La forma del tempo (Privé)

 

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Tracce. Tracce dei nostri gesti, dei nostri discorsi, dei nostri silenzi. Tracce di noi.

Di ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci, reciprocamente.

L’impronta delle labbra sul bicchiere, l’asciugamano profumato sul letto, un capello tra i cuscini del divano, la solita maglietta abbandonata sulla maniglia di una porta a caso e quel composto disordine nell’aria che si mescola all’odore di un piacere appena evaporato.

Quest’improvviso vuoto fatto di impronte ancora calde si riempie di pensieri che leccano di nostalgia le nostre ombre languidamente allacciate nel sole di un giorno che sta per morire.

Il tempo assume una sua precisa forma seguendo le tracce seminate in ogni stanza. Così come, unendo con la matita i punti numerati di un enigmatico sentiero, compare sul foglio un disegno, tanto inatteso quanto coerente.

Nessuna matita, nessun foglio, nessun enigma, qui. Solo tracce.

Presenze scolpite nell’aria. Gesti, discorsi, silenzi che sfumano e che tuttavia restano, nonostante lo scorrere delle ore. Quelle ore che ogni volta separano e congiungono l’attesa dal commiato. Ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci e per dare al tempo la forma che vogliamo. Quella del sole di un giorno che non vuole morire.

Brivido di vita (Privé)

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L’ultimo giorno dell’anno si spegne. E la città s’accende di musica e colori, di luci e di sapori. L’albero di Natale, che era planato nel cuore della Piazza come un angelo piovuto dal cielo, ora sembra una solenne regina ingioiellata di brillanti destinata a governare i sudditi danzanti in questa notte ancora da inventare.

C’è un senso di pace tutt’attorno, un velo disteso di immobile serenità, nonostante la festa che incalza. Le voci allegre della gente imbacuccata in se stessa si mescolano alle note della musica diffusa dai chioschi in legno e a quegli odori intensi di Glühwein e di raclette che eccitano i sensi e che da soli raccontano come si ama anticipare il brindisi di San Silvestro da queste parti.

Quest’evanescente mescolanza di sensazioni che intreccia carne e spirito, corpo e anima, pelle e sentimento, parla dei piaceri della vita, della materialità sublimata in spiritualità. Del bisogno irrinunciabile di godere insieme, del buono e del bello, dell’amicizia e dell’amore, goderne a piene mani dalla testa alla pancia con diritto d’ingordigia. Parla della passione da condividere con chi ci ama, possibilmente tenendosi stretti in un fusionale abbraccio per scaldarsi di carezze e baci, avvolti nell’inebriante coperta di un desiderio che culla e alimenta.

Guai rinunciarvi per la paura di un brivido, perché quel brivido è vita! Perché senza il calore della passione che scalpita dentro, l’esistenza sarebbe come quel fiero albero di Natale nudo di brillanti imbevuto in una fredda notte senza stelle.

E allora, mentre l’ultimo giorno dell’anno si spegne e la città s’accende, accendiamo anche i nostri corpi e ubriachiamo i nostri cuori in questa notte ancora da inventare. Intrecciamo le mani, incolliamo le labbra, uniamo le anime. Amiamo e lasciamoci amare senza paura di volare, gioiosamente trafitti da quel brivido di vita chiamato passione.

L’intima conquista (Privé)

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“Libertà.” È una parola che suona come musica nell’aria. Armoniosa, bilanciata, né troppo lunga né troppo breve. Sta in un sorso, in un soffio, in un bacio. Non la si può stringere in una mano perché quell’accento sul finale le imprime lo stesso irrinunciabile slancio che assume un uccello per staccarsi da terra e prendere il volo.

“Libertà.” È una parola che, paradossalmente, ha le sue radici. Radici che la riconducono al latino “liber”, ossia “uomo legalmente libero” opposto allo schiavo. Tuttavia quel “lib” iniziale sta lì a ricordare che, oltre ad indicare una condizione contingente e relazionale, la parola libertà possiede anche una profonda connotazione emotiva. “Lib”, infatti, appartiene anche a libidine e a libare, cioè a termini legati ai sensi, all’universo del piacere intimo e del godimento materiale. Archetipi della natura umana e animale.

Cosa c’è di più piacevole, infatti, del godere nel sentirsi liberi di agire secondo la propria autodeterminazione, senza che altri dettino per noi regole e ritmi che forzino il naturale scorrere del nostro desiderare. Liberi di volere, liberi di non volere. Liberi di volare anche senza ali e di sentire splendere il sole anche quando fuori imperversa la tempesta.

Più che una condizione esteriore, la libertà è uno stato d’animo, una presa di coscienza, una consapevole estraniazione dagli altri che ci riempie e racchiude dentro un’ideale bolla di benessere sospesa nell’aria. È un sentimento diffuso non necessariamente euforico ma piuttosto di pacata soddisfazione da gustare lentamente, come sorseggiare un vino da meditazione decantando in sacra solitudine effluvi ed emozioni.

Libertà è, allora, il piacere di stare bene con se stessi. Una costante e prolungata coccola autoerotica che ci si dona con la consapevolezza d’aver raggiunto, forse, lo scopo più importante dell’esistenza. Perché la libertà è, sopra a tutto, un’intima conquista.

Sentirsi (Privé)

Unknown

Mi manchi. Stasera più di sempre.

Sarà il lento virare del sole verso un orizzonte sempre più autunnale. Sarà l’affacciarsi su un domani che non vorrei mai nemmeno sfiorare. Sarà l’impossibilità di colmare la distanza con il piacere di una fisicità che trascende la sostanza.

C’è che mi manchi e basta, come tu dici a me.

Ma questo reciproco mancarsi è il solo modo per sentirsi.

Scivolare nei tuoi pensieri mentre tu traffichi nei miei e ti diverti a corrompere quell’ultimo flebile zampillo di buonsenso che mi resta nella testa. Essere qui e contemporaneamente lì, infilata nei tuoi neuroni, per scorrere giù giù nelle tue lussuriose vene e scoprirmi già presente, desiderio proibito tatuato in un’anima libera, scandalosamente sorridente.

Mi manchi. Stasera più di sempre. Mi piace questa tua insolita presenza che azzera la distanza.

Resta così dove sei. Ferma il sole, ferma il domani, ferma il piacere. Perché questo reciproco mancarsi è il solo modo per sentirsi.

La promessa (privé)

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“Ti lascio, ma per finta…”

Una telefonata, una voce, una certezza. Nasce così la mattina di un altro giorno insieme. Quello di due anime che si son prese per mano senza ancora essersi toccate.

Una complicità sbocciata per caso, le parole giuste al momento giusto senza alcun dubbio di fraintendimento. Una complicità che inspiegabilmente precede la conoscenza, alchemica magia di chi si incontra in lontananza, dove le regole del tempo e dello spazio non son che inganni senza importanza.

Stessi pensieri, stesse sensazioni, stessi desideri che si allacciano e si mescolano in una giostra di conversazioni effervescenti, preludio certo di sviluppi assai eccitanti.

Tu non parli, suoni. Tu non dici, danzi. Sfogliami come un libro, pagina dopo pagina. La grammatica del comune linguaggio si scorpora nella musicalità di note sottintese che rivelano un’affinità preziosa sfuggente ai calcoli della ragione.

Conoscersi senza essersi mai incontrati non è cosa da poco, è un piacere da alimentare con riverente rispetto. Eccola l’alchemica magia di due anime che si sono prese per mano senza ancora essersi toccate.

Un’altra telefonata, la stessa voce, la tua presenza. “Ti lascio, ma per finta …” E questa è una promessa.

La tentazione della seduzione

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Ognuno ha le sue forme di bulimia, forse.

Chi è affamato di cibo, chi di sesso, chi di shopping, chi di gioco, chi di arte. Un appetito compulsivo e incontrollabile verso un oggetto di pseudo amore che non sempre porta allo sbando dell’eccesso ma che nella sua ripetizione è segno di disequilibrio e di scarso controllo di sé.

La moderazione, si sa, sarebbe la temperatura perfetta per ogni condotta di vita. Ma che gusto avrebbe la vita senza gli eccessi, senza gli sbandi, senza le vertigini e senza le perdizioni, insomma senza qualche pericolosa tentazione?

Ognuno tende ad eccedere là dove la sua natura chiama.

Anche la seduzione, talvolta, scivola in quella sfera un po’ deviata d’appetito compulsivo. “Sedurre” ha un significato complesso, non è solo esercitare fascino, stregare, far innamorare, come istintivamente si tende a sentire. Sedurre etimologicamente ha un’accezione sfaccettata e lievemente negativa che sconfina nel “corrompere”, indurre cioè qualcuno a comportamenti non confacenti a sé, incitare al male con finte ragioni che quello sia bene.

Ma al di là di etimologie cucite su misura sul tempo che vestono, la seduzione è per me un talento. Un raffinato talento quando lo si sa davvero esercitare con l’eleganza che merita. Un’arte, un dialogo, una magia che tuttavia rischia di trasformarsi in arida bulimia quando diventa fine a se stessa.

Sedurre qualcuno mossi dall’autentico desiderio di conquistare la sua attenzione, il suo corpo, il suo affetto, è sano. È il motore della vita e gli animali (noi compresi) lo dimostrano. Ma sedurre qualcuno per il semplice piacere della seduzione, cioè di quel transitorio corteggiamento sospeso nella liquida bolla dell’attesa, è qualche cosa di distorto, che si arena in un soffice autocompiacimento senza sosta, piuttosto che approdare a una concreta meta d’amore.

Evoca il leopardiano Sabato del villaggio. L’attesa, il rito della conquista, diventa talmente piacevole che non si desidera più atterrare sulla meta desiderata ma volteggiare in egocentriche fantasie. Perché il desiderio è appagato dall’irraggiungibilità della meta.

Forse più che una forma d’attacco è una forma di difesa che fa da comodo muro al vero piacere.

Bello allora quando succede che il circuito s’interrompa e riprenda fiato. Che qualcuno, con la sua nuda verità, riesca a sconfiggere il circolo vizioso trasformandolo in virtuoso, convertendo l’assolo in una danza a due.

Bello quando, finalmente, dopo l’ennesimo Sabato del villaggio ci si abbandoni finalmente senza resistenze alla festa della domenica.

Senza bulimici appeti. Semplicemente sazi di aver trovato se stessi.

Sexophone in love (privé)

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Dita. Le sue dita accendono il sax come fosse una donna. Sfiorano i tasti con la disinvoltura di chi conosce a fondo lo strumento, con profondo rispetto per quel corpo flessuoso che asseconda il movimento.

Curve. Sinuose curve dorate che magicamente sprigionano un monologo musicale, un vibrante assolo che solo in due possono capire. Lui, che carezzando il sax lo trasforma nel piacere che vorrebbe toccare. Lei, che ascoltando la musica si trasforma in languida complice da corteggiare.

Mani. Esperte e sensuali, seguono i contorni di quelle morbide anse improvvisando giocose variazioni. Indovinando i desideri taciuti di lei, le sue mani scivolano lungo il suo profilo animandolo di nuove vibrazioni e il sonoro monologo si fa improvvisamente dialogo.

Bocca. Le sue labbra si chiudono calde sul bocchino del sax per dar vita a inattese emozioni, seminando sulla bocca umida di lei gocce di note mai nate. L’atto di creazione si compie, sancito da quell’afflato musicale tanto sospirato, e un’onda di jazz di seta e velluto avvolge le due anime sciolte nell’armonico amplesso di un invisibile spartito.

Musica. Il buio accende il profumo incandescente di una notte ancora da inventare. Trascinati nei labirintici vortici della seduzione, i due si abbandonano definitivamente alla febbre della corruzione. É musica per il corpo, per la mente, per il cuore. É musica che si scioglie nella danza dell’amore confondendo ogni possibile confine. Niente più dita, né mani, né labbra, lui e lei finalmente persi in un abbraccio senza fine.

Quella notte il sax li ha rapiti prendendo la forma di proibiti desideri ancora da scoprire. É bastato cambiare una … nota… per trasformare la musica in magia, l’attesa in piacere e il sogno in realtà!

Viverti (Privé)

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Voglio accorgermi di te.

Quando ti rivedrò, voglio accorgermi di te. Non perdere un solo istante, un solo respiro, un solo gesto, un solo gemito, un solo bacio.

Voglio sentire le tue narici fremere di brividi di calore, assaporare l’attimo del tocco come fosse il miracolo dell’eternità, carezzare la tua pelle come fosse un mantello di seta dove avvolgermi e sciogliermi finalmente insieme a te dalle briglie di un mondo che non sa più capire la bellezza della natura primordiale.

Voglio accorgermi delle parole che mi dici, nutrirmi di quello che non dici e bere dal tuo alito di fiori il seme di un’anima libera che sa volare oltre le leggi della morale. Sentire la musica del tuo cuore che danza insieme al mio, avvinghiati come due assetati al pozzo della vita, moribondi da sfamare di un reciproco piacere, intossicati da un desiderio che scioglie i lacci del tempo e scavalca i muri dello spazio.

Voglio accorgermi di te, quando ti rivedrò. Semplicemente, voglio spegnere la luce e cominciare a viverti.

E così finalmente, nel buio mi ritroverò.

UN UNIVERSO A PARTE (Privé)

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Mi piace immaginare questa notte così.

Sdraiata su una nuvola insieme a te. Soli, io e te, dentro il nostro Universo.

Abbracciati pelle a pelle, aderenti bocca a bocca, scaldati da un tiepido velo di piacere, come nemmeno il fuoco potrebbe fare.

Intrecciate le dita, intrecciati i pensieri, intrecciati i cuori. Immobili nel nostro eterno fluttuare. Così, riversati l’uno nell’altra, galleggiamo sospesi nel silenzio stellato di una notte senza fine.

Occhi negli occhi guardiamo il mondo. Non quello frenetico e distratto, non quello rotolato laggiù, secoli e secoli lontano dalle nostre vertiginose peripezie celesti.

No, guardiamo il mondo che c’è dentro di noi. Quello senza tempo, quello senza spazio. Quello senza vergogna, quello senza peccato. Quello che abitiamo dal primo istante in cui ci siamo ritrovati, ricucendo finalmente quell’innaturale ferita provocata dalla mano invidiosa di qualche deluso amante.

Perché due come noi, per legge di Natura, sono sempre stati parte di un Universo a parte.

E ora, qui, sdraiati su una nuvola, intrecciamo le dita, intrecciamo i pensieri, intrecciamo i cuori e riprendiamo insieme il nostro eterno fluttuare.

Incuranti del mondo che, geloso, si ferma a guardare…

Pensieri bagnati (Privé)

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Avvolta in una coperta di pensieri, ascolto la pioggia di fuori.

Pensieri bagnati? No, pensieri strampalati.

Penso che esista davvero la possibilità di scappare da tutto senza muoversi affatto, di ritrovarsi catapultati in uno spazio materiale e in un tempo alternativo anche quando si è fisicamente lontani.

Penso che la mente abbia davvero il potere di costruire stanze dove vivere dentro, lontano da tutto, lontano dal troppo. Di alzare muri dove liberarsi nudi, ebbri di peccato, sotto soffitti di nuvole e pareti di vento.

Penso che dentro lì si possa davvero raggiungere la pienezza della vita, planare nei bassofondi dell’animo per raccogliere tutti i residui bui e sporchi di sé e decollare in alto per ricomporre uno splendente mosaico di luce e colori.

Penso, però, che facendo questo volo in compagnia della propria melliflua ombra, si rischi di perdersi nelle viscere dell’inconscio, fagocitati dalle proprie paludi, alienandosi su una zattera di ossa alla deriva del nulla, senza possibilità di approdo.

Ma se si ha la fortuna di essere in due ad entrare contemporaneamente in quella stanza fatta di nuvole e vento, allacciati da un’inspiegabile voce che dice di sì, ecco … penso che allora si possa attraversare il delirio senza paura, fino a sposare la sponda dell’oltre, dove l’insano diventa divino e il peccato diritto. Fino a intuire che la realtà conosciuta sia ben poca cosa rispetto all’ignoto, che l’invisibile sia infinito rispetto al visibile, che l’Io sia niente senza il Noi.

Penso allora che l’assenza sia solo un’eco della presenza.

E infine penso che forse i pensieri di questa sera non siano poi così strampalati ma solo un po’ bagnati.

Bagnati dalla pioggia di fuori che ascolto avvolta in una coperta di pensieri, da qua dentro,

da questa stanza ricamata dalla mente. Una stanza per due, fatta di nuvole, vento, luce e colori.

Il mio cuscino

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Ci sono pensieri che sono come cuscini.

Morbidi abbracci dove abbandonarsi

con la certezza di non sprofondare

ma di essere cullati,

sostenuti,

protetti

nel piacere avvolgente di un tepore da preservare.

Pensieri dove ci si tuffa con lentezza

quando si scappa dalla fretta,

dal lazo troppo stretto della vita,

da parole masticate con prepotenza

soffocando baci abortiti

nello slancio dell’irruenza.

Silenzio.

Ci sono pensieri che sono come cuscini.

Morbidi abbracci dove posare il capo per ritrovare la mente.

E immergere il cuore per nuotare tra soffici piume

nel candore di una notte ancora da sognare.

Vienimi in sogno pensiero,

perché mi manca un cuscino

dove poter naufragare.

Slalom d’amore

 

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Puoi scivolare dalla mia pelle

Districarti dai miei capelli

Evaporare dal mio sudore

Scioglierti dalle mie mani

Migrare dal mio cuore

Puoi abbandonare l’abbraccio caldo delle mie curve di miele

Plastiche, docili, tentacolari

Ma quel tuo slalom su di me resta scolpito dentro di me.

Sciavi sulle mie soffici colline e come il vento modellavi il mio profilo

Fino a naufragare là dove il sole muore nell’orizzonte.

Mai più la stessa pelle

Mai più gli stessi capelli

Mai più lo stesso sudore

Mai più le stesse mani

Mai più lo stesso cuore

Quel tuo slalom su di me resta scolpito dentro di me.