L’occhio invisibile (Privé)

Unknown

C’è un retrogusto dolce nel sapore amaro di star poco bene. La sensazione di impotenza ai brividi di febbre diventa quasi un pretesto affinché ad ogni brivido segua una carezza, ad ogni fitta un abbraccio, ad ogni smorfia un sorriso. É il privilegio che qualcuno si prenda cura di noi.

Malesseri che sopraggiungono come temporali e che scuotono non solo il corpo ma anche le memorie, riportando improvvisamente indietro nel tempo. Quando la miglior medicina per una bambina era una mano fresca sulla fronte, seguita da due amorevoli labbra lievemente poggiate, che sapientemente indovinavano la febbre. Era già una cura, quella, come se tutto il calore che saliva a infiammare le tempie fosse in qualche modo placato dalla solennità dei gesti materni.

La dolcezza di sentirsi accuditi anche nei piccoli mali è impagabile. È il ritorno all’utero, al nido, alla casa. Quando si sta male, il tempo si ferma, tutto si concentra in quei sintomi che bussano rochi dentro le carni e impongono un rassegnato ascolto. Il resto, passato e presente, sembra una giostra su cui si è girato e girato e girato fino a perdere i sensi, cavalcando i colori della vita, diventando ciò che si è, quasi senza rendersene conto. Solo uno stop improvviso, a volte, apre quell’occhio invisibile che sonnecchia a metà tra il cuore e la mente. Quell’occhio che sorveglia le esperienze della prima infanzia proteggendole dall’inesorabile eruttare dell’esistenza.

È forse per la presenza di quest’occhio invisibile che, anche per un’adulta ormai, una mano fresca sulla fronte e due amorevoli labbra poggiate, rappresentano una cura quando sta poco bene. Anche da lontano, anche con il pensiero, anche con la voce, perché anche nell’assenza vince la presenza. E così ogni brivido di febbre si spegne sotto una carezza, ogni fitta si placa dentro un abbraccio e ogni smorfia si trasforma in un sorriso sempre acceso.

ACQUA E ANICE (Privé)

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Piove. Affondo lo sguardo verso un lago invisibile. Una cortina velata di plumbeo torpore sfuma i contorni e tutto scompare. Mi sembra d’essere immersa in un bicchiere d’acqua e anice, cullata da un torbido languore che pare fermare il tempo. Da qua dentro posso solo indovinare il profilo delle colline di fronte, nascoste dal velo invernale. Conosco a memoria quell’ondulante sagoma verde che a seguirla piano piano con un dito disegna all’orizzonte un bel coccodrillo mollemente adagiato sulla quiete lacustre.

È sempre stato così. Da bambina giocavo a individuare gli animali più strani osservando come la terra prende forma sollevandosi nell’aria, a volte dolce e sinuosa come un gatto, altre prepotente e improvvisa come una tigre. E quel coccodrillo disteso là di fronte sulla sponda opposta del lago mi fa compagnia da allora, quanti anni ed è ancora là. Riposa, pensa, forse sogna.

Forse allora è vero che questo torbido languore ha il potere di sospendere lo scorrere del tempo. E se non fosse per il ticchettare della pioggia sul davanzale che con dispetto scandisce i secondi, potrei credere di galleggiare in un mondo surreale. Un mondo dove tutto è evanescente, dove tutto è possibile, anche che le colline si trasformino in coccodrilli e le donne in bambine.