L’Inno alla vita e il bacio del Sole (Privé)

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Di fronte, il mare e la pace dell’infinito. Alle spalle, il temporale e l’agitazione del cielo. In mezzo, tra la quiete dell’azzurro e la minaccia dei lampi, una creatura animata da una singolare piacevolezza. Quella di sentirsi in armonia con questo Tutto che la circonda e la riempie, un Tutto che attraverso i suoi occhi di donna riversa nell’anima di bambina un sentimento di gratitudine per il privilegio di poter godere di questa vita con profonda consapevolezza.

Le pare di guardarsi dal di fuori, per cercare di fissare meglio tutta la scena, come fosse un dipinto appeso ad una parete dell’esistenza. Un dipinto vivo, pennellato di sensazioni tattili acute, pregno di suoni contagiosi, di odori assorbenti e sapori eccitanti.

I piedi nudi della creatura assorbono con piacere il calore conservato e rilasciato dalla sabbia, come se la terra rigurgitasse lentamente la sua energia vitale e gliela donasse attraverso quel sensuale contatto. Un po’ come farebbe con le radici di una pianta famelica di linfa.

Ecco, somiglia a una pianta la creatura che con femminea disinvoltura posa in questo dipinto abbozzato dalla creatività della Natura. Perché c’è poco di umano nell’istintivo benessere d’appartenere alla spuma del mare, alle saette del temporale e ai granelli della sabbia. È piuttosto una percezione primitiva, gioiosa e insieme conturbante, che evoca un idilliaco ritorno alle origini. Uno sprofondare a ritroso nel tempo attraverso lo spazio fino a poter toccare il nucleo ancestrale di sé.

Così, mentre i tuoni alle spalle si fanno sempre più ruggenti e il mare di fronte s’appresta a ricevere l’imminente pianto delle nuvole, la creatura allunga le braccia con le mani congiunte verso il cielo, caricaturando il rituale di una preghiera laica.

Un inno alla vita. Questo il titolo del dipinto che in un istante ha cullato di stupore l’anima di una bambina attraverso lo sguardo di una donna. L’inno alla vita di una pianta che, con i rami spalancati ad abbracciare il vento e le radici sprofondate a succhiare l’arena, accoglie la pioggia. In attesa del Sole che presto la bacerà.

Unheimlich, il perturbante che c’è in noi (Privé)

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Capita a volte che tanta bellezza susciti inquietudine. La luna rossa che la scorsa notte ha ipnotizzato il mondo per oltre un’ora era profondamente perturbante. Almeno per me.

Perturbante come Freud definiva quel moto d’animo sospeso tra la sensazione di famigliarità e di estraneità che si prova al cospetto di un “oggetto” estremamente espressivo. Qualcosa di così coinvolgente da attirare e spaventare allo stesso tempo, di pericolosamente irresistibile, tanto da non poter distogliere lo sguardo. Tanto da struggersi fino alle ossa e desiderare di esserne sopraffatti.

È un piacere estetico che turba le pieghe dell’anima. Un’opera d’arte può suscitare facilmente questo sentimento ma ancor più la natura attraverso le sue infinite manifestazioni. La differenza tra il perturbante di un’opera d’arte e il perturbante della natura è il senso d’impotenza che accompagna la seconda. Piccole creature impotenti siamo tutti noi di fronte all’inevitabilità dei meccanismi naturali, spesso imprevedibili, bellissimi e terrificanti, ai quali non possiamo sottrarci come di fronte alla magnificenza di un dipinto.

Così, quella sfera rosseggiante gravida di vita che ha acceso il cielo la scorsa notte rivelava, insieme alla sua disarmante bellezza, anche tutta la piccolezza e la precarietà di noi esseri umani, fugaci comparse di una sceneggiatura senza copione. Quello spazio di cielo contemplato come un dio dal gregge umano svelava la nostra impossibilità di essere registi dello scorrere degli eventi e padroni del nostro tempo. Tempo che, come un’eclissi, ci rapisce piano piano al palcoscenico della vita, subdolamente, abbindolandoci con ingegnosi trucchi quotidiani per renderci più dolce, forse, l’inesorabile cammino.

Dopo tutto, anche una notte di luna rossa, per quanto bellissima, non dura per sempre …

L’istante perfetto (Privé)

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La voce del vento anticipa l’odore della pioggia. L’attesa del temporale sembra dilatare il tempo e crea una sospensione surreale che cuce lago e cielo. Le nuvole s’agitano in un tumulto multiforme mentre la superficie plumbea dell’acqua s’arriccia in argentee capriole.

È uno spettacolo stare a guardare questo teatro naturale. È musica ascoltare le cime dei cedri che sbracciano scomposte nel vuoto cercando di afferrare l’invisibile scorrere dei secondi, allacciarli tra loro come perline e farne una collana da indossare in questo istante. Come fosse per sempre.

Una barca azzurra s’affretta a rientrare sotto costa mentre qualche gabbiano danza basso assecondando gli schiaffi delle folate. E ridono e piangono i gabbiani, in un dialogo altalenante di allegria e di lamento. I loro canti sembrano fluttuare tra gli estremi stati d’animo che questo panorama irrimediabilmente incute. Da un lato tutta la meraviglia della natura in attesa della pioggia, acqua benedetta che tutto anima e nutre. Dall’altro la drammaticità dell’impotenza, la totale sottomissione dell’essere umano alla volontà della terra, tanto generosa quanto prepotente nel suo imprevedibile elargire.

Non resta che stare qui in attesa, in riverente contemplazione, privilegiata comparsa di questo melodramma in divenire, insieme alle braccia scomposte dei cedri e alle risate amare dei gabbiani. Mentre anche il vento s’arrende alle prime frecce di pioggia e la barca azzurra sfuma in lontananza, proprio là, in quell’istante perfetto, in cui il lago bacia la collina.

All’ombra quieta del tempo (Privé)

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Imponente eppure gentile. Solido eppure fragile. Orgoglioso eppure umile.

Sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia trasmette la sensazione di un rassicurante abbraccio. Creatura secolare, cresciuta fiera e fedele alla sua terra, l’Eucalyptus che s’erge nel cuore di un’oasi verde a Melide, sul Lago di Lugano, somiglia a un buon sovrano in meditazione. Un santo, meglio. Perché quel suo srotolare i rami verso il cielo, come braccia verso Dio, evoca una sorta di silente venerazione, di preghiera laica.

Al fascio fitto e tentacolare dei rami, inteneriti dalle foglie lanceolate, fa da controcanto il tappeto innervato di radici che s’allungano come serpenti a caccia di cibo, facendosi largo nella terra. Ne tocco con pudore gli estremi e con le dita ne seguo il tragitto finché si fanno sempre più robuste, inerpicandosi in un labirinto sempre più contorto.

Ha un che di sensuale questo inesorabile scorrere della vita, qualcosa di ancestrale che riporta alle origini. Sono le sue vene quelle. Lì dentro scorre il suo sangue, che si fa linfa, e risale copioso abbeverando il tronco nerboruto che rivela tutta la bellezza di una faticosa crescita.

A tratti ferito e lacerato, ma compatto e combattivo nel suo divenire, parla del tempo questo Eucalyptus, del tempo passato a sopravvivere lì dove è nato. E quelle radici che spiccano il volo, così testarde e capricciose, evocano tutta la forza di chi s’aggrappa alla propria terra difendendo un diritto che solo la Natura dovrebbe sancire. Forse per questo, paradossalmente, quel succhiare con ostinazione la vita evoca in me anche tutto il dolore di chi, invece, alle proprie radici è stato strappato.

Immaginare quell’albero così vivo, talmente vivo da percepirne il respiro, la voce, lo sguardo, immaginarlo violato delle proprie fondamenta e rapito alla propria culla fa male. Sa di ingiustizia, di colpa, di morte.

Ma è lo stesso Eucalyptus a spazzar via le immagini sanguinose che mi sfiorano. Con le sue fronde leccate dal vento pare salutare il sole, grato del suo calore. Calore che lui stesso restituisce con la sua presenza a chi, come me, ha il privilegio di sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia. Anche solo per un momento. Sufficiente per pensare, per sentire, per ringraziare.

Tra le tue ali (Privé)

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Credevo d’esser sola. Invece quando ho schiuso gli occhi leccati dal sole e ho posato lo sguardo sull’acqua appena sotto il molo di legno, ecco comparire la meraviglia. Il cigno che a lungo avevo spiato covare a ridosso di un riparo, non poco lontano da lì, si era finalmente sentito libero di abbandonare il giaciglio ancora umido di fatiche per inoltrarsi nel lago. Buon segno. Segno di fiducia, di rinascita, di futuro.

E di fatti era così. Dopo qualche passo di danza sull’acqua guardandomi di sbieco, sperando forse in un provvidenziale boccone, ecco che dal suo candido manto piumato era sbucato curioso il frutto della sua attesa. Il piccolo cigno, appena sbocciato alla primissima estate, aveva sete di aria, di sole, di novità. Come me. Stava lì nel cuore delle grandi ali materne, come un principe su un tappeto volante in procinto di catapultarsi verso il proprio destino.

E d’istinto, guardando quel miracolo, mi son sentita raccolta e cullata anch’io da quel paio di maestose ali. Un po’ invidiosa, un po’ gelosa, di sicuro vogliosa di immergermi anch’io lì, sprofondata in quel soffice, caldo abbraccio che difende, protegge, conserva e alimenta.

Credevo d’esser sola. Invece ho capito d’essere ‘solo’ fortunata. Perché anch’io ho un paio d’ali calde che difendono, proteggono, conservano e alimentano. Sempre. Anche quando il sole si spegne, il silenzio cala e i cigni in amore tornano al proprio nido, fedeli al proprio destino…  Come me.

La calamita (Privé)

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C’è un tempo per la semina e uno per la raccolta.

A un certo punto del cammino esistenziale s’impone una sosta di riflessione, dettata dall’inevitabile scorrere degli anni. I bilanci, si sa, bussano puntuali a ogni giro di boa (almeno) costringendo a soppesare delusioni e successi, rimpianti e speranze, timori e sogni. E può capitare che, guardandosi indietro, si veda la propria vita srotolarsi come una vecchia pellicola cinematografica, e ci si osservi non tanto in veste di protagonisti bensì di spettatori. O meglio, quel protagonista degli anni passati che andiamo a ricucire con il filo della memoria pare non corrisponderci più. Eppure è – siamo – la stessa persona, con la stessa testa e lo stesso cuore, perché addomesticare la propria natura è impresa assai ardua e poco ci si scosta dalla propria ombra per quanto la si fugga.

Si cambia solo in parte, ma fondamentalmente si resta in divenire quel che eravamo, come rocce che scolpite dai capricci del vento rimangono pur sempre macigni. Allora, riguardando quella vecchia pellicola cinematografica, affiora a volte la sensazione d’aver perso a tratti il controllo della propria esistenza, come se qualche forza misteriosa e irresistibile ci abbia fatto soccombere a tentazioni più potenti della nostra volontà. Si chiama passione, forse. Questa forza misteriosa e irresistibile che trascina via, lontano da ogni ragione, questa calamita che anche senz’accento può devastare, bruciare, annientare. È una forma di bulimia che non ammette compromessi, una fame ossessiva d’avere tutto o niente, mai poco.

Le passioni sono assorbenti, alimentano ma consumano e il rischio di restarne travolti è sempre in agguato. Ma vale la pena rinunciare? Vale la pena vivere senza rischiare? Vivere senza vivere? Dopo tutto anche le passioni possono essere educate e incanalate verso un ordine salvifico, come un’imponente massa d’acqua che anziché esondare viene arginata, mai assorbita o sperperata. E forse è questo l’unico vantaggio che l’inevitabile scorrere degli anni ci offre come raccolta alle nostre semine esistenziali: imparare ad abbandonarsi alle proprie passioni senza riserve, individuando possibilmente quel sottile equilibrio che fa la differenza tra una calamita e una calamità.

Una favola vera (Privé)

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Spesso mi si rimprovera di aver tradito le mie origini. Un’Italiana innamorata della Svizzera, tanto da sognare di viverci per sempre, sin da bambina.

Sì, perché ricordo come fosse ieri l’emozione che mi invadeva quando, seduta sul sedile posteriore dell’auto guidata da mio padre, appena varcato il confine spiavo fuori del finestrino e intravvedevo le prime forme di vita a me più care. Tutto era Natura lì. E la Natura era viva e mi parlava. Via dal grigiore insipido del cemento e dal profilo asfittico della mia città, sgusciavo improvvisamente in una tavolozza di verdi e azzurri, rosa e blu, rossi e bianchi! Mi sembrava di entrare in una favola animata dai miei personaggi preferiti. Erano cavalli e mucche a darmi il benvenuto, invitandomi dentro quella cartolina ricamata da un lago che sapeva di pace lontano da tutto, da colline adagiate sull’acqua come sirene e da vette in lontananza che nascondevano altrettante segrete bellezze.

Persino le presenze umane mi sembravano calcolate con cura e posizionate con rispetto per non violare eccessivamente quell’ordine naturale. Un treno silenzioso assecondava docile le curve del lago prima di scomparire nel ventre del monte, qualche battello con l’immancabile bandiera rossocrociata traghettava i turisti qua e là sulla costa, e le auto scorrevano obbedienti lungo strade ampie e pulite. Ero dentro un quadro naïf, tanto elementare quanto eccitante.

Per me era una certezza: da grande avrei vissuto in Svizzera, perché lì, oltreconfine, non cambiava solo il paesaggio. Cambiava il mio umore. E oggi, pur riconoscendo al mio Paese d’origine altrettante meraviglie di cui bearsi, ritrovo nel Canton Ticino il mio habitat naturale ma soprattutto una sensazione di appartenenza che altrove non provo. L’abito perfetto per me, per ogni stagione, per ogni occasione. Non c’è una ragione logica, forse proprio per via di quell’imprinting assorbito nell’infanzia, un inconsapevole innamoramento che dagli occhi mi attraversava tutta, raggiungendomi fino al cuore. E poi, si sa, innamorarsi non ha un perché.

Oggi, il mio sguardo posato su questi dintorni resta rapito dallo stesso incantamento. E allora, col senno di poi, penso che a volte siano i luoghi a scegliere noi, e non viceversa, un po’ come i libri. Sono attrazioni fatali, richiami misteriosi, assonanze invisibili che completano una persona non sempre conscia di essere alla ricerca di parte di sé, soprattutto se molto, molto giovane. Fatto sta che questo precoce innamoramento per un Paese a due passi da casa tutt’ora mi scalda e mi conferma che, a volte, restare fedele ai sogni di bambina aiuta a crescere e, con un po’ di fortuna, può trasformare una bella favola in una favola vera.

Viverti (Privé)

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Voglio accorgermi di te.

Quando ti rivedrò, voglio accorgermi di te. Non perdere un solo istante, un solo respiro, un solo gesto, un solo gemito, un solo bacio.

Voglio sentire le tue narici fremere di brividi di calore, assaporare l’attimo del tocco come fosse il miracolo dell’eternità, carezzare la tua pelle come fosse un mantello di seta dove avvolgermi e sciogliermi finalmente insieme a te dalle briglie di un mondo che non sa più capire la bellezza della natura primordiale.

Voglio accorgermi delle parole che mi dici, nutrirmi di quello che non dici e bere dal tuo alito di fiori il seme di un’anima libera che sa volare oltre le leggi della morale. Sentire la musica del tuo cuore che danza insieme al mio, avvinghiati come due assetati al pozzo della vita, moribondi da sfamare di un reciproco piacere, intossicati da un desiderio che scioglie i lacci del tempo e scavalca i muri dello spazio.

Voglio accorgermi di te, quando ti rivedrò. Semplicemente, voglio spegnere la luce e cominciare a viverti.

E così finalmente, nel buio mi ritroverò.

Asinara, un viaggio nel tempo

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Il molo in pietra che dal giardino di un regale palazzo s’allunga sul mare è il benvenuto che l’Isola Asinara offre ai suoi visitatori. Un ideale tappeto rosso invita a varcare la soglia di un’oasi ancora poco conosciuta al grande turismo e tuttavia impaziente di svelarsi in tutto il suo misterioso fascino fatto di storia ma anche di natura. É un invito discreto, rivolto a chi sa comprendere la nuda bellezza di un paesaggio che non vuole essere apprezzato solo per i suoi trascorsi storici ma che chiede di essere proiettato verso nuovi scenari culturali.

L’Asinara oggi, un ponte tra passato e futuro

L’attuale nome “Asinara” deriva dalla tradizione toscana del XIII secolo dove compare come Azenara e Asenara. Dalla prima vera colonizzazione dell’isola avvenuta in epoca medievale a oggi la semplicità di un popolo di pastori e agricoltori si è indissolubilmente intrecciata alle vicende straordinarie della Prima Guerra Mondiale, quando l’isola divenne campo di prigionia per migliaia di soldati dell’Impero Austro-Ungarico. L’Asinara resta nell’immaginario collettivo un paradigma di isola penitenziaria nato nel 1885, la cui eco più recente è il supercarcere dove sono stati detenuti camorristi, mafiosi e brigatisti dello stampo di Totò Riina, carcere dimesso nel 1997 con la conseguente istituzione del Parco Nazionale dell’Asinara.

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Oggi i 5000 ettari di territorio appartenenti al comune di Porto Torres (SS) sono un patrimonio naturalistico prezioso e Cala Reale è l’approdo per i traghetti provenienti quotidianamente da Stintino e Porto Torres. Lo stile architettonico del Palazzo Reale che s’affaccia sul molo – sede del Parco Nazionale – evoca le memorie custodite nell’isola le cui tracce sono ancora eloquenti. La Colonia Penale Agricola, successivamente Casa di Reclusione, ossia luogo di soggiorno per i detenuti con condanna definitiva, era organizzata in diversi insediamenti residenziali, denominati diramazioni o distaccamenti, ognuno dedicato a reati diversi. Ogni diramazione era una sorta di piccolo carcere, costituito dai dormitoi per i detenuti, dalla caserma, dagli alloggi per le guardie e dalle stalle per il ricovero di animali e granaglie. Oggi tutto questo somiglia a un villaggio diffuso, un villaggio fantasma sospeso nel tempo, che potrebbe tradursi in una formula di turismo ecosostenibile se si recuperassero gli edifici abbandonati trasformandoli in strutture d’accoglienza. Alti muri in pietra, fil di ferro spinati e torrette di sorveglianza si alternato a casupole d’un bianco immacolato, un contrasto che fa riflettere sugli estremi della vita. L’interesse artistico, storico, archeologico e antropologico, insieme a quello naturalistico, potrebbe fare dell’Asinara una meta d’attrazione culturale unica nel suo genere.

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Cosa vedere all’Asinara

Cala Reale con i suoi riverberi storici è solo il punto di partenza per avventurarsi alla scoperta dell’isola, innervata di sentieri naturali e strade asfaltate che sboccano su panorami mozzafiato. Il Sentiero della Memoria parla da sé: oltre alla presenza delle domus de janas, grotte o tombe prenuragiche, il Sentiero conduce all’Ossario Austro-Ungarico con le spoglie di oltre 5000 prigionieri della Prima Guerra Mondiale e approda alla piana che nel 1916 ospitava l’accampamento di malati e soldati. Il Sentiero dell’Asino Bianco è invece una boccata di vita, un’occasione per incontrare questo mite animale dal pelo albino che si ripara all’ombra dei cespugli, quasi a pregare gli umani di proteggerlo, data la precarietà della sua specie. La convivenza con cinghiali, cavalli e capre è pacifica, avendo questi animali abitudini alimentari differenti, e la naturalezza con cui scorrazzano nell’isola infonde al visitatore una sana consapevolezza: quella di essere ospite qui, non padrone!

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Natura e storia all’Asinara si intrecciano continuamente: presso il molo del Lazzaretto nel 1995 è stato rinvenuto il relitto di una nave romana della fine del IV sec. d.C. che trasportava conserve di pesce dalle coste iberiche a Roma. Mentre dalle alte falesie metamorfiche della costa occidentale fino alle insenature sabbiose di quella orientale spiccano alcune torri costiere erette tra il 500 e il 600 a difesa dell’isola. Quella di Cala d’Oliva ad esempio risale al 1611 e ancora oggi, grazie a sapienti restauri, sembra far da sentinella all’isola, sorvegliando il mare carezzato dal vento.

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Cala Oliva ospita, oltre alla Diramazione centrale dell’ex carcere, anche l’unico ostello qui presente. Nella sua semplicità offre la possibilità di scoprire i fondali marini nella loro verginità. Il Centro diving organizza periodicamente anche corsi di sub per disabili e non vedenti, una straordinaria opportunità per ‘sentire’ il mare oltre la superficie dello sguardo. www.asinarascubadiving.com

Altra attrattiva dell’Asinara è il Centro Recupero Animali Marini, a Cala Grande, volto a salvaguardare specie a rischio come le tartarughe marine ma anche a sensibilizzare pescatori e visitatori educandoli a comportamenti responsabili nei confronti degli abitanti del mare. www.crama.org

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Non solo mare

La flora dell’isola comprende oltre 700 specie di cui 30 endemiche e questa straordinaria esuberanza di macchia mediterranea (lentisco, euforbia, ginepro, fillirea …) ha ispirato anche l’arte alchemica: Farmasinara è un’Officina cosmetica che produce creme, oli e saponi ricavati esclusivamente da ciò che qui la natura spontaneamente offre. www.farmasinara.it

A Fornelli restano le tracce del carcere di massima sicurezza, ampliato alla fine dell’Ottocento e utilizzato come tubercolario durante la Seconda Guerra Mondiale. Santa Maria è una delle diramazioni carcerarie più recenti, veniva denominata legione straniera perché accoglieva detenuti provenienti da tutto il mondo.

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Come muoversi all’Asinara

Il modo ideale per scoprire il cuore dell’isola è a piedi o in bici, godendo del silenzio che questo luogo dona. È possibile noleggiare anche veicoli elettrici, compatibili con l’ambiente. Chi volesse vivere il mare in superficie può sospingersi in barca o barca a vela costeggiando le cale, raggiungere l’Isola Piana o la spiaggia della Pelosa, a Stintino. Un indimenticabile tuffo nel blu per coronare al meglio un piacevole viaggio nel tempo all’Isola Asinara.

http://www.parcoasinara.org

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IL CARCERE COME BENE CULTURALE, I DETENUTI COME VOCI DA ASCOLTARE

C’è chi del patrimonio storico dell’Asinara e della Sardegna ha fatto un tesoro letterario. È Carlo Delfino che, dal 1980, con la sua Casa Editrice ha cucito un ponte tra queste isole e la fame di sapere di chi vuol conoscerle. Il suo parto letterario più recente è una straordinaria raccolta illustrata di testimonianze relative alle colonie penali sarde, con particolare attenzione al carcere dell’Asinara: Le carte liberate. Viaggio negli archivi e nei luoghi delle colonie penali della Sardegna (Vittorio Gazale e Stefano Tedde). Voci di detenuti rimaste imbavagliate dietro sbarre di ferro e liberate solo grazie alla ricerca di chi ha voluto riscattare in qualche modo centinaia di vite amputate dalla prigionia. I detenuti erano obbligati al rispetto del silenzio, rare le eccezioni di poter parlare a voce bassa. Facile immaginare dunque il bisogno di scrivere per liberare l’anima ma anche la scrittura doveva limitarsi a poche righe. Queste righe, brandelli di storie umane dense di drammaticità, sono state raccolte in questa opera monumentale: 380 pagine che hanno colmato un imperdonabile vuoto culturale, rompendo l’isolamento fisico tra il mondo del carcere e la società civile. Il cantautore Piero Marras ha tradotto in note le voci dei carcerati, tra queste il manoscritto “Perché sparai alla mia amante” di Marcello Perucci un’emozione tutta da ascoltare.

www.carlodelfinoeditore.it

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