L’Inno alla vita e il bacio del Sole (Privé)

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Di fronte, il mare e la pace dell’infinito. Alle spalle, il temporale e l’agitazione del cielo. In mezzo, tra la quiete dell’azzurro e la minaccia dei lampi, una creatura animata da una singolare piacevolezza. Quella di sentirsi in armonia con questo Tutto che la circonda e la riempie, un Tutto che attraverso i suoi occhi di donna riversa nell’anima di bambina un sentimento di gratitudine per il privilegio di poter godere di questa vita con profonda consapevolezza.

Le pare di guardarsi dal di fuori, per cercare di fissare meglio tutta la scena, come fosse un dipinto appeso ad una parete dell’esistenza. Un dipinto vivo, pennellato di sensazioni tattili acute, pregno di suoni contagiosi, di odori assorbenti e sapori eccitanti.

I piedi nudi della creatura assorbono con piacere il calore conservato e rilasciato dalla sabbia, come se la terra rigurgitasse lentamente la sua energia vitale e gliela donasse attraverso quel sensuale contatto. Un po’ come farebbe con le radici di una pianta famelica di linfa.

Ecco, somiglia a una pianta la creatura che con femminea disinvoltura posa in questo dipinto abbozzato dalla creatività della Natura. Perché c’è poco di umano nell’istintivo benessere d’appartenere alla spuma del mare, alle saette del temporale e ai granelli della sabbia. È piuttosto una percezione primitiva, gioiosa e insieme conturbante, che evoca un idilliaco ritorno alle origini. Uno sprofondare a ritroso nel tempo attraverso lo spazio fino a poter toccare il nucleo ancestrale di sé.

Così, mentre i tuoni alle spalle si fanno sempre più ruggenti e il mare di fronte s’appresta a ricevere l’imminente pianto delle nuvole, la creatura allunga le braccia con le mani congiunte verso il cielo, caricaturando il rituale di una preghiera laica.

Un inno alla vita. Questo il titolo del dipinto che in un istante ha cullato di stupore l’anima di una bambina attraverso lo sguardo di una donna. L’inno alla vita di una pianta che, con i rami spalancati ad abbracciare il vento e le radici sprofondate a succhiare l’arena, accoglie la pioggia. In attesa del Sole che presto la bacerà.

Bangkok, la Città degli angeli

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Tradizioni secolari e ponti sul futuro, sacro e profano, dolce e piccante, caos e quiete. La capitale della Thailandia è la regina dei paradossi, la maga dei contrasti. Perdersi nei vortici tentacolari della “Città degli angeli”, dal nome ”Krung Thep Maha Nakhon” donatole dal re Rama IV, è forse l’unico modo per indovinarne l’anima dai mille volti. E per decantare le vibranti emozioni assorbite tra mistici templi, stupa dorati, solenni Buddha e odorosi mercati, ecco le soffici spiagge che, non lontano dal cuore frenetico della città, invitano a scoprire anche il piacere di vivere il mare, nel relax o nel divertimento.

Pattaya non ha bisogno presentazioni, essendo la spiaggia più rinomata del Paese. A 150 km. da Bangkok è il paradiso degli amanti della vita mondana, delle emozioni notturne ma anche degli appassionati di sport acquatici. Hotel, ristoranti, caffè e discoteche vestono questa località di un’attrattiva accattivante e festaiola, senza nulla togliere alla seduzione del mare. Campi da golf, parchi tematici e zoo completano il già ricco ventaglio di svaghi, adatti dunque anche alle famiglie.

A sud est di Pattaya si può raggiungere Rayong, incantevole per la sua naturalezza non ancora corrotta dal grande turismo. Un tuffo nel blu non lontano dalla mondanità.

A circa 200 km. da Bangkok, Hua Hin è una delle spiagge più esclusive, prediletta dai membri delle famiglie reali thailandesi e dai personaggi benestanti. L’accoglienza è dunque all’insegna del lusso e della raffinatezza ma anche del dinamismo. Qui, infatti, si tiene il festival internazionale di kitesurf, sport praticato tutto l’anno da principianti e professionisti grazie al favore dei venti.

Vale la pena scendere una quarantina di km. da Hua Hin e raggiungere Pranburi per immergersi in un’oasi ancora incontaminata, lontana dal caos, perfetta per chi ama il silenzio e il relax. Prediletta dalle famiglie in cerca di quiete, questa spiaggia lambisce un entroterra ricco di parchi naturali in cui avventurarsi a piedi o in bike, al riverbero della brezza oceanica.

Cha-Am, a circa due ore da Bangkok, è molto amata per il suo stile semplice, fedele alle più autentiche tradizioni thailandesi. Perfetta per le famiglie e per i non più tanto giovani, questa spiaggia offre hotel, ristoranti e negozi all’insegna di un’accoglienza squisitamente famigliare.

Anche Bang Saem, a circa due ore d’auto dalla capitale, invita al relax e all’atmosfera languida in perfetto stile thailandese. Interessante anche per i prezzi non elevati.

A poco più di 200 km. da Bangkok, Koh Samet è un’isola da sogno che vale la pena raggiungere per godere delle sue distese di candida sabbia. La sua verginale bellezza pare confermare che, giungendo qui, si viene davvero accolti tra le braccia della “Città degli angeli”.

Atmosphere Luglio 2018

Sardegna, un sogno con le ali

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Casa mia.

Volare in Sardegna oggi è come uno schiocco di dita. Un sorso d’acqua in mezzo a un oceano di voli intercontinentali accessibile pressoché a chiunque, dall’Italia, dall’Europa e da tutto il mondo. Ma se questa è oggi una realtà scontata, non lo era fino a un cinquantennio fa, quando gli alati destrieri non avevano ancora le strutture necessarie per solcare i cieli di Sardegna.

Erano i primi anni ’60 quando un lungimirante signore, leader religioso e ardito imprenditore, gettò le basi per creare letteralmente dal nulla il futuro profilo della costa nord orientale dell’isola. Il suo nome suonava già come una leggenda: Aga Khan e, nel teatro mentale dei miei primi anni di vita, poteva essere l’eroe di una fantasmagorica saga orientale. Ricordo perfettamente le candide cale della costa, una volta sbarcati al porto di Olbia. L’odore di salsedine che portavo via dal traghetto si appiccicava sulle dita che leccavo e risaliva le narici fino a inebriare i sensi. Il desiderio di tuffarmi in mare subito, così, vestita da città, era prepotente. Arrivata in quella Sardegna che per me era un meraviglioso altrove, mi spogliavo finalmente del cemento e rinascevo di sole, di sale e di vento.

Rivedo lo stesso mare turchese e le stesse rocce leccate dal maestrale, con quelle sagome talora umane talora animali, comunque vive e in perenne movimento. E ripercorro mentalmente gli ampi stazzi brulli, punteggiati di selvatica macchia mediterranea, che si srotolavano fino a Golfo Aranci dove, dopo parecchie ore di auto (per una bambina il tempo è dilatato, così come ogni cosa sembra più grande di ciò che in realtà è!) raggiungevamo la nostra casa. Non c’era molto altro, Golfo Aranci era davvero solo un golfo, con pochissime strade asfaltate e rare abitazioni tra cui la nostra, affacciata su quella che ancora oggi si chiama Terza Spiaggia. Un idillio nel nulla. La felicità.

La Costa Smeralda, poco lontano da lì, allora era solo una promessa, per qualcuno addirittura un miraggio. Eppure, una colossale impresa partita da un progetto pionieristico ha trasformato quella promessa in certezza e il miraggio in un castello. Vedere crescere nel corso degli anni quella fetta di costa così simile al paradiso non è sempre stato piacevole per me. Tuttavia oggi, da adulta, riconosco la grandezza di quanto è stato fatto, conservando gelosamente nel cuore il contatto verginale con quei luoghi.

L’evoluzione della Costa Smeralda e di tutta la Sardegna non sarebbe stata possibile senza un vettore aereo che accelerasse e snellisse i tempi di contatto dell’isola con il resto d’Europa. È così che ebbe inizio l’avventura alata della Sardegna, da una sfida. La sua storia affonda le radici addirittura nel vecchio campo di aviazione militare di Venafiorita e cresce tra i primi hangar degli aeroporti olbiesi, facendosi largo tra aride mulattiere, greggi di pecore e fieri nuraghi, un po’ quelli che coloravano la mia prima infanzia. La lungimiranza di imprenditori sensibili a questo territorio non sempre facile da educare, a poco a poco ha trasformato non solo il volto della costa ma anche il tessuto socio economico dell’intera Sardegna, facendola letteralmente decollare. L’apertura delle autostrade dei cieli su Olbia ha infatti elevato all’ennesima potenza l’attrattiva dell’isola a livello internazionale. Un valore moltiplicato negli anni dalla compagnia aerea nata come Alisarda, cresciuta come Meridiana e diventata oggi Air Italy, sulla scia del recente ingresso di Qatar Airways.

Questo vertiginoso progresso merita di essere raccontato, soprattutto a chi non ha idea di come fosse la Costa Smeralda prima che il traffico aereo locale la proiettasse nell’oceano del grande turismo internazionale. Ci ha pensato Luca Granella a farlo. Grande appassionato del poliedrico mondo aeronautico e in special modo di Meridiana, propone una ricostruzione emotivamente coinvolgente di questa fiaba. Una fiaba tutta da sfogliare nel libro di prossima pubblicazione edito da Carlo Delfino: ALISARDA E MERIDIANA, DA VENAFIORITA ALLA NASCITA DI AIR ITALY. Si tratta di una collezione di fotografie con eloquenti didascalie che ripercorre gli anni eroici della compagnia aerea, i cui veri protagonisti non sono gli aeroplani ma, innanzitutto, le persone. Donne e uomini che hanno messo le ali a un sogno ridisegnando completamente la personalità della Sardegna. Come sta scritto nel libro di Granella: Cara Meridiana, prendendo spunto da un detto popolare della Sardegna, che si usa per augurare lunga vita, nasce dal cuore un sincero auspicio: “a chent’annos”.

Per la cronaca, ricordo anche la prima volta che mi imbarcai su uno dei voli per Olbia. Grande l’eccitazione e grandissima la soddisfazione di trovarmi in appena una manciata di minuti (avevo qualche anno in più rispetto ai viaggi in traghetto…) con i piedi nudi, beatamente infilati nel mio amato mare. Un mare ancora oggi color dello smeraldo.

Il peso delle parole (privé)

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Scrivere spesso è una responsabilità, una grande responsabilità. Lo è verso chi, intenzionalmente o per puro caso, inciampa con lo sguardo sullo scritto e legge. Perché anche se la scrittura per passione scaturisce quasi sempre da un moto d’animo che risponde a esigenze personali, intime, dettate dal richiamo a confidarsi allo specchio dell’anima, in fondo fa sempre piacere sapere d’aver di fronte qualche spettatore.

Il pubblico, tuttavia, non è una presenza astratta. È fatto di lettori, tanti o pochi poco importa. Basta uno a far la differenza. Quindi, il peso delle parole cambia a secondo di chi lo riceve. Dopo la lettura, il padrone di quelle parole non è più chi le ha scritte ma chi le raccoglie. E le parole possono far sognare così come far sanguinare, far volare così come far sprofondare, ma difficilmente, o almeno si spera, lasciano indifferente. Pena l’incapacità di chi scrive.

Quelle stesse parole nate da una mente, dunque, si rifrangono in quelle di chi legge come luce dentro un prisma, seminando altrettanti pensieri, sentimenti o risentimenti, secondo l’interpretazione che se ne dà.

In questo istante, per esempio, sto posando lo sguardo sul mare di fronte e mi chiedo…quanti modi troveresti, Paola, per descriverlo? Quante parole per raccontare le infinite sfumature di azzurro, blu, cobalto, indaco…quante per il riverbero dell’acqua sulla sabbia sotto il sole…e quante per il candore spumeggiante delle onde sulle rocce ombrose di vento? Ci sarebbero infiniti rivoli di espressioni per raccontare questo istante di mare, così come ogni pittore ne ritrarrebbe un dipinto diverso. A qualche fruitore piacerà, a un altro no, ognuno reagirà con emozioni proprie e diverse. Ma è di mare che si tratta, non di amore. Il mare è di tutti, l’amore è esclusivo, sempre.

Mi chiedo allora se scrivere di sentimenti possa coinvolgere lo stesso ventaglio infinito di espressioni che si potrebbero inventare per il mare. Certamente sì, anzi di più. E allo stesso modo quei fiumi di parole susciterebbero in ogni lettore sensazioni diverse… di ammirazione, di stupore, di avvilimento forse. Soprattutto quando si fatica a dissociare l’autore dallo scritto e lo scritto dal lettore, perché separare l’atto creativo della fantasia da quello agito della realtà non è sempre possibile. Anzi, credo che la bellezza della scrittura per passione stia proprio in questo: nel confondere il confine tra sogno e verità senza rivelare dove stia il trucco, dove l’inganno.

Tuttavia, Paola, quando si scrive di panorami interiori e non di paesaggi esteriori vale forse la pena riflettere sulle conseguenze dell’esibizione e pesare le parole. Fare cioè un piccolo atto di umiltà davanti allo specchio dell’anima, sacrificare l’enfasi e obbedire a quel senso di responsabilità che ogni bravo scrittore dovrebbe donare al suo più caro lettore.

Liquida melodia (privé)

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Il mare fa l’amore col vento in musicale silenzio. Ascoltare lo sciacquio delle onde che leccano le rocce riporta a uno stato di liquida quiete. L’ipnotico, ritmico cullare evoca l’abbraccio amniotico suscitando un vago senso di nostalgia per qualcosa di sfuggente, di perduto, di dimenticato.

Forse è proprio questa la magia dell’acqua, cui nessuno credo si sottragga. Il saper dare un suono, una voce, una melodia all’impalpabile desiderio di ricongiungersi con l’origine della propria natura, con quella primitiva essenza di vita che la vita stessa costringe poi a dimenticare.

Mare, cordone ombelicale che riporta all’innocenza, alla purezza, al primo vagito dell’Universo. Immergersi nel suo velo cristallino è come ripulirsi di ogni crosta che il tempo inevitabilmente cuce addosso all’anima rendendola impermeabile al ricordo cosciente della sua nascita.

Che dolce regressione tuffarsi in questo circolare oblio dove tutto è inizio senza fine. Quel farsi e disfarsi delle onde sulla pelle è specchio dell’esistenza stessa, immagine di un cammino universale verso un comune destino. Vien voglia di chiudere gli occhi e sciogliersi in osmosi con l’acqua.

Il mare fa l’amore col vento in musicale silenzio per non disturbare chi ancora s’incanta ad ascoltare la liquida melodia della nostalgia.

 

Volare dove si vuole

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Libertà. Quale sensazione più intensa si può provare se non quella di volteggiare senza freni verso gli orizzonti più spinti della propria fantasia. L’illusoria sensazione di volare senza meta alla rincorsa dei sogni proibiti è qualche cosa che sfiora il senso dell’eternità.

Tutto in un istante, tutto per sempre. Come l’attimo perfetto in cui la vela innamora il vento e l’onda complice completa il viaggio. Volare dove si vuole è volere.

Libertà da. Libertà da chiunque sia un bavaglio all’urgente bisogno di sospirare tra il frastuono della gente.

Libertà di. Libertà di manifestarsi interamente nudi nell’anima oltre ogni ipocrisia dettata dalle fasulle apparenze.

Libera per. Libertà per essere veri. Per guardarsi allo specchio e volare senza freni.

Fuerteventura, la Isla lenta col fuoco nelle vene

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Esistono luoghi magici che hanno il potere di intrecciare gli elementi essenziali della Terra potenziandoli della loro intrinseca bellezza. Acqua, aria, terra e fuoco sembrano dialogare in armonioso equilibrio in una delle isole più selvagge dell’Atlantico, Fuerteventura, seconda per grandezza dell’Arcipelago delle Canarie. Insieme a Lanzarote gode del riverbero subtropicale del continente africano che la rende invitante tutto l’anno, anche grazie alla vicinanza con l’Italia. Fuerteventura è sinonimo di dune dorate che consegnano il deserto alle spumeggianti onde del mare e di eruzioni vulcaniche rigurgitate qua e là sulle spiagge in nere rocce leccate dal vento. In poche parole, una natura ancora vergine e selvaggia che pare conquistarsi il diritto di padrona di casa nonostante il turismo crescente.

É chiamata la Isla Lenta: poche mondanità, tanto relax. Uno stato mentale, più che uno spazio reale. È pertanto la destinazione ideale per chi vuole ricaricare corpo, mente e spirito alimentandosi dell’energia dei vulcani sopiti e dell’effervescenza del vento che qui spira sempre con carezzevole forza. I crateri dell’isola sono tutti inattivi ma la loro linfa vitale scorre nelle vene dell’isola. Basta sdraiarsi su una delle tante spiagge nere per averne una prova. Anche il colore delle baie, come quella di Ajuy, è frutto dei residui lavici arroventati dal sole e il contrasto con il delicato blu dell’Oceano è pura poesia. Le pendici brune dei vulcani, invece, s’accendono di verde o di rosso, assecondando il ciclo di vita delle piantagioni di aloe, importante risorsa economica di Fuerteventura. Qua e là pittoreschi paesini con casette basse e bianche ricordano la presenza umana: Lajares, dove il sabato c’è un mercatino dell’artigianato, Corralejo, epicentro della modesta movida isolana, e Betancuria, la vecchia capitale. Infine la penisola di Jandìa, giusto per concludere in bellezza.

 

Il Parco Naturale di Corralejo è il luogo ideale per immergersi nella magia del deserto i cui colori cambiano in ogni istante. Questa lingua di sabbia di circa 10 km scivola nel Nordest dell’isola ed è divisa in due parti che contrastano tra loro in maniera drammatica. A Nord, si estende il più vasto ondeggiare di dune delle isole Canarie, una immensa distesa di sabbia bianca lambita dalle acque turchesi dell’Oceano Atlantico. A Sud, il carattere vulcanico dell’isola la dipinge di ocra e rosso fuoco, scolpendo il profilo terrestre in forme sensuali e talvolta grottesche.

 

Procedendo a sud di Costa Calma, appena dopo la Playa de Sotavento, si giunge invece nella penisola di Jandia, famosa per la sua illibata naturalezza, penisola che s’allunga verso la parte più meridionale di Fuerteventura. Jandia era in origine un isolotto a sé stante, unitosi all’isola madre nel corso del tempo grazie all’azione sinergica del mare e del vento. Oggi questa è una delle zone più suggestive di Fuerteventura, con incantevoli squarci d’azzurro e spettacolari spiagge bianche. Qui, dove il vento sposa il mare, è il paradiso degli appassionati di windsurf, kite e surf, o anche solo semplicemente degli amanti della natura più selvaggia.

La Isla lenta è un invito a ritrovare il ritmo della propria anima.

Sicilia, un arcobaleno di emozioni

 

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Ogni volta è come fosse sempre la prima volta. Tornare in Sicilia significa ritrovarsi abbandonandosi all’abbraccio caldo della sua gente. Stupisce la fiducia, talvolta il candore, con cui le persone ci accolgono. Noi giornalisti, benedetti portavoce di una cultura immensa troppo spesso imbavagliata dai lacci ingombranti delle logiche economiche e politiche, ricevuti a braccia aperte da chi chiede innanzitutto di essere ascoltato e raccontato: sorrisi schietti, tavole imbandite e quello spirito generoso, quella disponibilità a “darsi” che non si esaurisce mai. Nemmeno dopo il primo incontro.

È così che si diventa amici. È così che visitando aziende, cantine, bagli dal sapore secolare che il tempo ravviva anziché cancellare, si coltivano rapporti umani, oltre che professionali. Qui, tra le vigne odorose di salsedine, sotto il fruscio rassicurante degli ulivi, affacciati su tramonti albicocca indecisi se appartenere al mare o al vulcano, si riscopre l’antico dialogo tra le persone e la natura, tra la gente e la sua terra. Gente giustamente orgogliosa di mostrare al mondo le bellezze, talvolta schive nonostante l’esuberanza, di un’Isola dai mille volti. Perché oltre alle “primedonne” ben note al turismo di tutto il mondo, quali Palermo, Agrigento, Taormina, ci sono spicchi di Sicilia da scoprire con fanciullesco stupore, quasi in punta di piedi per non violarne la naturalezza.

Penso ai vigneti che ruzzolano fin sulle spiagge della costa menfitana, dove i grappoli sembrano rincorrere la brezza del mare per farsi più ricchi e preziosi. Penso alle saline rosa dello Stagnone che sorvegliano Mozia, candidi cristalli testimoni di una storia resuscitata alla memoria. Penso al vento che carezza le piccole isole al largo della grande Isola, gioielli di un già ricco tesoro, e immediatamente respiro il profumo intenso del Passito di Pantelleria, assaporo la fragranza dei capperi di Salina, gusto l’invito irresistibile dei vini nati dal sole a farsi sorseggiare in lieta compagnia. Ed è solo un assaggio, perché la Sicilia è molto altro ancora. È un arcobaleno di emozioni dipinto nel cielo dell’anima.

Allora, ripercorrendo con la mente i mille volti della Sicilia, penso che forse altro non sono che i volti aperti della sua gente. E così, raccontare dei momenti trascorsi insieme a chi, con solerte passione, dedica quotidianamente la propria vita alla cura di una terra baciata dal sole e dal mare, diventa anche per noi giornalisti un insegnamento e un’occasione per poter rivivere preziose esperienze in compagnia dei cari amici di sempre.

Fino al prossimo incontro.

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I LUOGHI DELL’ANIMA, Il SAPORE DELL’INFANZIA (Privé)

 

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Ci sono luoghi scolpiti nel cuore.

Sono quelli che abitano nelle memorie di chi non è più bambino: il primo mare quieto di vento, il primo bosco odoroso di verde, il primo prato ricamato di primavera. Luoghi dove si era stati da piccoli, la cui eco si riverbera durante tutta la vita aiutando l’adulto a tornare all’infanzia. Immagini che prendono per mano e riportano puntualmente laggiù, nel passato ovattato di sogno. Il richiamo è irresistibile, è il bisogno di ritrovarsi attraverso il racconto della vita: una collezione di attimi che si vorrebbe infinita.

Non sempre però è possibile far ritorno là dove si era stati, dove si era stati così bene tanto da desiderare di rimanere, anche perché certi posti non esistono più. Allora ecco che la mente gioca a mescolare i ricordi con l’immaginazione. É così che nascono i “rimandi”: luoghi che evocano altri luoghi, mari che rimandano al primo mare, boschi che rimandano ai primi alberi e prati che rimandano ai primi fiori, travestendo il presente da passato.

Così può capitare di trovarsi nel silenzio lacustre di un lido disadorno, perché il lago d’inverno cade in letargo, e sentirsi improvvisamente catapultati sulla prima spiaggia della propria vita. Quella di un’isola nuda di folla, semplice, naturale come la spuma del mare che invitava una bambina appena in grado di camminare a far capriole nell’acqua, tutta vestita scarpette comprese, tanto era magica la conoscenza con il mare …

Immergersi là dove si era stati e ripercorrere le proprie tracce ad occhi chiusi in maniera ipnotica, è più facile quando alle immagini si mescolano odori e sapori. Il cibo, dopo tutto, lascia lo stesso prepotente imprinting dei luoghi: nella vita si ricercano gli alimenti amati da piccoli, fragranze, aromi, profumi che nutrono non solo il corpo ma anche l’anima. E per quanto sia bello e giusto essere curiosi di novità anche a tavola, provare eccessi, osare stravaganze, aprire i sensi a tutto il possibile e persino corteggiare l’impossibile, prima o poi puntualmente si torna ad aver voglia di quelle verdure appena colte nel giardino, di quella torta carica di frutta e, perché no, di quel primo sorso di vino rosso che sapeva di prugna maturata al sole. Perché la novità prima o poi annoia, mentre la famigliarità accoglie e rassicura.

Non si tratta solo di mangiare, infatti, ma di rivivere quei riti iniziatici che ci hanno avviato alla crescita, spesso con piacere ma anche con fatica e talvolta con dolore, conducendoci comunque qui, dove siamo oggi, a cavallo delle nostre memorie più care, senza le quali saremmo miseri orfani in cerca di futuro.

Ed eccoci qui, dunque, seduti a scrivere davanti a un monitor che riflette l’immagine un po’ sbiadita di quel primo mare quieto di vento. Quello che invitava una bambina appena in grado di camminare a far capriole nell’acqua, tutta vestita scarpette comprese, tanto era magica la conoscenza con quel mare che non ha mai smesso d’amare.