Tra le tue ali (Privé)

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Credevo d’esser sola. Invece quando ho schiuso gli occhi leccati dal sole e ho posato lo sguardo sull’acqua appena sotto il molo di legno, ecco comparire la meraviglia. Il cigno che a lungo avevo spiato covare a ridosso di un riparo, non poco lontano da lì, si era finalmente sentito libero di abbandonare il giaciglio ancora umido di fatiche per inoltrarsi nel lago. Buon segno. Segno di fiducia, di rinascita, di futuro.

E di fatti era così. Dopo qualche passo di danza sull’acqua guardandomi di sbieco, sperando forse in un provvidenziale boccone, ecco che dal suo candido manto piumato era sbucato curioso il frutto della sua attesa. Il piccolo cigno, appena sbocciato alla primissima estate, aveva sete di aria, di sole, di novità. Come me. Stava lì nel cuore delle grandi ali materne, come un principe su un tappeto volante in procinto di catapultarsi verso il proprio destino.

E d’istinto, guardando quel miracolo, mi son sentita raccolta e cullata anch’io da quel paio di maestose ali. Un po’ invidiosa, un po’ gelosa, di sicuro vogliosa di immergermi anch’io lì, sprofondata in quel soffice, caldo abbraccio che difende, protegge, conserva e alimenta.

Credevo d’esser sola. Invece ho capito d’essere ‘solo’ fortunata. Perché anch’io ho un paio d’ali calde che difendono, proteggono, conservano e alimentano. Sempre. Anche quando il sole si spegne, il silenzio cala e i cigni in amore tornano al proprio nido, fedeli al proprio destino…  Come me.

L’illusione (Privé)

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Hanno rubato le colline. Questa mattina il lago s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale ancora vestita d’inverno. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito.

Lugano è sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto. Beatamente sospesi dentro una piccola, immensa bolla d’impalpabile cremosità, senza un sopra né un sotto. Semplicemente risucchiati dentro un Tutto.

In questo Tutto ovattato si sta bene, entrano solo pensieri felici e sentimenti buoni.

L’illusione che il tempo abbia messo il freno inebria la mente. Appena un filo di timido sole viene a bussare a questo dolce torpore fendendo la cortina d’argento che divide e protegge. Quasi a voler rassicurare che, in fondo, dove lo sguardo non arriva c’è sempre un Oltre. Una promessa, una speranza, una certezza.

E così, guardando verso quell’invisibile Oltre, nell’infinito mi fingo. E m’illudo che sia per sempre.

Dal lago alla città sulle ali della libertà

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Sfilano per le vie della città con elegante disinvoltura. Ancheggiando, passeggiano sui marciapiedi, gironzolano nelle piazze animate dai mercatini di Natale, si specchiano nelle vetrine illuminate a festa dei negozi, catturando gli sguardi ammirati della gente. Rara bellezza, candida purezza, educata selvaticità nel cuore dell’urbanità.

Eppure, questo crescente fluire di maestosi cigni nel centro di Lugano, anziché suscitare solo un comprensibile e divertito stupore, dovrebbe anche far pensare.

Perché un animale libero, selvatico e notoriamente ribelle all’addomesticazione dovrebbe preferire il cemento e l’asfalto all’acqua e all’erba? Perché dovrebbe rischiare d’essere investito da un’auto sulle strisce pedonali (perché da buoni cigni svizzeri pare rispettino le regole della viabilità!) per raggiungere i negozi e intrufolarsi tra i passanti divertiti?

Per mangiare, ovviamente. Le persone indubbiamente li amano, tuttavia, per quanto sempre rispettose nei loro riguardi, hanno alimentato i cigni non solo di pane, biscotti e pizza ma anche di una malsana abitudine: quella di farli sentire attratti da un ambiente e un modo di vivere lontano dalla loro naturalità, rendendoli sempre più dipendenti dall’essere umano anziché dall’istinto. Tanto che sempre meno li si vede soffiare contro potenziali minacce, come cani o bambini maldestri, e incuranti dei pericoli insistono sempre più numerosi nel loro diramarsi come nuvole bianche lungo Via Nassa o Piazza Riforma. Eppure il lago è generoso con gli uccelli acquatici, offre cibo e rifugio.

Tuttavia, le distanze tra le mani che porgono pezzi di pane e il becco dei cigni si accorciano sensibilmente e le immagini di questo rapporto sempre più domestico tra esseri umani e bianchi pennuti si moltiplicano e dilagano nel web, incoraggiando quest’irresistibile tentazione di poterli toccare e carezzare come docili cagnolini.

Se da un lato è comprensibile l’ammirazione per queste scene un po’ naif, dall’altro sarebbe bene ricordare che i cigni, così come ogni altro animale selvatico, non sono un’attrazione e soprattutto non sono “antropomorfizzabili”. Sono creature vive e imprevedibili, libere e suscettibili, con abitudini e ambienti propri, diversi e lontani da quelli umani e il nostro irriducibile desiderio di avvicinarli li sottopone a inutili rischi e dannose dipendenze. Un pezzo di pane troppo grosso potrebbe soffocarli. Un’automobilista potrebbe involontariamente investirli. E, inversamente, l’eccessiva famelicità da parte loro potrebbe essere un pericolo per mani e dita eccessivamente audaci o poco prudenti.

Qualche giorno fa, sul piazzale del Lac, è capitato che un grosso cigno abbia allungato il sinuoso collo verso un giovane uomo accovacciato alla sua altezza e, probabilmente indispettito, con una rapida beccata gli ha afferrato il cellulare con cui lo stava immortalando nell’ennesimo scatto di popolarità. Beh, forse involontariamente sono proprio i cigni a poter insegnare a noi come vorrebbero essere trattati, con tutto il rispetto per l’incontenibile istinto dell’essere umano di voler condizionare la Natura a tutti i costi. Anche quando può cavarsela benissimo da sola.

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LA CITTÁ DEI CIGNI E DEI SOGNI (Privé)

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Ci sono luoghi che trascendono lo spazio fisico. Luoghi che rappresentano, innanzitutto, uno stato mentale, un modo di stare e di sentire.

La ‘mia’ città sta seduta sull’acqua. Galleggiano i palazzi e serpeggiano le strade incorniciando di sinuose curve i riflessi del lago. Non impone il suo cemento alla natura che la ospita ma si eleva e si espande con garbo, quasi chiedendo permesso.

Così la vedo io, questa città che ogni mattina si risveglia con la puntualità di cui va fiera la sua gente. Il ritmo del giorno s’accorda con il naturale diffondersi della luce e il teatro quotidiano prende il via richiamando all’ordine le sue consuete comparse.

È la città delle palme e degli oleandri, delle file educate negli uffici e delle code silenziose sulle strade, dell’infradito ai piedi e delle ventiquattrore in mano. Una città dai mille idiomi dove è sempre vacanza anche quando si lavora, dove davanti a un caffè tutto può accadere, basta saper guardare oltre l’apparente casualità di certi incontri.

Ma soprattutto la ‘mia’ città è il regno dei cigni e dei germani, degli svassi e dei gabbiani, delle folaghe e dei cormorani. Una svolazzante frenesia anima il lago di pennute presenze che echeggiano sull’acqua e fanno da controcanto al solenne volteggiare di poiane, falchi e nibbi, sovrani indiscussi del cielo in ogni sua stagione.

Qui osano i cigni e stringono un disinvolto dialogo con la gente del posto e con i turisti di passaggio, sfilando fin sulle aiuole del lungolago per accattivarsi qualche goloso boccone. Rinunciando all’eleganza che normalmente ostentano sull’acqua, trascendono il proprio naturale spazio liquido e con goffa audacia s’avventurano nella civiltà mescolandosi all’imprevedibile presenza umana. Cigni abitudinari e sedotti come noi, evidentemente.

Noi consuete comparse che ogni mattina ci risvegliamo senza smettere di sognare in questa città garbatamente seduta sull’acqua, gustando quel particolare modo di stare e di sentire che ci infonde, in eccitata attesa di quel che accadrà davanti al prossimo caffè… Forse.