L’Inno alla vita e il bacio del Sole (Privé)

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Di fronte, il mare e la pace dell’infinito. Alle spalle, il temporale e l’agitazione del cielo. In mezzo, tra la quiete dell’azzurro e la minaccia dei lampi, una creatura animata da una singolare piacevolezza. Quella di sentirsi in armonia con questo Tutto che la circonda e la riempie, un Tutto che attraverso i suoi occhi di donna riversa nell’anima di bambina un sentimento di gratitudine per il privilegio di poter godere di questa vita con profonda consapevolezza.

Le pare di guardarsi dal di fuori, per cercare di fissare meglio tutta la scena, come fosse un dipinto appeso ad una parete dell’esistenza. Un dipinto vivo, pennellato di sensazioni tattili acute, pregno di suoni contagiosi, di odori assorbenti e sapori eccitanti.

I piedi nudi della creatura assorbono con piacere il calore conservato e rilasciato dalla sabbia, come se la terra rigurgitasse lentamente la sua energia vitale e gliela donasse attraverso quel sensuale contatto. Un po’ come farebbe con le radici di una pianta famelica di linfa.

Ecco, somiglia a una pianta la creatura che con femminea disinvoltura posa in questo dipinto abbozzato dalla creatività della Natura. Perché c’è poco di umano nell’istintivo benessere d’appartenere alla spuma del mare, alle saette del temporale e ai granelli della sabbia. È piuttosto una percezione primitiva, gioiosa e insieme conturbante, che evoca un idilliaco ritorno alle origini. Uno sprofondare a ritroso nel tempo attraverso lo spazio fino a poter toccare il nucleo ancestrale di sé.

Così, mentre i tuoni alle spalle si fanno sempre più ruggenti e il mare di fronte s’appresta a ricevere l’imminente pianto delle nuvole, la creatura allunga le braccia con le mani congiunte verso il cielo, caricaturando il rituale di una preghiera laica.

Un inno alla vita. Questo il titolo del dipinto che in un istante ha cullato di stupore l’anima di una bambina attraverso lo sguardo di una donna. L’inno alla vita di una pianta che, con i rami spalancati ad abbracciare il vento e le radici sprofondate a succhiare l’arena, accoglie la pioggia. In attesa del Sole che presto la bacerà.

Teatranti tra tanti (Privé)

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Giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri. Cittadini e turisti.

La bella Lugano in questi giorni è ancor più multiforme della sua colorata quotidianità. Il Buskers Festival – il festival degli artisti di strada – sta vivendo in pieno la sua decima avventura, in un susseguirsi di esibizioni e di eventi che sposano la precisione della programmazione svizzera con l’improvvisazione dello spirito creativo internazionale.

Camminando qua e là per la città e osservando i volti della gente, è persino difficile distinguere artisti e spettatori, tanto contagiosa è la stravaganza che vibra nelle piazze, nei parchi e sul lungolago alberato. Si respira la voglia di esprimersi in libertà, di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare, di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro. Portando per strada, appunto, il proprio talento, più o meno prezioso e comunque mai pretenzioso perché libero di pregiudizi.

È così che anche una mattina nata in bianco e nero, sotto una pioggia vagamente autunnale, s’è scaldata piano piano in un arcobaleno in scena, sotto i riflettori di un generoso sole e sullo sfondo di un lago pronto ad accogliere intrepidi tuffatori incuranti del brivido. Sì, perchè anche i protagonisti del Cliff Diving sono artisti in queste ore qui, angeli in volo sui riflessi lacustri. Una cornice perfetta per una città che ogni giorno si reinventa, sempre più viva e sempre più bella nella sua ordinata giostra senza sosta.

E quando giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri se ne saranno andati, portando con sé i propri fagotti pieni di emozioni, a Lugano resteranno i cittadini di sempre e qualche affezionato turista. Un nuovo spettacolo andrà per loro in scena. Quello solito, quello di tutti i giorni. Animato di qualche maschera in più, forse, ma contagiato dalla stessa voglia di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare e di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro.

Dopo tutto, siamo tutti artisti di strada, ogni giorno attori e spettatori. Teatranti tra tanti.

Palermo, “fiore” all’occhiello della cultura italiana

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“L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa.” Leggendo queste parole pare di vedere gli occhi di Goethe, innamorati di un’isola che tanto decantò nei suoi scritti. Da quando l’illustre scrittore tedesco visitò per la prima volta il nostro Paese, nel 1787, la Sicilia ha conservato tutto il suo fascino restando fedele a radici profonde e antiche che traboccano dai profili delle città e dalle tradizioni dei Siciliani. E se “qui è la chiave di ogni cosa”, Palermo rappresenta la sintesi perfetta dell’intera Sicilia con il suo caleidoscopico teatro a cielo aperto che cuce sacro e profano, in un dipanarsi di scenari che incantano lo sguardo anche di chi poeta non è.

Non sorprende che la città sia stata nominata “Capitale italiana della Cultura 2018” rubando lo scettro ad altre candidate di notevole levatura. Sarà l’esuberanza del barocco che anima palazzi e chiese di vita propria, sarà la sensualità che scorre nelle vene del centro storico per sfociare nel mare, sarà l’energia che trabocca dai mercati accesi di voci o saranno i giardini profumati di gelsi, oleandri e limoni. Fatto sta che i tanti volti di Palermo sembrano ricamare un arazzo di raro sincretismo che suscita coinvolgimento e ammirazione.

La motivazione dell’assegnazione del titolo premia tuttavia anche un’ambiziosa sfida: l’impegno della città a prendersi cura del suo patrimonio artistico attraverso un progetto di rinnovamento che è stato valutato dalla giuria “originale, di elevato valore culturale, di grande respiro umanitario, generosamente orientato all’inclusione, alla valorizzazione del territorio e delle produzioni artistiche e contemporanee”.

L’architettura della città racconta sapientemente le sue stagioni storiche e rifiorisce anche grazie a questo premio che traduce complessità urbanistiche e contraddizioni sociali in spinte rigenerative. “Zyz”, così la battezzarono i Fenici quando la fondarono, vedendo non a caso un “fiore” in quello che era all’epoca pressoché un villaggio affacciato sul Mediterraneo. Un bellissimo fiore in divenire che nei secoli ha attirato anche Greci, Romani, Arabi, Normanni e Spagnoli, ognuno dei quali ha elargito a Palermo saperi e sapori di popoli molto diversi tra loro, contribuendo così alla definizione del mosaico caratteriale della città.

Architettonicamente parlando, la Cattedrale è un po’ lo specchio ideale di questa commistione culturale perché riunisce in sé tutti i linguaggi artistici che si sono avvicendati nel tempo, compreso quello musulmano, con un tocco d’inconfondibile stile normanno che le infonde un’atmosfera regale piuttosto che sacra. Ogni chiesa della città, in verità, sposa spirito e materia, divino e terreno: dalla Chiesa di San Domenico con il suo austero barocco alle Chiese della Martorana, di San Cataldo e di San Giovanni degli Eremiti con gli echi arabeggianti, a testimonianza della conversione degli antichi templi musulmani in edifici cristiani.

Anche Palazzo Reale, o dei Normanni, riassume le diverse dominazioni vissute dalla città. La facciata, con il suo stile eterogeneo, si lascia sfogliare come un libro di storia, mentre all’interno gli sfolgoranti mosaici della Cappella Palatina ipnotizzano lo sguardo dettando un sentimento di estatica contemplazione. La convivenza nelle decorazioni di simboli squisitamente cristiani con scene di vita tipicamente musulmane crea un’armonia che trascende la bellezza estetica e porta a sentire come culture tanto distanti possano allacciarsi in un contesto superiore quale è l’arte.

Non a caso, sulla facciata del Teatro Massimo di Palermo, sta incisa la frase: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire.”

Tuttavia la cultura non è racchiusa solo nell’arte, bensì emerge anche nello scorrere della quotidianità. Le fragranze delle spezie, i colori delle stoffe, i profumi della frutta e il vociare della gente. Quest’insieme è un’altra opera d’arte di Palermo, rappresentata dai suoi mercati storici, luoghi senza tempo dove non si scambiano solo cibo e merci ma anche emozioni. Ballarò, Capo e Vucciria sono beni ambientali di matrice culturale, simboli della sicilianità più passionale. Dai vicoli stretti e tortuosi come budelli si sfocia in ariosi cortili dove l’odore dei pesci esibiti sui banchi si mescola a quello degli sfincioni colorati di sole, tutto il bello e il buono del mare e della terra tramandato da secoli, come le pennellate energiche di Guttuso hanno magistralmente immortalato. Così come le chiese di Palermo evocano la materialità del potere temporale, i mercati brulicanti di vita trasmettono una sorta di spiritualità, attraverso gesti e rituali che sembrano ripetersi identici nel tempo.

La tradizione del mercato conduce irrimediabilmente a quella della cucina e al piacere del cibo, ennesima espressione di cultura di una città esuberante anche a tavola. Dalle panelle alle arancine, dalle granite ai cannoli il sapore delle ricette tramandate da secoli si declina nella fantasia di donne e uomini che sanno esaltare la generosità del territorio, invitando i commensali di tutto il mondo a sentirsi parte di questa meravigliosa terra. Un motivo in più questo per visitare la città e condire i numerosi appuntamenti in programma dedicati a “Palermo Capitale italiana della Cultura 2018” con intriganti piatti e ottimi vini, gustando scenari d’indimenticabile bellezza. Per dirla con Goethe: “… La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del mare, del cielo, della terra … chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita.”

La serenità gioiosa della semplicità

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ARTE E NEUROSCIENZE. Le due culture a confronto

Che cos’hanno in comune l’artista e lo scienziato? Cosa accomuna colui che dipinge un quadro al galoppo della propria ispirazione e chi studia il cervello a caccia di nuove frontiere mediche?

La creatività. Questo sostiene Eric Kandel, Nobel per la medicina nel 2000, neuroscienziato particolarmente sensibile a quel ponte ideale che collega emozione e ragione, sentimento e pensiero, arte e scienza.

Dopo aver sedotto i lettori con il saggio “L’etá dell’inconscio”, in cui esplorava il rapporto tra arte, mente e cervello in compagnia dei grandi artisti viennesi, propone ora un ampliamento di un panorama già ricco e affascinante. In “Arte e neuroscienze, le due culture a confronto” (Raffaello Cortina Editore, 2017) Kandel dimostra come la cultura umanistica e quella scientifica possano incontrarsi e influenzarsi a vicenda arricchendosi reciprocamente nello sposalizio tra arte e neuroscienza, sposalizio suggellato appunto dalla creatività.

Se, nel 1959, il grande fisico molecolare e in seguito romanziere C.P. Snow avesse avuto il conforto delle nozioni neuroscientifiche di oggi avrebbe anche sperimentato la soddisfazione di veder colmato quello iato tra due mondi intellettuali apparentemente divergenti nel mondo occidentale moderno. Riprendendo Snow, Kandel lo sostiene e perfeziona quella cucitura tra le due culture: tanto le neuroscienze quanto l’arte si pongono, in modo diretto e coinvolgente, domande e obiettivi fondamentali per il pensiero umanistico, condividendo persino alcune metodologie.

Per esempio, sia l’arte sia le neuroscienze sfruttano i meccanismi dell’apprendimento e della memoria per creare, per progredire. Noi siamo quello che siamo grazie a ciò che impariamo e ricordiamo, o purtroppo dimentichiamo. Le reazioni emotive che ci animano di fronte a un’opera d’arte derivano proprio da quel fitto sottobosco psicologico ricamato negli anni dalle esperienze vissute, ricordi più o meno scolpiti che ci permettono di emozionarci davanti a un dipinto.

Per dimostrare l’importanza della memoria sia nell’arte sia nelle neuroscienze, Kandel ricorre all’esempio più semplice che la natura offra, proprio in virtù del “riduzionismo” per cui il “semplice” è contenuto anche nel “complesso”. É l’Aplysia, l’oramai famosa lumaca di mare che, con appena ventimila neuroni (il cervello umano ne ha almeno cento miliardi!) e una struttura neurologica elementare svela i meccanismi universali della memoria e dell’apprendimento, riconducendoli quindi anche all’essere umano.

Persino Matisse, verso la fine della sua carriera, si rese conto della misteriosa bellezza di Aplysia e la volle ritrarre proprio nella sua immensamente ricca semplicità, ritagliando dodici blocchi di colore ricavati da altrettanti fogli di carta. Le superfici colorate così assemblate catturano sia la forma essenziale sia il movimento della lumaca. Questo è un esempio illuminante di come l’arte, soprattutto l’arte astratta e riduzionista, susciti risposte emotive e dunque neurologiche più ampie e coinvolgenti rispetto all’arte figurativa in genere. In pratica, gli scienziati usano il riduzionismo per risolvere un problema complesso, mentre gli artisti lo sfruttano per suscitare una nuova risposta emotiva e percettiva in chi osserva.

Il perché dell’efficacia eccezionale del riduzionismo e dell’arte astratta rispetto a quella figurativa è presto spiegato: con la riduzione dei dettagli, dei colori e della luce, le opere astratte – come quelle del pittore olandese Mondrian per esempio – si svuotano e lasciano spazio a chi osserva di riempirle. Anche quando non sono totalmente vuote, però – come le action paintings di Pollock – mantengono un grado di ambiguità così alto da lasciare libera l’interpretazione di chi ammira. Ecco allora che si innesca un gioco complice tra artista e osservatore creativo i quali si completano nell’opera d’arte in un continuo divenire di rimandi emotivi personali. Noi proiettiamo sulla tela le nostre impressioni, i nostri ricordi, le nostre aspirazioni, i nostri sentimenti. Un meccanismo analogo al transfert psicoanalitico o alla meditazione buddhista, che trascende la contemplazione estetica raggiungendo l’apice della spiritualità.

Tornando al dialogo tra arte e neuroscienze, gli studi di imaging funzionale raccontano bene la differenza tra arte astratta e figurativa, fotografando le diverse reazioni del nostro cervello al cospetto delle opere d’arte. La pittura figurativa con i suoi paesaggi, nature morte e ritratti, suscita un’attività cerebrale in specifiche aree circoscritte a specifiche categorie d’immagini. Al contrario, l’arte astratta non attiva alcuna regione specifica del cervello ma stimola tutte le aree che rispondono a tutte le forme d’arte, sollecitando inconsciamente l’immaginazione dell’osservatore. Tradotto nel linguaggio artistico: le cose concrete, conosciute, vicine, familiari suscitano meno sorpresa, minor curiosità, mentre quelle più lontane, ambigue, inafferrabili stimolano la nostra immaginazione creativa.

Una dimostrazione? J.M.W. Turner – pittore inglese del Settecento precursore dell’arte astratta noto per i suoi perturbanti paesaggi – all’inizio della sua carriera dipinse la famosa lotta in mare tra una nave in rotta verso un porto e la burrascosa forza della natura, animando la tela di nubi tempestose e pioggia scrosciante. Anni dopo, ebbe un’intuizione e la sperimentò. Rielaborò quella stessa lotta ridipingendo la scena in maniera totalmente diversa, priva cioè di dettagli, riducendo nave, tempesta e natura alle forme più essenziali. Il suo scopo era quello di affidare al fruitore il compito di completare l’opera, concedendogli il piacere di contribuire a “dipingere” la lotta in mare con i propri dettagli emotivi, con i propri ricordi e le proprie esperienze, risvegliate da semplici accenni sulla tela. Turner ha così esplorato i confini della percezione visiva senza conoscerne i meccanismi neurologici sottostanti. Come direbbe Matisse: ha avvicinato a “una serenità gioiosa semplificando pensieri e figure. Semplificare l’idea per realizzare un’espressione di gioia. È questo che facciamo.”

Se Turner e Matisse avessero avuto a disposizione le conoscenze neurologiche di oggi avrebbero, forse, giocato anche sui materiali delle proprie opere d’arte, ampliando le risposte emotive dell’osservatore anche al senso del tatto. Sì, perché oggi si sa che una regione cerebrale che risponde sia alla vista sia alle sensazioni tattili occupa un ampio spazio della corteccia occipitale laterale. La trama di un oggetto, dunque, attiva quelle cellule del cervello indipendentemente dal fatto che l’oggetto venga toccato o guardato. Kandel spiega che probabilmente è questo il motivo per cui siamo in grado di identificare i diversi materiali (velluto, legno, pelle, metallo) a colpo d’occhio, percependone sottopelle piacevolezza o sgradevolezza, senza bisogno di usare la mano. Nel caso degli arazzi o delle sculture in bronzo o in marmo la fusione tra reazione visiva e tattile è particolarmente lampante. Ammirare il Ratto di Proserpina del Bernini, soffermarsi con lo sguardo sulla presa delle mani nella plasticità della carne della fanciulla, fa sentire sotto le nostre stesse dita quel marmo. Freddo marmo che si fa burro alla fiamma del genio creativo dell’artista.

In fondo, Kandel partendo dall’asettica impalcatura neurologica dell’essere umano arriva a spiegare l’architettura emotiva che colora la nostra vita, sia durante gli avvenimenti quotidiani sia di fronte a un dipinto. I meccanismi sono identici. E ce lo spiega utilizzando lo stesso metodo degli artisti che lui stesso convoca in questo saggio: riducendo la complessità di nozioni e concetti scientifici a pochi tratti esemplificativi. Così come Turner mostra che la rimozione di elementi figurativi da un dipinto non elimina la capacità della pittura di richiamare associazioni strutturate in chi osserva, Kandel dimostra che la straordinaria complessità del sistema cerebrale può essere spiegata e afferrata in modo semplice e intuitivo.

Come dire che anche il nostro cervello è una magnifica opera d’arte in continuo divenire, di cui siamo contemporaneamente artisti e osservatori creativi.

 

 

 

Sfogliando le pagine della capitale russa

I capolavori della grande letteratura s’intrecciano a quelli della sontuosa architettura dando vita a un romanzo senza tempo: Pasternak, Cechov, Tolstoj, Puškin e Bulgakov raccontati attraverso la voce della città che li ha ospitati e ispirati, fino a renderli immortali

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Poche sono le città al mondo che si lasciano sfogliare come un romanzo. Mosca è una di queste, capolavoro di arte, storia e cultura che invita ad essere esplorata anche attraverso le pagine dei grandi scrittori che nei secoli l’hanno raccontata immortalandola nel regno eterno della più sublime letteratura. Mosca e non solo, perché i suoi dintorni sono rivoli di altrettanti racconti che prendono per mano il visitatore catapultandolo oltre la realtà, oltre al tempo, cullandolo tra storia e fantasia.

Il viaggio, reale e contemporaneamente metaforico specchio di un romanzo, potrebbe avere il suo incipit nella dacia di Boris Pasternak, appena fuori Mosca. Esattamente nel villaggio degli scrittori a Peredelkino, oasi intellettuale circondata da betulle e immersa in un verde immutato nel tempo, che ha lungamente ispirato l’autore del “Dottor Zivago”.

Sempre passeggiando nei dintorni di Mosca, a Melichovo, ancora palpita vivo il ricordo di Anton Cechov, autore di “Zio Vanja”. All’interno della casa museo tutto è conservato come allora, sia nella disposizione delle stanze, sia nell’arredamento, sia nei dettagli che fanno la differenza e che sembrano custodire ancora l’amore frustrato di Vanja per Elena.

Non meno affascinante è la dimora di Leone Tolstoj nel cuore di Mosca. Una semplice isba in legno a due piani, circondata da un’alta palizzata, con un piccolo cortile e un delizioso giardino interno dove l’autore di “Guerra e Pace” e di “Anna Karenina” amava rilassarsi in compagnia dei suoi pensieri. Nella sontuosa sala da pranzo, apparecchiata con i piatti e le posate originali, nelle stanze dei bambini, nello studio e nel salone dove il grande scrittore riceveva abitualmente i suoi amici, il tempo sembra impresso in un eterno istante, proprio là, negli anni in cui vi risiedeva Tolstoj insieme alla numerosa famiglia.

Poco distante, in via Arbat, un altro capolavoro. È la Casa museo di Aleksàndr Sergeevič Puškin, dimora dell’illustre poeta, drammaturgo e scrittore che l’abitò per cinque mesi – da gennaio a maggio del 1831 –  immediatamente dopo essersi sposato. Paradossalmente, durante la sua breve vita (fu ucciso infatti in duello a soli 38 anni) il multiforme autore compose opere immortali, che contribuirono a dare il via a una nuova forma letteraria russa.

Il viaggio attraverso il cuore della Russia romanzata potrebbe proseguire per molti altri capitoli. Un ideale epilogo a quest’assaggio letterario può essere ben interpretato dal Museo Bulgakov, sulla Bolshaja Sadovaja 10, allestito nell’appartamento dove Michail Miša Bulgakov visse per quattro anni. L’itinerario, “La Mosca di Bulgakov”, chiede al viandante di affrontarlo a piedi con la lentezza che tutte le cose belle e preziose meritano. La passeggiata contempla Patriaschie Prudy, dove lo scrittore amava intrattenersi, oltre a Tverskoj Bulvar, Tverskaja uliza, il teatro MXAT e la Casa Pashkov, tutti luoghi che animano il capolavoro “Maestro e Margherita” un romanzo grottesco, satirico, metafisico e al contempo esilarante, alla cui stesura il maestro dedicò gli ultimi anni della sua vita.

Forse questo è il segreto dell’immortalità dei grandi scrittori: far sì che i romanzi continuino ad essere raccontati attraverso la voce della città che li ha ospitati e ispirati.

L’opera d’arte e il tempo (Privé)

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Una persona mi ha detto: “Non si può scrivere del presente, si può scrivere solo del passato, o del futuro immaginato, perché il presente sei occupato a viverlo …” E ha aggiunto: “Così come un artista non si rende mai conto di creare un’opera d’arte nel momento stesso in cui ci lavora, ma solo dopo il suo compimento, alla fine dell’impresa, e forse nemmeno… Forse solo dopo la sua morte saranno i fruitori a giudicare immenso ciò che per quell’artista era un arcobaleno sulla tela bianca, una poesia rubata alla luna o la colonna sonora della sua stessa vita…”

Non so, riflettendoci però mi vien da pensare che se così fosse mi sentirei fortunata, oggi: ho una storia incredibile da scrivere ma sono felicemente occupata a viverla e immagino che questa storia, fra tanti, tanti anni, diventerà un romanzo: l’opera d’arte del mio futuro.