La segreta bellezza (Privé)

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È sempre lo stesso cielo eppure ogni sera cambia. Cambia vestito. Si colora di nostalgia, di eccitazione, di romanticismo, di desiderio, di timore, di impazienza. È uno specchio d’aria infinito, questo cielo lacustre, uno specchio in cui riversare i propri cangianti stati d’animo, un mare in cui volare senza veli per raccogliere sulle ali dei pensieri qualche ricordo, qualche sogno, qualche silenzio.

Liberi di sentirsi se stessi, appartenenti a quel timido rosa cipria che si fa rosso scarlatto all’orizzonte, proprio là dove lo sguardo va a morire insieme all’ultimo sole. Finché il manto blu della notte sopraggiunge inclemente, come un soffio d’alito su una languida fiammella, e allora ancora una volta il cielo si sveste e si riveste. Pare una donna che si fa semplicemente bella per quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

Pelle. Nuda pelle profumata di champagne, paillettes, brillantini, argento e oro. Luna e stelle accendono di vita questo cielo senza sonno, solo la sciabolata di un aereo disegna un cammino, facile seguirlo e cucire con lo sguardo il rizoma di un nuovo destino.

Sembra tutto scritto. Nostalgia, eccitazione, romanticismo, desiderio, timore, impazienza. Dentro uno specchio di cielo lacustre che è sempre lo stesso, eppure ogni sera cambia, fedele a quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

“I canti del vino” e i piaceri bacchici

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“Nella speranza di non sentire più dire: ‘mi dia un’ombra di vino’ ma sperando che la gente si possa fare una discreta cultura enologica e di poter finalmente sentir chiedere sì, un’ombra, ma di QUEL Vino, di QUELLA zona e di QUELLA annata!”

Così esordisce un gustoso libretto, invitante al primo sguardo, scritto da Gianni Zardo, veneziano di lungo corso e – come ogni buon veneziano equipaggiato di cultura, sensibilità e passione – fedele amante dell’universo enologico. Una passione tramandata dal padre e racchiusa con lirica saggezza in queste pagine a lui dedicate, titolate I Canti del Vino: un omaggio alla famiglia, alla tradizione ma anche un dono a chiunque volesse abbeverarsi di gocce di cultura assai rare in circolazione e spesso dimenticate dentro bottiglie dalle etichette patinate.

Un libretto istruttivo ma anche evocativo di emozioni e di amorosi sensi. Per Zardo, infatti, il vino non è un oggetto ma una persona e come tale ne parla. E’ una creatura viva, necessita cure, affetto e attenzioni, è amico con gli amici e nemico coi nemici. Insomma, il vino è come l’essere umano: nasce, vagisce, vive, cresce, freme, matura, canta, patisce il caldo e soffre il freddo, può ammalarsi e morire. Proprio come noi.

Allo stesso modo, anche la bottiglia, ogni singola bottiglia di vino, rappresenta un universo a sé, una creatura con una propria storia, nascita, maturità e morte. Una bottiglia di vino chiusa, a temperatura di cantina o di frigorifero, che pazientemente attende d’essere violata dall’impudenza del cavatappi e in seguito lentamente scoperta dall’olfatto, prima, e dal palato, poi, di chi la farà per sempre sua … scoperta dai sensi eccitati di quel primo amante che la possiederà … non è forse come un verginale frutto che offre intatte le proprie virtù a chi ancora non ne conosce il bello? Quale bouquet, quali sentori, quali sfumature e quali emozioni si celeranno dentro quel corpo di vetro affusolato ancora imbavagliato?

Io sposo il pensiero di Zardo, amabile cantore del Vino, autore di una ‘mattata’, come la chiama lui. Degustatori, assaggiatori e critici dell’enogastronomia a parte, il rapporto tra un sorso di vino e se stessi è innanzitutto una questione di assoluta intimità, un fatto personale non comunicabile, come il corteggiamento tra due amanti guidati dagli istinti: è un primo bacio che può finire con un improvviso mal di testa e un addio per sempre, oppure con una sospirata promessa di matrimonio, tacitamente scambiata tra la tovaglia e il lenzuolo.

Cin cin! Anzi… Ciao! come si brinda in Ticino.

La conversione laica (Privé)

Unknown

L’aveva promesso. Non mi avrebbe detto quando ma mi aveva promesso che l’avrebbe fatto. Demolire un mio tabù sedimentato da decenni e rispettato sempre con severa fermezza.

Sono stati sufficienti un po’ di musica, un paio di calici di bianco e una flebile candela a scardinare le mie convinte resistenze? Oppure s’annidava già in qualche recondito angolo delle mie ombre il desiderio nero di disobbedire a me stessa?

Tant’è che in una manciata di secondi mi sono ritrovata seduta al tavolo apparecchiato, con gli occhi socchiusi, cullata da un’ipnotica melodia di Radio Swiss Pop, e imboccata da una mano consapevolmente oltraggiosa. “Apri la bocca…assaggia.” Un primissimo boccone, un concerto di sapori a me fino a quell’istante sconosciuti, spalancava le porte di un delizioso inferno terreno risucchiandomi irrimediabilmente dentro. Il profumo inebriante delle spezie s’arrampicava dall’arco del palato su per le narici, stordendo il cervello di un nuovo piacere, mentre la consistenza vellutata e insieme riottosa del boccone stimolava una lenta scioglievolezza raccolta dietro le labbra umide gelosamente serrate.

Carne. Carne cruda, turgida, guizzante, tanto che pareva viva. Rossa. La immaginavo farsi e disfarsi nella mia bocca, come se ogni mio addentare avesse il potere di uccidere ancora una volta quell’animale sacrificato in cibo. Nessun senso di colpa, nessuna vergogna, nessun rimorso per aver tradito quella che per me era stata fino a quel giorno una scelta sacra, ossia quella di nutrirmi solo di vegetali, ortaggi e frutta. Assolutamente impensabile per me cibarmi di animali. E invece un altro…ancora un altro boccone, più ricco e polposo adesso che lo stupro era diventato consensuale. Uno dopo l’altro, fino a spartirci tutto quello che pareva essere stato il bottino di una caccia primitiva, portata a termine con le sole nude mani, e consumata a voluttuosi morsi, fino a leccare gli ultimi brandelli di godimento.

Quel macabro delitto dei miei principi era stato compiuto con una disinvoltura oscena, consumato con una tale disinibizione che avrebbe meritato una punizione. E invece no, ancora piacere. Il piacere di trasgredire e di assaporare tutta la soddisfazione di oltrepassare una soglia mai sfiorata, nemmeno col pensiero. Una conversione della carne alla carne, una conversione laica senza possibilità di ritorno. Perché quel sapore mellifluo di vivo sangue condito di speziati aromi ha avuto il potere di contagiare i sensi e di plasmare i desideri, e come tutti i piaceri materiali ha marchiato per sempre la mente.

La musica ancora nell’aria, residui di candela che sfumano in una luce innaturale. Il buio si spegne e con timore apro gli occhi. Dov’è quella mano tentatrice? Dove il boccone del peccato? Dove la tavola apparecchiata…? Niente e nessuno attorno, solo io. Al posto della tavola il letto, il mio letto, con me dentro ancora arrotolata dentro quei sapori dai contorni sconvolgenti. Solo io, dentro quello che è stato solo un sogno, un sogno ancora acceso che stenta a farsi nebbia. Scuoto la testa e rido con gran sollievo di quell’abbuffata carnivora servita dai mostri onirici notturni, complici delle mie malate fantasie. E con un sospiro mi autoassolvo per non aver tradito me stessa, accettando l’invito di una mano oltraggiosa, colpevole … ahimè … d’essere stata solamente immaginata.

Sentirsi (Privé)

Unknown

Mi manchi. Stasera più di sempre.

Sarà il lento virare del sole verso un orizzonte sempre più autunnale. Sarà l’affacciarsi su un domani che non vorrei mai nemmeno sfiorare. Sarà l’impossibilità di colmare la distanza con il piacere di una fisicità che trascende la sostanza.

C’è che mi manchi e basta, come tu dici a me.

Ma questo reciproco mancarsi è il solo modo per sentirsi.

Scivolare nei tuoi pensieri mentre tu traffichi nei miei e ti diverti a corrompere quell’ultimo flebile zampillo di buonsenso che mi resta nella testa. Essere qui e contemporaneamente lì, infilata nei tuoi neuroni, per scorrere giù giù nelle tue lussuriose vene e scoprirmi già presente, desiderio proibito tatuato in un’anima libera, scandalosamente sorridente.

Mi manchi. Stasera più di sempre. Mi piace questa tua insolita presenza che azzera la distanza.

Resta così dove sei. Ferma il sole, ferma il domani, ferma il piacere. Perché questo reciproco mancarsi è il solo modo per sentirsi.

Parole e note (Privé)

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Lui notturno e metropolitano. Lei albifera e selvatica.

Così diversi eppure così simili, legati da parole nate per caso, o forse per magia. Parole e note, poesia e musica, linguaggi emotivi che intrecciano due mondi plasticamente lontani fondendoli in un impalpabile microuniverso bastante a se stesso.

Quando due creature affini si sfiorano, si trasformano. Avviene una reazione chimica in ognuno, le molecole di lui agganciano quelle di lei e viceversa, alimentando un legame indissolubile, senza via di ritorno.

Così, su rivoli di parole e note, lei decide di lasciare i suoi prati solitari e lo raggiunge nella sua frenetica città, all’alba di un giorno senza tempo. E quei due sconosciuti mondi si riversano irrimediabilmente l’uno nell’altro, dentro un contenuto senza contenitore.

Lei danza, non cammina. Mielosa, scivola nell’abito nero che lui ama e che per questo suo piacere ora indossa. Ondeggia e umida freme al ritmo del treno che lascia alle spalle calamitata dall’attesa che finalmente sta per morire.

Lui la sente. Da lontano, in disparte tra il chiasso della gente, la ascolta arrivare. Musica nuova per il suo cuore. Un cuore audace, capace di tutto, anche di assecondare i passi frettolosi di lei che, come una bambina senza vergogna in mezzo alla folla corre, corre e s’illumina di fiori davanti al capolinea dell’attesa.

Un sorriso, improvvisamente la luce. Eccola l’alba. La nascita di un nuovo giorno, di un nuovo capitolo, il primo. Dedicato all’incontro di chi forse s’è sempre cercato.

Sparisce la città, evapora il chiasso e svanisce la gente. Resta l’abbraccio immobile, caldo e sincero, di due creature affini che si misurano per la prima volta con le proprie certezze, sicuri di conoscersi da sempre, oltre le proprie sensuali fattezze.

Lui albifero e selvatico. Lei notturna e metropolitana. Parole e note, poesia e musica, odori e umori.

Il resto è la magia che verrà.

Anime affini

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Esiste davvero una realtà esterna al nostro pensiero dove ci si incontra. Una realtà dove persone fisicamente lontane possono toccarsi, prendersi per mano, guardarsi negli occhi e, senza parlare, capirsi. Non succede a tutti, beninteso, e anche quando succede non tutti ne sono consapevoli. Succede e basta. È una questione di congiunzioni, di reciproche attrazioni che la mente di poche anime affini sperimenta.

Ne ero già convinta e ormai ne ho la prova certa. Dimostrarlo è forse impossibile. L’unica è crederci e vivere questo sposalizio mentale che nessuno può ostacolare.

Mi piace pensare che quella realtà condivisa esterna al nostro pensiero dove ci si incontra, per niente simile alle dimensioni terrene, sia piuttosto simile alla luna.

Sì, la luna ancora e sempre lei, femminea presenza, ambigua seduzione, due volti opposti coricati su un letto di stelle. Lì, a cavallo del suo disinvolto sorgere, calare e tramontare, sembra condensarsi tutto il miracolo dell’incontro tra due anime affini. Posare contemporaneamente lo sguardo sul suo dorato incedere, è come ritrovarsi insieme e raccontarsi le stesse emozioni.

In realtà, la luna, per quanto magica sia, è solo un meraviglioso pretesto, un’immagine interiore proiettata nel reale per esprimere un mistero che non ha parole. Riconoscersi nell’altro, questo è il vero miracolo. Quella realtà dove persone fisicamente lontane possono incontrarsi, toccarsi e senza parlare capirsi, non è lontana, non è sulla luna. Ma dentro di noi.

Volare dove si vuole

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Libertà. Quale sensazione più intensa si può provare se non quella di volteggiare senza freni verso gli orizzonti più spinti della propria fantasia. L’illusoria sensazione di volare senza meta alla rincorsa dei sogni proibiti è qualche cosa che sfiora il senso dell’eternità.

Tutto in un istante, tutto per sempre. Come l’attimo perfetto in cui la vela innamora il vento e l’onda complice completa il viaggio. Volare dove si vuole è volere.

Libertà da. Libertà da chiunque sia un bavaglio all’urgente bisogno di sospirare tra il frastuono della gente.

Libertà di. Libertà di manifestarsi interamente nudi nell’anima oltre ogni ipocrisia dettata dalle fasulle apparenze.

Libera per. Libertà per essere veri. Per guardarsi allo specchio e volare senza freni.

Bellezza, verità e eros

Una riflessione filosofica nel giardino dei piaceri

Unknown

È possibile dominare il piacere senza esserne dominati? Addomesticare i sensi per diventare padroni dei propri desideri sessuali senza restarne travolti?

A queste domande il pensiero moderno non pare conferire dignità filosofica, attratto evidentemente da questioni più pratiche e urgenti. Al contrario, per gli antichi greci filosofare sulla consapevolezza del piacere costituiva seria materia di riflessione, materia che alimenta tuttora l’humus concettuale privilegiato della psicoanalisi classica. La dimensione dell’erotismo, tanto attraente quanto conturbante, è l’inevitabile oceano che culla l’esistenza stessa di ogni essere umano e proprio per la naturale familiarità con cui la viviamo, è spesso causa di profondi e non sempre consapevoli turbamenti.

Sulle tracce della più recente filosofia francese, in particolare quella di Focault, Wilhelm Schmid – filosofo tedesco – recupera una riflessione che riporta il piacere sotto la lente della filosofia, interrogandosi apertamente sulla ars erotica e sulle sue implicazioni sociali. Così come Focault nel suo “L’uso dei piaceri” aveva saputo trovare una soglia in cui la filosofia si fa poesia, Schmid in “Bellezza, verità e eros” cerca di accompagnare le sue riflessioni verso la meraviglia, lo stupore, il candore. Ne esce un libro decisamente dotto e istruttivo che interpreta l’arte erotica come vera e propria arte di vivere. Un’arte che esige consapevolezza, perché solo un rapporto equilibrato con i nostri desideri ci rende padroni dei nostri piaceri.

Il filosofeggiare di Schmid sul buon uso del piacere non vuole essere una ginnastica etica o morale ma una disciplinata cura di sé, della propria anima attraverso la presa di coscienza delle pulsioni del corpo. Certo è che, a fine lettura, resta forte un desiderio: quello di chiudere il libro, spegnere il pensiero e tornare a lasciarsi sedurre dalle infinite tentazioni del giardino dei piaceri!

Portami via (Privè)

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Piove. Il ticchettare delle gocce d’acqua sul davanzale fa da controcanto a quello delle dita sulla tastiera senza vita.

Musica. Quella delle parole che in silenzio sgorgano dal cuore senza che la mente s’intrometta in una sfida beffarda che la vedrebbe come sempre sconfitta.

Bello lasciarsi andare all’onda dei sentimenti che sospirano nella penombra dell’anima elevandosi in vortici sempre più intensi scavalcando gli argini dei ragionamenti. Scompiglio dei neuroni, estasi dei sensi, finalmente la diga s’è rotta, irrimediabilmente.

Portami via. Per sempre.

La passione nasce sempre così, all’improvviso, e ti ha preso l’anima prima ancora che la mente possa mettere le manette al cuore. Non può essere alimentata con la moderazione della riflessione, non può essere educata con il buon senso della ragionevolezza. Va lasciata libera di galoppare al vento del rischio, senza le redini dei timori, la passione, quella vera. Quella che quando la incontri non ti volti e ti inchini grata al suo delirante volere. Guai a rinunciarci, equivarrebbe a morire, perché la passione, quella vera, è l’alito del piacere.

Piove. Mi bagno di musica. Quella delle parole che un sussurro venuto dal profondo hanno trasformato in tuono in una notte di vera passione, mentre fuori all’improvviso tutto il mondo, invidioso, si fermava ad ascoltare.

Portami via. Per sempre.

Viverti (Privé)

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Voglio accorgermi di te.

Quando ti rivedrò, voglio accorgermi di te. Non perdere un solo istante, un solo respiro, un solo gesto, un solo gemito, un solo bacio.

Voglio sentire le tue narici fremere di brividi di calore, assaporare l’attimo del tocco come fosse il miracolo dell’eternità, carezzare la tua pelle come fosse un mantello di seta dove avvolgermi e sciogliermi finalmente insieme a te dalle briglie di un mondo che non sa più capire la bellezza della natura primordiale.

Voglio accorgermi delle parole che mi dici, nutrirmi di quello che non dici e bere dal tuo alito di fiori il seme di un’anima libera che sa volare oltre le leggi della morale. Sentire la musica del tuo cuore che danza insieme al mio, avvinghiati come due assetati al pozzo della vita, moribondi da sfamare di un reciproco piacere, intossicati da un desiderio che scioglie i lacci del tempo e scavalca i muri dello spazio.

Voglio accorgermi di te, quando ti rivedrò. Semplicemente, voglio spegnere la luce e cominciare a viverti.

E così finalmente, nel buio mi ritroverò.