Teatranti tra tanti (Privé)

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Giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri. Cittadini e turisti.

La bella Lugano in questi giorni è ancor più multiforme della sua colorata quotidianità. Il Buskers Festival – il festival degli artisti di strada – sta vivendo in pieno la sua decima avventura, in un susseguirsi di esibizioni e di eventi che sposano la precisione della programmazione svizzera con l’improvvisazione dello spirito creativo internazionale.

Camminando qua e là per la città e osservando i volti della gente, è persino difficile distinguere artisti e spettatori, tanto contagiosa è la stravaganza che vibra nelle piazze, nei parchi e sul lungolago alberato. Si respira la voglia di esprimersi in libertà, di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare, di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro. Portando per strada, appunto, il proprio talento, più o meno prezioso e comunque mai pretenzioso perché libero di pregiudizi.

È così che anche una mattina nata in bianco e nero, sotto una pioggia vagamente autunnale, s’è scaldata piano piano in un arcobaleno in scena, sotto i riflettori di un generoso sole e sullo sfondo di un lago pronto ad accogliere intrepidi tuffatori incuranti del brivido. Sì, perchè anche i protagonisti del Cliff Diving sono artisti in queste ore qui, angeli in volo sui riflessi lacustri. Una cornice perfetta per una città che ogni giorno si reinventa, sempre più viva e sempre più bella nella sua ordinata giostra senza sosta.

E quando giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri se ne saranno andati, portando con sé i propri fagotti pieni di emozioni, a Lugano resteranno i cittadini di sempre e qualche affezionato turista. Un nuovo spettacolo andrà per loro in scena. Quello solito, quello di tutti i giorni. Animato di qualche maschera in più, forse, ma contagiato dalla stessa voglia di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare e di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro.

Dopo tutto, siamo tutti artisti di strada, ogni giorno attori e spettatori. Teatranti tra tanti.

Sapore di pioggia (privé)

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Perdona luna, non posso dedicarti versi ora. In lontananza il cielo promette tempesta.

Lampi di luce scaldano il buio accendendo il profilo delle colline come tante obbedienti lucciole in fila. Sta ancora là, lontano da questa sponda di lago che, sornione, aspetta l’acqua notturna che lo rinnovi.

L’odore della pioggia vien dal vento che qui parla, prepotente, attraverso le fronde fitte dei cedri che cimiano incandescenti. Sembrano braccia sconvolte levate al cielo, che nuotano invano alla ricerca di stelle impossibili. Alla ricerca di te, luna, che da perfetta primadonna sai esattamente quando uscire di scena, con l’eleganza di chi sa farsi desiderare prima di tornare.

Sai aspettare nel tuo dorato altalenare e superba le cedi il passo. S’avvicina la pioggia con il suo seguito di tuoni gentili e presto la terra restituirà più pungente il suo fecondo alito dopo aver bevuto gocce e gocce di nuova energia che consoleranno i cedri delle stelle mancate.

Amo la pioggia, io che so di sole, perché anche lei ha un suo sapore. Amo sentirla addosso, purezza che pulisce, perdona e rinvigorisce.

E ora la aspetto insieme a te, luna, che pazienti nascosta dietro la tua modestia. La aspetto insieme al lago, ai cedri e alle stelle. Musica sulla mia pelle.

La promessa (privé)

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“Ti lascio, ma per finta…”

Una telefonata, una voce, una certezza. Nasce così la mattina di un altro giorno insieme. Quello di due anime che si son prese per mano senza ancora essersi toccate.

Una complicità sbocciata per caso, le parole giuste al momento giusto senza alcun dubbio di fraintendimento. Una complicità che inspiegabilmente precede la conoscenza, alchemica magia di chi si incontra in lontananza, dove le regole del tempo e dello spazio non son che inganni senza importanza.

Stessi pensieri, stesse sensazioni, stessi desideri che si allacciano e si mescolano in una giostra di conversazioni effervescenti, preludio certo di sviluppi assai eccitanti.

Tu non parli, suoni. Tu non dici, danzi. Sfogliami come un libro, pagina dopo pagina. La grammatica del comune linguaggio si scorpora nella musicalità di note sottintese che rivelano un’affinità preziosa sfuggente ai calcoli della ragione.

Conoscersi senza essersi mai incontrati non è cosa da poco, è un piacere da alimentare con riverente rispetto. Eccola l’alchemica magia di due anime che si sono prese per mano senza ancora essersi toccate.

Un’altra telefonata, la stessa voce, la tua presenza. “Ti lascio, ma per finta …” E questa è una promessa.

Parole e note (Privé)

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Lui notturno e metropolitano. Lei albifera e selvatica.

Così diversi eppure così simili, legati da parole nate per caso, o forse per magia. Parole e note, poesia e musica, linguaggi emotivi che intrecciano due mondi plasticamente lontani fondendoli in un impalpabile microuniverso bastante a se stesso.

Quando due creature affini si sfiorano, si trasformano. Avviene una reazione chimica in ognuno, le molecole di lui agganciano quelle di lei e viceversa, alimentando un legame indissolubile, senza via di ritorno.

Così, su rivoli di parole e note, lei decide di lasciare i suoi prati solitari e lo raggiunge nella sua frenetica città, all’alba di un giorno senza tempo. E quei due sconosciuti mondi si riversano irrimediabilmente l’uno nell’altro, dentro un contenuto senza contenitore.

Lei danza, non cammina. Mielosa, scivola nell’abito nero che lui ama e che per questo suo piacere ora indossa. Ondeggia e umida freme al ritmo del treno che lascia alle spalle calamitata dall’attesa che finalmente sta per morire.

Lui la sente. Da lontano, in disparte tra il chiasso della gente, la ascolta arrivare. Musica nuova per il suo cuore. Un cuore audace, capace di tutto, anche di assecondare i passi frettolosi di lei che, come una bambina senza vergogna in mezzo alla folla corre, corre e s’illumina di fiori davanti al capolinea dell’attesa.

Un sorriso, improvvisamente la luce. Eccola l’alba. La nascita di un nuovo giorno, di un nuovo capitolo, il primo. Dedicato all’incontro di chi forse s’è sempre cercato.

Sparisce la città, evapora il chiasso e svanisce la gente. Resta l’abbraccio immobile, caldo e sincero, di due creature affini che si misurano per la prima volta con le proprie certezze, sicuri di conoscersi da sempre, oltre le proprie sensuali fattezze.

Lui albifero e selvatico. Lei notturna e metropolitana. Parole e note, poesia e musica, odori e umori.

Il resto è la magia che verrà.

Assolo lacustre (privé)

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Tace il lago.

Solo una voce. Quella di un sax che vibra nel cuore.

Onde di vento soffiate all’orecchio

mentre una mano carezza il mio petto.

L’aria si fa dita, il vento tocco, la voce bacio.

L’acqua vibra di calde note e si fa letto per la notte.

Tace il lago.

Trattiene il fiato e muore nel suo liquido languore.

Solo una voce. Quella di un sax che vibra nel cuore…

Sexophone in love (privé)

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Dita. Le sue dita accendono il sax come fosse una donna. Sfiorano i tasti con la disinvoltura di chi conosce a fondo lo strumento, con profondo rispetto per quel corpo flessuoso che asseconda il movimento.

Curve. Sinuose curve dorate che magicamente sprigionano un monologo musicale, un vibrante assolo che solo in due possono capire. Lui, che carezzando il sax lo trasforma nel piacere che vorrebbe toccare. Lei, che ascoltando la musica si trasforma in languida complice da corteggiare.

Mani. Esperte e sensuali, seguono i contorni di quelle morbide anse improvvisando giocose variazioni. Indovinando i desideri taciuti di lei, le sue mani scivolano lungo il suo profilo animandolo di nuove vibrazioni e il sonoro monologo si fa improvvisamente dialogo.

Bocca. Le sue labbra si chiudono calde sul bocchino del sax per dar vita a inattese emozioni, seminando sulla bocca umida di lei gocce di note mai nate. L’atto di creazione si compie, sancito da quell’afflato musicale tanto sospirato, e un’onda di jazz di seta e velluto avvolge le due anime sciolte nell’armonico amplesso di un invisibile spartito.

Musica. Il buio accende il profumo incandescente di una notte ancora da inventare. Trascinati nei labirintici vortici della seduzione, i due si abbandonano definitivamente alla febbre della corruzione. É musica per il corpo, per la mente, per il cuore. É musica che si scioglie nella danza dell’amore confondendo ogni possibile confine. Niente più dita, né mani, né labbra, lui e lei finalmente persi in un abbraccio senza fine.

Quella notte il sax li ha rapiti prendendo la forma di proibiti desideri ancora da scoprire. É bastato cambiare una … nota… per trasformare la musica in magia, l’attesa in piacere e il sogno in realtà!

Musica, emozioni e ricordi (Privé)

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Ricordo che quando ero bambina, ascoltando un certo brano musicale, mi sentivo inondare di una tristezza infinita, lacerante. Quel vecchio brano era “Giochi Proibiti” e l’armonia di quei pochi minuti di nuda chitarra in cui mi abbandonavo al pianto mi evocava delle immagini ben precise: quelle del mio amato cane Teddy che correva felice in soffici prati erbosi, mentre in realtà era da poco scomparso lasciandomi dentro un vuoto immenso.

Perché quel preciso brano mi devastava? Perché proprio quell’armonia e non un’altra? Per una bambina quei pianti sull’onda delle note erano solo l’irrefrenabile ed inconsapevole risposta emotiva a una ferita ancora aperta. Oggi, invece, si sa perché un certo tipo di musica tocca le corde interiori della malinconia infondendo commozione, oppure dell’euforia mettendo voglia di ballare.

Le neuroscienze, infatti, insegnano che gli effetti emotivi della musica sono indotti dalle note e dal ritmo. Gli effetti del ritmo sono piuttosto intuitivi perché dipendono essenzialmente dalla velocità, cioè dal tempo della musica, che si misura in battiti al minuto. Tempi inferiori a 60 battiti al minuto hanno un effetto tranquillizzante, che sotto i 30-40 diventa persino melancolico, tanto da essere normalmente utilizzato per le marce funebri. Al contrario, da 80-90 battiti al minuto in su l’effetto è vivacizzante. La musica da discoteca si colloca infatti dai 120 in su, con una fascia bassa, da 107 a 120, per una disco dance più soft.

Questi valori hanno un legame ancestrale con la nostra natura. L’attività cardiaca umana normale, in veglia a riposo, si aggira fra i 60 e gli 80 battiti per minuto, tipicamente 70-72. Questa è, o dovrebbe essere, la frequenza cardiaca di una neo mamma che tiene abbracciato al petto il suo bambino, in inconsapevole ascolto del cuore materno. Il bambino è naturalmente tranquillizzato da frequenze normali, o ancora più lente, perché gli comunicano che la mamma sta bene, è in pace, o addirittura dorme, e di conseguenza anche lui può abbandonarsi sereno. Frequenze più alte indicano, invece, che la mamma è all’erta, o in ansia, e il bambino reagisce con le stesse emozioni, agitandosi. Musicalmente parlando, questa risposta emotiva alla frequenza di suoni ritmati – in particolare quando gli strumenti musicali evocano i battiti del cuore (come i tamburi, il contrabbasso e il basso elettrico), nasce con noi e ci apparterrà per tutta la vita.

Gli effetti emotivi delle note sono un po’ più complicati. Senza entrare nei tecnicismi della neurofisiologia del suono, è provato che le reazioni emotive alla musica sono di origine in parte culturale e in parte innata. La velocità di vibrazione (frequenza) determina l’acutezza del suono: tanto più veloce la vibrazione, tanto maggiore la frequenza e acuto il suono. La forza della vibrazione (ampiezza) determina invece il volume. Già nell’antichità si sapeva che due o più note diverse suonate insieme, o una dopo l’altra, ci trasmettono maggior piacere (cioè le troviamo più consonanti) quanto più è semplice è il rapporto fra le loro frequenze. Il rapporto più semplice è 3/2, cioè quello fra la nota fondamentale e la quinta, pertanto detto intervallo “di quinta”. La fondamentale e la quinta sono le due note che, se suonate insieme o una dopo l’altra, sentiamo più consonanti (esempi: Do-Sol, Mi-Si, Sol- Re). Il rapporto che si situa secondo nella scala delle consonanze è quello di quarta, 4/3 (Do-Fa, Mi-La, Sol-Do).

Anche chi non è particolarmente pratico di scale musicali può intuire che la maggioranza delle canzoni popolari di successo, quindi più orecchiabili, è costruita proprio sui tre accordi le cui fondamentali stanno fra loro in rapporto di quinta e di quarta (Do, Sol e Fa; Mi, Si e La; La, Mi e Re; ecc.). A questo si aggiunga che le note crescenti suonano allegre, ravvivanti e mettono voglia di ballare, mentre quelle calanti suonano tristi, melanconiche e mettono voglia di piangere. È questo il motivo per cui, nella musica cui siamo oggi abituati, certi accordi hanno effetto rallegrante e altri rattristante: la nota intermedia dell’accordo, quella dell’intervallo di terza, è crescente (“accordo maggiore”) o calante (“accordo minore”) rispetto alla nota che il nostro orecchio inconsciamente sente come “naturale” per quell’accordo, e questo ha effetti psicologici significativi.

Ma perché le note che sono in rapporti di frequenza semplici fra loro risultano più gradevoli di quelle con rapporti complessi? E perché una nota crescente rispetto a una nota “naturale” ha effetto rallegrante, mentre una calante ha effetto deprimente?

In quasi tutte le vibrazioni naturali, alla vibrazione fondamentale che definisce la nota si sovrappongono anche vibrazioni a frequenze più alte, multiple della prima, dette armoniche. In altri termini, la nota fondamentale è sempre accompagnata da altre note più acute, in proporzioni differenti secondo i differenti oggetti che producono i suoni. Sono queste – insieme alla variazione d’ampiezza del suono nel tempo – a dare ad ogni diversa sorgente sonora il suo timbro (o colore) caratteristico, a rendere diverso il suono di una chitarra da quello di un flauto. I suoni che trasmettono istintivamente paura sono rumori prodotti in natura da eventi potenzialmente pericolosi, come terremoti, frane, fulmini o esplosioni. Questi suoni contengono un gran numero di armoniche, note che stanno fra loro in rapporti di frequenza qualsiasi, quindi anche in rapporti molto complessi e disordinati. Probabilmente il nostro sistema nervoso è predisposto a considerare allarmanti e sgradevoli i suoni di questo tipo, mentre per contrasto trova apprezzabili i suoni che stanno fra loro in rapporti semplici, le cui armoniche siano ben caratterizzate, non caotiche. A livello ancestrale, suoni di questo tipo comunicano “nessun pericolo”.

A questa spiegazione se ne aggiunge una seconda. I suoni calanti sono tipicamente emessi da animali sofferenti, malati o moribondi e il degradare del lamento nel rantolo è tipico della situazione agonica. È probabilmente su questo che il nostro sistema nervoso, prima d’imparare a parlare, ha imparato a utilizzare i lamenti per comunicare sofferenza, lamenti che tipicamente hanno una tonalità calante. Per il solito meccanismo del contrario, fonazioni gioiose, eccitate e vivaci hanno tipicamente un andamento crescente. È quindi probabile che gli accordi maggiori e quelli minori abbiano effetti emotivamente opposti in quanto rievocano a livello inconscio le emozioni connesse a questo tipo di comunicazione non verbale, spontanea e involontaria.

Ora, alla luce di tutto ciò, è facile capire perché brani musicali come Giochi Proibiti muovano una profonda malinconia, ancora più intensa se associata a ricordi tristi. Ascoltare per credere.

Quindi è il cervello a rispondere alla grammatica musicale con reazioni emotive, non il cuore, o l’anima, come sarebbe bello credere. In particolare, sono l’amigdala e il sistema limbico a reagire istintivamente ai messaggi impliciti contenuti nella musica. I rapporti fra sistema limbico ed emozioni, emozioni e musica, sono dogmi anche se rappresentano un universo di continua indagine da parte delle neuroscienze, dato che le vie del cervello sono infinite.

Tuttavia, ancora oggi, quando vibro ascoltando un brano musicale, mi piace pensare che le emozioni suscitate da quella melodia appartengano al regno della poesia e della sensibilità, piuttosto che a quello della scienza e della razionalità. In una parola, all’immaterialità.

Dopo tutto, oggi al solo ricordo di me bambina che penso al mio cane perduto ascoltando Giochi Proibiti mi rattristo dolorosamente. La musica ha il potere di ridurre ad uno tutte le malinconie, quelle che ognuno di noi riscopre ogni volta nella sua vita, come se il tempo non fosse passato. Mi domando, quindi, se, a distanza di tanti anni, sia sufficiente rivivere una musica nella mente per accendere l’amigdala e scatenare emozioni tanto prepotenti. Oppure se, nei labirinti oscuri del nostro mondo interiore, scatti una magia più profonda, ancora sconosciuta alle neuroscienze, una magia che tesse il filo invisibile tra musica, emozioni e ricordi …