Marchese delle Saline, quando il vino è nobile

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“Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia e…se ne parla.”

Edoardo VII (1841 – 1910)

Quando nonno Giacomo Rallo, nel 1860, cominciò a lavorare la terra coltivando vigneti nelle generose campagne del trapanese, non immaginava forse che un giorno i suoi eredi avrebbero raccolto i suoi frutti facendone un tesoro. In vigna, ma anche nelle candide saline di Marsala in cui raccoglieva il sale, Giacomo era solito prendersi gran cura del lavoro che svolgeva, eseguendo gesti talmente zelanti che la gente del posto lo aveva soprannominato “il marchese”. Un titolo nobile, come il vino che dai suoi primi passi è poi maturato.

Oggi, infatti, la Famiglia Rallo è orgogliosa dell’eredità ricevuta ed esalta i valori del lavoro ben fatto dal nonno attraverso i vini prodotti con passione e dedizione. Vini che s’identificano con il territorio da cui nascono. L’azienda Marchese delle Saline si vanta di tre gemme: l’Etna Bianco Tìade, l’Etna Rosso Tìade e lo Spumante Extra Dry Tìade.

Tre espressioni delle stesse radici, eloquenti anche nelle etichette che ne svelano il temperamento forte e deciso: le “tiadi” erano infatti le cortigiane di Bacco, dio dell’estasi, dell’ebbrezza, della piacevolezza dei sensi. Spirito divino che si ritrova al cospetto dei sentori floreali dell’Etna Bianco, delle note di frutta rossa dell’Etna Rosso, della sapidità piena e armoniosa dello Spumante. L’eleganza del gusto di questi vini è sostenuta dalla robustezza delle uve partorite dai terreni vulcanici e dall’immancabile sole siciliano che avvolge queste vigne benedette dal mare.

A’ muntagna, infatti, come gli etnei chiamano il vulcano, grazie alle proprietà fisiche dei suoi terreni, alle grandi escursioni termiche, alla ventilazione e all’età avanzata dei vigneti (varietà nerello mascalese, nerello cappuccio, carricante, minnella, catarratto), imprime ai vini Marchese delle Saline il carattere nobile che avrebbe certamente sedotto anche Bacco.

www.marchesedellesaline.com

Palermo, “fiore” all’occhiello della cultura italiana

Unknown

“L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa.” Leggendo queste parole pare di vedere gli occhi di Goethe, innamorati di un’isola che tanto decantò nei suoi scritti. Da quando l’illustre scrittore tedesco visitò per la prima volta il nostro Paese, nel 1787, la Sicilia ha conservato tutto il suo fascino restando fedele a radici profonde e antiche che traboccano dai profili delle città e dalle tradizioni dei Siciliani. E se “qui è la chiave di ogni cosa”, Palermo rappresenta la sintesi perfetta dell’intera Sicilia con il suo caleidoscopico teatro a cielo aperto che cuce sacro e profano, in un dipanarsi di scenari che incantano lo sguardo anche di chi poeta non è.

Non sorprende che la città sia stata nominata “Capitale italiana della Cultura 2018” rubando lo scettro ad altre candidate di notevole levatura. Sarà l’esuberanza del barocco che anima palazzi e chiese di vita propria, sarà la sensualità che scorre nelle vene del centro storico per sfociare nel mare, sarà l’energia che trabocca dai mercati accesi di voci o saranno i giardini profumati di gelsi, oleandri e limoni. Fatto sta che i tanti volti di Palermo sembrano ricamare un arazzo di raro sincretismo che suscita coinvolgimento e ammirazione.

La motivazione dell’assegnazione del titolo premia tuttavia anche un’ambiziosa sfida: l’impegno della città a prendersi cura del suo patrimonio artistico attraverso un progetto di rinnovamento che è stato valutato dalla giuria “originale, di elevato valore culturale, di grande respiro umanitario, generosamente orientato all’inclusione, alla valorizzazione del territorio e delle produzioni artistiche e contemporanee”.

L’architettura della città racconta sapientemente le sue stagioni storiche e rifiorisce anche grazie a questo premio che traduce complessità urbanistiche e contraddizioni sociali in spinte rigenerative. “Zyz”, così la battezzarono i Fenici quando la fondarono, vedendo non a caso un “fiore” in quello che era all’epoca pressoché un villaggio affacciato sul Mediterraneo. Un bellissimo fiore in divenire che nei secoli ha attirato anche Greci, Romani, Arabi, Normanni e Spagnoli, ognuno dei quali ha elargito a Palermo saperi e sapori di popoli molto diversi tra loro, contribuendo così alla definizione del mosaico caratteriale della città.

Architettonicamente parlando, la Cattedrale è un po’ lo specchio ideale di questa commistione culturale perché riunisce in sé tutti i linguaggi artistici che si sono avvicendati nel tempo, compreso quello musulmano, con un tocco d’inconfondibile stile normanno che le infonde un’atmosfera regale piuttosto che sacra. Ogni chiesa della città, in verità, sposa spirito e materia, divino e terreno: dalla Chiesa di San Domenico con il suo austero barocco alle Chiese della Martorana, di San Cataldo e di San Giovanni degli Eremiti con gli echi arabeggianti, a testimonianza della conversione degli antichi templi musulmani in edifici cristiani.

Anche Palazzo Reale, o dei Normanni, riassume le diverse dominazioni vissute dalla città. La facciata, con il suo stile eterogeneo, si lascia sfogliare come un libro di storia, mentre all’interno gli sfolgoranti mosaici della Cappella Palatina ipnotizzano lo sguardo dettando un sentimento di estatica contemplazione. La convivenza nelle decorazioni di simboli squisitamente cristiani con scene di vita tipicamente musulmane crea un’armonia che trascende la bellezza estetica e porta a sentire come culture tanto distanti possano allacciarsi in un contesto superiore quale è l’arte.

Non a caso, sulla facciata del Teatro Massimo di Palermo, sta incisa la frase: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire.”

Tuttavia la cultura non è racchiusa solo nell’arte, bensì emerge anche nello scorrere della quotidianità. Le fragranze delle spezie, i colori delle stoffe, i profumi della frutta e il vociare della gente. Quest’insieme è un’altra opera d’arte di Palermo, rappresentata dai suoi mercati storici, luoghi senza tempo dove non si scambiano solo cibo e merci ma anche emozioni. Ballarò, Capo e Vucciria sono beni ambientali di matrice culturale, simboli della sicilianità più passionale. Dai vicoli stretti e tortuosi come budelli si sfocia in ariosi cortili dove l’odore dei pesci esibiti sui banchi si mescola a quello degli sfincioni colorati di sole, tutto il bello e il buono del mare e della terra tramandato da secoli, come le pennellate energiche di Guttuso hanno magistralmente immortalato. Così come le chiese di Palermo evocano la materialità del potere temporale, i mercati brulicanti di vita trasmettono una sorta di spiritualità, attraverso gesti e rituali che sembrano ripetersi identici nel tempo.

La tradizione del mercato conduce irrimediabilmente a quella della cucina e al piacere del cibo, ennesima espressione di cultura di una città esuberante anche a tavola. Dalle panelle alle arancine, dalle granite ai cannoli il sapore delle ricette tramandate da secoli si declina nella fantasia di donne e uomini che sanno esaltare la generosità del territorio, invitando i commensali di tutto il mondo a sentirsi parte di questa meravigliosa terra. Un motivo in più questo per visitare la città e condire i numerosi appuntamenti in programma dedicati a “Palermo Capitale italiana della Cultura 2018” con intriganti piatti e ottimi vini, gustando scenari d’indimenticabile bellezza. Per dirla con Goethe: “… La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del mare, del cielo, della terra … chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita.”

Magaddino, quel tocco di femminilità che fa la differenza

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Come un abito ben indossato, l’etichetta di una bottiglia di vino dovrebbe catturare lo sguardo e incuriosire il palato. L’azienda Magaddino è certamente riuscita in questo scopo, affidando i suoi prodotti ad un’immagine assai intrigante, ovvero un viso di donna aggraziato da un cappello dal sapore vagamente retrò. Un tocco di femminea sensualità che fa la differenza.

Appassionata da cinque generazioni alla produzione di vino, la famiglia Magaddino affonda le radici a Castellammare del Golfo (TP), non lontano da Segesta, in una terra traboccante di storia e di riti legati alla viticoltura. Le vigne qui godono del sole, del mare e di terreni calcarei che infondono ai vini note aromatiche intense, con caratteristiche organolettiche degne della classificazione di IGT Terre Siciliane. La conduzione familiare dell’azienda garantisce fedeltà alla qualità, forte della certificazione biologica. I 70 ettari a Balata d’Inici sono gestiti da Simone Magaddino insieme al fratello Giuseppe e alle sorelle Mariangela e Piera. Una giovane sfida che oggi è solida impresa con una produzione di circa 8-9 mila quintali d’uva e venticinquemila bottiglie circa. Grillo, Cataratto e Nero d’Avola sono le tre declinazioni Magaddino, tre sfumature di una Sicilia da sorseggiare con piacere.

La prima vinificazione e imbottigliamento delle tre varietà risalgono al 2016. Solo dopo pochi mesi, nel maggio 2017, il Grillo e il Nero d’Avola hanno vinto due medaglie d’oro al concorso internazionale “Selezione del Sindaco”, riscontrando un successo oltre ogni attesa.
Una grande soddisfazione per la famiglia Magaddino, giovane promessa di una Sicilia sempre più regina del regno del vino.

Il segreto (Privé)

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Il suo non era un lavoro. Era una vocazione.

Scrivere era per lei un irresistibile piacere, come bere, mangiare o far l’amore. Sì, perché scrivendo lei liberava non solo la propria mente ma anche l’anima, attraverso il fluire naturale delle parole che davano forma a pensieri felici come animali selvatici.

Ma a condire i pensieri concorrevano i sensi. Panorami, sapori, odori, ogni dettaglio che le sfiorava la pelle e le catturava lo sguardo le spalancava un universo coloratissimo d’immagini che urgentemente chiedevano d’essere raccontate. E via, ogni volta un capitolo di vita sgorgava dalla penna. Così ogni viaggio diventava automaticamente un libro in divenire che lei cominciava a scrivere nel momento stesso in cui posava piede in un luogo nuovo, annusandolo con la voracità di una bambina curiosa e affamata di vita.

Come resistere dunque al piacere di viaggiare anche per lavoro? Una passione che diventava missione quando aveva la fortuna di immergersi in realtà straordinarie, come quelle tra le vigne profumate e i bagli antichi della sua amata Sicilia, respirando quel mare così caldo di passione. Dar voce a donne e uomini che dedicano la propria esistenza a trasformare la terra in frutti da gustare era per lei un privilegio, e provava sempre un sentimento di immensa gratitudine quando veniva accolta da quelli che per lei erano istintivamente “amici”. Persone che le aprivano la porta di casa facendola sentire a casa propria con la disarmante semplicità di chi ama il proprio lavoro. Esattamente come lei.

O quasi. Perché mentre dedicarsi alla terra costa fatica, a lei pareva vergognosamente semplice sedersi alla scrivania, accendere il computer e lasciare andare le dita sui tasti. Una musica si levava come niente dalla tastiera e le emozioni raccolte durante quei viaggi si traducevano in brani narrati. Sguardi, sorrisi, racconti, attenzioni e gentilezze inattese del tutto gratuite riemergevano con freschezza durante la stesura dei pezzi. Al punto che spesso doveva trattenere gli aggettivi tanto era il suo entusiasmo, per mantenere un doveroso tono di professionalità.

Ma nel cuor suo poteva galoppare libera e dar sfogo all’effervescenza che ognuna di queste esperienze le infondeva. E ancora oggi, ripensando ai tramonti d’albicocca sulle saline di Marsala o al dolce veleggiare sul vento delle Egadi, l’emozione la riscalda e la consola. Il filo invisibile che la lega a quelle indimenticabili esperienze è fatto di ricordi per sempre vivi di cui continuerà ad alimentarsi per continuare a scrivere con inesauribile gioia.

A dispetto di ciò che non ha ancor detto!

Azzolino, la passione per il buon vino

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Amore, sacrificio, passione. Questo è ciò che la campagna chiede all’uomo affinché il duro lavoro possa trasformarsi in generosi frutti. Fattorie Azzolino, azienda vitivinicola di Camporeale (PA), lo sa bene e dagli anni Sessanta rappresenta un vanto nel panorama enologico siciliano. A 450 metri d’altezza, i succosi grappoli d’uva respirano la gentile brezza del mare e raccolgono dal terreno gli elementi naturali necessari per maturare rigogliosi ai raggi del sole.

L’Azienda nasce con la famiglia Sacco e passa, nel 2010, alla sapiente gestione di Francesco Rizzuto che, insieme al fratello Charlie e al cugino americano Gambino, ha traghettato la tradizione verso l’innovazione. Oggi, infatti, Fattorie Azzolino produce vini di gran qualità, rossi e bianchi, provenienti da uve autoctone e internazionali. Il metodo di coltivazione è rigorosamente biologico e le tecniche sono tra le più moderne pur non tradendo i valori e i principi tradizionali della campagna.

La seduzione al palato si esprime già dall’etichetta: Diletto e D’incanto, Notturno e Dama Cortese, Dímore e Tranúi non indicano semplicemente nomi di ottimi vini ma evocano immagini, storie, scene di vita di una Sicilia tutta da bere.

I bianchi, fedeli alla lavorazione originaria dell’Azienda, mantengono vivi sapori e saperi. Lo Chardonnay IGT Sicilia, utilizzato in purezza, emana un profumo intenso fruttato, con accese note di albicocca, ananas maturo e floreali di sambuco, spolverati di note di vaniglia e miele in una lunga persistenza aromatica. L’uso di vitigni autoctoni, come il Grillo, si rivela una scelta vincente ai fini del recupero della tipicità del terroir d’origine ed esalta fragranze tipiche della zona, come la zagara e gli agrumi. Allo stesso tempo, un vitigno autoctono come il Catarratto, sapientemente associato al Sauvignon blanc, dà origine a un prodotto di grande intensità che esalta i profumi mediterranei.

Anche i Rossi di Fattorie Azzolino sono caratterizzati dalla medesima filosofia aziendale, volta al recupero e al mantenimento della tradizione rivisitata in chiave moderna, sensibile dunque alle richieste del mercato. Il Notturno Nero d’Avola DOC Monreale, affinato per 6 mesi in barrique e 6 mesi in bottiglia, costituisce il fiore all’occhiello della produzione. Mentre dal felice sposalizio tra Syrah e Cabernet Sauvignon, che regala profumi intensi e armonici con esuberanti note di more e frutti rossi, nasce il Di’More vinificato seguendo la tradizione e con affinamento in barrique per 12 mesi e successivi 6 in bottiglia.

Il prodotto innovativo con il quale oggi l’Azienda mira a distinguersi è un Nero d’Avola vinificato in bianco con pressatura soffice, caratterizzato dalla struttura classica dei rossi ma ingentilito dalla freschezza dei bianchi. Tuttavia, ogni vino Azzolino è una storia a sé, da raccontare, da tramandare, da assaporare.

www.fattorieazzolino.com

Radicepura, la Babilonia di Giarre

“L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa.”

Questa è la sintesi poetica con cui Goethe ritrae una delle regioni che più lo hanno incantato durante il suo intenso peregrinare nel nostro Paese. Era il 1787 e, tutt’oggi, la bellezza dell’isola pare immutata, scolpita dallo sguardo immortale del poeta tedesco.

In effetti, ogni angolo di Sicilia rappresenta un tesoro di storia e natura in cui immergersi, come se un filo invisibile cucisse l’intera isola tessendone un grande arazzo da ammirare in tutto il suo solenne fascino. Dove non è il mare a sedurre lo sguardo ci pensa la montagna a far da primadonna, in un susseguirsi di paesaggi che stregano l’animo.

A Giarre, in provincia di Catania, è un’oasi verde a stupire, quasi fosse un miraggio sbucato a metà tra il profondo blu del Mediterraneo e il silente fragore dell’Etna. É Radicepura, un concept architettonico fiorito in un parco botanico unico al mondo che copre 5 ettari di terreno. Lo sposalizio tra design e natura è sorprendente: 3000 specie di piante, un orto giardino e la banca dei semi s’affiancano a strutture moderne e costruzioni storiche in un fluido evolversi senza soluzione di continuità.

Così, passeggiando all’ombra di palme tropicali, ulivi centenari, carnose sterlizie e piante grasse dalle fogge più curiose ecco che si sfocia nella storia raggiungendo il Palazzo Nobiliare, il Palmento del Padrino e le Scuderie. Un impalpabile gorgoglio di acqua che sa di vita, di movimento e di rinascita accompagna la visita attraverso il parco, trasformando il palcoscenico verde in un cammino per l’anima. Anamorphosis, in particolare, è un’oasi nell’oasi e suggerisce un profondo legame con il pensiero orientale: ampi giardini sorretti da strutture in legno sospendono il verde a metà tra terra e cielo. Piante e fiori sono abbeverati da rivoli d’acqua che alludono alla vita eterna e questo fluttuare nell’aria infonde una leggerezza nello spirito, invitando a riflettere, a meravigliarsi, a gioire della vita così come la natura ricamata dall’uomo ce la racconta. L’arte del mosaico, delle aiuole da giardino e degli orti, coronata da questi giardini pensili, ricorda Babilonia con le sue meraviglie surreali a metà tra l’ingegneria onirica e il calcolo matematico.

Qui, dunque, si trovano quiete, pace e riposo ma anche idee, stimoli e spirito d’iniziativa. Lo spazio Congressi, pensato per ospitare eventi d’eccellenza, è in totale armonia con l’ambiente naturale: le pareti in vetro suggeriscono un continuum tra interno ed esterno e un percorso di lussureggianti piante tropicali e mediterranee serpeggia accanto agli stand creando un’atmosfera esotica che riscalda.

Radicepura non è solo verde, dunque, ma anche la location ideale per fiere, educational e convegni, oltre ad essere centro di eccellenza per ricercatori, paesaggisti e appassionati di ambiente. Uno degli eventi di maggior spicco ospitati qui è il Food & Wine Expo, giunto alla sua quarta edizione: una sfilata di aziende, di prodotti ma soprattutto di Siciliane e Siciliani che propongono al pubblico il meglio della propria terra e del proprio mare. Un panorama enogastronomico di straordinaria ricchezza che basta a se stesso esibito in un’invitante vetrina che fa da interlocutore tra chi produce e chi consuma. “Qui è la chiave di ogni cosa”: Food & Wine Expo rappresenta un viaggio alla scoperta delle tradizioni e di quell’appassionato modo di reinventare i sapori che in Sicilia è una vera e propria arte ereditata da giovani sempre più capaci e intraprendenti.

Assaporare l’esuberanza enogastronomica siciliana immersi nei profumi verdeggianti di Radicepura è un’esperienza sensoriale che trascende l’immediato godimento materiale. Per dirla con Goethe: “… qui l’’aria è mite, tiepida, profumata, il vento molle… La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita.

www.radicepura.com

SICILIA, AMBASCIATRICE DI ECCELLENZE

Cioccolato declinato in irresistibili fragranze, pomodorini pregni di sole, tonno sott’olio guizzante di sapore, birre artigianali e vini dagli inconfondibili sentori. Food & Wine Expo abbraccia il meglio che la Sicilia possa raccogliere e lavorare partendo dalle materie prime che la natura offre. Sono piccole imprese, quasi sempre a gestione familiare, a ‘reinventare’ i frutti della terra trasformandoli in prodotti introvabili altrove. È una gioia, girando tra gli stand, vedere i volti luminosi di giovani donne e ragazzi tanto appassionati al mestiere dei genitori, decisi a investire sapere e tradizione in un futuro sempre più attento alla qualità. Alla qualità e anche all’estetica perché nulla è lasciato al caso: confezioni ed etichette sono una promessa di piacere e sfoggiano tutta la fantasia di chi va alla ricerca del dettaglio che fa la differenza.

Oltre agli stand, il programma di Food & Wine Expo appena concluso, è stato animato da esibizioni, show cooking, educational e degustazioni per ogni gusto, appunto. Dal concorso Professionisti Pizzeria con esibizioni di ‘pizza acrobatica’ agli educational sulla storia del riso siciliano e sulla celiachia, in un susseguirsi di interventi di esperti e professionisti accompagnati dalle colorite narrazioni di Anna Martano, Prefetto AIGS Sicilia.

Re in toque blanche dell’Expo, Peppe Agliano, che ha stupito gli ospiti con le sue creazioni, mescolando ricette tradizionali e arditi accostamenti, giocando con gli ingredienti così come un poliedrico musicista jazz farebbe con le note. Così, la prima sera dedicata al bio, gluten free e vegano spicca una caponata di melanzane con mandorle e cacao che sdilinquisce anche i più scettici, credetemi! Mentre durante la seconda serata dedicata al Marsala a tavola, conquista il couscous pantesco con ortaggi, pistacchi di Bronte, olive e capperi. Sfacciati, infine, i dolci che inducono al limite della trasgressione: un tripudio di colori rubati all’estate, l’esaltazione del piacere servita nel piatto sotto forma di frutta Martorana, cannoli, sfogliatelle e paste di mandorle. Come non cedere alla tentazione di lasciarsi andare …?

Ma questo è solo un timido assaggio che sfiora appena l’opulenza della sicilianità a tavola. Un assaggio che ci dà appuntamento alla prossima edizione di Food & Wine Expo, in una Sicilia sempre più bella, sempre più buona, sempre più appassionata. Sempre più ambasciatrice di eccellenze nel mondo.

http://www.expofoodandwine.com

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Sicilia, un arcobaleno di emozioni

 

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Ogni volta è come fosse sempre la prima volta. Tornare in Sicilia significa ritrovarsi abbandonandosi all’abbraccio caldo della sua gente. Stupisce la fiducia, talvolta il candore, con cui le persone ci accolgono. Noi giornalisti, benedetti portavoce di una cultura immensa troppo spesso imbavagliata dai lacci ingombranti delle logiche economiche e politiche, ricevuti a braccia aperte da chi chiede innanzitutto di essere ascoltato e raccontato: sorrisi schietti, tavole imbandite e quello spirito generoso, quella disponibilità a “darsi” che non si esaurisce mai. Nemmeno dopo il primo incontro.

È così che si diventa amici. È così che visitando aziende, cantine, bagli dal sapore secolare che il tempo ravviva anziché cancellare, si coltivano rapporti umani, oltre che professionali. Qui, tra le vigne odorose di salsedine, sotto il fruscio rassicurante degli ulivi, affacciati su tramonti albicocca indecisi se appartenere al mare o al vulcano, si riscopre l’antico dialogo tra le persone e la natura, tra la gente e la sua terra. Gente giustamente orgogliosa di mostrare al mondo le bellezze, talvolta schive nonostante l’esuberanza, di un’Isola dai mille volti. Perché oltre alle “primedonne” ben note al turismo di tutto il mondo, quali Palermo, Agrigento, Taormina, ci sono spicchi di Sicilia da scoprire con fanciullesco stupore, quasi in punta di piedi per non violarne la naturalezza.

Penso ai vigneti che ruzzolano fin sulle spiagge della costa menfitana, dove i grappoli sembrano rincorrere la brezza del mare per farsi più ricchi e preziosi. Penso alle saline rosa dello Stagnone che sorvegliano Mozia, candidi cristalli testimoni di una storia resuscitata alla memoria. Penso al vento che carezza le piccole isole al largo della grande Isola, gioielli di un già ricco tesoro, e immediatamente respiro il profumo intenso del Passito di Pantelleria, assaporo la fragranza dei capperi di Salina, gusto l’invito irresistibile dei vini nati dal sole a farsi sorseggiare in lieta compagnia. Ed è solo un assaggio, perché la Sicilia è molto altro ancora. È un arcobaleno di emozioni dipinto nel cielo dell’anima.

Allora, ripercorrendo con la mente i mille volti della Sicilia, penso che forse altro non sono che i volti aperti della sua gente. E così, raccontare dei momenti trascorsi insieme a chi, con solerte passione, dedica quotidianamente la propria vita alla cura di una terra baciata dal sole e dal mare, diventa anche per noi giornalisti un insegnamento e un’occasione per poter rivivere preziose esperienze in compagnia dei cari amici di sempre.

Fino al prossimo incontro.

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CHINASCHI E SAI COSA … RESPIRI

 

Un boccale di follia tutto da gustare

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C’è chi le preferisce bionde, chi rosse, chi brune. Chi le ama leggere, chi robuste, chi eleganti.

Del resto, si sa, quando si tratta dei piaceri della vita de gustibus et coloribus non est disputandum. In questo caso però non si parla di donne ma di altre signore: le birre, un universo del bere affascinante ed intrigante, forse quasi quanto quello delle donne. Un universo liquido che possiede segreti e sorprese: per esempio pochi forse sanno che alcune tra le birre artigianali più seducenti sono prodotte nel nostro bel Paese, precisamente nel Sud più mediterraneo. Ovvero in Sicilia.

È curioso questo, perché la Sicilia in “bottiglia” evoca istintivamente il buon vino. Quello pregno di sole, di mare e di tanta passione. Eppure esiste questa Sicilia da bere alternativa, altrettanto audace e fiera di quella enoica, che sfida nuovi orizzonti per far conoscere al mondo le eccellenze di una terra capace di stupire, sempre.

“Storie di ordinaria follia. Ce ne vuole più di un boccale, di follia, per arrivare a immergersi nell’avventura della produzione di birra artigianale.” Così si esprime Francesco Puma il quale, dopo anni di collaudo tra le mura di casa, nel maggio 2015 con la collaborazione del giovane enologo Vincenzo Leone, ha dato vita a quella che oggi è l’unica azienda agricola trapanese dedita alla produzione di birra, nonché secondo birrificio artigianale della provincia di Trapani.

Più che follia, originalità come il nome stesso della birra suggerisce: pescato dal dialetto siciliano “chinaschi”, ovvero “con il naso”, giocando contemporaneamente sul celebre alter ego di Bukowski, con la c al posto della k finale.

Originale nel nome, nobile nel fine: quello di valorizzare la propria terra, semplicemente perché bella, generosa e produttiva. “Il filo conduttore che lega i nostri prodotti è l’esaltazione della Trinacria, l’orgoglio siculo che si riflette nelle varie tipologie di birra Chinaschi – insiste Francesco Puma – Infatti, l’azienda utilizza grani antichi autoctoni, seminati all’interno dello stesso padiglione. È tutto realizzato lì, in un centinaio di metri quadrati, giorno per giorno, con la passione e la cura che crescono, perché chi semina grani buoni raccoglie Chinaschi”.

Ecco dunque il vero segreto di questa birra artigianale: lo stretto legame con il territorio da cui nasce, come un figlio con la madre. Non solo luppolo ma profumo di grano e di agrumi, fragranza di pane, sentori floreali e resinosi. Tutti ingredienti tipici della sicilianità, come la buccia di arancia rossa aggiunta a fine bollitura e il frumento perciasacchi, pregiato grano duro autoctono. Per questo quando si beve una Chinaschi si respira (rigorosamente con le proprie “naschi”) aria di casa e si ripercorrono con il cuore i tramonti d’albicocca che indorano le candide saline marsalesi, o il profilo azzurro delle Egadi carezzate dal vento. Dalla Blanche alla Dark Weiss, dalla Pale Ale alla American Pale Ale, tutte le birre Chinaschi sono rifermentate in bottiglia, non filtrate e non pastorizzate e il sedimento sul fondo della bottiglia testimonia la genuinità del prodotto. Presto saranno disponibili le Italian Grape Ales, prodotte con vino proveniente da vitigni autoctoni, Cataratto, Grillo e Zibibbo, e grano perciasacchi. Un ulteriore traguardo da respirare nel boccale.

www.chinaschi.it

 

AZIENDA VIRGONA E MALVASIA DELLE LIPARI, DALL’ISOLA DI FUOCO IL SEGRETO DEL PIACERE

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Salina, cuore di fuoco

Ogni isola ha una propria identità, una personalità unica, partorita dal solenne sposalizio tra Terra e Mare. Esistono poi isole ancor più insolite, tanto piccole nelle dimensioni quanto immense nel bagaglio naturale che custodiscono. È il caso di Salina, prezioso gioiello dal cuore di fuoco che, con i suoi 27 km. quadrati di superficie, concentra una varietà di risorse ambientali tali da rappresentare un microcosmo senza eguali. I due vulcani spenti che le danno origine – Monte Fossa delle Felci e Monte dei Porri – imprimono al terreno e al microclima caratteristiche uniche, alimenti essenziali dei prodotti della terra. Salina, infatti, forte dell’energia nelle sue vene, ha saputo salvaguardare la sua anima rurale, restando fedele alla tradizione e all’economia di sempre: quella legata alla produzione del cappero e del vino Malvasia. Senza nulla togliere alla bellezza del mare, alla ricchezza dei fondali e alla suggestione di cale e anfratti che profilano l’isola, sono i sapori e i profumi del suo “paesaggio gastronomico” la vera attrazione. Un’attrazione che comincia dalla terra, prosegue sulla tavola e finisce nel cuore.

L’Azienda Virgona e il Malvasia delle Lipari: il segreto del piacere

La zona collinare di Malfa ospita un’azienda di lunga tradizione enologica, vanto indiscusso di Salina e della Sicilia intera. È l’Azienda agricola Virgona che, forte di una gestione familiare attenta e appassionata, traduce i rigogliosi vigneti in vini dalla spiccata personalità. Due le linee ad indicazione geografica tipica: Salina Rosso e Salina Bianco, affiancate da quel Passito D.O.C. Malvasia delle Lipari che solo all’olfatto inebria i sensi. A completare la gamma, la Grappa di Malvasia delle Lipari, una chicca per intenditori che poco ha a che spartire con le grappe comunemente note. Sarà il sole, sarà il mare, sarà l’eco dei vulcani o sarà forse la mano dell’uomo: il risultato è una rara sinfonia di aromi e profumi da gustare con tutti i sensi.

Il Malvasia delle Lipari rappresenta il prodotto principe della tradizione enologia eoliana. È infatti uno tra i più antichi vini di Sicilia, importato dai colonizzatori greci attorno al 588 a.C., e pare che il suo nome derivi dalla città greca Monenvasìa, nella regione Morea, l’attuale Peloponneso. Nell’Ottocento la flotta mercantile salinara avviò il commercio del prodotto in tutto il mondo e nel Novecento, sconfitta la minaccia della filossera, il Malvasia delle Lipari raggiunse il meritato successo riconosciuto in tutto il mondo. Nel 1973 ottiene il riconoscimento D.O.C.

Raramente quando si sorseggia un tale nettare, magari rapiti da un incantevole tramonto sul mare di Salina in dolce compagnia, si pensa a cosa si nasconde dentro e dietro una bottiglia di vino. Il Malvasia delle Lipari è prodotto con uve Malvasia e una piccola percentuale di Corinto nero, lasciate appassire in parte sulla pianta e, successivamente alla vendemmia, esposte al sole per 15 giorni sui cannizzi (tradizionali graticci di canne). Le uve diraspate vengono poi pigiate e il mosto ricavato viene stabilizzato e affinato per un periodo di 8 mesi. Solo a quel punto è pronto per essere imbottigliato. Quindi, dentro e dietro ogni bottiglia si nasconde la generosità della natura ma anche il talento, la passione e la pazienza di chi la lavora: dal sudore dell’agricoltore all’esperienza dell’enologo. Ecco il segreto di ogni sorso di piacere.

Per questo l’Azienda agricola Virgona promuove iniziative di cultura enologica, invitando appassionati e curiosi alla conoscenza del buon vino e delle tradizioni isolane. Aperta tutto l’anno, è un’occasione per immergersi nell’animo dell’isola fianco a fianco con la sua gente, imparando ma soprattutto degustando: non solo vino ma anche gli altri prodotti Virgona, dalla birra artigianale alla malvasia a quella al cappero, dai cucunci ai capperi, ovviamente declinati in fantasiose interpretazioni gastronomiche nel segno della sicilianità più autentica.

www.malvasiadellelipari.it

 

SOLE, PASSIONE E SAPORE IN … BARATTOLO

Olio di Fousseni: l’innovazione della tradizione, dalla terra alla tavola

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 Caponata di melanzane, pomodori secchi, carciofini natura, mousse di mandarini. Il meglio della Sicilia raccolto, lavorato e conservato con arte sopraffina grazie all’iniziativa di giovani professionisti innamorati delle proprie radici culturali e gastronomiche

Giovane, intraprendente e soprattutto … siciliana!

L’azienda Olio di Fousseni è una golosissima new entry nel panorama gastronomico della Sicilia. Nata a Licata nel 2014, rappresenta il traguardo di un progetto imprenditoriale avviato da un gruppo di professionisti – naturalmente siciliani – fortemente motivati e uniti da un preciso obiettivo: far conoscere e apprezzare le tradizioni culinarie di una terra che a tavola ha davvero tanto da raccontare.

La passione per il territorio, infatti, si esprime anche attraverso il cibo e Olio di Fousseni ne è la prova. Tra i soci fondatori, un maestro dell’arte conserviera di grandissima esperienza che aggiunge alla passione la perfezione della professionalità. La trasformazione dei prodotti freschi in conserve è infatti un’arte raffinata che, in questo caso, sublima le materie prime grazie all’elegante esuberanza delle erbe aromatiche endemiche.

Profumi, colori e fragranze del mediterraneo dosati e miscelati con maestria vengono racchiusi in barattoli di vetro che allo stappo emanano la quintessenza della sicilianità.

A ben pensarci, la vera innovazione dei questa giovane azienda, riguarda il recupero del passato: ovvero la volontà di conservare i prodotti freschi mantenendone la naturale autenticità, avvalendosi spesso delle tradizioni orali tramandate dalle nonne.

Anche per questo, le linee Olio di Fousseni si presentano al grande pubblico con nomi volutamente evocativi, nomi che raccontano la storia della Sicilia, dalla terra alla tavola.

La linea degli antipasti “raprapitittu”: letteralmente “apri appetito”, delizie che stimolano l’appetito. Il nome della linea nasce da un’esortazione delle nonne siciliane per significare che assaggiare queste prelibatezze invoglia ad affrontare nel miglior modo il seguito del pasto. Come dire che i pomodori secchi o la caponata di melanzane o di mele Olio di Fousseni sono l’eccelso preludio a un primo piatto altrettanto gustoso.

La linea dei condimenti “austusu”: letteralmente “gustosi” appunto, riferita ai condimenti per primi piatti. Olio di Fousseni realizza creme, pesti e sughi che richiamano le antiche tradizioni culinarie siciliane, seguendone rigorosamente metodi e tempi di preparazione. Un segreto per ottenere in pochi minuti il meglio della sicilianità nel piatto.

La linea delle marmellate e confetture “cosi duci”: letteralmente “cose dolci”, è la linea dedicata a marmellate, confetture e mousse. Questo è il regno degli agrumi, frutti che infondono ai prodotti conservati la tipica dolcezza della Sicilia appena colta. Una Sicilia traboccante di sole, di passione e di sapore. Anche dentro un barattolo di vetro!

www.oliodifousseni.com

CANTINE COLOMBA BIANCA: LA FORZA DELLA NATURA, L’AMORE DELLA SICILIANITÁ

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2480, 7500, 1800! Non stiamo dando i numeri: queste cifre riassumono l’identità di una delle Cantine più importanti della Sicilia, un vanto per l’Italia intera. Stiamo parlando delle Cantine Colomba Bianca che – con 2480 soci, 7500 vigneti di cui 1800 biologici – rappresenta la maggior produttrice di vino bio in Italia con ben 11.000.000 litri, ovvero il 22 % sul totale prodotto. Non solo: escludendo dal processo produttivo ogni proteina animale, i vini Colomba Bianca sono a tutti gli effetti vegani.

L’azienda nasce nel 1970 e nel corso degli ultimi 10 anni, sotto la guida del Presidente Leonardo Taschetta, si è trasformata nella più grande cooperativa vitivinicola siciliana. Grande non solo per il numero di associati ma anche per la vastità del territorio in cui prosperano i vigneti disseminati tra le province di Trapani, Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Ragusa, coprendo zone che godono di una diversità pedoclimatica straordinaria, dalla zona costiera leccata dal vento fino a un’altitudine di 600 metri sul livello del mare dove il calore del sole si stempera nel verde. Dal territorio di Vita, ricco di campagne, boschi, torrenti e terreni gessosi, fino alla zona costiera di Mazara del Vallo, dove la natura pare voler ispirarsi all’Africa, tutto pare voler contribuire all’eccellenza della viticoltura. Questa varietà, infatti, fa sì che i vini beneficino di tutti gli elementi naturali che questa generosa terra offre, elementi che infondono ai prodotti identità uniche.

Ma, si sa, la natura non basta a trasformare i propri doni in perfezione. Occorre la mano dell’uomo che, con la forza dell’esperienza e l’amore per il proprio lavoro, compie un vero e proprio atto creativo. Per questo motivo le Cantine Colomba Bianca riservano una particolare attenzione alle relazioni umane, innanzitutto verso gli agricoltori affinché ricevano il giusto compenso per la fedeltà alla propria missione. Ciò significa dignità per l’essere umano e per l’agricoltura siciliana che con questi vini racconta il meglio della sicilianità. Per questo ogni vino è dedicato agli agricoltori che ogni giorno contribuiscono alla vita dell’azienda.

Un affiatato team di esperti enologi completa la qualità della produzione e in collaborazione con i viticoltori svolge uno scrupoloso sistema di tracciabilità dal vigneto alla bottiglia.

I principali vitigni a bacca bianca coltivati dalle Cantine Colomba Bianca sono: Grillo, Catarratto, Grecanico, Inzolia, Chardonnay, Viognier, Zibibbo, Fiano e Sauvignon Blanc. I principali vitigni da uve rosse sono: Nero d’Avola, Syrah, Merlot, Cabernet Sauvignon, Frappato, Sangiovese, Perricone e Nerello Mascalese.

Le cinque cantine Colomba Bianca sorgono in provincia di Trapani e sono: Val di Mazara (Grillo e Bio), Tre Cupole (Rossi e Bio), Vitese (Bianchi e Bio), La Vite (imbottigliamento) e Torretta (Bianchi e Rossi). Ognuna è specializzata per la lavorazione di specifiche varietà e questo permette all’azienda di valorizzare al meglio le singole potenzialità qualitative delle uve, dei terreni e dei microclimi.

La parola ai vini, dunque. Le linee Colomba Bianca accontentano ogni gusto: la linea Top, Prestige, Modern, Classic, Organic e Igt raccontano, ognuna con un linguaggio proprio, come nasce un buon vino. Partendo dalla terra e finendo proprio là dove le uve si sono pazientemente sublimate in nettare: nelle mani dell’uomo.

www.cantinecolombabianca.it

CANTINA SOCIALE BIRGI, TUTTO IL BELLO E IL BUONO DELLA SICILIA DA BERE

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“Dio aveva fatto soltanto l’acqua, l’uomo ha fatto il vino.” Pare aver colto nel segno Victor Hugo scolpendo questa frase nell’immaginario collettivo di chi ama la letteratura e il buon vino. Solenni parole che fotografano una realtà tanto antica quanto attuale, soprattutto in territori naturalmente vocati alla viticoltura, come la nostra bella Sicilia, terra di sole, di vento e di mare.

Innumerevoli sono gli angoli dell’isola che ospitano vigne, bagli e cantine d’eccelsa qualità, ognuna speciale e inimitabile perché tanti sono i tipi di terreni e di condizioni microclimatiche qui. Tanto da poter considerare la Sicilia un universo enoico a sé stante dalle molteplici sfumature, mai identiche l’una all’altra.

Tra queste realtà spicca la Cantina Sociale Birgi, nata nel 1960 dalla volontà di coltivatori innamorati della propria terra e fieri delle proprie origini. La natura è il primo punto di forza della Cantina che, infatti, sorge nel cuore di uno scenario naturale di prepotente bellezza: esattamente tra i comuni di Trapani e Marsala, là dove lo sguardo spazia leggero tra l’isola di Mozia e la laguna dello Stagnone, fino scivolare lungo i dolci declivi delle colline di Salemi, a oltre 600 metri sul livello del mare.
L’organizzazione in Cooperativa è il secondo punto di forza della Cantina: circa mille soci annualmente contribuiscono alla produzione con oltre 300.000 quintali di uve provenienti da impianti di generosi vigneti ad alto rendimento qualitativo, coltivati sia con le tradizionali tecniche ad alberello sia con tecniche d’avanguardia delle spalliere meccanizzate. In questo modo, ogni zona di produzione, in relazione al cultivar prodotto, al tipo di lavorazione e alle condizioni pedoclimatiche, dà vita a vini unici per caratteristiche organolettiche.
Esperienza e tecnica sono dunque il terzo punto di forza della Cantina. Attraverso tutta la filiera, dalla raccolta all’imbottigliamento, l’uomo fa esattamente quello che Victor Hugo solennemente esprime: compie un rito creativo per catturare la quintessenza di sapori unici, donati da mare, cielo e terra, sapori che gli acini pregni di sole restituiranno al “creatore terrestre” sotto forma di vino.

Dal bouquet floreale di un Insolia alle note speziate di un Nero d’Avola, dai sentori di pesca bianca di un Kalura Grillo alle sfumature di frutta sotto spirito di un Frappato, fino alle fragranze di gelsomino di uno Zibibbo, i vini della Cantina Sociale Birgi riassumono tutto il bello e il buono della Sicilia da bere. Senza nulla togliere, naturalmente, a Colui che ha creato l’acqua!

http://www.cantinabirgi.it

 

 

 

 

 

IL MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA: SENZA AMORE NON C’É BUON VINO

Tenuta Barone La Lumia, un assaggio della miglior tradizione enoica siciliana

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Nikao, Halykàs e Limpiados: tre esempi di come il vino possa diventare opera d’arte grazie alla passione di chi crede nella tradizione

In fondo, a pensarci bene, ogni bottiglia di vino è una storia da raccontare. Chi beve non solo assapora ma ascolta. Ascolta le parole di chi quel vino l’ha prodotto: storie di sole e vento, di terra e fatica, di sfide e soddisfazioni, di passione ed emozioni. Perché dentro ogni bottiglia è racchiuso un prezioso messaggio dettato dalla voce di intere famiglie legate alle proprie tradizioni, innamorate delle proprie vigne e appassionate del proprio lavoro.

Un’azienda, una famiglia

Senza amore non può nascere un buon vino. Lo sa bene la famiglia La Lumia, gemma della miglior tradizione enoica siciliana. La Tenuta dei Baroni La Lumia si estende nella piana di Licata, in provincia di Agrigento, là dove l’ultimo lembo di Italia si tuffa nel mare africano. Su una superficie di 150 ettari di generosa terra, 40 sono coltivati a vigneto approfittando degli strati gessosi-solfiferi e di un microclima eccezionale per luminosità, prossimità al mare ed escursione termica.

L’azienda vinifica esclusivamente uve proprie, frutto di vitigni autoctoni selezionati tra i migliori di Sicilia: Nero d’Avola, Inzolia, Nerello Mascalese e Frappato, dai quali ottiene vini inconfondibili per intensità di aromi e di gusto.
Originale è anche l’aspetto della Tenuta stessa, risultato armonioso di linee e dettagli architettonici che evocano epoche e paesi lontani. Il casale arabeggiante è stato edificato alla fine del ‘700 dalla stessa famiglia La Lumia e rispecchia la personalità audace e fiera dei vini che produce. Nicolò, l’attuale proprietario, ha alimentato con passione e competenza l’antica tradizione enologica di casa, resuscitando quei vini che in un glorioso passato avevano donato ricchezza ai coloni Rodio-Cretesi riempiendo di opulenza la città di Agrigento

I vini, quadri d’autore

Fare un buon vino non è mai facile. Il successo non viene solo dalla tecnica ma da una segreta alleanza tra la natura e l’uomo, quindi tra la bontà della materia prima e il rispetto con cui la si tratta. Nella tenuta La Lumia la raccolta delle uve avviene manualmente e ogni fase della lavorazione dei grappoli è minuziosamente curata fino all’arrivo in barrique, sotto gli sguardi scrupolosi del barone Nicolò e del figlio Salvatore. La filosofia dell’azienda in merito a questi vini ‘particolari’ si basa sull’eleganza del gusto che deriva da un riuscito matrimonio tra le doghe di allier e la struttura del vino.
Il barone Nicolò, con la saggezza di un padre lungimirante, ricorda spesso al figlio Salvatore che: “produrre vino è come dipingere! Bisogna avere la giusta tavolozza dei colori. Il dosaggio della barrique deve essere come il colpo di pennello sulla tela, morbido e delicato.”

In tal senso, la Tenuta Barone La Lumia produce vere e proprie opere d’arte: recuperando alcuni dei sistemi di vinificazione utilizzati dai coloni Rodio-Cretesi nel quinto secolo a.C. ha ideato la linea dei Grecischi: Nikao, Halykàs e Limpiados, tre vini straordinariamente virili per struttura e aromi persistenti, che sprigionano, oltre ai caratteri del territorio, cinquemila anni di gloriosa storia. In altre parole, questi vini possiedono il tocco di pennello che fa la differenza in un quadro d’autore.

Salvatore La Lumia, tempo fa, confidò che il segreto della lunghezza al palato dei suoi vini è costituito dalla massima estrazione delle sostanze aromatiche e dal rispetto del tempo, grande alleato del grande vino, nonché da appassimenti su pianta, ossidazioni naturali e lunghissime permanenze sulle bucce. Sarà certamente così. Eppure per far vini così speciali qualche altro segreto ci sarà ma, in quanto tale, resterà per sempre custodito nel messaggio di ogni bottiglia, raccontato dalla piacevolezza di un sorso di Cadetto, Don Totò o Nikao. Ad ogni intenditore il suo quadro d’autore!

 

www.baronelalumia.it

SOTTO IL SEGNO DELLO … ZIBIBBO

Apoteosi pantesca: una notte limpida di stelle aiuta a volare… indietro nei ricordi, lontano nei sogni

 

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 Immaginate di approdare su una piccola isola dal cuore immenso.

Limpidi riflessi d’azzurro s’immergono nel blu del mare più africano e abbracciano un’anima di brillante vegetazione. Una tavolozza mediterranea che conquista il suo diritto a colorare la vita facendosi strada tra rocce a picco sulle onde, serpeggiando fuori da una terra straordinariamente ricca di promesse.

Immaginate, ora, di calarvi in un’oasi dentro all’isola. Un concentrato di colori, profumi e sapori che riassume tutto il bello e il buono che questo luogo magico contiene, in parte frutto della generosa Madre Terra, in parte dell’appassionata mano umana.

Non siete stati risucchiati dentro il multiforme vortice della fantasia.

Siete a Pantelleria che, così come un satellite corteggia il suo pianeta, bacia la costa sud ovest della Sicilia completando con i suoi 80 km quadrati di suolo vulcanico la provincia di Trapani.

Questa piccola isola dal cuore immenso ospita una Azienda che ha saputo esaltare all’ennesima potenza la profferta di una natura tanto generosa quanto varia, considerando lo spazio alquanto limitato di questo microcosmo galleggiante nel blu.

È l’Azienda Agricola Emanuela Bonomo, una giovane azienda che tramanda con talento l’esperienza di famiglia. Da qui la natura esce completamente trasformata: uva, olive, frutta, capperi, origano vengono sublimati nel meglio che in cucina e a tavola si potrebbe desiderare.

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L’obiettivo è quello di esaltare i sapori locali senza corruzioni artificiali e contemporaneamente quello di lavorare nel rispetto di un ambiente raro e prezioso per qualità di clima e terreno.

Qui, come in alcun altro luogo, regna sovrana la cultivar dello Zibibbo che dà vita a vini unici al mondo.

Dalla coltivazione di Uva Zibibbo nasce, infatti, un vero nettare: il Pantelleria Bianco, Vino D.O.C. secco di Zibibbo, apoteosi pantesca nel calice. Non da meno è il Passito D.O.P. prodotto anch’esso da Uva Zibibbo appassita naturalmente al sole di Sicilia. Il “Don Petro” ne è l’emblema! Ed è proprio il sole che pare bere quando, poggiando le labbra sul bicchiere, il nettare scivola fin dentro il cuore rilasciando il suo dolce calore attraverso il sapore.

Un’esperienza tutta da gustare.

Non solo vino, però. Altro pregio dell’Azienda sono i capperi coltivati nel bel cappereto di Monte Gibele, un anfiteatro naturale terrazzato interamente dedicato a capperi, frutteti e olivi. Dalla cultivar Biancolilla si estrae a freddo, nell’unico frantoio dell’isola, un olio extravergine che sprigiona tutte le fragranze della sicilianità e dell’animo pantesco.

Dunque… Profumo di origano, fragranza di olive, croccantezza di cucunci e morbidezza di paté (imperdibile quello di capperi!), salse e marmellate completano il ventaglio di seduzione dell’Azienda Emanuela Bonomo.

Se poi non avete nulla, e nessuno, da perdere e potete permettervi il lusso di abbandonarvi definitivamente a questa piccola isola dal cuore immenso, assaggiate il Nettare di Uva di Zibibbo, un mosto d’uva concentrato dalla consistenza del miele tanto gentile da sposarsi perfettamente con piccanti umori. Un innamoramento al primo assaggio.

L’ultimo, forse, dolce segreto di una piccola isola dal cuore immenso.

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Tutti i prodotti sono acquistabili direttamente sul sito:

www.aziendabonomopantelleria.it

 

Genovesi sí …ma dal cuore siciliano!

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Sarà la voglia di dolcezza che in questa mite sera lacustre mi riporta con la mente alla mia amata Sicilia. In particolare a Erice.

Mi si perdoni la nuda materialità ma in quest’istante non sto rievocando la magnificenza di questo piccolo borgo sopravvissuto intatto al tempo. Sto immaginando, piuttosto, di affondare le labbra nella morbida cremosità di un dolce nato qui, anch’esso sopravvissuto al tempo, simbolo della sicilianità gastronomica.

Mi riferisco alle “genovesi” di Erice: dolci di pasta frolla con un cuore di delicata crema pasticcera cosparsi da una carezza di zucchero a velo. La prima cosa che mi son chiesta, dopo il primo assaggio di dolcezza in un pomeriggio assolato di luglio trascorso là, è stato il perché di quel nome. Perché chiamare “genovesi” delle creature partorite dalla pasticceria artigianale squisitamente siciliana? Raccogliendo qua e là qualche curiosità ho scoperto che, pur restando l’etimologia incerta, una suggestiva ipotesi riguarderebbe la forma del dolce che ricalca la sagoma del cappello dei marinai genovesi. Infatti, in passato i commerci tra Trapani e Genova erano molto intensi, il che renderebbe plausibile un’associazione tra le genovesi ericine e l’aspetto dei marinai liguri.

Storicamente, in realtà, tra il 1300 ed il 1500 alcune famiglie nobili dedicarono a Erice oltre trenta chiese, per coronare la carica di prete di un primogenito maschio, come voleva la tradizione. Con il trascorrere degli anni, molte chiese passarono alle suore e alle monache di clausura, abili pasticcere ricche di tempo e di inventiva. Dalle loro mani nascevano i “mustazzoli”, dolci di marzapane con confettura di cedro, e le mie amate “genovesi”, appunto. Nella seconda metà dell’Ottocento una apposita legge dettò la chiusura dei conventi e il rischio di perdere questo patrimonio di arte pasticcera fu scongiurato grazie all’iniziativa di una signora molto speciale: Maria Grammatico.

Maria, durante un’infanzia particolarmente difficile, aveva vissuto nel monastero e da “grande” cercò di imitare l’arte culinaria delle monache, giocando con ingredienti, dosi e fantasia. Grazie alla sua perseveranza oggi non solo si possono gustare le genovesi ericine in tutta la loro bontà ma è anche possibile visitare il goloso laboratorio che Maria conduce per la gioia di turisti e soprattutto dei Siciliani, fieri delle proprie tradizioni anche gastronomiche.

La pasticceria di Maria Grammatico anima la Via Vittorio Emanuele, nel cuore di Erice: i dolci colorano le antiche vetrine dai profili in legno invitando i passanti all’assaggio. Imbarazzante la scelta fra mostaccioli delle monache e frutta di Martorana, tra le minne e i cannoli, fra le cassatine e … le genovesi!

Gli abitanti di Erice dicono che Maria è sempre lì, nel suo laboratorio, a prendersi cura delle sue dolci creature, oggi come tanti anni fa. Un buon esempio di come la passione possa trasformarsi in imprenditorialità e la storia in un presente da tramandare alle generazioni future.

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Per chi fosse curioso, la storia di Maria Grammatico è ben raccontata da Mary Taylor Simeti, nel libro Mandorle amare (Palermo 2004). E per chi volesse cimentarsi nella preparazione delle genovesi ericine può pescare una delle tante ricette in rete, anche se l’originalità è garantita solo ed esclusivamente andando a Erice, direttamente nella bottega di Maria Grammatico.

Un’occasione in più per innamorarsi della Sicilia e della sua infinita dolcezza.

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Alagna, quando la cultura sposa la coltura

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Marsala e Vermouth, Zibibbo e Moscato, vini aromatizzati e liquorosi: il meglio della Sicilia servito nel bicchiere

di Paola Cerana e Gaspare Signorelli

“La vita è troppo breve per bere vini mediocri”.
Così si esprimeva Goethe con la saggezza di chi sa apprezzare i piaceri dell’esistenza.
Per tutti quelli che la pensano come lui, uno dei tesori enologici d’eccellenza irrinunciabili è senza dubbio la Sicilia, terra di sole, di mare e di vigne benedette da un mix climatico particolarmente privilegiato. Qui non c’è spazio per la mediocrità, perché un bicchiere di vino esprime il meglio che la natura può dare. Ma, si sa, la generosità della natura non basta. Occorrono la sapienza, l’esperienza e la passione dell’uomo per trasformare la quotidiana realtà in qualcosa di speciale. In una parola occorre che la cultura sposi la coltura, e l’opera d’arte è fatta.
Alagna: una famiglia, tre generazioni
Una delle famiglie siciliane che ha elevato la qualità enoica locale alla massima potenza è quella di Giuseppe Alagna il quale, nella prima metà del ventesimo secolo, avviò l’omonima azienda, intuendo le potenzialità del mercato vitivinicolo dell’isola. Conoscenze agricole e imprenditoriali sono state poi tramandate al figlio Antonio che ha fatto crescere l’impresa in termini di fatturato, di capacità e di numero di dipendenti. Un successo passato nelle mani di Ercole che attualmente rappresenta la terza generazione di imprenditori orgogliosi delle proprie radici. Suo il merito di avere implementato le dimensioni dell’azienda ma soprattutto di aver raggiunto livelli qualitativi eccelsi, riconosciuti ovunque grazie anche alle iniziative commerciali intraprese con partner esteri per l’esportazione dei vini nel nord Europa.
L’Azienda: tradizione e imprenditorialità
Attualmente 50.000 ettolitri di vino distribuiti in cisterne in acciaio, cemento, vetroresina e botti in legno di grandi dimensioni rappresentano l’inestimabile tesoro dell’azienda. Entrare qui per assistere direttamente alla lavorazione delle uve significa immergersi in un effluvio di profumi e aromi che raccontano tutto l’amore della Sicilia per il vino. Una vasta gamma di macchinari per la produzione e l’affinamento del prodotto finale, tra cui un sofisticato sistema di pigiatura delle uve, dimostrano come la mano dell’uomo sappia nobilitare il valore intrinseco della terra, aggiungendo qualità alla generosità.
Il Marsala è re tra i prodotti Alagna e ad esso è dedicata un’area speciale di invecchiamento dei vini dove riposano solenni le botti di rovere. Qui si utilizzano rigorosamente sistemi di produzione tradizionali, come il Soleras e l’alcolizzazione dei mosti.
Il territorio, culla di qualità
Circa 50 ettari di terreno distribuiti nei comuni di Marsala, Mazara, Trapani e Salemi offrono i preziosi vitigni per la produzione dei vini Alagna: Zibibbo, Nero d’avola, Grillo, Catarratto, Inzolia e Damaschino. Naturalmente si tratta di uve locali che si abbeverano di un microclima unico in tutta l’isola, per questo i vini nati qui rappresentano la carta d’identità enoica del trapanese.
L’Azienda valorizza il territorio utilizzando tecniche sia tradizionali sia moderne: sistemi antichi come l’alberello e la controspalliera affiancano la raccolta meccanica, unendo alla sensibile attenzione per i vitigni l’indispensabile efficienza del lavoro manuale. Il tutto si svolge cercando di minimizzare l’impatto ambientale per preservare un patrimonio naturalistico che ha radici lontane e che attraverso la gentilezza dell’uomo chiede d’essere tutelato e valorizzato.
Una visita in Azienda è il modo migliore per toccare con mano una realtà enologica antica in continuo divenire e una degustazione guidata diventerà un’esperienza indimenticabile che imprimerà per sempre il buono e il bello della Sicilia nella mente e nel cuore.
E se – chiosando Goethe – la vita è troppo breve per bere vini mediocri, di certo vini eccelsi come questi la rendono più lunga e piacevole!

Le eccellenze Alagna
Re dell’Azienda è il Marsala Garibaldi Dolce che è stato premiato con la Medaglia d’Argento al Concours Mondial de Bruxelles 2016.
Il Marsala proviene da una base di quattro vitigni differenti: Grillo, Catarratto, Inzolia e Damaschino.
Da questa base si aggiunge alcool per fermare il processo. In molti casi un tocco di mosto cotto rende il vino più amabile e più scuro.
L’invecchiamento dev’essere di due anni, maturato in grandi botti di rovere che innescano una leggera ossidazione, causa principale dei suggestivi colori ambrati del Marsala.
Tutti i vini vengono prodotti secondo le regolamentazioni italiane per ottenere la “Denominazione di Origine Protetta” che garantisce elevati standard di qualità per i consumatori.
I marsala Alagna sono:
Marsala D.O.P. Superiore Garibaldi Dolce
Marsala D.O.P. Fine I.P.
Marsala D.O.P. Superiore S.O.M.
Marsala D.O.P. Vergine

I vini aromatizzati si dividono in due categorie: quelli con base Marsala e il Vermouth.
I tre Marsala aromatizzati (Cremovo, Crema Mandorla e Crema Caffe) sono prodotti mescolando il Marsala Fine con essenze aromatiche. Oltre ad essere apprezzati in purezza sono spesso impiegati nella pasticceria locale che sposa perfettamente queste sfumature di sapore.

I vini liquorosi (Zibibbo e Moscato) sono prodotti utilizzando il vitigno zibibbo sinonimo di Moscato d’Alessandria (d’Egitto), estremamente originale poiché può essere coltivato solo in provincia di Trapani, compreso Pantelleria, Ustica e le Isole Pelagie (Linosa e Lampedusa). Questi vengono vinificati utilizzando un processo tradizionale nel quale la fermentazione è bloccata con un’aggiunta di alcool che fa sì che gli zuccheri presenti nel vino derivino integralmente dalle uve.
Il vino Zibibbo seduce con un sapore vellutato e tonalità più tenui che lo rendono sposo perfetto per dolci dai sapori delicati come frutta o creme. Moscato e Zibibbo si distinguono per il periodo di raccolta: le uve necessarie per produrre il Moscato vengono raccolte in un periodo tardivo cosicché queste appassiscano su pianta e rendano il prodotto finale più ambrato e con un sapore più intenso.

I vini da tavola (Grillo e Nero D’avola) sono prodotti utilizzando dei vitigni autoctoni in purezza e senza l’uso di barrique. Alagna ha deciso di puntare su uve locali perché crede profondamente nel valore dei frutti della sua terra. Inoltre ha scelto di non corrompere queste uve con altri vitigni internazionali per dare l’opportunità al consumatore di sorseggiare la Sicilia in purezza.

Vino Santa Messa, rigorosamente “ex genimine vitis” nel rispetto delle prescrizioni del diritto canonico, è prodotto sotto il controllo del vicario foraneo con l’autorizzazione vescovile. E’ in versione Bianco e Rosso.

Vino Cotto, è un Mosto di uve caramellizzato. Il più antico dolcificante della storia, chiamato anche sapa o saba, è un eccellente condimento di dolci, frutta, formaggi e carni. Si ricava dalla lenta cottura del mosto d’uva a fiamma diretta e non contiene alcool. Il suo utilizzo spazia da base nella preparazione del vino Marsala Ambra (che ne contiene un minimo dell’1%) alla cucina. Viene impiegato infatti nella preparazione di alcuni dolci tipici, i Mustazzoli (semola e vino cotto); in particolare si usa il giorno di Santa Lucia quando, per tradizione, si prepara la Cuccia (frumento e ceci cotti) servita con la preziosa aggiunta del vino cotto. Alcuni cuochi lo utilizzano per dare un tocco estetico alle portate.

Il Vermouth è prodotto utilizzando il vino bianco o rosso con l’aggiunta di un gran numero di erbe ed alcool che lo rendono profumato e gradevole sia alla vista sia al palato. Entrambi sono molto apprezzati come aperitivo, nella preparazione di cocktail e in pasticceria.

http://www.alagnavini.com

SENSE, UN ROSSO DIVINO

Nel regno del Nero d’Avola
Di Gaspare Signorelli e Paola Cerana
 
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Pochi Paesi possono vantare una cultura enologica tanto ricca e profonda come l’Italia. Così come poche regioni italiane possono vantare d’essere veri e propri continenti enologici, microcosmi di un’eccellenza enoica capillare, seminata lungo tutta la filiera, dalla vite al bicchiere.
La Sicilia è una di queste straordinarie regioni. Grazie alle diverse esposizioni dei vigneti, ai tipi di suoli differenti e alle sfumature di un microclima che gradatamente declina dalla zona costiera all’altopiano, dalle colline alle terre vulcaniche, l’isola è da tempo immemore regno dei vini più pregiati, riconosciuti in tutto il mondo. Indiscusso principe tra tutti, il Nero d’Avola, figlio dell’omonima cultivar.
Un rosso divino che imprime forti emozioni, di grande eleganza e complessa struttura, dai profumi penetranti come solamente il sole di Sicilia sa infondere alla natura.
L’Azienda, culla d’eccellenza
In particolare, l’Azienda Agricola Buonivini di Sebastiano Di Bella (in passato Icone srl) a Noto (SR), produce uno dei Nero d’Avola più pregiati in assoluto: Sense è il suo nome, frutto di un ambiente generoso e di un lavoro talentuoso, governato con passione e maestria da chi ama il proprio territorio e i frutti che esso dona.
In questa zona i vigneti di oltre 50 anni allevati ad alberello offrono rese piuttosto basse ma la passione con cui la mano dell’uomo opera riesce a valorizzare al massimo questo piccolo tesoro dal valore immenso. L’attenzione nelle varie fasi di produzione è minuziosa, quasi maniacale, dalla gestione del vigneto alla raccolta dell’uva in cassette, fino al trasporto delle cassette in cantina per mezzo di camion frigo: ogni fase della lavorazione passa sotto lo sguardo attento dallo staff tecnico dell’azienda.
 
 
Come nasce Sense
L’uva viene innanzitutto diraspata consentendo di trasferire gli acini integri nel fermentino; la fermentazione viene poi affidata a lieviti selezionati in modo da garantire la trasformazione degli zuccheri in alcool mantenendo la temperatura costante a circa 20 – 23 gradi. Giornalmente avvengono delle follature o rimontaggi per consentire che il cappello formatosi nella parte alta del recipiente sia bagnato dal vino in fermentazione. Ultimata la fermentazione, dopo circa 12 – 15 giorni si procede alla svinatura per separare le bucce e i vinaccioli dal vino. A questo punto una nuova fermentazione trasforma l’acido malico in acido lattico che prende il nome di malolattica. Dopo circa una o due settimane si procede a travasare il prodotto limpido da quello feccioso depositato nella parte bassa del recipiente. I tecnici seguono in maniera scrupolosa tutte le evoluzioni dal mosto al vino: prima nel vigneto, con la campionatura dell’uva per verificare la data ottimale della raccolta, poi in cantina grazie a un laboratorio di analisi che garantisce un Nero d’Avola unico e inimitabile.
Un rosso dal temperamento fiero, con una straordinaria carica di sentori olfattivi e gustativi che permettono a Sense di esprimere appieno il genius loci per quel che realmente è. “E questo – come sottolinea Sebastiano Di Bella, padre di questo straordinario patrimonio enologico – non è poco, in questo mondo di vini omologati, siano o non siano biologici, naturali, vegani, senza solfiti aggiunti, dealcolati …”
La magia della purezza
In effetti, l’obiettivo dello staff tecnico in accordo con la filosofia aziendale è quello di partorire un Nero d’Avola in purezza che esprima il territorio di provenienza, esaltandone le caratteristiche varietali. Sentori di mirtillo e ciliegia, un’eco di chiodi di garofano, una punta di pepe nero e un accenno di cannella. Gusto pieno, persistente, con tannini morbidi ed equilibrati, sufficientemente fresco, sapido, con un lieve fondo amarognolo che anticipa un retrogusto dalla netta vena tannica.
E la magia è fatta. L’alchimia che ne deriva, non è semplicemente un’effimera carezza che sfiora e se ne va. Quello con Sense è un incontro che non si dimentica, un amore a prima vista sbocciato nella naturalezza dell’istinto: come una seducente Mora che non necessita di trucco per ammaliare, Sense non ha bisogno di artifici né di affinamento in alcun tipo di legno. Il vino è lasciato affinare in vasche in acciaio, prima, e in bottiglia dopo, custodito in ambienti controllati e condizionati a 18 gradi. Al fine di apprezzare al meglio la qualità, è bene stappare Sense almeno un’ora prima del consumo, essendo un vino non filtrato e non passato di legno. Vuole essere versato lentamente e possibilmente controluce utilizzando una candela nel decanter, per evitare residui dovuti all’affinamento in bottiglia. Ama in particolar modo carni rosse, anatra, salsicce, maiale, agnello e formaggi stagionati. Ma soprattutto ama i buoni intenditori.
Vino o opera d’arte?
Numerosi premi e continui apprezzamenti confermano l’eccellenza di questo principe tra i rossi, principe che sfida il tempo mantenendo inalterata la sua qualità anche oltre dieci anni dalla raccolta delle uve.
L’Enologo che ha firmato il prodotto è la Dott.ssa Rossella Marino Abate con la supervisione di un esperto di fama internazionale che, un po’ come l’ingrediente segreto di ogni ricetta preziosa, resta nell’anonimato.
Sense è un gioiello, il suo costo è dunque giustificato e ben compreso dai fortunati cultori del vino che hanno la possibilità di acquistarlo, considerato che le bottiglie nate dalle vendemmie 2005, 2006 e 2007 sono davvero molto rare.
Rare, proprio come ogni opera d’arte che si rispetti.