Già domani (Privé)

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I pedalò non sono ancora stati coperti che le casette natalizie son già pronte per essere erette. Il lago Ceresio racconta ancora di un’estate non del tutto sfumata nei vapori d’autunno, mentre la piazza di Lugano si accinge a vestirsi delle prime luci d’inverno.

E noi, mentre la città cambia abito, come ci sentiamo in questo paradossale rimbalzo stagionale? Noi, comparse di passaggio su un palcoscenico temporale deciso da uno sconosciuto artefice, c’incanaliamo in tale ciclicità con i nostri stati d’animo, altalenanti tra la l’energia del calore e l’indolenza del letargo.

Lo strascico dell’ultimo sole s’allunga fino a scaldare primi brividi di freddo. Impossibile fermarsi. I ricordi rincorrono le attese, finché esse stesse si faranno ricordi in uno scenario di paradossale circolarità. Anelli che si ripetono all’infinito.  Sempre uguali, eppure sempre diversi proseguiamo un cammino che pare durare da tempo immemore. Contemporaneamente, se ripensiamo a “quando eravamo giovani”, ecco che quel puntino di partenza obiettivamente lontano, che identifichiamo alle nostre spalle, pare un soffio. Pare ieri.

Andiamo avanti. Proseguiamo il peregrinare ritrovando i nostri stessi passi, in un andirivieni drammatico e insieme rassicurante. Così come l’alternarsi delle stagioni anche il susseguirsi dei nostri anni è un ineluttabile procedere verso un destino. Destino nel senso di meta, di traguardo, e non di fato. Con la convinzione che la distanza tra noi e il capolinea possa essere disseminata ancora di tante gioie e passioni, di follie e rivoluzioni, di salti mortali e atterraggi felici, capaci di trasformare la prevedibile ciclicità del nostro viaggio in un’eterna primavera.

Ecco, allora, che quel puntino di partenza obiettivamente lontano, che identificavamo alle nostre spalle, non è un soffio e non è ieri … è già domani.

Lugano, una città per ogni stagione

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Hanno rubato le colline. Questa mattina d’ottobre il lago Ceresio s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale già vestita di un malinconico foliage. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito. Lugano sembra sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto.

Eppure, se si presta un po’ d’attenzione, dietro le quinte della nebbia si coglie l’eco ancora calda di un’estate particolarmente effervescente per la città. Un’estate animata, come ogni anno, da una miriade di eventi che hanno attirato turisti e cittadini, mescolandoli in un unico grande popolo in festa. A chiudere la bella stagione, le undici giornate gourmet di settembre, che hanno eletto Lugano “Città del gusto”.  Sapori, fragranze, aromi ma anche incontri, workshop e conferenze che hanno animato trasformato la bella Lugano in un piacevole cocktail di cultura, divertimento e convivialità. Il Padiglione Conza, il Palazzo dei Congressi e Villa Ciani, per l’occasione, hanno esaltato i prodotti agroalimentari locali, sottolineando come la Svizzera non sia solo un Paese di banche, coltellini e orologi ma soprattutto di tradizioni legate alla terra, ai laghi e alle Alpi. Formaggi, farine, birre e vini fanno parte dell’orgoglio e delle fatiche di questa piccola grande Nazione che, con le sue quattro lingue ufficiali e i suoi tanti dialetti, s’identifica in un unico linguaggio: quello del cibo, appunto, su cui tutti vanno d’accordo.

Dal gusto dell’estate si è poi scivolati nelle recenti fragranze ottobrine, con la Festa d’Autunno prima, il Mercato delle Cipolle poi e, infine, la Festa delle Castagne. Tre eventi popolari che hanno portato nelle piazze di Lugano altre secolari tradizioni del Canton Ticino e della Svizzera interna. In particolare il Mercato delle Cipolle, “Zibelemärit”, che si tiene ogni anno a metà ottobre, viene da Berna e racconta della vita semplice ma gustosa dei contadini. Le bancarelle sfoggiano trecce di cipolle artisticamente decorate, oltre a torte calde di cipolle e formaggio, trecce al burro e ricchi piatti di formaggio Emmentaler. Il tutto condito da Merlot, musica e allegria.

I sapori e i colori dell’autunno scalderanno la città fino ai primi di dicembre, quando saranno i bei mercatini di Natale a illuminarla. Ma questo è un altro capitolo.

Nel frattempo la nebbia di questa mattina d’ottobre si è arresa a un timido sole, sufficientemente caldo per invogliare ad uscire di casa e passeggiare per le vie e le piazze di una Lugano che anche questa domenica si sarà vestita di festa.

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Teatranti tra tanti (Privé)

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Giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri. Cittadini e turisti.

La bella Lugano in questi giorni è ancor più multiforme della sua colorata quotidianità. Il Buskers Festival – il festival degli artisti di strada – sta vivendo in pieno la sua decima avventura, in un susseguirsi di esibizioni e di eventi che sposano la precisione della programmazione svizzera con l’improvvisazione dello spirito creativo internazionale.

Camminando qua e là per la città e osservando i volti della gente, è persino difficile distinguere artisti e spettatori, tanto contagiosa è la stravaganza che vibra nelle piazze, nei parchi e sul lungolago alberato. Si respira la voglia di esprimersi in libertà, di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare, di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro. Portando per strada, appunto, il proprio talento, più o meno prezioso e comunque mai pretenzioso perché libero di pregiudizi.

È così che anche una mattina nata in bianco e nero, sotto una pioggia vagamente autunnale, s’è scaldata piano piano in un arcobaleno in scena, sotto i riflettori di un generoso sole e sullo sfondo di un lago pronto ad accogliere intrepidi tuffatori incuranti del brivido. Sì, perchè anche i protagonisti del Cliff Diving sono artisti in queste ore qui, angeli in volo sui riflessi lacustri. Una cornice perfetta per una città che ogni giorno si reinventa, sempre più viva e sempre più bella nella sua ordinata giostra senza sosta.

E quando giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri se ne saranno andati, portando con sé i propri fagotti pieni di emozioni, a Lugano resteranno i cittadini di sempre e qualche affezionato turista. Un nuovo spettacolo andrà per loro in scena. Quello solito, quello di tutti i giorni. Animato di qualche maschera in più, forse, ma contagiato dalla stessa voglia di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare e di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro.

Dopo tutto, siamo tutti artisti di strada, ogni giorno attori e spettatori. Teatranti tra tanti.

Lugano, una favola di “Le mille e una notte” (privé)

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Turgido e vellutato, fiero e sensuale, vivace e delicato. Con la sua variopinta presenza, il tulipano è uno tra i fiori che meglio esprimono l’anima della primavera, anche in città. Una rigogliosa tavolozza di petali che riveste i giardini di un nuovo volto, quasi a simboleggiare la ripresa della vita dopo il sofferto letargo invernale.

Non a caso la bella Lugano da qualche settimana ha prediletto tulipani dai mille colori per infondere fresca effervescenza a piazze, aiuole e giardini. Ed è una delizia osservarli giorno dopo giorno crescere, levarsi verso il sole con quelle testoline gentili e affusolate, quasi a voler spingersi sempre più in alto per respirare l’aria lacustre. Sembrano tanti soldatini in fila, obbedienti, regolari, allineati secondo una precisione geometrica – svizzera direi – che doma con grazia l’esuberanza della natura.

Forse la sensazione di magica armonia che i tulipani trasmettono viene anche dai messaggi inscritti nel loro intimo linguaggio, perché – si sa – ogni pianta e fiore possiedono un simbolismo ricamato di leggendari aneddoti. Così è anche per il tulipano, la cui personalità pare essere intimamente radicata all’amore.

La sua culla natale giace in Turchia, nei monti del Pamir, nelle montagne dell’Hindu Kush e del Tien Shan, luoghi per definizione magici che hanno partorito leggende altrettanto fiabesche legate al fiore. Si narra, per esempio, che il sultano di “Le mille e una notte”, usasse sempre e solo un tulipano per scegliere la donna prediletta dell’harem, lasciandone cadere uno rosso ai suoi piedi in cambio delle sue grazie. Un altro racconto narra che fossero le odalische a posare un tulipano al di fuori delle inferriate dell’harem, per suggellare il proprio struggente amore con l’amante perduto.

Leggenda o verità, fantasia o sogno, è bello pensare che ogni tulipano custodisca gelosamente tra i suoi setosi petali un messaggio d’amore destinato a chi lo sappia cogliere, catturato dai suoi ipnotici colori. Tulipani rossi per scaldare la passione, gialli per stuzzicare la gelosia, screziati per accendere l’eccitazione, rosa per elargire carezze, viola per asciugare le lacrime e bianchi per domandare sommessamente scusa …

E se un’altra leggenda vorrebbe che dal sangue dell’Imam Hossein, nipote di Maometto, sia sbocciato nel cuore del deserto un tappeto di tulipani rossi, è più piacevole pensare che sia l’amore ad accendere la primavera di Lugano. Fiorita, colorata, incantata. Bella, come una favola di “Le mille e una notte”.

“Bee”, the place to be

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Capita a volte di avviarsi per un cammino in vista di un obiettivo ben preciso e imbattersi, con sorpresa, in uno sbocco del tutto inatteso. In una parola, “serendipity”. É la fortuna di fare felici scoperte per puro caso, il piacere di trovare una cosa non cercata mentre se ne stava inseguendo un’altra. Questo può capitare anche quando si chiacchiera con una persona di cui si sa ancora poco ma che, dentro quel poco, nasconde e rivela un panorama tutto da scoprire.

Mi è successo incontrando per la prima volta Marco Antonio Caporale, romano d’origine e luganese d’adozione, giovane (solo per l’anagrafe) e intraprendente proprietario del ristorante Bee, a Lugano. Davanti a un generoso piatto vegano, sono felicemente rapita dai racconti effervescenti di Marco che, in verità, pare leggere pagine ben scritte di un romanzo invisibile. Il romanzo è quello della sua vita, flash di confidenze di cui sarebbe bello approfondire, come imprenditore ma soprattutto come persona in costante evoluzione. Con una laurea in giurisprudenza, lasciata Roma e la sua vita agiata, parte in cerca della sua strada, perché “un albero giovane, in mezzo ad alberi già grandi, non ha spazio sufficiente per crescere”, come sostiene Marco. Strada che trova in Svizzera. Dopo una parentesi ginevrina, che gli lascia ricordi e sensazioni indelebili, approda a Lugano dove, due anni fa rileva un’attività senza apparente futuro trasformandola in quello che oggi è il suo Bee. Menù vegetariani, vegani, pizza e molto di più, in un ambiente schietto che invita all’incontro e alla convivialità.

Intuizione o lungimiranza? Forse entrambe, sostenute però dalla ferma volontà di offrire alla città di Lugano, che Marco ama, un valore aggiunto, una sferzata di freschezza ricreando da zero qualche cosa di nuovo. Sì, perché Marco non sopporta la resistenza al cambiamento. Anche le sconfitte possono essere freni solo apparenti e rappresentare, in realtà, spinte per raggiungere ambiziosi traguardi. Questo vale in amore, nel lavoro, sempre. E di fatti Marco ha investito le sue idee senza fermarsi mai: lasciare Ginevra per Lugano poteva avere inizialmente un vago sapore di sconfitta, tuttavia presto tradotto in opportunità. “Lugano, con il suo lago, sembra immobile ma non lo è. Sotto la sua quiete apparente, tutto si muove. È la città dei segreti, l’animo mediterraneo della Svizzera, e il suo leitmotiv è edenico!” Così sente Marco la città che lo ha accolto a braccia aperte: un Eden (non a caso un Comune si chiama Paradiso), un Eden terrestre che merita di essere valorizzato con progetti all’altezza della sua bellezza e del suo prestigio.

Declinare la professione di avvocato per dedicarsi alla ristorazione è stata per Marco una scelta consapevole che risponde alla sua necessità interiore di inventare, di creare e di offrire ai clienti non solo un servizio di qualità ma anche sensazioni ed emozioni, vibrazioni positive e contagiose. Cosa che gli riesce benissimo. E siccome Marco odia la staticità, ha pensato di andare oltre il successo già consolidato. Insieme ai fratelli James e Deborah Mauri – di Mauri Concept, altro gioiellino che coccola le giornate di Lugano – sta realizzando nuove idee che presto renderanno il Bee ancora più attraente. Gli “effetti Mauri” saranno evidenti già in primavera e, a guardare gli occhi brillanti di Marco mentre me ne parla, il Bee sarà la promessa per un’estate luganese ancora più golosa. Fino al prossimo traguardo, perché tutto nella vita è serendipity.

http://www.beelugano.ch

L’illusione (Privé)

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Hanno rubato le colline. Questa mattina il lago s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale ancora vestita d’inverno. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito.

Lugano è sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto. Beatamente sospesi dentro una piccola, immensa bolla d’impalpabile cremosità, senza un sopra né un sotto. Semplicemente risucchiati dentro un Tutto.

In questo Tutto ovattato si sta bene, entrano solo pensieri felici e sentimenti buoni.

L’illusione che il tempo abbia messo il freno inebria la mente. Appena un filo di timido sole viene a bussare a questo dolce torpore fendendo la cortina d’argento che divide e protegge. Quasi a voler rassicurare che, in fondo, dove lo sguardo non arriva c’è sempre un Oltre. Una promessa, una speranza, una certezza.

E così, guardando verso quell’invisibile Oltre, nell’infinito mi fingo. E m’illudo che sia per sempre.

Mauri Concept, l’appuntamento quotidiano con il ben Essere

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Rari sono i luoghi in grado di offrire, in un unico ambiente, il piacere di regalarsi coccole e attenzioni per il corpo, per lo spirito e per il palato.

Tre dimensioni intimamente intrecciate che tessono un dialogo tra la naturalezza dei bisogni quotidiani e la piacevolezza dei desideri, contribuendo così all’armonia di ognuno di noi.

Tre, proprio come gli spazi che Mauri Concept, nel cuore di Lugano, dedica ai suoi ospiti, fedeli amanti dello stile, del buon gusto e del benessere: barbiere per i signori al piano terra, parrucchiera per le signore al piano superiore, centro estetico altamente specializzato al piano inferiore. Tre livelli e un comune denominatore che riepiloga il piacere di darsi appuntamento qui: una raffinata cucina che lega sapore e salute in un ventaglio gastronomico davvero stuzzicante.

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L’idea si concretizza tre anni fa dal guizzo creativo di James e Deborah Mauri i quali hanno ereditato il talento di papà Angelo, già figlio d’arte, alimentando l’esperienza di imprenditorialità.

Un mestiere antico quello del barbiere, dal quale si è poi evoluto il poliedrico Mauri Concept. Un mestiere che qui si pratica con la stessa immutata passione di una volta: poltrone accoglienti, panni tiepidi, creme profumate e soprattutto perfezione nel tocco. Dettagli che fanno sentire ogni cliente unico.

Ma questa iniziativa, inaugurata nel 2015, rappresenta qualcosa di più di un semplice luogo dedicato alla cura di sé. È un esempio di come una città si possa “reinventare” e rinascere più bella. La famiglia Mauri, infatti, ha avuto il coraggio di dare nuova vitalità ad un angolo cruciale di Lugano, lasciato tristemente abbandonato dalla storica libreria Melisa, costretta a chiudere l’attività dopo decenni di gloria. L’angolo di Via Vegezzi, grazie a questa sfida innovativa, anziché restare l’ombra di un ricordo si è tradotto in un nuovo concetto di negozio connesso con la bellezza e la piacevolezza di socializzare. Oltretutto questo rifiorire del quartiere racchiude anche un aspetto affettivo, perché fu proprio qui, in Via Vegezzi, che nonno Mauri aprì nel 1945 il suo primo negozio di barbiere.

Così oggi l’avventura Mauri prosegue con successo verso nuovi ambiziosi traguardi all’insegna dell’originalità, senza tuttavia tradire l’atmosfera famigliare che contraddistingue l’ambiente. Il sorriso delle ragazze e dei ragazzi che ogni giorno ricevono i clienti è il biglietto da visita di Mauri Concept e la stessa gentile accoglienza è riservata in tutti i reparti durante i trattamenti, in un clima di professionale confidenzialità che fa sentire a casa. Relax, remise en forme, cure personalizzate per viso e corpo e medicina olistica sono un’altra carta vincente e trasformano una giornata qualunque in un momento speciale, anche da regalare grazie alle gift card senza limiti.

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Fiore all’occhiello del posto è la cucina, in particolar modo la pasticceria. Una vetrina di piccoli capolavori tutti da gustare che regalano a Lugano un tocco di sicilianità condito dalla fantasia e dal talento di un vero artista in toque blanche che, insieme alla sua squadra, addolcisce gli ospiti. Un motivo in più per cominciare con gusto la mattina davanti a un buon caffè con gli amici di sempre, o per interrompere la giornata lavorativa con uno dei tanti piatti saporiti e sani, un interessante fusion tra proposte tradizionali e interpretazioni internazionali.

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Last but not least, un’attenzione particolare anche per gli amici a quattro zampe sempre benvenuti, accolti all’ingresso da una ciotola di crocchette sempre abbondante.

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L’unico difetto di Mauri Concept è quello d’essere chiuso la domenica. Un buon motivo per aspettare con entusiasmo l’arrivo del lunedì!

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Dal lago alla città sulle ali della libertà

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Sfilano per le vie della città con elegante disinvoltura. Ancheggiando, passeggiano sui marciapiedi, gironzolano nelle piazze animate dai mercatini di Natale, si specchiano nelle vetrine illuminate a festa dei negozi, catturando gli sguardi ammirati della gente. Rara bellezza, candida purezza, educata selvaticità nel cuore dell’urbanità.

Eppure, questo crescente fluire di maestosi cigni nel centro di Lugano, anziché suscitare solo un comprensibile e divertito stupore, dovrebbe anche far pensare.

Perché un animale libero, selvatico e notoriamente ribelle all’addomesticazione dovrebbe preferire il cemento e l’asfalto all’acqua e all’erba? Perché dovrebbe rischiare d’essere investito da un’auto sulle strisce pedonali (perché da buoni cigni svizzeri pare rispettino le regole della viabilità!) per raggiungere i negozi e intrufolarsi tra i passanti divertiti?

Per mangiare, ovviamente. Le persone indubbiamente li amano, tuttavia, per quanto sempre rispettose nei loro riguardi, hanno alimentato i cigni non solo di pane, biscotti e pizza ma anche di una malsana abitudine: quella di farli sentire attratti da un ambiente e un modo di vivere lontano dalla loro naturalità, rendendoli sempre più dipendenti dall’essere umano anziché dall’istinto. Tanto che sempre meno li si vede soffiare contro potenziali minacce, come cani o bambini maldestri, e incuranti dei pericoli insistono sempre più numerosi nel loro diramarsi come nuvole bianche lungo Via Nassa o Piazza Riforma. Eppure il lago è generoso con gli uccelli acquatici, offre cibo e rifugio.

Tuttavia, le distanze tra le mani che porgono pezzi di pane e il becco dei cigni si accorciano sensibilmente e le immagini di questo rapporto sempre più domestico tra esseri umani e bianchi pennuti si moltiplicano e dilagano nel web, incoraggiando quest’irresistibile tentazione di poterli toccare e carezzare come docili cagnolini.

Se da un lato è comprensibile l’ammirazione per queste scene un po’ naif, dall’altro sarebbe bene ricordare che i cigni, così come ogni altro animale selvatico, non sono un’attrazione e soprattutto non sono “antropomorfizzabili”. Sono creature vive e imprevedibili, libere e suscettibili, con abitudini e ambienti propri, diversi e lontani da quelli umani e il nostro irriducibile desiderio di avvicinarli li sottopone a inutili rischi e dannose dipendenze. Un pezzo di pane troppo grosso potrebbe soffocarli. Un’automobilista potrebbe involontariamente investirli. E, inversamente, l’eccessiva famelicità da parte loro potrebbe essere un pericolo per mani e dita eccessivamente audaci o poco prudenti.

Qualche giorno fa, sul piazzale del Lac, è capitato che un grosso cigno abbia allungato il sinuoso collo verso un giovane uomo accovacciato alla sua altezza e, probabilmente indispettito, con una rapida beccata gli ha afferrato il cellulare con cui lo stava immortalando nell’ennesimo scatto di popolarità. Beh, forse involontariamente sono proprio i cigni a poter insegnare a noi come vorrebbero essere trattati, con tutto il rispetto per l’incontenibile istinto dell’essere umano di voler condizionare la Natura a tutti i costi. Anche quando può cavarsela benissimo da sola.

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LA CITTÁ DEI CIGNI E DEI SOGNI (Privé)

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Ci sono luoghi che trascendono lo spazio fisico. Luoghi che rappresentano, innanzitutto, uno stato mentale, un modo di stare e di sentire.

La ‘mia’ città sta seduta sull’acqua. Galleggiano i palazzi e serpeggiano le strade incorniciando di sinuose curve i riflessi del lago. Non impone il suo cemento alla natura che la ospita ma si eleva e si espande con garbo, quasi chiedendo permesso.

Così la vedo io, questa città che ogni mattina si risveglia con la puntualità di cui va fiera la sua gente. Il ritmo del giorno s’accorda con il naturale diffondersi della luce e il teatro quotidiano prende il via richiamando all’ordine le sue consuete comparse.

È la città delle palme e degli oleandri, delle file educate negli uffici e delle code silenziose sulle strade, dell’infradito ai piedi e delle ventiquattrore in mano. Una città dai mille idiomi dove è sempre vacanza anche quando si lavora, dove davanti a un caffè tutto può accadere, basta saper guardare oltre l’apparente casualità di certi incontri.

Ma soprattutto la ‘mia’ città è il regno dei cigni e dei germani, degli svassi e dei gabbiani, delle folaghe e dei cormorani. Una svolazzante frenesia anima il lago di pennute presenze che echeggiano sull’acqua e fanno da controcanto al solenne volteggiare di poiane, falchi e nibbi, sovrani indiscussi del cielo in ogni sua stagione.

Qui osano i cigni e stringono un disinvolto dialogo con la gente del posto e con i turisti di passaggio, sfilando fin sulle aiuole del lungolago per accattivarsi qualche goloso boccone. Rinunciando all’eleganza che normalmente ostentano sull’acqua, trascendono il proprio naturale spazio liquido e con goffa audacia s’avventurano nella civiltà mescolandosi all’imprevedibile presenza umana. Cigni abitudinari e sedotti come noi, evidentemente.

Noi consuete comparse che ogni mattina ci risvegliamo senza smettere di sognare in questa città garbatamente seduta sull’acqua, gustando quel particolare modo di stare e di sentire che ci infonde, in eccitata attesa di quel che accadrà davanti al prossimo caffè… Forse.

LA SACRALITÁ LAICA DEL FIORE DI PIETRA

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Ricordi di gioventù che sbocciano come fiori.

Da adolescente in circa tre ore di buon cammino raggiungevo quella che era la vetta più vicina a casa ma anche più vicina al cielo. E contemporaneamente rappresentava per me un rito iniziatico: la fuga verso la libertà, la trasgressione, il rifugio dove volare in compagnia dei miei desideri e dei miei primi intimi affetti. Salirci a piedi, nonostante la presenza del trenino a cremagliera, aggiungeva un’adrenalinica emozione alla missione: il sudore sulla fronte, il sapore della fatica, l’energia nei muscoli rendevano ancora più prezioso e goloso l’obiettivo da raggiungere, dilatando nel tempo l’attesa.

Oggi la Vetta del Monte Generoso riapre le sue braccia, pronta ad accogliere i nuovi pellegrini dell’escursionismo, del trekking, del parapendio e di tutti coloro che amano la montagna, la natura, il sole e, perché no, il buon cibo.

La montagna più a sud della Svizzera, che con i suoi 1700 metri di altezza sorveglia il bel lago di Lugano svettando sui tetti di Mendrisio e Capolago, inaugura il suo nuovo look sabato 8 aprile, dopo un meticoloso restyling durato circa due anni. Esattamente 150 anni dopo la sua nascita (l’8 aprile 1897 si inaugurava il primo albergo del Monte Generoso, quello di Carlo Pasta) la montagna rinasce sotto forma di fiore: è il Fiore di pietra, imponente edificio disegnato e realizzato dal genio creativo dell’architetto ticinese Mario Botta. Un’impresa ingegneristica imponente come la montagna eppure leggera come un fiore e che al suo interno ospita due ristoranti il cui piatto forte è certamente unico: il panorama. Le Alpi da un lato, che s’innalzano a nord, i prati dalla parte opposta, che scivolano verso sud: sono le due anime del Generoso, così diverse l’una dall’altra eppure amiche. Dall’alto della sua cresta lo sguardo abbraccia sia la Pianura Padana sia il bacino del Ceresio, rendendo il mendrisiotto non più terra di confine e di separazione bensì link di sorellanza tra Italia e Svizzera, unite dalla bellezza di una natura immutata.

La Vetta è raggiungibile, oltre che con sana fatica a piedi, anche grazie allo stesso trenino a cremagliera che da Capolago s’inerpicava con pazienza sulla montagna per consegnare i turisti di allora a quello che era stato per tanti anni il ristorante del Generoso, il Mövenpick, un enorme scatolone senza poesia. Al suo posto, oggi il Fiore di pietra appare come un’espressione stessa della montagna, che tesse un armonioso dialogo con il paesaggio. Perché per Botta l’architettura è un mestiere fatto non per costruire in un luogo ma per costruire quel luogo, interpretandone l’anima: “Volevo darle una forma centrale – spiega Botta sul Corriere del Ticino – come una chiesa ortodossa, bizantina… C’è una forma di sacralità laica.

Sacralità laica, parole che svelano la vera imponenza di un’impresa architettonica e l’impatto che avrà sui suoi fedeli visitatori. La sensazione che il Fiore di pietra promette di donare, infatti, è di libertà, di leggerezza, di sentirsi librare sospesi senza più la terra sotto i piedi. Quella stessa libertà che l’adolescente di allora ormai donna potrà ancora provare grazie alle emozioni di un Fiore che sta per sbocciare.

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