Lugano, una città per ogni stagione

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Hanno rubato le colline. Questa mattina d’ottobre il lago Ceresio s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale già vestita di un malinconico foliage. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito. Lugano sembra sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto.

Eppure, se si presta un po’ d’attenzione, dietro le quinte della nebbia si coglie l’eco ancora calda di un’estate particolarmente effervescente per la città. Un’estate animata, come ogni anno, da una miriade di eventi che hanno attirato turisti e cittadini, mescolandoli in un unico grande popolo in festa. A chiudere la bella stagione, le undici giornate gourmet di settembre, che hanno eletto Lugano “Città del gusto”.  Sapori, fragranze, aromi ma anche incontri, workshop e conferenze che hanno animato trasformato la bella Lugano in un piacevole cocktail di cultura, divertimento e convivialità. Il Padiglione Conza, il Palazzo dei Congressi e Villa Ciani, per l’occasione, hanno esaltato i prodotti agroalimentari locali, sottolineando come la Svizzera non sia solo un Paese di banche, coltellini e orologi ma soprattutto di tradizioni legate alla terra, ai laghi e alle Alpi. Formaggi, farine, birre e vini fanno parte dell’orgoglio e delle fatiche di questa piccola grande Nazione che, con le sue quattro lingue ufficiali e i suoi tanti dialetti, s’identifica in un unico linguaggio: quello del cibo, appunto, su cui tutti vanno d’accordo.

Dal gusto dell’estate si è poi scivolati nelle recenti fragranze ottobrine, con la Festa d’Autunno prima, il Mercato delle Cipolle poi e, infine, la Festa delle Castagne. Tre eventi popolari che hanno portato nelle piazze di Lugano altre secolari tradizioni del Canton Ticino e della Svizzera interna. In particolare il Mercato delle Cipolle, “Zibelemärit”, che si tiene ogni anno a metà ottobre, viene da Berna e racconta della vita semplice ma gustosa dei contadini. Le bancarelle sfoggiano trecce di cipolle artisticamente decorate, oltre a torte calde di cipolle e formaggio, trecce al burro e ricchi piatti di formaggio Emmentaler. Il tutto condito da Merlot, musica e allegria.

I sapori e i colori dell’autunno scalderanno la città fino ai primi di dicembre, quando saranno i bei mercatini di Natale a illuminarla. Ma questo è un altro capitolo.

Nel frattempo la nebbia di questa mattina d’ottobre si è arresa a un timido sole, sufficientemente caldo per invogliare ad uscire di casa e passeggiare per le vie e le piazze di una Lugano che anche questa domenica si sarà vestita di festa.

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Il mare nel letto (Privé)

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Acqua di sorgente. Nata dal ventre della terra zampilla libera e s’abbevera d’aria.

S’alimenta, cresce, raccoglie onde di vento e semina fiamme di colore.

Lacrime calde scorrono, scivolano lungo i fianchi della montagna che gioiosamente le hanno partorite.

Acqua di sorgente che diventa frizzante. Il cielo le ha dato vita per ridare vita. Per colorare di smeraldo i contorni del lago, quel piccolo mare placido in cui riverserà tutto il suo vigore, e innamorare lo sguardo dell’innamorato che riposa cullato dal suo abbraccio.

Amore di sorgente, inebriante. Nato da un nulla che ora è tutto, zampilla libero e s’abbevera del sapore dell’estate.

Piccolo mare placido carico di onde gonfie di colore, scivola in questo fazzoletto ricamato di candore. Lenzuola vergini issate come vele al sole, per asciugare il tuo sudore.

 

 

L’istante perfetto (Privé)

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La voce del vento anticipa l’odore della pioggia. L’attesa del temporale sembra dilatare il tempo e crea una sospensione surreale che cuce lago e cielo. Le nuvole s’agitano in un tumulto multiforme mentre la superficie plumbea dell’acqua s’arriccia in argentee capriole.

È uno spettacolo stare a guardare questo teatro naturale. È musica ascoltare le cime dei cedri che sbracciano scomposte nel vuoto cercando di afferrare l’invisibile scorrere dei secondi, allacciarli tra loro come perline e farne una collana da indossare in questo istante. Come fosse per sempre.

Una barca azzurra s’affretta a rientrare sotto costa mentre qualche gabbiano danza basso assecondando gli schiaffi delle folate. E ridono e piangono i gabbiani, in un dialogo altalenante di allegria e di lamento. I loro canti sembrano fluttuare tra gli estremi stati d’animo che questo panorama irrimediabilmente incute. Da un lato tutta la meraviglia della natura in attesa della pioggia, acqua benedetta che tutto anima e nutre. Dall’altro la drammaticità dell’impotenza, la totale sottomissione dell’essere umano alla volontà della terra, tanto generosa quanto prepotente nel suo imprevedibile elargire.

Non resta che stare qui in attesa, in riverente contemplazione, privilegiata comparsa di questo melodramma in divenire, insieme alle braccia scomposte dei cedri e alle risate amare dei gabbiani. Mentre anche il vento s’arrende alle prime frecce di pioggia e la barca azzurra sfuma in lontananza, proprio là, in quell’istante perfetto, in cui il lago bacia la collina.

All’ombra quieta del tempo (Privé)

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Imponente eppure gentile. Solido eppure fragile. Orgoglioso eppure umile.

Sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia trasmette la sensazione di un rassicurante abbraccio. Creatura secolare, cresciuta fiera e fedele alla sua terra, l’Eucalyptus che s’erge nel cuore di un’oasi verde a Melide, sul Lago di Lugano, somiglia a un buon sovrano in meditazione. Un santo, meglio. Perché quel suo srotolare i rami verso il cielo, come braccia verso Dio, evoca una sorta di silente venerazione, di preghiera laica.

Al fascio fitto e tentacolare dei rami, inteneriti dalle foglie lanceolate, fa da controcanto il tappeto innervato di radici che s’allungano come serpenti a caccia di cibo, facendosi largo nella terra. Ne tocco con pudore gli estremi e con le dita ne seguo il tragitto finché si fanno sempre più robuste, inerpicandosi in un labirinto sempre più contorto.

Ha un che di sensuale questo inesorabile scorrere della vita, qualcosa di ancestrale che riporta alle origini. Sono le sue vene quelle. Lì dentro scorre il suo sangue, che si fa linfa, e risale copioso abbeverando il tronco nerboruto che rivela tutta la bellezza di una faticosa crescita.

A tratti ferito e lacerato, ma compatto e combattivo nel suo divenire, parla del tempo questo Eucalyptus, del tempo passato a sopravvivere lì dove è nato. E quelle radici che spiccano il volo, così testarde e capricciose, evocano tutta la forza di chi s’aggrappa alla propria terra difendendo un diritto che solo la Natura dovrebbe sancire. Forse per questo, paradossalmente, quel succhiare con ostinazione la vita evoca in me anche tutto il dolore di chi, invece, alle proprie radici è stato strappato.

Immaginare quell’albero così vivo, talmente vivo da percepirne il respiro, la voce, lo sguardo, immaginarlo violato delle proprie fondamenta e rapito alla propria culla fa male. Sa di ingiustizia, di colpa, di morte.

Ma è lo stesso Eucalyptus a spazzar via le immagini sanguinose che mi sfiorano. Con le sue fronde leccate dal vento pare salutare il sole, grato del suo calore. Calore che lui stesso restituisce con la sua presenza a chi, come me, ha il privilegio di sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia. Anche solo per un momento. Sufficiente per pensare, per sentire, per ringraziare.

Tra le tue ali (Privé)

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Credevo d’esser sola. Invece quando ho schiuso gli occhi leccati dal sole e ho posato lo sguardo sull’acqua appena sotto il molo di legno, ecco comparire la meraviglia. Il cigno che a lungo avevo spiato covare a ridosso di un riparo, non poco lontano da lì, si era finalmente sentito libero di abbandonare il giaciglio ancora umido di fatiche per inoltrarsi nel lago. Buon segno. Segno di fiducia, di rinascita, di futuro.

E di fatti era così. Dopo qualche passo di danza sull’acqua guardandomi di sbieco, sperando forse in un provvidenziale boccone, ecco che dal suo candido manto piumato era sbucato curioso il frutto della sua attesa. Il piccolo cigno, appena sbocciato alla primissima estate, aveva sete di aria, di sole, di novità. Come me. Stava lì nel cuore delle grandi ali materne, come un principe su un tappeto volante in procinto di catapultarsi verso il proprio destino.

E d’istinto, guardando quel miracolo, mi son sentita raccolta e cullata anch’io da quel paio di maestose ali. Un po’ invidiosa, un po’ gelosa, di sicuro vogliosa di immergermi anch’io lì, sprofondata in quel soffice, caldo abbraccio che difende, protegge, conserva e alimenta.

Credevo d’esser sola. Invece ho capito d’essere ‘solo’ fortunata. Perché anch’io ho un paio d’ali calde che difendono, proteggono, conservano e alimentano. Sempre. Anche quando il sole si spegne, il silenzio cala e i cigni in amore tornano al proprio nido, fedeli al proprio destino…  Come me.

La segreta bellezza (Privé)

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È sempre lo stesso cielo eppure ogni sera cambia. Cambia vestito. Si colora di nostalgia, di eccitazione, di romanticismo, di desiderio, di timore, di impazienza. È uno specchio d’aria infinito, questo cielo lacustre, uno specchio in cui riversare i propri cangianti stati d’animo, un mare in cui volare senza veli per raccogliere sulle ali dei pensieri qualche ricordo, qualche sogno, qualche silenzio.

Liberi di sentirsi se stessi, appartenenti a quel timido rosa cipria che si fa rosso scarlatto all’orizzonte, proprio là dove lo sguardo va a morire insieme all’ultimo sole. Finché il manto blu della notte sopraggiunge inclemente, come un soffio d’alito su una languida fiammella, e allora ancora una volta il cielo si sveste e si riveste. Pare una donna che si fa semplicemente bella per quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

Pelle. Nuda pelle profumata di champagne, paillettes, brillantini, argento e oro. Luna e stelle accendono di vita questo cielo senza sonno, solo la sciabolata di un aereo disegna un cammino, facile seguirlo e cucire con lo sguardo il rizoma di un nuovo destino.

Sembra tutto scritto. Nostalgia, eccitazione, romanticismo, desiderio, timore, impazienza. Dentro uno specchio di cielo lacustre che è sempre lo stesso, eppure ogni sera cambia, fedele a quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

L’amante … temporale (Privé)

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Non dà tregua. Questa notte non dà tregua. Il temporale non lascia respiro al cielo gravido, che si scaraventa in lame di luce sul lago affondato nel buio.

Picchia, graffia, colpisce i vetri della finestra volutamente schiusa per invitare la voce del vento che s’agita bagnato sui cedri sconvolti.

Schiaffi d’aria, lacrime di grandine, schiocchi di frusta. Il temporale s’infuria, si dimena, si vendica. Pare un amante che fa a pugni con le proprie delusioni, che se le leva di dosso, di dentro, finalmente, una volta per sempre, scaraventandole come frecce velenose contro chi, forse, merita d’essere colpito.

E allora continua, liberati. Tuona, piovi, bagna questo lago affondato nel buio e illuminalo di nuove gioiose saette di fuoco. La finestra è sempre schiusa e ascolta i tuoi rochi ruggiti.

Non smettere. Non dare tregua a questa notte ancora accesa. Fa che la tua rabbia diventi energia, i tuoi schiaffi carezze, le tue lacrime sorrisi, i tuoi schiocchi baci.

E vedrai che domani anche i cedri sconvolti ti saranno grati…

L’odore della pioggia (Privé)

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Come d’incanto il cielo si spoglia.

Dopo tanto piangere, le nuvole svuotate della loro stessa essenza si arrendono ed esauste si posano lungo i fianchi delle colline, anch’esse svestite del loro verde ossigeno. Vaporose aureole discese dalle vette imbiancate disegnano messaggi comprensibili solo agli angeli, ai poeti e agli innamorati. Misteriosi segnali di fumo in continuo divenire, riccioli di cotone sospesi tra cielo e terra, che il lago col suo silente specchio cattura, alimentando le sue acque di nuove increspature.

Vene d’argento a fior d’acqua, stringhe di seta a mezz’aria, impalpabili soffi di grigio negli occhi. È surreale l’atmosfera dopo un temporale lacustre. Vien voglia di farsi largo tra i grigi vapori ancora grondanti d’inverno e con le mani frugare, scavare, grattare fino a raggiungere almeno un timido raggio di quel dio di fuoco risucchiato al di là del mondo.

Ma luce, colore e calore sono irrimediabilmente altrove in questo giorno che sta per sfumare. Solo l’odore resta. L’odore dell’ultima pioggia ancora nell’aria che, come lieve sudore, scivola sulla pelle nuda. Nuda, come questo cielo che d’incanto si spoglia senza vergogna, in attesa di una notte ancora da inventare.

Una favola vera (Privé)

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Spesso mi si rimprovera di aver tradito le mie origini. Un’Italiana innamorata della Svizzera, tanto da sognare di viverci per sempre, sin da bambina.

Sì, perché ricordo come fosse ieri l’emozione che mi invadeva quando, seduta sul sedile posteriore dell’auto guidata da mio padre, appena varcato il confine spiavo fuori del finestrino e intravvedevo le prime forme di vita a me più care. Tutto era Natura lì. E la Natura era viva e mi parlava. Via dal grigiore insipido del cemento e dal profilo asfittico della mia città, sgusciavo improvvisamente in una tavolozza di verdi e azzurri, rosa e blu, rossi e bianchi! Mi sembrava di entrare in una favola animata dai miei personaggi preferiti. Erano cavalli e mucche a darmi il benvenuto, invitandomi dentro quella cartolina ricamata da un lago che sapeva di pace lontano da tutto, da colline adagiate sull’acqua come sirene e da vette in lontananza che nascondevano altrettante segrete bellezze.

Persino le presenze umane mi sembravano calcolate con cura e posizionate con rispetto per non violare eccessivamente quell’ordine naturale. Un treno silenzioso assecondava docile le curve del lago prima di scomparire nel ventre del monte, qualche battello con l’immancabile bandiera rossocrociata traghettava i turisti qua e là sulla costa, e le auto scorrevano obbedienti lungo strade ampie e pulite. Ero dentro un quadro naïf, tanto elementare quanto eccitante.

Per me era una certezza: da grande avrei vissuto in Svizzera, perché lì, oltreconfine, non cambiava solo il paesaggio. Cambiava il mio umore. E oggi, pur riconoscendo al mio Paese d’origine altrettante meraviglie di cui bearsi, ritrovo nel Canton Ticino il mio habitat naturale ma soprattutto una sensazione di appartenenza che altrove non provo. L’abito perfetto per me, per ogni stagione, per ogni occasione. Non c’è una ragione logica, forse proprio per via di quell’imprinting assorbito nell’infanzia, un inconsapevole innamoramento che dagli occhi mi attraversava tutta, raggiungendomi fino al cuore. E poi, si sa, innamorarsi non ha un perché.

Oggi, il mio sguardo posato su questi dintorni resta rapito dallo stesso incantamento. E allora, col senno di poi, penso che a volte siano i luoghi a scegliere noi, e non viceversa, un po’ come i libri. Sono attrazioni fatali, richiami misteriosi, assonanze invisibili che completano una persona non sempre conscia di essere alla ricerca di parte di sé, soprattutto se molto, molto giovane. Fatto sta che questo precoce innamoramento per un Paese a due passi da casa tutt’ora mi scalda e mi conferma che, a volte, restare fedele ai sogni di bambina aiuta a crescere e, con un po’ di fortuna, può trasformare una bella favola in una favola vera.

L’illusione (Privé)

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Hanno rubato le colline. Questa mattina il lago s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale ancora vestita d’inverno. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito.

Lugano è sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto. Beatamente sospesi dentro una piccola, immensa bolla d’impalpabile cremosità, senza un sopra né un sotto. Semplicemente risucchiati dentro un Tutto.

In questo Tutto ovattato si sta bene, entrano solo pensieri felici e sentimenti buoni.

L’illusione che il tempo abbia messo il freno inebria la mente. Appena un filo di timido sole viene a bussare a questo dolce torpore fendendo la cortina d’argento che divide e protegge. Quasi a voler rassicurare che, in fondo, dove lo sguardo non arriva c’è sempre un Oltre. Una promessa, una speranza, una certezza.

E così, guardando verso quell’invisibile Oltre, nell’infinito mi fingo. E m’illudo che sia per sempre.

Come il volo di un cigno (Privé)

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Camminare per ore nel vento senza incontrare uno sguardo. Sentire, passo dopo passo, l’incedere dei propri pensieri sospinti nel nulla, come foglie slegate dai rami finalmente libere di trovare il proprio destino.

Destino, nel senso di “destinazione”. Ecco dove ruzzolano i pensieri lasciati correre senza redini. Verso quella meta ancora indistinta che dovrebbe dare un significato al proprio cammino. Perché finora questo camminare nel vento rappresenta solo un piacere apparentemente fine a se stesso. Eppure, nascosto dietro qualche fronda d’albero o tra le piume delle canne spettinate del lago ci deve essere nascosto il perché di questo richiamo a vagabondare in solitudine nel freddo.

Nessuna risposta ai silenti interrogativi. Solo qualche brivido e un sorriso triste di fronte a un cielo drammaticamente plumbeo ferito da un raggio dorato che sembra trafiggere l’acqua, scolpendo nel bel mezzo un sentiero luminoso.

Pare un invito a tuffarsi in quell’apocalittico cono di luce liquida. Un’inspiegabile spinta a spiccare il volo s’agita dentro, così come fanno i cigni, con tale evidente fatica a sollevare il proprio peso che senza dubbio deve valere la pena tutto quello sforzo. Spesso abbandonano la propria grazia cullata dall’acqua, per impennarsi con estremo impegno nell’aria alla ricerca di cosa, al richiamo di chi… Non si sa, eppure anche i cigni obbediscono a leggi invisibili che li portano a volare nel nulla per poi planare leggeri come angeli riprendendo l’abituale eleganza accanto agli altri pennuti.

In un attimo robuste nuvole hanno soffocato tutto il cielo, il cono di luce s’è spento e l’acqua non invita più allo sconsiderato tuffo. Si prosegue a camminare ancora nel vento in compagnia del proprio sguardo per raccogliere, passo dopo passo, nuovi pensieri. E capire che, in fondo, il proprio destino non è poi così diverso dal volo di un cigno.

La bellezza della nostalgia (Privé)

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Riluce il lago leccato dal sole. Come se l’acqua, con la sua dorata danza, volesse ringraziare l’aria per quelle carezze d’insperato tepore elargite in questo primo pomeriggio d’inverno.

Un vago sentimento di nostalgia pervade l’animo. Non è tristezza, come la parola vorrebbe. Non si tratta di quel “dolore del ritorno” che nasce dal rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari, né da avvenimenti che si vorrebbe rivivere. O forse non è solo questo, perché in verità quest’impalpabile vuoto è condito da un sottofondo di sottile compiacimento dovuto, forse, alla speranza che prima o poi ogni lontananza si trasformi in presenza, in certezza, in unione.

È un’emozione che galleggia tra i momenti d’immenso coinvolgimento emotivo e il desiderio di poterli ripetere ancora e ancora, non solo nella mente. Allora la nostalgia prende il sapore di un dolce troppo dolce, tanto stucchevole da colare nel cuore, da imburrare la mente e s’incolla sottopelle per poi riaffiorare in nuvole di sospiri che pennellano il silenzio.

Ha una sua bellezza. Non è male gustarla, soppesarla, raccoglierla tra le mani e coccolarla come si potrebbe fare con un cucciolo bisognoso di rassicurazione. Prendere consapevolezza di questo sentimento che gonfia il petto è un po’ come guardarsi allo specchio e ritrovare in quella scatola di vetro riflesso i volti delle persone davvero importanti. Quelle che hanno reso possibili tutti quei momenti cari vissuti con pienezza, momenti che ancora fremono grazie alla morsa della memoria. Basta allungare la mano per toccarli.

Fuori il lago ancora riluce, il sole più acceso. Dentro la nostalgia si scioglie e si veste di gratitudine. I ricordi del passato si prendono per mano mettendosi in fila, uno dopo l’altro, fino a formare un ponte. Un lungo ponte d’istanti rivolti verso il futuro si leva alto sopra questo prato lacustre che brilla di vita. Sempre uguale eppure sempre nuovo ad ogni risveglio, proprio come noi esseri umani. Contraddittori, nostalgici, tenaci.

A guardarlo così bello, il lago pare muto eppure insegna: c’è ancora tempo, tanto tempo, per collezionare ricordi. A partire da oggi.

Stupore (Privé)

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Un inspiegabile senso di diffuso benessere mi pervade. Non ha un perché questo eccitato soffio che s’insinua tra mente e corpo, simile a quel sottile velo di nebbia che proprio ora sta planando sul lago avvolgendo tutto in un cremoso manto d’argenteo stupore.

Ecco… Stupore. É quel che provo di fronte a me stessa. Rapita da uno stato d’animo leggero e profondo, senza apparente sorgente, che mi porta a galleggiare dentro una voluttuosa bolla di piacere. Il piacere di sentirmi semplicemente in armonia con questo tutto ora nascosto agli occhi eppure ben scolpito nel mio presente.

Sarà la fortuna di sapermi amata. O sarà l’ebbrezza d’essere libera d’amare. Fatto sta che carezzo questi istanti di piacevole dolcezza con la meraviglia di chi si sente follemente viva, con l’illusione di restare per sempre così accesa, sospesa nel tempo, nell’abbraccio forte e certo di chi mi capisce. Eccessiva, sempre, ma irrimediabilmente sincera, come ora.

E spero di stupirmi ancora e ancora, continuamente grata alle vibrazioni che colorano la vita, anche oggi eccitata da contagiose emozioni. Così, quel sottile velo di nebbia che ormai ha avvolto il lago col suo cremoso manto si trasforma per incanto in un variopinto sipario in cui specchiarmi, perdermi e ritrovarmi. Fatalmente imbevuta in questo comprensibile senso di diffuso benessere che ancora mi pervade.

Dal lago alla città sulle ali della libertà

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Sfilano per le vie della città con elegante disinvoltura. Ancheggiando, passeggiano sui marciapiedi, gironzolano nelle piazze animate dai mercatini di Natale, si specchiano nelle vetrine illuminate a festa dei negozi, catturando gli sguardi ammirati della gente. Rara bellezza, candida purezza, educata selvaticità nel cuore dell’urbanità.

Eppure, questo crescente fluire di maestosi cigni nel centro di Lugano, anziché suscitare solo un comprensibile e divertito stupore, dovrebbe anche far pensare.

Perché un animale libero, selvatico e notoriamente ribelle all’addomesticazione dovrebbe preferire il cemento e l’asfalto all’acqua e all’erba? Perché dovrebbe rischiare d’essere investito da un’auto sulle strisce pedonali (perché da buoni cigni svizzeri pare rispettino le regole della viabilità!) per raggiungere i negozi e intrufolarsi tra i passanti divertiti?

Per mangiare, ovviamente. Le persone indubbiamente li amano, tuttavia, per quanto sempre rispettose nei loro riguardi, hanno alimentato i cigni non solo di pane, biscotti e pizza ma anche di una malsana abitudine: quella di farli sentire attratti da un ambiente e un modo di vivere lontano dalla loro naturalità, rendendoli sempre più dipendenti dall’essere umano anziché dall’istinto. Tanto che sempre meno li si vede soffiare contro potenziali minacce, come cani o bambini maldestri, e incuranti dei pericoli insistono sempre più numerosi nel loro diramarsi come nuvole bianche lungo Via Nassa o Piazza Riforma. Eppure il lago è generoso con gli uccelli acquatici, offre cibo e rifugio.

Tuttavia, le distanze tra le mani che porgono pezzi di pane e il becco dei cigni si accorciano sensibilmente e le immagini di questo rapporto sempre più domestico tra esseri umani e bianchi pennuti si moltiplicano e dilagano nel web, incoraggiando quest’irresistibile tentazione di poterli toccare e carezzare come docili cagnolini.

Se da un lato è comprensibile l’ammirazione per queste scene un po’ naif, dall’altro sarebbe bene ricordare che i cigni, così come ogni altro animale selvatico, non sono un’attrazione e soprattutto non sono “antropomorfizzabili”. Sono creature vive e imprevedibili, libere e suscettibili, con abitudini e ambienti propri, diversi e lontani da quelli umani e il nostro irriducibile desiderio di avvicinarli li sottopone a inutili rischi e dannose dipendenze. Un pezzo di pane troppo grosso potrebbe soffocarli. Un’automobilista potrebbe involontariamente investirli. E, inversamente, l’eccessiva famelicità da parte loro potrebbe essere un pericolo per mani e dita eccessivamente audaci o poco prudenti.

Qualche giorno fa, sul piazzale del Lac, è capitato che un grosso cigno abbia allungato il sinuoso collo verso un giovane uomo accovacciato alla sua altezza e, probabilmente indispettito, con una rapida beccata gli ha afferrato il cellulare con cui lo stava immortalando nell’ennesimo scatto di popolarità. Beh, forse involontariamente sono proprio i cigni a poter insegnare a noi come vorrebbero essere trattati, con tutto il rispetto per l’incontenibile istinto dell’essere umano di voler condizionare la Natura a tutti i costi. Anche quando può cavarsela benissimo da sola.

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Fermare il sole (Privé)

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Sono appena le tre del pomeriggio e già il sole va a dormire. C’è un istante, una manciata di secondi, in cui la sfera di fuoco resta là sospesa sulla cresta verde del colle, a metà tra il bosco e il cielo, incerta se tuffarsi definitivamente o ribellarsi all’inclemenza delle leggi cosmiche. È un istante che pare lunghissimo, in cui vien voglia di allungare la mano per rubare il tempo al suo destino.

Ma non si può fermare il sole.

La collina l’ha già rapito al lago, immobile tappeto di liquido metallo, e tutto d’improvviso comincia a tingersi di ombre argentee. Si spengono i riflettori sul palcoscenico lacustre e il teatro naturale si riveste della sua vera stagione in attesa che sia la luna la prossima protagonista della sceneggiatura quotidiana. Come la meccanica celeste comanda.

Eppure, quel lungo istante in cui il sole sfida a farsi prendere, resta dipinto nella mente infondendo al cuore una malinconica mollezza per via dell’impotenza di fronte all’inesorabile.

Troppo presto sei andato via. Tu, sole, come un focoso amante nel pieno del suo incontenibile ardore hai voltato le spalle a chi ancora ha bisogno del tuo calore, della tua luce, del tuo amore. Ti sei dato e sottratto come una frusta sulla carne viva che ancora scotta di te. I tuoi raggi come le sue braccia, il tuo tepore come i suoi baci, la tua luminosità come la sua pelle, dappertutto senza sosta.

Inutile mendicare il ritorno, non resta che coprirsi bene per potersi scaldare un po’ in questo silenzio che scivola nell’anima come una musica soffusa. Coprirsi di ricordi ancora accesi, dissetarsi di quell’eco vibrante di te ancora imbrigliato a me. Un brivido increspa il lago, umide dita sulla pelle di seta.

Allungo la mano verso quel che resta di te ma trovo solo me. Non ho potuto fermare il sole…

Monologo notturno (privé)

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Ma come fai a vivere qui da sola? Capisco d’estate ma il resto dell’anno…?

Io lo trovo bellissimo, anche d’inverno, forse di più.

Ma tu sei matta! Non c’è niente qui…

Appunto per questo mi piace!

Hai lasciato una casa bellissima, grande, comoda, in città vicino a tutti per rifugiarti come un’eremita nel nulla quasi più assoluto. Quasi ti dimentichi di mangiare… Tu sei proprio strana!

Sarà. Ma a me qui piace, e poi mangio abbastanza. Fammi un piacere, vieni con me, affacciati sul terrazzo adesso e dimmi cosa vedi…

Ok, lo faccio, contenta? Ecco, non vedo una beneamata minchia, come direbbe Camilleri, è tutto buio assoluto. Solo stelle, neanche la luna, una luce più brillante là in alto ma sotto niente di niente. Sa di vuoto, fa paura…

Ma guarda bene… le stelle spiano noi che stiamo a frugare tra i loro segreti, non le trovi bellissime? La luna è altrove questa notte, perdonala, tornerà. Quella luce più brillante lassù invece è la vetta del Monte che sta sempre accesa, forse per rassicurare chi come te può aver paura del vuoto della notte. Che poi tanto vuoto non è… guarda là di fronte…

Cosa, che cosa?

Quelle lucine colorate che ammiccano. Sono segnali di vita, di calore, di esistenze forse simili alla mia. Case affacciate sullo stesso lago che adesso dorme e si nasconde. Tutto quel vuoto buio che tu vedi in realtà è un magnifico specchio d’acqua pullulante di vita.

Insomma… è il lago e non si vede perché è notte, punto.

Forse… oppure è uno specchio in cui ognuno può vedere se stesso con i propri orizzonti e i propri limiti. C’è chi ci trova solo il buio e chi invece un mondo fremente di vita, basta chiedere in prestito un po’ di luce alle stelle, chiamare in aiuto la luna e immaginare che tutte le creature lacustri si sveglino, proprio adesso, tutte insieme. Germani, svassi, aironi, folaghe, tartarughe, pesci … pensa, pensa quanta energia in quel pozzo buio che tu immagini di vedere!

Si vabbè ma sei tu che giochi a immaginare, la verità è che ce ne stiamo qui soli, davanti a niente e nessuno. Ecco, nessuno, non c’è gente qui, non si sente una voce…

Ascolta bene. Shhh….

Chi?

Come chi…il vento! Il vento s’infila tra le fronde dei cedri e li fa parlare, ascolta… sembra che i rami più alti prendano vita, che si stiano sbracciando per farsi notare dalle stelle. E poi, se ascolti bene, ogni tanto puoi sentire anche il fischio acuto degli aironi cenerini, ce ne stanno due sul molo in questi giorni, si levano all’alba…

Ma non sono gente gli alberi e neanche gli uccelli, e non hanno voce!

Ma sono vivi e parlano …

Sì soprattutto all’alba, perché tu ti svegli all’alba ovviamente!

È l’alba che mi sveglia e mi prende per mano senza strattonarmi dai sogni ancora caldi che vorrebbero tenermi…

Oh mio Dio, se sei strana… Scusa possiamo rientrare in casa, ho freddo.

Ma certo, vieni dentro…

Scusa, è stato bello venire a trovarti ma adesso è tardi, meglio che vada… non preoccuparti, porto io i tuoi saluti a tutti e dico anche che mangi così stanno tranquilli! Mi spiace un po’ lasciarti sola ma …

Ma io non sono sola qui, non sono mai sola. Tutto quello che tu non puoi vedere è la mia compagnia. Ti accompagno fuori, così non ti perdi nel buio…

Grazie, ma accendo l’Iphone, mi fa luce fino all’auto, non mi perdo stai tranquilla, vado!

…ma sì, in fondo ognuno ha i suoi specchi, le sue luci, i suoi vuoti. Le sue solitudini da coccolare.

Fa buon viaggio, io torno a sognare.

Sapore di pioggia (privé)

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Perdona luna, non posso dedicarti versi ora. In lontananza il cielo promette tempesta.

Lampi di luce scaldano il buio accendendo il profilo delle colline come tante obbedienti lucciole in fila. Sta ancora là, lontano da questa sponda di lago che, sornione, aspetta l’acqua notturna che lo rinnovi.

L’odore della pioggia vien dal vento che qui parla, prepotente, attraverso le fronde fitte dei cedri che cimiano incandescenti. Sembrano braccia sconvolte levate al cielo, che nuotano invano alla ricerca di stelle impossibili. Alla ricerca di te, luna, che da perfetta primadonna sai esattamente quando uscire di scena, con l’eleganza di chi sa farsi desiderare prima di tornare.

Sai aspettare nel tuo dorato altalenare e superba le cedi il passo. S’avvicina la pioggia con il suo seguito di tuoni gentili e presto la terra restituirà più pungente il suo fecondo alito dopo aver bevuto gocce e gocce di nuova energia che consoleranno i cedri delle stelle mancate.

Amo la pioggia, io che so di sole, perché anche lei ha un suo sapore. Amo sentirla addosso, purezza che pulisce, perdona e rinvigorisce.

E ora la aspetto insieme a te, luna, che pazienti nascosta dietro la tua modestia. La aspetto insieme al lago, ai cedri e alle stelle. Musica sulla mia pelle.

Assolo lacustre (privé)

Unknown

Tace il lago.

Solo una voce. Quella di un sax che vibra nel cuore.

Onde di vento soffiate all’orecchio

mentre una mano carezza il mio petto.

L’aria si fa dita, il vento tocco, la voce bacio.

L’acqua vibra di calde note e si fa letto per la notte.

Tace il lago.

Trattiene il fiato e muore nel suo liquido languore.

Solo una voce. Quella di un sax che vibra nel cuore…

L’OVUNQUE PERFETTO (Privé)

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Scrivere nel buio illuminato dalla luna. Il silenzio che bisbiglia.

Potrei essere ovunque. Affacciata sul mare di Sicilia, seduta al porto del Giglio, accoccolata su una spiaggia africana. Solo il cielo immobile, quel panciuto bagliore astrale e i suoi fluidi riflessi di miele sullo specchio d’acqua di fronte. Acqua lacustre che sa di immenso così sprofondata nella notte e invita a giocare con la mente immaginando d’essere dappertutto, in un ovunque perfetto. Complice un caldo che avvolge ogni cosa, scandisce ogni gesto, rendendo lento il divenire, anche quello delle parole, persino dei pensieri.

Tutto sembra fermo, una clessidra distesa. La grande festa di ieri alle spalle, con l’eco dei fuochi d’artificio che ancora implodono nel cuore colorandolo di fragore. Sembra un altro lago ora così aperto nel suo naturale silenzio. Nudo, senza trucco, senza abito da sera. Più timido, più intimo, più puro ma non più spento.

Merito di quel panciuto bagliore astrale, lunaticale, che plana sull’acqua con sottili fili d’oro da intrecciare ai ricordi risvegliati dal torpore, timidi sogni in divenire.

Potrei essere ovunque. Ma, forse, l’ovunque perfetto è qui, adesso.

LA CITTÁ DEI CIGNI E DEI SOGNI (Privé)

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Ci sono luoghi che trascendono lo spazio fisico. Luoghi che rappresentano, innanzitutto, uno stato mentale, un modo di stare e di sentire.

La ‘mia’ città sta seduta sull’acqua. Galleggiano i palazzi e serpeggiano le strade incorniciando di sinuose curve i riflessi del lago. Non impone il suo cemento alla natura che la ospita ma si eleva e si espande con garbo, quasi chiedendo permesso.

Così la vedo io, questa città che ogni mattina si risveglia con la puntualità di cui va fiera la sua gente. Il ritmo del giorno s’accorda con il naturale diffondersi della luce e il teatro quotidiano prende il via richiamando all’ordine le sue consuete comparse.

È la città delle palme e degli oleandri, delle file educate negli uffici e delle code silenziose sulle strade, dell’infradito ai piedi e delle ventiquattrore in mano. Una città dai mille idiomi dove è sempre vacanza anche quando si lavora, dove davanti a un caffè tutto può accadere, basta saper guardare oltre l’apparente casualità di certi incontri.

Ma soprattutto la ‘mia’ città è il regno dei cigni e dei germani, degli svassi e dei gabbiani, delle folaghe e dei cormorani. Una svolazzante frenesia anima il lago di pennute presenze che echeggiano sull’acqua e fanno da controcanto al solenne volteggiare di poiane, falchi e nibbi, sovrani indiscussi del cielo in ogni sua stagione.

Qui osano i cigni e stringono un disinvolto dialogo con la gente del posto e con i turisti di passaggio, sfilando fin sulle aiuole del lungolago per accattivarsi qualche goloso boccone. Rinunciando all’eleganza che normalmente ostentano sull’acqua, trascendono il proprio naturale spazio liquido e con goffa audacia s’avventurano nella civiltà mescolandosi all’imprevedibile presenza umana. Cigni abitudinari e sedotti come noi, evidentemente.

Noi consuete comparse che ogni mattina ci risvegliamo senza smettere di sognare in questa città garbatamente seduta sull’acqua, gustando quel particolare modo di stare e di sentire che ci infonde, in eccitata attesa di quel che accadrà davanti al prossimo caffè… Forse.