forse la sensazione di magica armonia che i tulipani trasmettono viene anche dai messaggi inscritti nel loro intimo linguaggio, perché – si sa – ogni pianta e fiore possiedono un simbolismo ricamato di leggendari aneddoti. Così è anche per il tulipano, la cui personalità pare essere intimamente radicata all’amore.

La sua culla natale giace in Turchia, nei monti del Pamir, nelle montagne dell’Hindu Kush e del Tien Shan, luoghi per definizione magici che hanno partorito leggende altrettanto fiabesche legate al fiore. Si narra, per esempio, che il sultano di “Le mille e una notte”, usasse sempre e solo un tulipano per scegliere la donna prediletta dell’harem, lasciandone cadere uno rosso ai suoi piedi in cambio delle sue grazie. Un altro racconto narra che fossero le odalische a posare un tulipano al di fuori delle inferriate dell’harem, per suggellare il proprio struggente amore con l’amante perduto.

Leggenda o verità, fantasia o sogno, è bello pensare che ogni tulipano custodisca gelosamente tra i suoi setosi petali un messaggio d’amore destinato a chi lo sappia cogliere, catturato dai suoi ipnotici colori. Tulipani rossi per scaldare la passione, gialli per stuzzicare la gelosia, screziati per accendere l’eccitazione, rosa per elargire carezze, viola per asciugare le lacrime e bianchi per domandare sommessamente scusa …

E se un’altra leggenda vorrebbe che dal sangue dell’Imam Hossein, nipote di Maometto, sia sbocciato nel cuore del deserto un tappeto di tulipani rossi, è più piacevole pensare che sia l’amore ad accendere la primavera di Lugano. Fiorita, colorata, incantata. Bella, come una favola di “Le mille e una notte”.

Una favola vera (Privé)

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Spesso mi si rimprovera di aver tradito le mie origini. Un’Italiana innamorata della Svizzera, tanto da sognare di viverci per sempre, sin da bambina.

Sì, perché ricordo come fosse ieri l’emozione che mi invadeva quando, seduta sul sedile posteriore dell’auto guidata da mio padre, appena varcato il confine spiavo fuori del finestrino e intravvedevo le prime forme di vita a me più care. Tutto era Natura lì. E la Natura era viva e mi parlava. Via dal grigiore insipido del cemento e dal profilo asfittico della mia città, sgusciavo improvvisamente in una tavolozza di verdi e azzurri, rosa e blu, rossi e bianchi! Mi sembrava di entrare in una favola animata dai miei personaggi preferiti. Erano cavalli e mucche a darmi il benvenuto, invitandomi dentro quella cartolina ricamata da un lago che sapeva di pace lontano da tutto, da colline adagiate sull’acqua come sirene e da vette in lontananza che nascondevano altrettante segrete bellezze.

Persino le presenze umane mi sembravano calcolate con cura e posizionate con rispetto per non violare eccessivamente quell’ordine naturale. Un treno silenzioso assecondava docile le curve del lago prima di scomparire nel ventre del monte, qualche battello con l’immancabile bandiera rossocrociata traghettava i turisti qua e là sulla costa, e le auto scorrevano obbedienti lungo strade ampie e pulite. Ero dentro un quadro naïf, tanto elementare quanto eccitante.

Per me era una certezza: da grande avrei vissuto in Svizzera, perché lì, oltreconfine, non cambiava solo il paesaggio. Cambiava il mio umore. E oggi, pur riconoscendo al mio Paese d’origine altrettante meraviglie di cui bearsi, ritrovo nel Canton Ticino il mio habitat naturale ma soprattutto una sensazione di appartenenza che altrove non provo. L’abito perfetto per me, per ogni stagione, per ogni occasione. Non c’è una ragione logica, forse proprio per via di quell’imprinting assorbito nell’infanzia, un inconsapevole innamoramento che dagli occhi mi attraversava tutta, raggiungendomi fino al cuore. E poi, si sa, innamorarsi non ha un perché.

Oggi, il mio sguardo posato su questi dintorni resta rapito dallo stesso incantamento. E allora, col senno di poi, penso che a volte siano i luoghi a scegliere noi, e non viceversa, un po’ come i libri. Sono attrazioni fatali, richiami misteriosi, assonanze invisibili che completano una persona non sempre conscia di essere alla ricerca di parte di sé, soprattutto se molto, molto giovane. Fatto sta che questo precoce innamoramento per un Paese a due passi da casa tutt’ora mi scalda e mi conferma che, a volte, restare fedele ai sogni di bambina aiuta a crescere e, con un po’ di fortuna, può trasformare una bella favola in una favola vera.

Schwyz, nel cuore della Svizzera

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La Svizzera potrebbe essere paragonata a uno dei simboli che l’ha resa inconfondibile agli occhi del mondo: il coltellino multiuso Victorinox, un oggetto magico, attraente, irresistibile che in pochi centimetri custodisce infiniti strumenti destinati ad altrettanti infiniti impieghi. Allo stesso modo la Confederazione elvetica è un microcosmo di paesaggi geograficamente diversi tra loro raccolti in un territorio relativamente piccolo in proporzione alla varietà di scenari che ospita. Colline e laghi, vette e fiumi, chiese e musei concorrono a rendere la nazione estremamente affascinante da un punto di vista naturalistico ma anche interessante sotto il profilo storico. Ogni Cantone è dunque un mondo a sé, eppure inserito in un teatro naturale e culturale armonioso che merita d’essere scoperto con curiosità, sensibilità e riguardo.

SCHWYZ, LA CULLA DELLA CONFEDERAZIONE

Il Cantone Schwyz, o Svitto, insieme a quello di Uri e Unterwald, rappresenta l’anima storica della Confederazione elvetica. Nell’agosto del 1291, infatti, i tre Cantoni sanciscono il Patto del Grütli ovvero l’alleanza eterna dei tre Cantoni. Alleanza che abbraccerà tutti i futuri 26 Cantoni elvetici uniti da quel rapporto di mutuo soccorso che contraddistingue la filosofia politica svizzera.

I documenti originali che testimoniamo i trascorsi storici sono conservati nel Museo dei Patti Federali (Bundesbriefmuseum), aperto nel 1936, uno scrigno di vessilli e di scritti d’inestimabile valore che permette di ripercorrere l’evoluzione della nazione. Un viaggio tra storia e leggenda che riconduce al presente quando, uscendo dalle sue solenni stanze, ci si rituffa nella quotidianità.

www.bundesbrief.ch

Svitto non ama essere definito “città”, piuttosto si identifica con l’intero Cantone che era in origine il fulcro commerciale della Svizzera. Lo si intuisce osservando la piazza del municipio nella quale confluiscono le strade principali, un viavai d’auto quasi impensabile in un luogo tanto raccolto e quieto che tuttavia si stempera durante la giornata restituendo alla piazza la sua grazia.

Poco più in là, Villa Ital Reding racconta un’altra fetta di storia di Svitto. Nel Cantone esistono circa 30 case signorili edificate tra il XVI e il XVII secolo ma questa rappresenta uno dei più sontuosi edifici laici, oggi proprietà privata, costruito nel 1636 da Ital Reding, importante figura politica e finanziaria. Lo sfarzo delle stanze nobili, la ricchezza degli intarsi in legno, i dettagli degli interni e il giardino barocco con i fiabeschi chioschi ne fanno un simbolo di Svitto. Accanto, Casa Bethlehem, costruita nel 1287, in origine interamente in legno, è invece simbolo di una leggenda che la vuole superstite del grande incendio del 1642 in cui tutte le case di Svitto bruciarono. Da qui probabilmente deriva anche l’origine del nome del Cantone: la radice germanica “sueit” significa infatti “ardere”.

Oggi Svitto, oltre ad essere conosciuta come patria del famoso coltellino, è in verità un capoluogo cantonale idilliaco, contornato da paesaggi incantevoli che invitano a dimenticare la frenesia delle città per abbandonarsi all’abbraccio verde della natura. Alle sue spalle le due cime dei Mythen sono un dedalo di sentieri da esplorare a piedi o sugli sci; il villaggio Stoos con il Fronalpstock e il Massiccio Rigi, è un’oasi di silenzio e benessere; Muotathal rappresenta il più vasto paradiso naturale del Cantone; e poco distante, Einsiedeln con le sue tradizioni bucoliche corona la scoperta del vero cuore della Svizzera.

www.info-sckwyz.ch

STOOS, LA VOCE DELLA NATURA

Una funicolare dalla vertiginosa ripidità porta da Morschach a Stoos, un incantevole paesino a 1.300 metri di altitudine interamente consacrato alla natura dove regna il totale silenzio. L’assenza di auto lascia infatti spazio alla voce del vento, al sibilo delle marmotte e al dondolante echeggiare dei campanacci delle mucche, vere sovrane del luogo e simbolo del paese. Da qui si domina l’intero Lago di Lucerna e si respira una sensazione d’esclusività: quella d’essere lontano da tutto, privilegiati ospiti di un insospettabile paradiso naturale. Passeggiate a piedi o in mountain bike d’estate e discese sugli sci d’inverno rendono Stoos un’oasi prediletta in tutte le stagioni dove rifugiarsi per ritrovarsi carichi di nuova energia.

Raggiungere in seggiovia la vetta Fronalpstock a 1.922 metri è un ulteriore salto verso le meraviglie di queste cime: lassù un sentiero ad anello, il Bergbeizli-Weg, invita a godere di un’altra particolarità di questi luoghi, ovvero i formaggi, prelibatezze introvabili altrove, generoso dono di animali liberi di pascolare a casa propria.

In fine, a rendere perfetto un soggiorno a Stoos, il Seminar-und Wellnesshotel Stoos offre un’ospitalità calda nel più tipico stile svizzero. La spa dell’Hotel è una coccola imperdibile dove decantare in assoluta intimità le emozioni raccolte durante un’indimenticabile giornata trascorsa a due passi dal cielo.

www.hotel-stoos.ch

Nel dicembre di quest’anno sarà inaugurata la nuova funicolare, la più ripida al mondo, un’opera ingegneristica di immensa portata che renderà Stoos ancora più attraente agli appetiti del turismo internazionale.

www.stoos.ch/neue-standseilbahn

MUOTATHAL, LA VALLE DEL FIUME SELVAGGIO

Con pochi minuti di treno, una volta scesi da Stoos, si raggiunge Muotathal a 600 metri, un altro sconfinato eden naturale. Il nome in svizzero tedesco antico deriva dal fiume che scorre in questa zona e nel suo insieme significa “acqua selvaggia” ed è facile capire perché. Passeggiando per queste valli, fin sulle vette, è un continuo susseguirsi di rivoli d’acqua, di cascate, di specchi cristallini che fanno da controcanto all’azzurro del cielo. Le vene liquide delle montagne danno vita a rigogliosi prati che brillano di un verde pulito, incontaminato, da calpestare con riverenza. Qui le persone anziane amano per tradizione prevedere l’evoluzione del tempo metereologico osservando gli elementi naturali, chi gli alberi, chi gli animali. Il loro simbolo è la rana e questi “meteorologi di Muotathal”, così si chiamano, hanno attirato anche l’attenzione dei media. Evidentemente la natura parla ma bisogna saperla ascoltare.

L’estasi la si tocca raggiungendo in cabinovia, da Sahli, la Glattalp, una vetta a 1850 metri di altitudine, rinomata non solo per la sua verginale bellezza ma anche per essere la porzione di Svizzera in assoluto più fredda. Il gelo tuttavia si scioglie davanti all’incanto che innamora lo sguardo. Infiniti sono i sentieri che portano alla scoperta di queste montagne dalle bizzarre formazioni carsiche, montagne che regalano ad ogni scorcio scenari sorprendenti ospitando anche la foresta vergine di conifere più vasta della Svizzera. Il giro del lago a piedi, da soli o in compagnia di guide esperte, offre la possibilità di sentirsi davvero a tu per tu con la natura perché è raro incontrare esseri umani in uno spazio tanto immenso. Solo mucche, marmotte, galline della neve e se si è fortunati aquile, ecco chi sono veri padroni di casa qui.

Ma naturalmente anche il corpo esige i suoi piaceri materiali, non solo emozionali, e il rifugio CAS Glattalp, custodito da Franziska Gwerder, offre calda ospitalità e un tripudio di golosità locali, dalle zuppe ai formaggi ai salumi fino ai liquori, tutti prodotti esclusivamente qui.

www.glattalphuette.ch

Scendendo da Glattalp, pernottare al Husky-Lodge è un’esperienza davvero unica. Nato letteralmente da un sogno, il Lodge è stato realizzato da pochi anni e lo si intuisce dall’originalità della struttura. È un resort “diffuso” dove ogni appartamento interamente in legno è una realtà a se stante: alcuni appartamenti sono molto intimi, altri adatti alle famiglie, altri ancora ospitano un’invitante sauna privata. Una reception con cinque camere per gli ospiti completa l’accoglienza. L’atmosfera rustica tipicamente nordica è animata dal vivace ululare dei cani Husky allevati qui inizialmente per passione e destinati poi ad accompagnare i turisti sulle slitte da neve nei mesi invernali, un grande divertimento per grandi e piccoli. La sera, dopo una rigenerante sauna, il ristorante del Lodge riscalda con i piatti tipici, buona birra locale e un po’ di musica, per finire in bellezza un’esperienza davvero particolare.

www.erlebniswelt.ch

EINSIEDELN, DALL’ALPEGGIO AL FORMAGGIO

A un’ora circa di treno da Muotathal si trova la cittadina di Einsiedeln, a mille metri di altitudine, appollaiata tra il verde di soffici colline ai piedi delle montagne. Nonostante stia vivendo uno sviluppo urbano esponenziale, Einsiedeln resta fedele alle tradizioni e i giovani prendono volentieri le redini dei mestieri dei genitori alimentandoli di rinnovato vigore. La pastorizia qui non è solo un lavoro ma una passione, anzi una missione, perché nobilita ciò che la natura generosamente mette a disposizione dell’uomo.

Gli animali da pascolo scendono dall’alpeggio a metà settembre, agghindati di fiori e di ornamenti colorati, e danno vita alla spumeggiante festa della transumanza. È un evento folkloristico che si ripete ogni anno eppure stupisce sempre come fosse la prima volta. Lo si vede dai volti delle persone in fremente attesa radunate ai lati della strada principale: al suono rassicurante dei campanacci che annuncia l’arrivo del bestiame si stampa un’espressione di allegro stupore che rende tutti uguali, adulti e bambini, accomunati dallo stesso sentimento di appartenenza a un mondo antico, fatto di riti e di tradizioni. Mucche, capre, pecore e maiali sfilano come regine accompagnate dai pastori di ogni età, sotto gli sguardi ammirati degli spettatori.

Il latte raccolto da questi animali è particolarmente prezioso perché le mucche non vengono foraggiate da fieno conservato in silos artificiali ma esclusivamente dalla naturalezza dell’alpeggio, cioè da fieno da pascolo. Einsiedeln ospita un caseificio esemplare, la Milchmanufaktur, una cooperativa che riunisce circa sessanta contadini della zona i quali utilizzano esclusivamente il proprio latte per produrre formaggi e yoghurt. Una garanzia di qualità che rende onore all’orgoglio montano svizzero. Vale la pena una visita qui, sia per imparare come si produce il formaggio sia per degustare e acquistare delizie altrove introvabili.

www.milchmanufaktur.ch

Ma Einsiedeln non è conosciuta solo per le sue tradizioni profane legate al territorio, bensì anche per l’Abbazia ottocentesca, meta di pellegrinaggio dedicata alla Vergine Maria più importante della Svizzera. Una Madonna Nera, infatti, è custodita al suo interno riccamente adornata e ricoperta da preziosi abiti che puntualmente vengono cambiati con estrema cura. La storia travagliata di questa statua, a lungo contesa dai Francesi, sembra essere raccontata dalla minuzia delle decorazioni sulle cupole dell’Abbazia. Un’esplosione di barocco espressa in stucchi rosa, ricami d’oro e trompe-l’œil che lascia letteralmente il visitatore con il naso all’insù, catturato da un’architettura palpitante, viva, posata su una pavimentazione al contrario povera, a ricordare che la vera bellezza sta in alto, nei cieli. L’Abbazia si sviluppa in un edificio imponente che abbraccia un liceo, una meravigliosa biblioteca e le famose scuderie che vantano d’essere le più antiche d’Europa. La razza dei cavalli “Einsiedler”, infatti, è un altro fiore all’occhiello della Svizzera, apprezzata per eleganza e robustezza.

www.kloster-einsiedeln.ch

Concludere il viaggio nel Canton Svitto con una visita a Einsiedeln permette di coniugare il sacro con il profano, il sapere con il sapore e la tradizione con l’evoluzione, con il rischio di innamorarsi definitivamente di questa piccola grande Svizzera.

SWISS TRAVEL SYSTEM

Vale la pena esplorare la Svizzera in maniera capillare per apprezzare tutti i suoi volti, dalle città d’arte ai piccoli borghi di montagna. E la maniera più intelligente per farlo è quello di affidarsi alla sua rete di trasporti. In particolare, Swiss Travel System è l’unione di diverse società di trasporti che offre ai viaggiatori di tutto il mondo la possibilità di usufruire di tutti i mezzi pubblici su una tratta di circa 26.000 chilometri con l’acquisto di un solo biglietto, lo Swiss Pass. Con questo biglietto, acquistabile anche in rete, è possibile viaggiare su treni interregionali e regionali, tram, autobus, metropolitane, autopostali e battelli in totale libertà, evitando imprevisti, code e ritardi, vista la leggendaria puntualità svizzera. Non solo: lo Swiss Pass contempla l’ingresso gratuito in oltre 470 musei in tutta la Svizzera. Il link tra Natura e Cultura si traduce così in un’esperienza esemplare ed educativa perché, oltre ad assicurare spostamenti confortevoli ed economici, tutela la salute di un paesaggio unico al mondo, scoraggiando l’uso delle auto e quindi evitando l’inquinamento dell’aria. www.swisstravelsystem.com

Mano nella mano (Privé)

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Il ritorno da un viaggio è sempre un altro viaggio.

È ricordare, ripensare, ricalcare con la mente le impronte ancora fresche lasciate sui sentieri appena precorsi e abbandonarsi all’andirivieni di sensazioni che mano a mano riprendono effervescenza.

Dalle stanze ricamate di storia di un museo alle vette azzurre di montagne illibate, dall’atmosfera bucolica di una festa di paese al solenne silenzio di un’abbazia. Tutto riprende consistenza come un teatro colorato dentro la mente, anche quando questo fantastico tutto è alle spalle.

Così pure i visi, gli sguardi, i sorrisi dei compagni di viaggio che s’incontrano per caso, insieme per poco e forse mai più insieme, restano lì caldi nella mente anche quando ognuno s’è già avviato per il suo quotidiano esistere. Pochi giorni per imparare a condividere panorami e situazioni che ognuno poi dipingerà attraverso la propria sensibilità trasformandoli in altrettanti scenari da esplorare e da offrire a chi si vorrà affacciare. Scambi preziosi che arricchiscono il reciproco sentire.

Ma i veri compagni di viaggio, forse, sono altri. Sono quelli che non ci sono.

I nostri più cari compagni di viaggio sono le persone che amiamo e che, se pur lontane, ci accompagnano nel nostro serendipico vagabondare. È con loro che, in realtà, condividiamo emozioni e pensieri, desideri e timori, anche attraverso quella tacita complicità che unisce a dispetto della distanza. Li sentiamo vicini, dentro di noi, comunicare è facile anche in silenzio e insieme ci stupiamo come bambini di quanto sia meraviglioso ogni volta viaggiare attraverso questa nostra multiforme Terra.

E così, al ritorno da un viaggio, scopriamo che quelle impronte ancora fresche lasciate sui sentieri appena percorsi non sono solo le nostre ma anche quelle dei nostri veri compagni di viaggio. Un buon motivo per ripartire, forti della certezza d’essere sempre, ovunque, mano nella mano con chi amiamo.

LA CITTÁ DEI CIGNI E DEI SOGNI (Privé)

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Ci sono luoghi che trascendono lo spazio fisico. Luoghi che rappresentano, innanzitutto, uno stato mentale, un modo di stare e di sentire.

La ‘mia’ città sta seduta sull’acqua. Galleggiano i palazzi e serpeggiano le strade incorniciando di sinuose curve i riflessi del lago. Non impone il suo cemento alla natura che la ospita ma si eleva e si espande con garbo, quasi chiedendo permesso.

Così la vedo io, questa città che ogni mattina si risveglia con la puntualità di cui va fiera la sua gente. Il ritmo del giorno s’accorda con il naturale diffondersi della luce e il teatro quotidiano prende il via richiamando all’ordine le sue consuete comparse.

È la città delle palme e degli oleandri, delle file educate negli uffici e delle code silenziose sulle strade, dell’infradito ai piedi e delle ventiquattrore in mano. Una città dai mille idiomi dove è sempre vacanza anche quando si lavora, dove davanti a un caffè tutto può accadere, basta saper guardare oltre l’apparente casualità di certi incontri.

Ma soprattutto la ‘mia’ città è il regno dei cigni e dei germani, degli svassi e dei gabbiani, delle folaghe e dei cormorani. Una svolazzante frenesia anima il lago di pennute presenze che echeggiano sull’acqua e fanno da controcanto al solenne volteggiare di poiane, falchi e nibbi, sovrani indiscussi del cielo in ogni sua stagione.

Qui osano i cigni e stringono un disinvolto dialogo con la gente del posto e con i turisti di passaggio, sfilando fin sulle aiuole del lungolago per accattivarsi qualche goloso boccone. Rinunciando all’eleganza che normalmente ostentano sull’acqua, trascendono il proprio naturale spazio liquido e con goffa audacia s’avventurano nella civiltà mescolandosi all’imprevedibile presenza umana. Cigni abitudinari e sedotti come noi, evidentemente.

Noi consuete comparse che ogni mattina ci risvegliamo senza smettere di sognare in questa città garbatamente seduta sull’acqua, gustando quel particolare modo di stare e di sentire che ci infonde, in eccitata attesa di quel che accadrà davanti al prossimo caffè… Forse.

DAL MONTE GENEROSO ALLA VALLE DI MUGGIO, UN VIAGGIO TRA LA MEMORIA DEL PASSATO E L’ORGOGLIO DEL PRESENTE

 

La Svizzera evoca nell’immaginario collettivo un regno privilegiato fatto di banche, bunker, orologi e buon cioccolato. In realtà questa Nazione possiede tradizioni secolari semplici e umili, legate all’agricoltura, alla lavorazione dei prodotti di allevamento e alla dedizione di un ambiente prezioso che ancora oggi conserva pressoché intatta la sua naturalezza.

In particolare questo vale per il Canton Ticino. Quella linea ideale che separa, e collega, Svizzera e Italia rappresenta una ragione in più per difendere e preservare radici culturali e bellezze ambientali che sono l’anima autentica del Cantone. L’uso abituale del dialetto pure tra i giovani, parlato anche in trasmissioni televisive culturali, è un eloquente esempio di quanto i Ticinesi vadano fieri delle proprie origini rurali. Svizzeri italiani, dunque, anche se culturalmente parlando, il grande statista ticinese dell’800, Stefano Franscini, amava rovesciare i termini, definendo se stesso come “italiano svizzero”.

Differenze e somiglianze tra due popolazioni così vicine sfumano e perdono consistenza quando a parlare non è più il linguaggio dell’Uomo bensì quello della Natura. Sì, perché la Svizzera immediatamente confinante con l’Italia, oltre a costituire un indiscutibile continuum paesaggistico, offre un teatro naturale d’indiscussa seduzione che mette tutti d’accordo sulla necessità di preservarlo e tramandarlo, al di là di ogni appartenenza geografica.

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L’anima “generosa” della montagna svizzero italiana

Il Monte Generoso è la prima vetta importante che sovrasta da un lato la Svizzera e dall’altro l’Italia. Un tetto panoramico tra i più affascinanti dell’intero territorio elvetico che con i suoi 1704 metri permette di ammirare dall’alto la Lombardia con la regione dei laghi e la catena del Gran Paradiso, dal Monte Rosa al Cervino, dalla Jungfrau al massiccio del Gottardo. Quassù si arriva anche solo per godersi lo spettacolo emotivo donato dai tramonti albicocca e dalle aurore rosazzurre, quando il sole pare voler restare sospeso tra cielo e terra in un mare di colori senza tempo.

Molti sono i percorsi escursionistici che permettono di raggiungere la Vetta partendo da Capolago, Rovio, Mendrisio, Castel San Pietro e dalla Valle di Muggio. Risalendo ognuno di questi sentieri è un piacere sostare nei punti panoramici di San Nicolao e Bellavista, per ossigenarsi all’ombra delle mille sfumature di verde che le pendici del monte sfoggiano, soprattutto in primavera e in estate quando anche la peonia selvatica, che solo qui in tutta la Svizzera fiorisce, regala il suo tocco di colore.
Tutte le attività praticabili sulla montagna – dal rampichino al parapendio, dalle racchette al semplice jogging fino al birdwatching – rappresentano un’occasione per allentare le tensioni del quotidiano vivere e ritrovarsi in pace con se stessi, circondati da un silenzio che abbevera la mente. Avventurarsi verso la Grotta dell’Orso, percorrere il Sentiero dei Pianeti o ancora il sentiero delle Nevère è un modo per immergersi ancor di più nell’anima della montagna, generosa per natura. Infatti il suo nome, “Generoso”, venne dato dai contadini e dagli allevatori che qui trovarono pendici e pascoli particolarmente abbondanti per sostentare i propri animali. Camosci, caprioli e cavalli, quelli del Monte Bisbino, ancora oggi scorrazzano liberi sotto lo sguardo severo di falchi, nibbi e poiane, un meritato premio per chi osa spingersi a piedi fin quassù.

Un Fiore di pietra a due passi dal cielo

Un’impresa ingegneristica imponente come la montagna eppure leggera come un fiore, nata da uno schizzo a matita nello studio di Mendrisio, dove Mario Botta – l’architetto ticinese, classe 1943, spirito senza età – lavora circondato da centinaia di manuali di design.

È il Fiore di pietra, l’edificio che da quest’anno ha fatto rinascere la Vetta del Monte Generoso. Esattamente 150 anni dopo l’inaugurazione del primo albergo, quello di Carlo Pasta, aperto l’8 aprile 1897, la montagna rinasce sotto forma di fiore con il progetto disegnato e realizzato dal genio creativo di Mario Botta, riaprendo le sue braccia, pronta ad accogliere quanti amano la montagna, la natura, il sole e il buon cibo.

L’edificio è stato commissionato dalla Ferrovia del Monte Generoso per restituire alla montagna e ai comuni circostanti un ruolo centrale, di complicità turistica e culturale tra Italia e Svizzera. Un vero e proprio dono dal cielo per Mario Botta e per tanti come lui che, da adolescenti, salivano quassù per vedere sorgere il sole o per toccare le stelle.

Un territorio di iniziazione, dunque, il cui spirito è sintetizzato proprio nel Fiore di pietra: i due ristoranti ospitati al suo interno e la sala conferenze sono per l’architetto solo un pretesto per prendere possesso di una terra, di un luogo che è un tòpos. Partendo dal piacere del mangiare e del bere e dello stare assieme, quel luogo assume un significato simbolico e comincia a raccontare di sé a chi lo assapora.

Il Fiore di pietra è raggiungibile con sana fatica a piedi, oppure con un trenino a cremagliera che da Capolago s’inerpica con pazienza sulla montagna per consegnare i turisti ad un posto in prima fila a due passi dal cielo. L’edificio appare in lontananza come un’espressione stessa della montagna, che tesse un armonioso dialogo con il paesaggio. Perché per Botta l’architettura è un mestiere fatto non per costruire in un luogo ma per costruire quel luogo, interpretandone l’anima: «Volevo darle una forma centrale – ha spiegato Botta – come una chiesa ortodossa, bizantina… C’è una forma di sacralità laica».

Sacralità laica, parole che svelano l’impatto che l’opera intende avere sui suoi fedeli visitatori: sensazioni di libertà, leggerezza, voglia di sentirsi librare sospesi senza più la terra sotto i piedi.

Dietro la leggerezza si celano tuttavia i segreti dell’edificio: alla base del Fiore di pietra, mediante una serie di micropali (barre di acciaio) di lunghezza variabile tra i 15 e i 25 metri, per un totale di 600 metri, sono stati cuciti verticalmente gli strati inclinati della roccia calcarea. Operazione ardua data la difficoltà di trasportare il materiale fin lassù, ma indispensabile per garantire stabilità al masso roccioso.

L’altra sfida lanciata è stata proprio quella di non costruire una strada per raggiungere la vetta: è stato sfruttato il treno a trazione elettrica con corse giornaliere, raramente la locomotiva diesel e ancor più raramente si è ricorsi agli elicotteri per non violare il silenzio della montagna. In due anni di lavori sono state fatte 3.000 corse (6.000 contando andata e ritorno) per trasportare oltre 20.000 tonnellate di materiale.

Una costruzione in cemento armato tradizionale, con una struttura portante semplice, ridotta all’essenziale, di pianta ottagonale dalla quale si levano i petali che si schiudono aprendo l’edificio verso l’esterno, dalla terra al cielo.

«L’uomo ha bisogno di infinito – spiega ancora Botta -. Bisognava dunque andare oltre la funzione Questa era la forma da introdurre per le pareti, qualcosa per cui se ti ci trovi dentro, voli!».

Il monte, dunque, come 150 anni fa, torna ad essere… Generoso.

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Le Nevére, la memoria della Montagna

Salendo da Capolago, le ripide pareti del Monte Generoso appaiono come una barriera insormontabile e al contempo una sfida da non perdere. L’itinerario delle Nevère a 1600 metri è un invito a percorrere il crinale orientale per raggiungere l’insediamento di Nadigh, ricalcando quei sentieri che i contadini dei tempi che furono solcavano quotidianamente tra coraggio e fatica. Nevère, ovvero case di pietra e tetti in piode di calcare, un’architettura geniale che rispondeva a tutti i bisogni della vita rurale, tanto semplice quanto dura. In inverno le casette in pietra venivano riempite di neve (da qui il nome) per avere nelle estati calde un luogo fresco in cui conservare il latte prima di trasformarlo in burro e formaggio. La Nevèra (N22) di Génor Caseret, restaurata dal Museo etnografico della Valle di Muggio, è aperta e visitabile, un tassello di preziosa memoria recuperata dal passato della Montagna.

Valle di Muggio, orgoglio di sostenibilità rurale

Sino a pochi decenni orsono, in Valle di Muggio – sul versante svizzero del Generoso – come in buona parte del Canton Ticino, l’uso agricolo del territorio perseguiva essenzialmente l’autosostentamento. L’acqua piovana, per esempio, veniva immagazzinata nelle cisterne e la scarsità di terreni adatti alla campicoltura obbligava al terrazzamento dei pendii in prossimità dei villaggi. Paiono secoli fa, in realtà basta voltarsi un poco indietro per ritrovare alle nostre spalle padri e nonni a tu per tu con la fatica quotidiana di questo piccolo mondo contadino. Queste tracce di sostenibilità vissuta sono oggi in parte ancora ben visibili e suscitano orgoglio e ammirazione. L’eccezionale stato di conservazione di questo tesoro di edilizia rurale, distribuito lungo le pendici verdeggianti della Valle, è collegato da un‘imponente rete di vie di comunicazione storiche, un dedalo di sentieri che nel 1980 ha contribuito alla nascita del Museo Etnografico della Valle di Muggio (MEVM).

Altra eredità della società rurale della Valle è un prodotto tipico che recentemente è stato preso sotto l’ala protettrice di Slow Food. Si tratta di un formaggio a pasta cruda molto particolare, lo Zincarlìn de la Val da Mücc, che già solo all’olfatto impone la sua personalità. Gelosie tra contadine custodi della ricetta originale e ingredienti segreti impediscono di conoscere fino in fondo l’anima di questo formaggio. Di certo si sa che è ottenuto da latte vaccino con l’aggiunta di latte di capra, erbe aromatiche e pepe. La sua forma è inconfondibile e ricorda quella di un ricco arancino di riso siciliano. Lasciato maturare per due mesi perde parte del suo peso e questo giustifica sia il sapore deciso sia il costo non proprio a buon mercato. La lavorazione è completata con vino bianco e sale, per evitare il formarsi di muffe, ma una variante molto audace lo propone innaffiato di gin: da qui il Gincarlìn, una versione particolarmente suadente e nient’affatto alcolica.

La maturazione dei formaggi avviene in cantine semi-interrate, con caratteristiche specifiche al massiccio del Monte Generoso, attraversate da correnti naturali d’aria fredda che mantengono l’ambiente inalterato durante tutto l’anno. Queste ormai rare e preziose cantine rappresentano, forse, le vere “banche” del Canton Ticino! Aprire la porta di queste celle di pietra odorose di storia – come quella del Grotto del Giuvan a Salorino – e lasciarsi inondare dalle zaffate pungenti dei formaggi esposti come cimeli è un’esperienza olfattiva che trasporta lontano. Proprio là, nel passato, quando le fiere contadine della Valle di Muggio impastavano i primi Zincarlìn e nessuna di loro ancora immaginava cosa potesse essere Slow Food!

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L’Articolo è anche su Agenda Viaggi

http://www.agendaviaggi.com/dal-monte-generoso-alla-valle-di-muggio-un-viaggio-tra-la-memoria-del-passato-e-lorgoglio-del-presente/

http://www.ticino.ch

 

LA SACRALITÁ LAICA DEL FIORE DI PIETRA

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Ricordi di gioventù che sbocciano come fiori.

Da adolescente in circa tre ore di buon cammino raggiungevo quella che era la vetta più vicina a casa ma anche più vicina al cielo. E contemporaneamente rappresentava per me un rito iniziatico: la fuga verso la libertà, la trasgressione, il rifugio dove volare in compagnia dei miei desideri e dei miei primi intimi affetti. Salirci a piedi, nonostante la presenza del trenino a cremagliera, aggiungeva un’adrenalinica emozione alla missione: il sudore sulla fronte, il sapore della fatica, l’energia nei muscoli rendevano ancora più prezioso e goloso l’obiettivo da raggiungere, dilatando nel tempo l’attesa.

Oggi la Vetta del Monte Generoso riapre le sue braccia, pronta ad accogliere i nuovi pellegrini dell’escursionismo, del trekking, del parapendio e di tutti coloro che amano la montagna, la natura, il sole e, perché no, il buon cibo.

La montagna più a sud della Svizzera, che con i suoi 1700 metri di altezza sorveglia il bel lago di Lugano svettando sui tetti di Mendrisio e Capolago, inaugura il suo nuovo look sabato 8 aprile, dopo un meticoloso restyling durato circa due anni. Esattamente 150 anni dopo la sua nascita (l’8 aprile 1897 si inaugurava il primo albergo del Monte Generoso, quello di Carlo Pasta) la montagna rinasce sotto forma di fiore: è il Fiore di pietra, imponente edificio disegnato e realizzato dal genio creativo dell’architetto ticinese Mario Botta. Un’impresa ingegneristica imponente come la montagna eppure leggera come un fiore e che al suo interno ospita due ristoranti il cui piatto forte è certamente unico: il panorama. Le Alpi da un lato, che s’innalzano a nord, i prati dalla parte opposta, che scivolano verso sud: sono le due anime del Generoso, così diverse l’una dall’altra eppure amiche. Dall’alto della sua cresta lo sguardo abbraccia sia la Pianura Padana sia il bacino del Ceresio, rendendo il mendrisiotto non più terra di confine e di separazione bensì link di sorellanza tra Italia e Svizzera, unite dalla bellezza di una natura immutata.

La Vetta è raggiungibile, oltre che con sana fatica a piedi, anche grazie allo stesso trenino a cremagliera che da Capolago s’inerpicava con pazienza sulla montagna per consegnare i turisti di allora a quello che era stato per tanti anni il ristorante del Generoso, il Mövenpick, un enorme scatolone senza poesia. Al suo posto, oggi il Fiore di pietra appare come un’espressione stessa della montagna, che tesse un armonioso dialogo con il paesaggio. Perché per Botta l’architettura è un mestiere fatto non per costruire in un luogo ma per costruire quel luogo, interpretandone l’anima: “Volevo darle una forma centrale – spiega Botta sul Corriere del Ticino – come una chiesa ortodossa, bizantina… C’è una forma di sacralità laica.

Sacralità laica, parole che svelano la vera imponenza di un’impresa architettonica e l’impatto che avrà sui suoi fedeli visitatori. La sensazione che il Fiore di pietra promette di donare, infatti, è di libertà, di leggerezza, di sentirsi librare sospesi senza più la terra sotto i piedi. Quella stessa libertà che l’adolescente di allora ormai donna potrà ancora provare grazie alle emozioni di un Fiore che sta per sbocciare.

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