Il quadro più bello (Privé)

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Allungo lo sguardo fin dove le colline baciano le nuvole, gravide anche questa sera di ombre umide. E allaccio scorci. Spicchi di grigi, fette d’azzurri, coni di rosa, triangoli d’oro. Forme e colori diversi tra loro pennellano il cielo dopo la tempesta e la sagoma scura delle colline lacustri gioca a dar loro una vita propria, come se ogni scorcio fosse un quadro a sé stante, appeso al cielo, con una bellezza propria.

Mi ricorda la vita. Ogni squarcio di quest’etere notturno racconta un capitolo dell’esistenza. A volte grigia, altre azzurra, altre ancora rosa o d’oro. Quante le sfumature delle pagine degli avvenimenti che si susseguono, si accavallano, si mescolano e si fanno infine ricordi …

Si mescolano. Perché non è vero che ogni scorcio di cielo, che ogni capitolo di vita, che ogni ricordo dell’esistenza sia un quadro chiuso, a sé stante, separato dagli altri. La vita non è una collezione di attimi, così come questi effimeri scorci lacerati dalle colline in realtà si stringono mano nella mano, a raccontarsi segreti.

Il tempo unisce le distanze, fluidifica gli eventi, allaccia i sentimenti e cambia le persone. Inevitabilmente cambia e dipinge via via il cielo di umori sorprendenti, a volte armoniosi altre contrastanti, ma mai li cancella. Perché il comune denominatore allo scorrere dei panorami, esteriori e interiori, siamo noi. Noi siamo quel cielo dietro le colline, un’unica tela dove continuare a dipingere i nostri sentimenti, quelli che animano i ricordi e li piroettano fino al prossimo scorcio imbevuto di vita.

Tutto cambia, ma tutto resta e tutto continua.

E quando anche quell’ultimo scorcio sarà ricordo, ci sarà ancora il nostro sguardo ad allungarsi fin dove le colline baciano le nuvole. Magari non più gravide di ombre umide ma lievi come colorati arcobaleni da cavalcare per scavalcare le colline, e poter finalmente volare lassù per appendere al cielo il nostro quadro più bello.

Ossimori (Privé)

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Svegliarsi tristi senza un perché. Fuori la nebbia, dentro il vuoto.

Come i pacchetti scartati il giorno prima, dimenticati sul divano a riposare.

Capita, a volte, che il panorama esteriore somigli a quello interiore e che quel velo uggioso che avvolge la mattina evochi un po’ il sentimento malinconico che ammanta l’anima.

Sarà stato un sogno sfumato nella notte, uno di quelli che non si lasciano ricordare, che sfuggono alla memoria e si sottraggono alla coscienza, forse proprio per salvarci dall’imbarazzante peso della comprensione.

Oppure sarà semplicemente il senso del tempo che passa. Dall’eccitata effervescenza del giorno precedente si scivola inesorabilmente in uno stato di immobile torpore. Le luci si spengono, la musica tace, i colori sbiadiscono e la sensazione di opulenza si mescola a un vago sentimento di insoddisfazione. Ossimori dell’umana esistenza.

Perché? Che cosa ci manca? Abbiamo avuto le luci, la musica, i colori, tutto, tantissimo, eppure dalla giostra si scende con un diffuso senso di frustrazione che obbliga a pensare.

Ogni volta è così. Un rituale che si ripete, ciclicamente, in un susseguirsi di stati d’animo che si sovrappongono l’uno sull’altro, proprio come quella millefoglie alla crema che ci ha allettato fino alla nausea con il suo stratificato ripetersi di stucchevole bontà.

È urgente scrollarsi la nebbia di dosso e guardare avanti. Non pensare. È necessario inseguire un altro sogno, allungare la mano al domani, rincorrere chi c’è portando nel cuore chi invece non c’è perché lontano nello spazio o, peggio, nel tempo.

Sempre il tempo. Eccolo il colpevole di questa frustrazione. Prima ci dà tutto, poi, voltata pagina, ci sbatte in faccia la nostra effimera presenza su questa giostra di luci, musiche e colori che puntualmente dopo la danza svanisce. Proprio come il sogno di questa notte che se n’è appena andata.

È tardi ora. Le campane in lontananza scuotono la mente e ricordano che, dopo tutto, la festa è ancora nell’aria. E allora scacciamo con uno sbadiglio la tristezza, raccogliamo i pacchetti scartati, facciamo ordine tra i ricordi, i sogni e le speranze. E rimettiamoci in corsa in questo nuovo giorno che il tempo ci regala, prima che diventi anch’esso un pacchetto vuoto da dimenticare.

Il ladro di ricordi e il giro del mondo (Privé)

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I ricordi a volte sorprendono. Tutti siamo ormai sommersi dai quotidiani flash del passato che, volenti o nolenti, Facebook ci sbatte in faccia non appena entriamo nella nostra pagina, curiosi di scoprire cosa sia successo in nostra assenza nella vetrina più frequentata del social world.

Quasi si ha la sensazione di non essere più padroni dei propri trascorsi, perché avvenimenti, immagini, pensieri pubblicati anni prima e lasciati lì a sbiadire senza nemmeno grande riguardo per ciò che fu, ci rimbalzano d’improvviso agli occhi consegnati a domicilio da un subdolo ladro che, dopo tutto, colpe non ha. Perché ad affidargli con ingenua incoscienza attimi più o meno importanti divenuti oggi ricordi siamo stati proprio noi, sull’onda irresistibile della condivisione a tutti i costi.

Ma, come dicevo, i ricordi a volte sorprendono. Può capitare, infatti, di scrivere oggi un pensiero che riteniamo profondo, originale, speciale, unico insomma…e di pubblicarlo con il solito prurito esibizionista che ci sputa dentro il web per scoprire, la mattina successiva, che quello stesso identico pensiero lo avevamo espresso diversi anni prima! “Paola … abbiamo pensato che ti avrebbe fatto piacere rivedere questo post di due anni fa”, mi dice il ladro nascosto dentro il web. Stesso concetto, stesse parole, stessa punteggiatura, stesso clima emotivo nella frase, stesso messaggio diretto a chissà chi allora. Forse solo a me stessa, esattamente come oggi.

Sorprende l’esatta ridondanza e forse chi manovra i fili invisibili del teatro facebookiano ghigna di fronte all’intuibile stupore di ritrovarsi identici allo specchio di qualche anno fa, purtroppo solo in quella manifestazione espressiva, o forse anche d’altre.

Coerenza o monotonia? Difficile dirlo. Certo è che oggi, così come due anni fa, penso questo: C’è chi ha bisogno di fare il giro del mondo per apprezzare il bello di casa”.

Ebbene, ringrazio il ladro di ricordi che mi ha rammentato di aver fatto almeno due volte in pochi anni il giro del mondo. Ma soprattutto lo ringrazio d’avermi ricordato quanto sia bello tornare a casa, sempre, sapendo con assoluta certezza che prima o poi ripartirò.

Musica, emozioni e ricordi (Privé)

Unknown

Ricordo che quando ero bambina, ascoltando un certo brano musicale, mi sentivo inondare di una tristezza infinita, lacerante. Quel vecchio brano era “Giochi Proibiti” e l’armonia di quei pochi minuti di nuda chitarra in cui mi abbandonavo al pianto mi evocava delle immagini ben precise: quelle del mio amato cane Teddy che correva felice in soffici prati erbosi, mentre in realtà era da poco scomparso lasciandomi dentro un vuoto immenso.

Perché quel preciso brano mi devastava? Perché proprio quell’armonia e non un’altra? Per una bambina quei pianti sull’onda delle note erano solo l’irrefrenabile ed inconsapevole risposta emotiva a una ferita ancora aperta. Oggi, invece, si sa perché un certo tipo di musica tocca le corde interiori della malinconia infondendo commozione, oppure dell’euforia mettendo voglia di ballare.

Le neuroscienze, infatti, insegnano che gli effetti emotivi della musica sono indotti dalle note e dal ritmo. Gli effetti del ritmo sono piuttosto intuitivi perché dipendono essenzialmente dalla velocità, cioè dal tempo della musica, che si misura in battiti al minuto. Tempi inferiori a 60 battiti al minuto hanno un effetto tranquillizzante, che sotto i 30-40 diventa persino melancolico, tanto da essere normalmente utilizzato per le marce funebri. Al contrario, da 80-90 battiti al minuto in su l’effetto è vivacizzante. La musica da discoteca si colloca infatti dai 120 in su, con una fascia bassa, da 107 a 120, per una disco dance più soft.

Questi valori hanno un legame ancestrale con la nostra natura. L’attività cardiaca umana normale, in veglia a riposo, si aggira fra i 60 e gli 80 battiti per minuto, tipicamente 70-72. Questa è, o dovrebbe essere, la frequenza cardiaca di una neo mamma che tiene abbracciato al petto il suo bambino, in inconsapevole ascolto del cuore materno. Il bambino è naturalmente tranquillizzato da frequenze normali, o ancora più lente, perché gli comunicano che la mamma sta bene, è in pace, o addirittura dorme, e di conseguenza anche lui può abbandonarsi sereno. Frequenze più alte indicano, invece, che la mamma è all’erta, o in ansia, e il bambino reagisce con le stesse emozioni, agitandosi. Musicalmente parlando, questa risposta emotiva alla frequenza di suoni ritmati – in particolare quando gli strumenti musicali evocano i battiti del cuore (come i tamburi, il contrabbasso e il basso elettrico), nasce con noi e ci apparterrà per tutta la vita.

Gli effetti emotivi delle note sono un po’ più complicati. Senza entrare nei tecnicismi della neurofisiologia del suono, è provato che le reazioni emotive alla musica sono di origine in parte culturale e in parte innata. La velocità di vibrazione (frequenza) determina l’acutezza del suono: tanto più veloce la vibrazione, tanto maggiore la frequenza e acuto il suono. La forza della vibrazione (ampiezza) determina invece il volume. Già nell’antichità si sapeva che due o più note diverse suonate insieme, o una dopo l’altra, ci trasmettono maggior piacere (cioè le troviamo più consonanti) quanto più è semplice è il rapporto fra le loro frequenze. Il rapporto più semplice è 3/2, cioè quello fra la nota fondamentale e la quinta, pertanto detto intervallo “di quinta”. La fondamentale e la quinta sono le due note che, se suonate insieme o una dopo l’altra, sentiamo più consonanti (esempi: Do-Sol, Mi-Si, Sol- Re). Il rapporto che si situa secondo nella scala delle consonanze è quello di quarta, 4/3 (Do-Fa, Mi-La, Sol-Do).

Anche chi non è particolarmente pratico di scale musicali può intuire che la maggioranza delle canzoni popolari di successo, quindi più orecchiabili, è costruita proprio sui tre accordi le cui fondamentali stanno fra loro in rapporto di quinta e di quarta (Do, Sol e Fa; Mi, Si e La; La, Mi e Re; ecc.). A questo si aggiunga che le note crescenti suonano allegre, ravvivanti e mettono voglia di ballare, mentre quelle calanti suonano tristi, melanconiche e mettono voglia di piangere. È questo il motivo per cui, nella musica cui siamo oggi abituati, certi accordi hanno effetto rallegrante e altri rattristante: la nota intermedia dell’accordo, quella dell’intervallo di terza, è crescente (“accordo maggiore”) o calante (“accordo minore”) rispetto alla nota che il nostro orecchio inconsciamente sente come “naturale” per quell’accordo, e questo ha effetti psicologici significativi.

Ma perché le note che sono in rapporti di frequenza semplici fra loro risultano più gradevoli di quelle con rapporti complessi? E perché una nota crescente rispetto a una nota “naturale” ha effetto rallegrante, mentre una calante ha effetto deprimente?

In quasi tutte le vibrazioni naturali, alla vibrazione fondamentale che definisce la nota si sovrappongono anche vibrazioni a frequenze più alte, multiple della prima, dette armoniche. In altri termini, la nota fondamentale è sempre accompagnata da altre note più acute, in proporzioni differenti secondo i differenti oggetti che producono i suoni. Sono queste – insieme alla variazione d’ampiezza del suono nel tempo – a dare ad ogni diversa sorgente sonora il suo timbro (o colore) caratteristico, a rendere diverso il suono di una chitarra da quello di un flauto. I suoni che trasmettono istintivamente paura sono rumori prodotti in natura da eventi potenzialmente pericolosi, come terremoti, frane, fulmini o esplosioni. Questi suoni contengono un gran numero di armoniche, note che stanno fra loro in rapporti di frequenza qualsiasi, quindi anche in rapporti molto complessi e disordinati. Probabilmente il nostro sistema nervoso è predisposto a considerare allarmanti e sgradevoli i suoni di questo tipo, mentre per contrasto trova apprezzabili i suoni che stanno fra loro in rapporti semplici, le cui armoniche siano ben caratterizzate, non caotiche. A livello ancestrale, suoni di questo tipo comunicano “nessun pericolo”.

A questa spiegazione se ne aggiunge una seconda. I suoni calanti sono tipicamente emessi da animali sofferenti, malati o moribondi e il degradare del lamento nel rantolo è tipico della situazione agonica. È probabilmente su questo che il nostro sistema nervoso, prima d’imparare a parlare, ha imparato a utilizzare i lamenti per comunicare sofferenza, lamenti che tipicamente hanno una tonalità calante. Per il solito meccanismo del contrario, fonazioni gioiose, eccitate e vivaci hanno tipicamente un andamento crescente. È quindi probabile che gli accordi maggiori e quelli minori abbiano effetti emotivamente opposti in quanto rievocano a livello inconscio le emozioni connesse a questo tipo di comunicazione non verbale, spontanea e involontaria.

Ora, alla luce di tutto ciò, è facile capire perché brani musicali come Giochi Proibiti muovano una profonda malinconia, ancora più intensa se associata a ricordi tristi. Ascoltare per credere.

Quindi è il cervello a rispondere alla grammatica musicale con reazioni emotive, non il cuore, o l’anima, come sarebbe bello credere. In particolare, sono l’amigdala e il sistema limbico a reagire istintivamente ai messaggi impliciti contenuti nella musica. I rapporti fra sistema limbico ed emozioni, emozioni e musica, sono dogmi anche se rappresentano un universo di continua indagine da parte delle neuroscienze, dato che le vie del cervello sono infinite.

Tuttavia, ancora oggi, quando vibro ascoltando un brano musicale, mi piace pensare che le emozioni suscitate da quella melodia appartengano al regno della poesia e della sensibilità, piuttosto che a quello della scienza e della razionalità. In una parola, all’immaterialità.

Dopo tutto, oggi al solo ricordo di me bambina che penso al mio cane perduto ascoltando Giochi Proibiti mi rattristo dolorosamente. La musica ha il potere di ridurre ad uno tutte le malinconie, quelle che ognuno di noi riscopre ogni volta nella sua vita, come se il tempo non fosse passato. Mi domando, quindi, se, a distanza di tanti anni, sia sufficiente rivivere una musica nella mente per accendere l’amigdala e scatenare emozioni tanto prepotenti. Oppure se, nei labirinti oscuri del nostro mondo interiore, scatti una magia più profonda, ancora sconosciuta alle neuroscienze, una magia che tesse il filo invisibile tra musica, emozioni e ricordi …

L’OVUNQUE PERFETTO (Privé)

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Scrivere nel buio illuminato dalla luna. Il silenzio che bisbiglia.

Potrei essere ovunque. Affacciata sul mare di Sicilia, seduta al porto del Giglio, accoccolata su una spiaggia africana. Solo il cielo immobile, quel panciuto bagliore astrale e i suoi fluidi riflessi di miele sullo specchio d’acqua di fronte. Acqua lacustre che sa di immenso così sprofondata nella notte e invita a giocare con la mente immaginando d’essere dappertutto, in un ovunque perfetto. Complice un caldo che avvolge ogni cosa, scandisce ogni gesto, rendendo lento il divenire, anche quello delle parole, persino dei pensieri.

Tutto sembra fermo, una clessidra distesa. La grande festa di ieri alle spalle, con l’eco dei fuochi d’artificio che ancora implodono nel cuore colorandolo di fragore. Sembra un altro lago ora così aperto nel suo naturale silenzio. Nudo, senza trucco, senza abito da sera. Più timido, più intimo, più puro ma non più spento.

Merito di quel panciuto bagliore astrale, lunaticale, che plana sull’acqua con sottili fili d’oro da intrecciare ai ricordi risvegliati dal torpore, timidi sogni in divenire.

Potrei essere ovunque. Ma, forse, l’ovunque perfetto è qui, adesso.

I LUOGHI DELL’ANIMA, Il SAPORE DELL’INFANZIA (Privé)

 

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Ci sono luoghi scolpiti nel cuore.

Sono quelli che abitano nelle memorie di chi non è più bambino: il primo mare quieto di vento, il primo bosco odoroso di verde, il primo prato ricamato di primavera. Luoghi dove si era stati da piccoli, la cui eco si riverbera durante tutta la vita aiutando l’adulto a tornare all’infanzia. Immagini che prendono per mano e riportano puntualmente laggiù, nel passato ovattato di sogno. Il richiamo è irresistibile, è il bisogno di ritrovarsi attraverso il racconto della vita: una collezione di attimi che si vorrebbe infinita.

Non sempre però è possibile far ritorno là dove si era stati, dove si era stati così bene tanto da desiderare di rimanere, anche perché certi posti non esistono più. Allora ecco che la mente gioca a mescolare i ricordi con l’immaginazione. É così che nascono i “rimandi”: luoghi che evocano altri luoghi, mari che rimandano al primo mare, boschi che rimandano ai primi alberi e prati che rimandano ai primi fiori, travestendo il presente da passato.

Così può capitare di trovarsi nel silenzio lacustre di un lido disadorno, perché il lago d’inverno cade in letargo, e sentirsi improvvisamente catapultati sulla prima spiaggia della propria vita. Quella di un’isola nuda di folla, semplice, naturale come la spuma del mare che invitava una bambina appena in grado di camminare a far capriole nell’acqua, tutta vestita scarpette comprese, tanto era magica la conoscenza con il mare …

Immergersi là dove si era stati e ripercorrere le proprie tracce ad occhi chiusi in maniera ipnotica, è più facile quando alle immagini si mescolano odori e sapori. Il cibo, dopo tutto, lascia lo stesso prepotente imprinting dei luoghi: nella vita si ricercano gli alimenti amati da piccoli, fragranze, aromi, profumi che nutrono non solo il corpo ma anche l’anima. E per quanto sia bello e giusto essere curiosi di novità anche a tavola, provare eccessi, osare stravaganze, aprire i sensi a tutto il possibile e persino corteggiare l’impossibile, prima o poi puntualmente si torna ad aver voglia di quelle verdure appena colte nel giardino, di quella torta carica di frutta e, perché no, di quel primo sorso di vino rosso che sapeva di prugna maturata al sole. Perché la novità prima o poi annoia, mentre la famigliarità accoglie e rassicura.

Non si tratta solo di mangiare, infatti, ma di rivivere quei riti iniziatici che ci hanno avviato alla crescita, spesso con piacere ma anche con fatica e talvolta con dolore, conducendoci comunque qui, dove siamo oggi, a cavallo delle nostre memorie più care, senza le quali saremmo miseri orfani in cerca di futuro.

Ed eccoci qui, dunque, seduti a scrivere davanti a un monitor che riflette l’immagine un po’ sbiadita di quel primo mare quieto di vento. Quello che invitava una bambina appena in grado di camminare a far capriole nell’acqua, tutta vestita scarpette comprese, tanto era magica la conoscenza con quel mare che non ha mai smesso d’amare.