Già domani (Privé)

GOCCE_TEMPO

I pedalò non sono ancora stati coperti che le casette natalizie son già pronte per essere erette. Il lago Ceresio racconta ancora di un’estate non del tutto sfumata nei vapori d’autunno, mentre la piazza di Lugano si accinge a vestirsi delle prime luci d’inverno.

E noi, mentre la città cambia abito, come ci sentiamo in questo paradossale rimbalzo stagionale? Noi, comparse di passaggio su un palcoscenico temporale deciso da uno sconosciuto artefice, c’incanaliamo in tale ciclicità con i nostri stati d’animo, altalenanti tra la l’energia del calore e l’indolenza del letargo.

Lo strascico dell’ultimo sole s’allunga fino a scaldare primi brividi di freddo. Impossibile fermarsi. I ricordi rincorrono le attese, finché esse stesse si faranno ricordi in uno scenario di paradossale circolarità. Anelli che si ripetono all’infinito.  Sempre uguali, eppure sempre diversi proseguiamo un cammino che pare durare da tempo immemore. Contemporaneamente, se ripensiamo a “quando eravamo giovani”, ecco che quel puntino di partenza obiettivamente lontano, che identifichiamo alle nostre spalle, pare un soffio. Pare ieri.

Andiamo avanti. Proseguiamo il peregrinare ritrovando i nostri stessi passi, in un andirivieni drammatico e insieme rassicurante. Così come l’alternarsi delle stagioni anche il susseguirsi dei nostri anni è un ineluttabile procedere verso un destino. Destino nel senso di meta, di traguardo, e non di fato. Con la convinzione che la distanza tra noi e il capolinea possa essere disseminata ancora di tante gioie e passioni, di follie e rivoluzioni, di salti mortali e atterraggi felici, capaci di trasformare la prevedibile ciclicità del nostro viaggio in un’eterna primavera.

Ecco, allora, che quel puntino di partenza obiettivamente lontano, che identificavamo alle nostre spalle, non è un soffio e non è ieri … è già domani.

Brivido di vita (Privé)

images

L’ultimo giorno dell’anno si spegne. E la città s’accende di musica e colori, di luci e di sapori. L’albero di Natale, che era planato nel cuore della Piazza come un angelo piovuto dal cielo, ora sembra una solenne regina ingioiellata di brillanti destinata a governare i sudditi danzanti in questa notte ancora da inventare.

C’è un senso di pace tutt’attorno, un velo disteso di immobile serenità, nonostante la festa che incalza. Le voci allegre della gente imbacuccata in se stessa si mescolano alle note della musica diffusa dai chioschi in legno e a quegli odori intensi di Glühwein e di raclette che eccitano i sensi e che da soli raccontano come si ama anticipare il brindisi di San Silvestro da queste parti.

Quest’evanescente mescolanza di sensazioni che intreccia carne e spirito, corpo e anima, pelle e sentimento, parla dei piaceri della vita, della materialità sublimata in spiritualità. Del bisogno irrinunciabile di godere insieme, del buono e del bello, dell’amicizia e dell’amore, goderne a piene mani dalla testa alla pancia con diritto d’ingordigia. Parla della passione da condividere con chi ci ama, possibilmente tenendosi stretti in un fusionale abbraccio per scaldarsi di carezze e baci, avvolti nell’inebriante coperta di un desiderio che culla e alimenta.

Guai rinunciarvi per la paura di un brivido, perché quel brivido è vita! Perché senza il calore della passione che scalpita dentro, l’esistenza sarebbe come quel fiero albero di Natale nudo di brillanti imbevuto in una fredda notte senza stelle.

E allora, mentre l’ultimo giorno dell’anno si spegne e la città s’accende, accendiamo anche i nostri corpi e ubriachiamo i nostri cuori in questa notte ancora da inventare. Intrecciamo le mani, incolliamo le labbra, uniamo le anime. Amiamo e lasciamoci amare senza paura di volare, gioiosamente trafitti da quel brivido di vita chiamato passione.

Ossimori (Privé)

images

Svegliarsi tristi senza un perché. Fuori la nebbia, dentro il vuoto.

Come i pacchetti scartati il giorno prima, dimenticati sul divano a riposare.

Capita, a volte, che il panorama esteriore somigli a quello interiore e che quel velo uggioso che avvolge la mattina evochi un po’ il sentimento malinconico che ammanta l’anima.

Sarà stato un sogno sfumato nella notte, uno di quelli che non si lasciano ricordare, che sfuggono alla memoria e si sottraggono alla coscienza, forse proprio per salvarci dall’imbarazzante peso della comprensione.

Oppure sarà semplicemente il senso del tempo che passa. Dall’eccitata effervescenza del giorno precedente si scivola inesorabilmente in uno stato di immobile torpore. Le luci si spengono, la musica tace, i colori sbiadiscono e la sensazione di opulenza si mescola a un vago sentimento di insoddisfazione. Ossimori dell’umana esistenza.

Perché? Che cosa ci manca? Abbiamo avuto le luci, la musica, i colori, tutto, tantissimo, eppure dalla giostra si scende con un diffuso senso di frustrazione che obbliga a pensare.

Ogni volta è così. Un rituale che si ripete, ciclicamente, in un susseguirsi di stati d’animo che si sovrappongono l’uno sull’altro, proprio come quella millefoglie alla crema che ci ha allettato fino alla nausea con il suo stratificato ripetersi di stucchevole bontà.

È urgente scrollarsi la nebbia di dosso e guardare avanti. Non pensare. È necessario inseguire un altro sogno, allungare la mano al domani, rincorrere chi c’è portando nel cuore chi invece non c’è perché lontano nello spazio o, peggio, nel tempo.

Sempre il tempo. Eccolo il colpevole di questa frustrazione. Prima ci dà tutto, poi, voltata pagina, ci sbatte in faccia la nostra effimera presenza su questa giostra di luci, musiche e colori che puntualmente dopo la danza svanisce. Proprio come il sogno di questa notte che se n’è appena andata.

È tardi ora. Le campane in lontananza scuotono la mente e ricordano che, dopo tutto, la festa è ancora nell’aria. E allora scacciamo con uno sbadiglio la tristezza, raccogliamo i pacchetti scartati, facciamo ordine tra i ricordi, i sogni e le speranze. E rimettiamoci in corsa in questo nuovo giorno che il tempo ci regala, prima che diventi anch’esso un pacchetto vuoto da dimenticare.