Nell’abbraccio di Bologna

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Sono poche le città che raccolgono l’ammirazione unanime, sia dei visitatori, sia dei suoi abitanti. Bologna è senza dubbio tra queste. Non solo. Pensando a molte delle nostre belle capitali, spesso, l’indiscusso fascino va sottobraccio con qualche clamorosa crepa che mina la perfezione. Bologna, al contrario, pare salvarsi da questo rischio perché da qualsiasi lato la si osservi – che riguardi il suo passato o il suo presente, sotto l’aspetto culturale o economico, artistico o ricreativo, intellettuale o godereccio – si pensa subito ai suoi pregi e non ai suoi difetti. Così si fa amare al primo incontro. Più che un colpo di fulmine è l’avvio di un innamoramento. Prende consistenza via via che si approfondisce la conoscenza e sbocca in un sentimento che irrimediabilmente assorbe e cattura.

Bologna è femmina. Basta passeggiare sotto i suoi accoglienti portici per accorgersi dell’impalpabile abbraccio che avvolge, facendo sentire le persone protagoniste di un microcosmo armonioso e rassicurante. È femmina come la sua cucina, così odorosa, brodosa, generosa, completa. Una cucina che “merita una riverenza” come amava dire Pellegrino Artusi. Per questo, più che a una giovane donna avvenente, Bologna somiglia a una procace madre. Madre che alimenta con le sue tradizioni culinarie, che protegge sotto i suoi antri porticati, che diverte con la sua vena musicale, che educa con la sua storica università e, infine, che impone rispetto per i suoi solenni palazzi.

È facile sentirsi a casa qui. Anche il calore che trasuda dal riverbero rosseggiante delle mura, dei tetti e delle torri pare voler dare il benvenuto. Così, idealmente partoriti da questo bel ventre, è difficile non lasciarsi andare e assaporare tutto di questa generosa città.

Molte delle felsinee seduzioni sono nascoste tra le sue pieghe, un po’ come un tortellino fatto a regola d’arte che avviluppa nel suo cuore ripieno l’apice del sapore. È bene, dunque, regalarsi il tempo per esplorarla tutta con la dovuta lentezza. Magari partendo da Piazza Maggiore e respirare l’atmosfera medievale e rinascimentale dei suoi palazzi, solenne cornice del costante via vai di turisti che si mescolano ai tanti studenti e ai bolognesi stessi. Se non fosse per l’animata presenza di moltissimi giovani, qui il tempo parrebbe essersi fermato all’epoca di fanti, dame e cavalieri. D’obbligo una passeggiata da Piazza del Nettuno a Piazza di Porta Ravegnana per alzare il naso all’insù e arrampicarsi con lo sguardo fino ai quasi 100 metri di altezza della Torre degli Asinelli. L’impatto visivo che la Torre offre dall’alto è ancora più ipnotico e vale davvero la pena percorrere i suoi 498 gradini per gustarlo. Da lassù, l’aura accogliente di Bologna si spiega nel reticolo rosseggiante delle strade e delle viuzze medievali che rivelano un ordine geometrico dove pare impossibile perdersi. Anche se, sotto lo sguardo della Torre Garisenda con la sua stravagante inclinazione, perdersi in questa città potrebbe regalare il piacere di qualcosa d’inatteso. Dietro un angolo, sotto un portico, in un ristorante o in una bottega, serendipicamente. Perché, anche se palazzi, ville, chiese, teatri, musei e tutte le altre gemme storiche di Bologna la incoronano regina culturale e architettonica, è forse tra la gente che si coglie fino in fondo la sua vera anima. Così può capitare di sedersi al tavolino di una trattoria del centro, fare amicizia con l’oste e sentirsi raccontare con trasporto i segreti sconosciuti ai più sulle meraviglie dell’Archiginnasio o del Collegio di Spagna. Ascoltare la leggenda del Portico di Casa Isolani, i trascorsi della Bologna sotterranea o il mistero della drammaticità della Pietà di Niccolò dell’Arca attraverso la piacevolezza della cadenza bolognese – magari davanti a un piatto di tagliatelle e un bicchiere di Pignoletto – aggiunge un sapore in più a un menù già ricco. E se si avesse anche il tempo di uscire dal cuore storico della città, si verrebbe catturati anche delle sinuose curve che profilano i dolci colli bolognesi, altrettanto generosi di bellezze da esplorare. Tra abbazie, vigne e tartufi, ogni sosta nel verde che ossigena Bologna corona un’esperienza piena, schietta, totale. Il perfetto epilogo di un piacevolissimo viaggio tra sacro e profano che sazia corpo, mente e spirito, di cui non si può che rimanere eternamente innamorati.

FICO, la grande sfida

Se Bologna può essere considerata l’ombelico d’Italia, Fico mette l’Italia al centro del mondo. Questa la mission che campeggia sulla home page del più grande parco agroalimentare del mondo, inaugurato lo scorso 15 novembre. Fico Eataly World – Fabbrica Italiana Contadina – nasce per raccogliere e mostrare la ricchezza della biodiversità italiana in un unico immenso spazio dove avventurarsi con tutti i sensi. Non poteva che essere a Bologna!

I numeri di Fico sono impressionanti. 10 ettari percorribili a piedi o in bicicletta; 2 ettari dedicati a campi, orti e stalle con oltre 2000 cultivar e 200 animali; 700 posti di lavoro più l’indotto; 40 fabbriche per la produzione di carni, formaggi, pasta, tutto insomma; almeno 45 punti di ristoro, tra bistrot, ristoranti stellati e chioschi street food; 6 “giostre” educative dedicate a temi legati all’ambiente; decine di educational e di eventi al giorno; un centro congressi capace di ospitare fino a 1000 persone.

In pratica Fico si propone come una gigantesca vetrina permanente del buono e del bello del nostro Paese, raccontandone valori, tradizioni e innovazioni che legano mestieri, persone e territori. Oscar Farinetti, suo patron, è giustamente fiero della sua creazione e si conferma fiducioso sul futuro di Fico, contando su cifre sempre maggiori, soprattutto di visitatori. Mezz’ora di navetta dalla stazione di Bologna e si entra gratuitamente tutti i giorni in quella che è stata ribattezzata la Disneyland del cibo.

Certo, si deve ammettere anche che dietro l’immagine contadina che il parco sfoggia si innerva un calcolato business mosso da affilate scelte strategiche. Il rischio è che ciò che si mostra a Fico sia “solo” una selezione elitaria di una realtà più complessa e contradditoria che resta esclusa dal grande spettacolo. Perché la realtà agroalimentare non è fatta solo di “buono e bello” ma anche di sudore e fatica, di raccolti persi a causa delle intemperie, o di pandemie che colpiscono i pascoli e piantagioni. Tuttavia, è anche per fronteggiare meglio questi rischi che ha senso la sfida lanciata da Fico, per far confluire attenzione, risorse e rinnovata passione sull’agroalimentare italiano, trovando in Bologna la sua vetrina ideale.

A tavola la riverenza è d’obbligo

La cucina bolognese mette tutti d’accordo. Che si tratti di un boccone di parmigiano reggiano acceso da aceto balsamico o di un profumato affettato di mortadella o, ancora, di un piatto di capelletti o tortellini freschi in brodo di cappone, è impossibile restare insoddisfatti. La riverenza è d’obbligo. I sapori pieni e sinceri della tradizione resuscitano anche nelle più audaci rivisitazioni quando la materia prima rispetta i valori della terra e della lavorazione. Fico offre l’eccellenza della ristorazione con un ventaglio di soste del gusto che accontentano tutti i palati: un elogio alla dieta mediterranea, alla salute e al benessere. Ristoranti stellati e trattorie, bistrot e chioschi, pizzerie e caffè promettono il meglio del cibo nel rispetto dell’ambiente e degli sprechi. La filosofia è quella di utilizzare in cucina solo ciò che viene prodotto e lavorato all’interno di Fico: un circuito chiuso, un anello perfetto. “Fico”! E una volta usciti da lì, com’è bello rituffarsi per le strade rosseggianti di Bologna e sedersi, così a caso, al tavolino di qualche sconosciuta osteria, richiamati semplicemente da quel buon odore di cucina che sa di casa.

Su Bubble’s Italian Magazine n. 5, “Italian good living”

Paradossi di una vegetariana

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FELSINEO, QUANDO LA MORTADELLA È “SINCERA”

Il 1963 è l’anno di nascita di una stella nel panorama gastronomico italiano, stella che tutt’oggi brilla. È la “1963 Mortadella Artigianale” di Felsineo, frutto dell’amore per le cose buone e fatte con passione. L’Azienda affonda le radici a Bologna, nel 1947, nell’esperienza di un piccolo laboratorio artigianale a conduzione famigliare, il Salumificio Raimondi, dove la carne veniva lavorata con lentezza e la mortadella era consegnata in bicicletta. Immagine romantica, che riflette ritmi e consuetudini di un mondo che non c’è più, mentre la Mortadella Artigianale Felsineo ancora c’è.

Con il trasferimento della lavorazione a Zola Predosa (BO), nel ’63, l’azienda si amplia ma resta fedele alla tradizione e al territorio, tanto che il nome “Felsineo” s’ispira a Felsina, come si chiamava Bologna in età etrusca. La Mortadella Felsineo si contraddistingue per l’utilizzo di carne fresca di origine italiana, oltre che per la macinatura lenta: suini pesanti di cui si impiega solo spalla, sovracoscia di prosciutto e pregiato guanciale. L’insacco nel budello naturale e la legatura con la corda tricolore coronano il capolavoro.

Oltre alla “1963 Mortadella Artigianale”, l’azienda propone la “Blu di Felsineo”. Senza zuccheri, derivati del latte, coloranti, né aromi artificiali, è cotta in speciali stufe ad aria secca e raffreddata in tempi rapidissimi per conservare al meglio le proprietà organolettiche.

“La Sincera” è, infine, la vera rivoluzione di Felsineo. Prodotta utilizzando solo conservanti naturali, senza nitriti sostituiti con estratti vegetali, mantiene tutto il profumo e il gusto della tradizione aggiungendo il valore dell’alta digeribilità. Basta annusarne una fetta per assaporare tutto il piacere della vera Mortadella. Parola di vegetariana!

www.felsineo.com

VEGHIAMO, AMORE A PRIMA … FETTA

Eresia, per qualcuno. Genialità, per qualcun altro. L’innovazione spesso rasenta la trasgressione, in tutti i campi, soprattutto se hanno a che fare con il piacere. Quindi, compreso il campo alimentare. E quando uno dei prodotti più apprezzati nel panorama gastronomico della nostra tradizione viene reinterpretato in maniera del tutto originale, è gustoso osservare come viene accolto dai palati dei puristi.

È il caso di Felsineo che ha da poco celebrato un patto con Mopur Vegetalfood lanciando al mercato una sfida tutta green che prende il nome eloquente di “Veghiamo”. Dalla tradizione all’innovazione con l’avvio di questa nuova azienda, sempre a Zola Predosa, completamente dedicata alla produzione di affettati esclusivamente vegetali e biologici, altamente proteici e sani. La qualità è garantita non solo dalla scelta delle materie prime ma anche dall’esperienza di Felsineo che, sposando il know how di Mopur, ha messo a disposizione tutte le conoscenze, le tecniche e i segreti di chi ha fatto della mortadella un brand d’eccellenza. Al di là delle mode passeggere, vegetariani e vegani sono sempre più numerosi ma altrettanto numerosi sono coloro che scelgono un’alimentazione sana oltre che gustosa. Gli affettati Veghiamo allettano, quindi, non solo chi per scelta è fedele a questa alimentazione ma anche chi è sensibile al piacere senza voler rinunciare al benessere. Con oltre il 25% di proteine vegetali e solo il 7 % di grassi garantiscono una dieta equilibrata a chiunque.

“Amore dalla prima fetta”: con questa promessa le buste Veghiamo, prodotte con materiale riciclato e quindi ecologico, invitano all’assaggio. Gli affettati sono il risultato di una miscela di diverse farine – di grano, lupini e ceci – e osservano un processo di fermentazione naturale che infonde ai prodotti sapore e profumo unici, oltre a un’ottima digeribilità. Declinati in sei differenti varietà – delicato, lupino, affumicato, speziato, al pepe e con tartufo – gli affettati Veghiamo giocano a solleticare i sensi accontentando tutti i gusti. Anche quelli di chi il maiale lo preferisce … vivo!

www.felsineoveg.com