La forma del tempo (Privé)

 

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Tracce. Tracce dei nostri gesti, dei nostri discorsi, dei nostri silenzi. Tracce di noi.

Di ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci, reciprocamente.

L’impronta delle labbra sul bicchiere, l’asciugamano profumato sul letto, un capello tra i cuscini del divano, la solita maglietta abbandonata sulla maniglia di una porta a caso e quel composto disordine nell’aria che si mescola all’odore di un piacere appena evaporato.

Quest’improvviso vuoto fatto di impronte ancora calde si riempie di pensieri che leccano di nostalgia le nostre ombre languidamente allacciate nel sole di un giorno che sta per morire.

Il tempo assume una sua precisa forma seguendo le tracce seminate in ogni stanza. Così come, unendo con la matita i punti numerati di un enigmatico sentiero, compare sul foglio un disegno, tanto inatteso quanto coerente.

Nessuna matita, nessun foglio, nessun enigma, qui. Solo tracce.

Presenze scolpite nell’aria. Gesti, discorsi, silenzi che sfumano e che tuttavia restano, nonostante lo scorrere delle ore. Quelle ore che ogni volta separano e congiungono l’attesa dal commiato. Ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci e per dare al tempo la forma che vogliamo. Quella del sole di un giorno che non vuole morire.

La conversione laica (Privé)

Unknown

L’aveva promesso. Non mi avrebbe detto quando ma mi aveva promesso che l’avrebbe fatto. Demolire un mio tabù sedimentato da decenni e rispettato sempre con severa fermezza.

Sono stati sufficienti un po’ di musica, un paio di calici di bianco e una flebile candela a scardinare le mie convinte resistenze? Oppure s’annidava già in qualche recondito angolo delle mie ombre il desiderio nero di disobbedire a me stessa?

Tant’è che in una manciata di secondi mi sono ritrovata seduta al tavolo apparecchiato, con gli occhi socchiusi, cullata da un’ipnotica melodia di Radio Swiss Pop, e imboccata da una mano consapevolmente oltraggiosa. “Apri la bocca…assaggia.” Un primissimo boccone, un concerto di sapori a me fino a quell’istante sconosciuti, spalancava le porte di un delizioso inferno terreno risucchiandomi irrimediabilmente dentro. Il profumo inebriante delle spezie s’arrampicava dall’arco del palato su per le narici, stordendo il cervello di un nuovo piacere, mentre la consistenza vellutata e insieme riottosa del boccone stimolava una lenta scioglievolezza raccolta dietro le labbra umide gelosamente serrate.

Carne. Carne cruda, turgida, guizzante, tanto che pareva viva. Rossa. La immaginavo farsi e disfarsi nella mia bocca, come se ogni mio addentare avesse il potere di uccidere ancora una volta quell’animale sacrificato in cibo. Nessun senso di colpa, nessuna vergogna, nessun rimorso per aver tradito quella che per me era stata fino a quel giorno una scelta sacra, ossia quella di nutrirmi solo di vegetali, ortaggi e frutta. Assolutamente impensabile per me cibarmi di animali. E invece un altro…ancora un altro boccone, più ricco e polposo adesso che lo stupro era diventato consensuale. Uno dopo l’altro, fino a spartirci tutto quello che pareva essere stato il bottino di una caccia primitiva, portata a termine con le sole nude mani, e consumata a voluttuosi morsi, fino a leccare gli ultimi brandelli di godimento.

Quel macabro delitto dei miei principi era stato compiuto con una disinvoltura oscena, consumato con una tale disinibizione che avrebbe meritato una punizione. E invece no, ancora piacere. Il piacere di trasgredire e di assaporare tutta la soddisfazione di oltrepassare una soglia mai sfiorata, nemmeno col pensiero. Una conversione della carne alla carne, una conversione laica senza possibilità di ritorno. Perché quel sapore mellifluo di vivo sangue condito di speziati aromi ha avuto il potere di contagiare i sensi e di plasmare i desideri, e come tutti i piaceri materiali ha marchiato per sempre la mente.

La musica ancora nell’aria, residui di candela che sfumano in una luce innaturale. Il buio si spegne e con timore apro gli occhi. Dov’è quella mano tentatrice? Dove il boccone del peccato? Dove la tavola apparecchiata…? Niente e nessuno attorno, solo io. Al posto della tavola il letto, il mio letto, con me dentro ancora arrotolata dentro quei sapori dai contorni sconvolgenti. Solo io, dentro quello che è stato solo un sogno, un sogno ancora acceso che stenta a farsi nebbia. Scuoto la testa e rido con gran sollievo di quell’abbuffata carnivora servita dai mostri onirici notturni, complici delle mie malate fantasie. E con un sospiro mi autoassolvo per non aver tradito me stessa, accettando l’invito di una mano oltraggiosa, colpevole … ahimè … d’essere stata solamente immaginata.

L’onda perfetta (Privé)

Unknown

Ci sono momenti nella vita in cui una sosta è d’obbligo. Una pausa di meditazione, forzata o cercata, che rieduchi l’anima e l’accompagni a ricapitolare con se stessa.

E allora, chiusa la caccia alle emozioni, può capitare di accorgersi di aver cavalcato fino a quell’istante una gigantesca onda, proprio come quella che i surfisti chiamano “onda perfetta”. Un’imponente massa di energia in movimento che ti porta a sfidare te stesso perché l’adrenalina scatenata dalla volontà di misurarsi con stimoli tanto immensi è un piacere estremo e irrinunciabile. Nemmeno lo spettro della morte può fermarti, il richiamo alla vita è più forte.

Cavalchi, voli, t’immergi completamente in un vortice crescente di vibrazioni senza possibilità di ritorno, perché l’onda perfetta pretende l’accettazione assoluta. Va vissuta fino in fondo, pena esserne travolto e sconfitto. Entri in simbiosi con quell’armonia d’acqua impetuosa diventando tu stesso goccia, in un delicato equilibrio tra vigore e dolcezza. Ti sembra d’essere fermo in mezzo al tunnel liquido fino a che arrivi all’inevitabile naufragio, partorito definitivamente dal ventre ancora gravido dell’onda che piano piano s’inchina al suo destino. Il ruggito esaurisce la sua carica e ti sputa fuori, lasciandoti stordito nella quiete più assoluta.

Piccolo, così piccolo in mezzo a quell’oceano improvvisamente piatto, galleggi in un stato amniotico, imbevuto in un’immobilità che t’impone di pensare. Ubriaco di vita per aver osato sfidare la natura, senti che la tua incoscienza s’è fatta coraggio e voltandoti indietro ti accorgi come anche un’onda così perturbante, alla fine, si risolva in un innocuo tappeto di pace, di calma, di rassicurazione.

Cullato da un nuovo piacere, capisci che solo guardando alle tue spalle puoi renderti completamente conto di ciò che è stato. Ti rivedi là dentro, avvolto nel manto del rischio, e ora che sei salvo sai che momenti di meditazione come quello che ora ti sta assorbendo sono un premio ma anche uno stimolo. Il necessario preludio alla caccia della prossima onda perfetta.

L’intima conquista (Privé)

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“Libertà.” È una parola che suona come musica nell’aria. Armoniosa, bilanciata, né troppo lunga né troppo breve. Sta in un sorso, in un soffio, in un bacio. Non la si può stringere in una mano perché quell’accento sul finale le imprime lo stesso irrinunciabile slancio che assume un uccello per staccarsi da terra e prendere il volo.

“Libertà.” È una parola che, paradossalmente, ha le sue radici. Radici che la riconducono al latino “liber”, ossia “uomo legalmente libero” opposto allo schiavo. Tuttavia quel “lib” iniziale sta lì a ricordare che, oltre ad indicare una condizione contingente e relazionale, la parola libertà possiede anche una profonda connotazione emotiva. “Lib”, infatti, appartiene anche a libidine e a libare, cioè a termini legati ai sensi, all’universo del piacere intimo e del godimento materiale. Archetipi della natura umana e animale.

Cosa c’è di più piacevole, infatti, del godere nel sentirsi liberi di agire secondo la propria autodeterminazione, senza che altri dettino per noi regole e ritmi che forzino il naturale scorrere del nostro desiderare. Liberi di volere, liberi di non volere. Liberi di volare anche senza ali e di sentire splendere il sole anche quando fuori imperversa la tempesta.

Più che una condizione esteriore, la libertà è uno stato d’animo, una presa di coscienza, una consapevole estraniazione dagli altri che ci riempie e racchiude dentro un’ideale bolla di benessere sospesa nell’aria. È un sentimento diffuso non necessariamente euforico ma piuttosto di pacata soddisfazione da gustare lentamente, come sorseggiare un vino da meditazione decantando in sacra solitudine effluvi ed emozioni.

Libertà è, allora, il piacere di stare bene con se stessi. Una costante e prolungata coccola autoerotica che ci si dona con la consapevolezza d’aver raggiunto, forse, lo scopo più importante dell’esistenza. Perché la libertà è, sopra a tutto, un’intima conquista.

Sexophone in love (privé)

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Dita. Le sue dita accendono il sax come fosse una donna. Sfiorano i tasti con la disinvoltura di chi conosce a fondo lo strumento, con profondo rispetto per quel corpo flessuoso che asseconda il movimento.

Curve. Sinuose curve dorate che magicamente sprigionano un monologo musicale, un vibrante assolo che solo in due possono capire. Lui, che carezzando il sax lo trasforma nel piacere che vorrebbe toccare. Lei, che ascoltando la musica si trasforma in languida complice da corteggiare.

Mani. Esperte e sensuali, seguono i contorni di quelle morbide anse improvvisando giocose variazioni. Indovinando i desideri taciuti di lei, le sue mani scivolano lungo il suo profilo animandolo di nuove vibrazioni e il sonoro monologo si fa improvvisamente dialogo.

Bocca. Le sue labbra si chiudono calde sul bocchino del sax per dar vita a inattese emozioni, seminando sulla bocca umida di lei gocce di note mai nate. L’atto di creazione si compie, sancito da quell’afflato musicale tanto sospirato, e un’onda di jazz di seta e velluto avvolge le due anime sciolte nell’armonico amplesso di un invisibile spartito.

Musica. Il buio accende il profumo incandescente di una notte ancora da inventare. Trascinati nei labirintici vortici della seduzione, i due si abbandonano definitivamente alla febbre della corruzione. É musica per il corpo, per la mente, per il cuore. É musica che si scioglie nella danza dell’amore confondendo ogni possibile confine. Niente più dita, né mani, né labbra, lui e lei finalmente persi in un abbraccio senza fine.

Quella notte il sax li ha rapiti prendendo la forma di proibiti desideri ancora da scoprire. É bastato cambiare una … nota… per trasformare la musica in magia, l’attesa in piacere e il sogno in realtà!

La Voce [Privé]

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Morbida.

La sua voce è una morbida coperta che avvolge e scalda. Anche solo a pensarla. Una coperta che all’occorrenza scivola via sulla pelle come un mite ruscello e s’insinua dentro ogni poro assetato, riversandosi in mille rivoli di miele. Miele odoroso di fiori salati che sbocciano nelle vene, seminando il piacere, parola dopo parola, sospiro dopo sospiro, fino a lasciarti alla deriva di un mollore interiore che sfiora il nulla.

Conturbante.

La sua voce è uno strumento conturbante. Melliflua riesce ad andare a toccare le corde più nascoste, più segrete, più negate dell’anima calpestando l’inutile pudore. Piccole dita inanellate di urgente desiderio che carezzano, frugano, scavano, delicatamente richiamate dal silente bisogno quella dolce violenza che solo lui sa dare. Dita di velluto, femminea sensualità in virile ardore, che sulla pelle trasformano il temuto dolore in agognato piacere e il brivido in preghiera.

Ti prego. Non ti fermare.

Lascia che la tua voce sia la mia padrona, che le tue parole siano il mio piacere, che l’eco di te risuoni in ogni spazio palpitante di me.

Fino al nostro silenzio.

Viverti (Privé)

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Voglio accorgermi di te.

Quando ti rivedrò, voglio accorgermi di te. Non perdere un solo istante, un solo respiro, un solo gesto, un solo gemito, un solo bacio.

Voglio sentire le tue narici fremere di brividi di calore, assaporare l’attimo del tocco come fosse il miracolo dell’eternità, carezzare la tua pelle come fosse un mantello di seta dove avvolgermi e sciogliermi finalmente insieme a te dalle briglie di un mondo che non sa più capire la bellezza della natura primordiale.

Voglio accorgermi delle parole che mi dici, nutrirmi di quello che non dici e bere dal tuo alito di fiori il seme di un’anima libera che sa volare oltre le leggi della morale. Sentire la musica del tuo cuore che danza insieme al mio, avvinghiati come due assetati al pozzo della vita, moribondi da sfamare di un reciproco piacere, intossicati da un desiderio che scioglie i lacci del tempo e scavalca i muri dello spazio.

Voglio accorgermi di te, quando ti rivedrò. Semplicemente, voglio spegnere la luce e cominciare a viverti.

E così finalmente, nel buio mi ritroverò.

UN UNIVERSO A PARTE (Privé)

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Mi piace immaginare questa notte così.

Sdraiata su una nuvola insieme a te. Soli, io e te, dentro il nostro Universo.

Abbracciati pelle a pelle, aderenti bocca a bocca, scaldati da un tiepido velo di piacere, come nemmeno il fuoco potrebbe fare.

Intrecciate le dita, intrecciati i pensieri, intrecciati i cuori. Immobili nel nostro eterno fluttuare. Così, riversati l’uno nell’altra, galleggiamo sospesi nel silenzio stellato di una notte senza fine.

Occhi negli occhi guardiamo il mondo. Non quello frenetico e distratto, non quello rotolato laggiù, secoli e secoli lontano dalle nostre vertiginose peripezie celesti.

No, guardiamo il mondo che c’è dentro di noi. Quello senza tempo, quello senza spazio. Quello senza vergogna, quello senza peccato. Quello che abitiamo dal primo istante in cui ci siamo ritrovati, ricucendo finalmente quell’innaturale ferita provocata dalla mano invidiosa di qualche deluso amante.

Perché due come noi, per legge di Natura, sono sempre stati parte di un Universo a parte.

E ora, qui, sdraiati su una nuvola, intrecciamo le dita, intrecciamo i pensieri, intrecciamo i cuori e riprendiamo insieme il nostro eterno fluttuare.

Incuranti del mondo che, geloso, si ferma a guardare…