L’Inno alla vita e il bacio del Sole (Privé)

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Di fronte, il mare e la pace dell’infinito. Alle spalle, il temporale e l’agitazione del cielo. In mezzo, tra la quiete dell’azzurro e la minaccia dei lampi, una creatura animata da una singolare piacevolezza. Quella di sentirsi in armonia con questo Tutto che la circonda e la riempie, un Tutto che attraverso i suoi occhi di donna riversa nell’anima di bambina un sentimento di gratitudine per il privilegio di poter godere di questa vita con profonda consapevolezza.

Le pare di guardarsi dal di fuori, per cercare di fissare meglio tutta la scena, come fosse un dipinto appeso ad una parete dell’esistenza. Un dipinto vivo, pennellato di sensazioni tattili acute, pregno di suoni contagiosi, di odori assorbenti e sapori eccitanti.

I piedi nudi della creatura assorbono con piacere il calore conservato e rilasciato dalla sabbia, come se la terra rigurgitasse lentamente la sua energia vitale e gliela donasse attraverso quel sensuale contatto. Un po’ come farebbe con le radici di una pianta famelica di linfa.

Ecco, somiglia a una pianta la creatura che con femminea disinvoltura posa in questo dipinto abbozzato dalla creatività della Natura. Perché c’è poco di umano nell’istintivo benessere d’appartenere alla spuma del mare, alle saette del temporale e ai granelli della sabbia. È piuttosto una percezione primitiva, gioiosa e insieme conturbante, che evoca un idilliaco ritorno alle origini. Uno sprofondare a ritroso nel tempo attraverso lo spazio fino a poter toccare il nucleo ancestrale di sé.

Così, mentre i tuoni alle spalle si fanno sempre più ruggenti e il mare di fronte s’appresta a ricevere l’imminente pianto delle nuvole, la creatura allunga le braccia con le mani congiunte verso il cielo, caricaturando il rituale di una preghiera laica.

Un inno alla vita. Questo il titolo del dipinto che in un istante ha cullato di stupore l’anima di una bambina attraverso lo sguardo di una donna. L’inno alla vita di una pianta che, con i rami spalancati ad abbracciare il vento e le radici sprofondate a succhiare l’arena, accoglie la pioggia. In attesa del Sole che presto la bacerà.

Allacciati, senza fine (Privé)

Unknown

I loro corpi sono stati creati per essere allacciati. Come l’edera s’incolla avida al tronco dell’albero e il panda s’avvinghia famelico al bambù.

Allacciati per fondersi, come la pioggia che si fa lago, mare, oceano. Così sono loro, Esseri della Natura, quando la calamita che li destina a toccarsi schiocca le dita e li chiama ad unirsi.

Non sono semplici abbracci quelli che si scambiano, non semplici baci ma inesorabili riversamenti l’uno nell’altra in un crescente naufragio dei sensi.

Onde. Onde primordiali che danno vita al tutto. È un fatale scivolare nella più pura primarietà, dove corpo, cuore e mente perdono la propria identità. Tutto è nucleo, nato da due cellule che si fondono e si confondono per ricreare una monade con un solo centro vitale.

Fusione. La bellezza della fusione è tale da cancellare ogni contorno. Al di fuori di quella nuova creatura partorita dagli abbracci e alimentata dai baci non c’è alcunché, neanche l’aria. Perché bastano i loro respiri a tenere in vita la nuova creatura bifronte non pensante.

Nuotano come gabbiani. Volano come pesci. Si scambiano la pelle compenetrandosi in un andirivieni di colori e di musiche che ubriacano quella piccola fetta di mente ancora vigile. Sovvertono le logiche del pensiero, pensiero che si fa argilla sotto il calore del loro ardore.

Si plasmano dentro, nell’anima, frugando tra i sentieri più nascosti del pudore. Un pudore che posa la maschera, finalmente.

Animali dolcissimi e selvatici, addomesticati solo dalle leggi del reciproco desiderio di darsi, di carezzarsi, guarirsi e di rinascere insieme più forti.

Sudore. Come acqua di sorgente, rivoli di sudore li abbeverano ripagandoli delle energie bruciate a donarsi gioia, rotolando e rotolando sempre più in alto, spersi nelle capriole di un piacere totale, assoluto, elementare, che solo all’innocenza può somigliare.

Sonno. L’arrendersi al bisogno di restare allacciati anche dopo il precipizio nell’estasi e addormentarsi nel tentacolare morso del languore. Bocca sulla bocca, labbra tra le labbra, morbidamente tese sull’afflato vitale che li fa sentire d’esser vivi mentre affogano nell’ultimo torpore.

Liberi. Fino al prossimo risveglio, così uniti.

Perché i loro corpi sono stati creati per rimanere allacciati.

Pensieri nebulosi (Privé)

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E se le nuvole fossero pensieri?

Pensieri sputati in aria da ogni cuore che sente, che pensa, che tace.

Rosa, azzurri, grigi, bianchi. Rossi di desiderio, viola di vergogna, lividi di vita. Cambiano forma, misura, spessore. Facce di vecchi, musi di cani, pinne di pesci. Acquatici e aerei, palpabili ed eterei, persino odorosi, se sai estendere i sensi fino a confonderti con quelli delle creature che vedi scorrere in cielo.

Vien voglia di prenderli in mano questi pensieri, scolpirli come pongo tra le dita, per farne quel che vuoi e adorarli come feticci d’amore. Tu li crei e poi ne sei schiava.

Se le nuvole fossero pensieri, tutto sarebbe possibile. Anche trasformare un brutto sogno in promessa o un momento sbagliato in scommessa.

Ma, forse, sono i pensieri ad essere nuvole. Nuvole che piovono sull’anima.

 

L’incontro e il caso (Privé)

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“Una donna non sente. Una donna sa!”

Queste erano le parole esatte che mi rimbalzavano nella testa mentre camminavo nel sole, questa mattina in città. Parole che, passo dopo passo, coronavano un ragionamento ben distinto e che scolpivano la mia mente con precisione millimetrica, tanto da renderle evidenti sul mio viso, forse. Senza grande attenzione, scorgevo avanzare verso di me un individuo. Lo vedevo senza guardarlo. Sentivo il suo sguardo puntato addosso e più si avvicinava più percepivo la sensazione che, giunta a tiro, mi avrebbe rivolto la parola.

“Excuse me, do you speak english?” Lo sapevo: una donna non sente, sa!

Sorriso schietto, denti bianchissimi, pelle olivastra, capelli nerissimi. Forse un indiano o comunque un mediorientale sulla cinquantina, elegante e istintivamente simpatico. Dalla camicia colorata avrebbe potuto essere un turista ma la valigetta in pelle nella mano sinistra, i pantaloni scuri e le scarpe lucidissime tradivano la mission di businessman. Credendo avesse bisogno un’informazione stradale gli ho risposto cortesemente, anche se girovagava in me una sensazione di confusa incertezza.

“Mi scusi ma non ho potuto fare a meno di fermarla vedendola, vorrei dirle qualcosa di importante …” Proseguendo con un inglese perfetto, il signore si stava inoltrando per discorsi inattesi che mi rimbalzavano, per cui stavo per voltargli le spalle e andarmene nemmeno troppo garbatamente.

“La prego, ascolti, un attimo solo.” E lì qualcosa mi ha trattenuto, mi sono fermata e ho rincontrato quel viso divenuto molto serio seppur sempre sorridente, quasi supplichevole di fiducia.

“Lei è circondata da un’aura, un’aura speciale. Io la vedo, trasmette gioia, bellezza, vita …” Di fronte alla mia espressione di incredulità, prima che me ne andassi definitivamente davanti a quella che credevo fosse una chiara presa in giro, l’uomo s’è affrettato ad aggiungere:

“Le giuro che non la sto prendendo in giro, sono molto serio. Io vedo in lei qualcosa di importante, lei è una donna molto fortunata … un grande cambiamento sta per accadere nella sua vita.”

“Tutti vivono cambiamenti prima o poi, anche lei probabilmente … bene, buona giornata!” Tagliai corto, un po’ divertita ma anche un po’ turbata.

“Ma io vedo qualcosa di ben preciso che la riguarda, se vuole glielo dico… non desidera sapere cosa cambierà per lei?”

È stato a quel punto che ho capito. Ho capito che non era un caso quel che stava succedendo. Io avevo in qualche modo anticipato quel bizzarro dialogo appena quel misterioso signore era comparso al mio orizzonte, nel sole, vedendolo senza guardarlo. Ho capito che avevo paura mi parlasse, paura di sapere quello che avrebbe voluto dirmi. E ho capito che non volevo assolutamente sapere quale cambiamento, a suo sentire, mi sarebbe dovuto capitare.

Forse gli credevo. Del resto sono sempre stata convinta che ognuno di noi abbia un’aura e che si possa imparare a vederla, a leggerla, ma questo è privilegio di pochi. Che lui fosse uno di questi pochi capaci di vedere oltre? Mi piace pensare che sia così, tanto che sento il bisogno di scriverlo, di raccontarlo, forse per esorcizzare l’inquietudine di un incontro che ancora vibra.

Ho salutato con gratitudine il signore, pregandolo di non dirmi niente di più, perché non volevo sapere cosa mi sarebbe successo.

“Va bene, come vuole. Buona fortuna signora, la vita le sorride, sia felice!”

Dopo pochi passi verso la mia direzione, ho avuto un brivido. Con la pelle d’oca mi sono voltata per cercare il signore alle mie spalle ma non c’era più. Sono tornata indietro, ho percorso tutto l’isolato, allungando lo sguardo a caccia di una camicia colorata, di una ventiquattrore, di un sorriso bianco. Frugavo dappertutto ma niente, sparito.

Meglio così. Perché credo che gli avrei chiesto di continuare a raccontarmi, di farmi sapere. Pericolosissimo.

Tornando sui miei passi, un po’ trasognata, tornavo anche sui miei pensieri … “È proprio vero: una donna non sente. Una donna sa.”

L’età che s’indossa (Privé)

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Gli anni che si portano sono come un abito che s’indossa. Almeno così dovrebbe essere. Un abito dovrebbe coprire senza pesare e valorizzare senza nascondere. Così ognuno di noi dovrebbe sentirsi dentro la sua età: a proprio agio. Certo, un abito lo si sceglie e lo si cambia a piacimento, l’età purtroppo no.

Ma pensiamoci un attimo: se la stoffa è buona, se la misura è perfetta e se l’utilizzo che se ne fa è adeguato, un abito comodo non lo si sostituisce tanto facilmente e quando lo si fa, spesso lo si rimpiange. Per analogia, la stoffa potrebbe essere la salute, la misura il benessere psicofisico e l’utilizzo le esperienze accumulate.

Ecco che, se queste tre carte son ben giocate, pure l’età può essere “indossata” con disinvoltura, anzi, persino con piacere, anche quando s’incomincia ad inoltrarsi al di là dei prati verdi, fioriti e spensierati. Vero è che c’è sempre lo specchio a ricordare con inappuntabile rigore a quale giro di boa si sta, e quello non mente. Tuttavia, non dovremmo badare solo allo specchio di casa, ma anche e soprattutto agli sguardi degli altri. Dovremmo, cioè, imparare a vederci attraverso gli occhi di chi ci guarda perché anch’essi sono riflessi di noi. Riflessi altrettanto sinceri che, spesso, riescono a farci piacere di più.

Occhi non qualsiasi, certo. Ma occhi innamorati, possibilmente, che anziché cogliere le inevitabili sgualciture di un’intensa esistenza, leggono pensieri, emozioni e sentimenti. Eventi profondi che ci hanno scolpito dentro e fuori rendendoci ciò che oggi siamo, dando un senso al tempo trascorso.

A quel punto, quando uno sguardo sinceramente innamorato si posa sulla nostra pelle mai sazia di vita, l’abito che s’indossa non ha più stoffa, né misura, né stagione. C’è solo l’anima, nuda. E l’anima, come l’amore, non ha età.

Sonnolenta rêverie (Privé)

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Tanto mi rallegra viaggiare in treno di giorno, quanto mi adombra all’imbrunire. Non è un adombrarsi che sa di tristezza, è piuttosto un irresistibile immersione in me stessa. È tutta una questione di scenari visibili e invisibili, di permeabilità tra narrazioni esteriori e interiori.

Con la luce, guardare fuori del finestrino mentre il treno è in movimento diventa un racconto messo in scena su un palcoscenico in continuo divenire, un racconto che gioca a srotolarsi nello scorrere del tempo. Campi di grano, distese di girasoli, ridenti colline…non so perché ma nella mente ritrovo sempre i gialli caldi, i verdi brillanti, gli azzurri ramati di rosa, anche quando l’estate è solo un ricordo e al contempo una promessa. Paesaggi che conosco a memoria e che per questo trascendono il tempo e lo spazio reali. Così i pensieri, guardando alberi e nuvole rincorrersi, s’incollano là fuori come francobolli su cartoline con le ali e rubano i colori al sole. A cavallo delle immagini che muovono silenti dialoghi non c’è spazio per inutili malinconie: di giorno, narrazioni esteriori e interiori danzano allo stesso ritmo e tutto fluisce come musica liquida in un cadenzato incedere.

Con il buio, invece, guardare fuori del finestrino del treno in movimento congela il procedere in un paradossale torpore ipnotico. Anziché gustare la natura che si esprime nel suo vertiginoso mutare, lo sguardo rimbalza contro il vetro senza poter volare libero tra alberi e nuvole. Lì, stampato su quel finestrino che detta il confine tra dentro e fuori, c’è solo un viso, occhi che frugano, pensieri che scavano. Oltre il buio. Tutto si concentra e si condensa in quel rettangolo di ombre riflesse e se non fosse per l’accompagnamento ritmico del treno parrebbe d’essere sospesa dentro un istante in obbligata compagnia di me stessa.

Sonnolenta rêverie. Ecco a cosa somiglia questo stato catatonico in cui la mente, cullata dal brontolare del mezzo, sprofonda dentro la guaina più incosciente di sè. Nessun campo di grano, né girasoli, né colline ma un opaco fluttuare di ricordi, desideri e sogni che si confondono l’un l’altro tanto da non sapere più cosa è stato e cosa immaginato. Quel finestrino che nasconde il ‘fuori’ racconta il ‘dentro’ rischiando di dar voce al rigurgito di malinconia puntualmente in agguato da qualche parte recondita della propria anima. Non lo guardo, non lo ascolto, non gli do retta. Chiudo gli occhi. Evapora il contatto tra lo sguardo e il mio viso ritagliato nel vetro, sfumano le voci dei passeggeri attorno fino a spegnersi del tutto e così gioco a immaginarmi. Mentalmente mi distacco da me stessa, mi accomodo sul sedile di fronte e mi osservo, lì davanti con la fronte poggiata sul finestrino sordo, gli occhi chiusi sul mondo. Un breve sorriso tradisce il viaggio dei miei pensieri che si trastullano tra mari giallo sole, boschi smeraldini e giardini agrodolci, prendendo a calci ogni malinconica minaccia.

In fin dei conti al buio è più facile illuminare il teatro del proprio stato d’animo e così, mentre il treno procede verso la sua meta, io ho raggiunto la mia. Rassicurata da un’inspiegabile serenità, mi alzo dal sedile, mi rinfilo in quella me stessa trasognata e riapro gli occhi, sorridendo a quel volto complice che mi osserva dal finestrino.

La promessa (privé)

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“Ti lascio, ma per finta…”

Una telefonata, una voce, una certezza. Nasce così la mattina di un altro giorno insieme. Quello di due anime che si son prese per mano senza ancora essersi toccate.

Una complicità sbocciata per caso, le parole giuste al momento giusto senza alcun dubbio di fraintendimento. Una complicità che inspiegabilmente precede la conoscenza, alchemica magia di chi si incontra in lontananza, dove le regole del tempo e dello spazio non son che inganni senza importanza.

Stessi pensieri, stesse sensazioni, stessi desideri che si allacciano e si mescolano in una giostra di conversazioni effervescenti, preludio certo di sviluppi assai eccitanti.

Tu non parli, suoni. Tu non dici, danzi. Sfogliami come un libro, pagina dopo pagina. La grammatica del comune linguaggio si scorpora nella musicalità di note sottintese che rivelano un’affinità preziosa sfuggente ai calcoli della ragione.

Conoscersi senza essersi mai incontrati non è cosa da poco, è un piacere da alimentare con riverente rispetto. Eccola l’alchemica magia di due anime che si sono prese per mano senza ancora essersi toccate.

Un’altra telefonata, la stessa voce, la tua presenza. “Ti lascio, ma per finta …” E questa è una promessa.

Liquida melodia (privé)

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Il mare fa l’amore col vento in musicale silenzio. Ascoltare lo sciacquio delle onde che leccano le rocce riporta a uno stato di liquida quiete. L’ipnotico, ritmico cullare evoca l’abbraccio amniotico suscitando un vago senso di nostalgia per qualcosa di sfuggente, di perduto, di dimenticato.

Forse è proprio questa la magia dell’acqua, cui nessuno credo si sottragga. Il saper dare un suono, una voce, una melodia all’impalpabile desiderio di ricongiungersi con l’origine della propria natura, con quella primitiva essenza di vita che la vita stessa costringe poi a dimenticare.

Mare, cordone ombelicale che riporta all’innocenza, alla purezza, al primo vagito dell’Universo. Immergersi nel suo velo cristallino è come ripulirsi di ogni crosta che il tempo inevitabilmente cuce addosso all’anima rendendola impermeabile al ricordo cosciente della sua nascita.

Che dolce regressione tuffarsi in questo circolare oblio dove tutto è inizio senza fine. Quel farsi e disfarsi delle onde sulla pelle è specchio dell’esistenza stessa, immagine di un cammino universale verso un comune destino. Vien voglia di chiudere gli occhi e sciogliersi in osmosi con l’acqua.

Il mare fa l’amore col vento in musicale silenzio per non disturbare chi ancora s’incanta ad ascoltare la liquida melodia della nostalgia.

 

Musica, emozioni e ricordi (Privé)

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Ricordo che quando ero bambina, ascoltando un certo brano musicale, mi sentivo inondare di una tristezza infinita, lacerante. Quel vecchio brano era “Giochi Proibiti” e l’armonia di quei pochi minuti di nuda chitarra in cui mi abbandonavo al pianto mi evocava delle immagini ben precise: quelle del mio amato cane Teddy che correva felice in soffici prati erbosi, mentre in realtà era da poco scomparso lasciandomi dentro un vuoto immenso.

Perché quel preciso brano mi devastava? Perché proprio quell’armonia e non un’altra? Per una bambina quei pianti sull’onda delle note erano solo l’irrefrenabile ed inconsapevole risposta emotiva a una ferita ancora aperta. Oggi, invece, si sa perché un certo tipo di musica tocca le corde interiori della malinconia infondendo commozione, oppure dell’euforia mettendo voglia di ballare.

Le neuroscienze, infatti, insegnano che gli effetti emotivi della musica sono indotti dalle note e dal ritmo. Gli effetti del ritmo sono piuttosto intuitivi perché dipendono essenzialmente dalla velocità, cioè dal tempo della musica, che si misura in battiti al minuto. Tempi inferiori a 60 battiti al minuto hanno un effetto tranquillizzante, che sotto i 30-40 diventa persino melancolico, tanto da essere normalmente utilizzato per le marce funebri. Al contrario, da 80-90 battiti al minuto in su l’effetto è vivacizzante. La musica da discoteca si colloca infatti dai 120 in su, con una fascia bassa, da 107 a 120, per una disco dance più soft.

Questi valori hanno un legame ancestrale con la nostra natura. L’attività cardiaca umana normale, in veglia a riposo, si aggira fra i 60 e gli 80 battiti per minuto, tipicamente 70-72. Questa è, o dovrebbe essere, la frequenza cardiaca di una neo mamma che tiene abbracciato al petto il suo bambino, in inconsapevole ascolto del cuore materno. Il bambino è naturalmente tranquillizzato da frequenze normali, o ancora più lente, perché gli comunicano che la mamma sta bene, è in pace, o addirittura dorme, e di conseguenza anche lui può abbandonarsi sereno. Frequenze più alte indicano, invece, che la mamma è all’erta, o in ansia, e il bambino reagisce con le stesse emozioni, agitandosi. Musicalmente parlando, questa risposta emotiva alla frequenza di suoni ritmati – in particolare quando gli strumenti musicali evocano i battiti del cuore (come i tamburi, il contrabbasso e il basso elettrico), nasce con noi e ci apparterrà per tutta la vita.

Gli effetti emotivi delle note sono un po’ più complicati. Senza entrare nei tecnicismi della neurofisiologia del suono, è provato che le reazioni emotive alla musica sono di origine in parte culturale e in parte innata. La velocità di vibrazione (frequenza) determina l’acutezza del suono: tanto più veloce la vibrazione, tanto maggiore la frequenza e acuto il suono. La forza della vibrazione (ampiezza) determina invece il volume. Già nell’antichità si sapeva che due o più note diverse suonate insieme, o una dopo l’altra, ci trasmettono maggior piacere (cioè le troviamo più consonanti) quanto più è semplice è il rapporto fra le loro frequenze. Il rapporto più semplice è 3/2, cioè quello fra la nota fondamentale e la quinta, pertanto detto intervallo “di quinta”. La fondamentale e la quinta sono le due note che, se suonate insieme o una dopo l’altra, sentiamo più consonanti (esempi: Do-Sol, Mi-Si, Sol- Re). Il rapporto che si situa secondo nella scala delle consonanze è quello di quarta, 4/3 (Do-Fa, Mi-La, Sol-Do).

Anche chi non è particolarmente pratico di scale musicali può intuire che la maggioranza delle canzoni popolari di successo, quindi più orecchiabili, è costruita proprio sui tre accordi le cui fondamentali stanno fra loro in rapporto di quinta e di quarta (Do, Sol e Fa; Mi, Si e La; La, Mi e Re; ecc.). A questo si aggiunga che le note crescenti suonano allegre, ravvivanti e mettono voglia di ballare, mentre quelle calanti suonano tristi, melanconiche e mettono voglia di piangere. È questo il motivo per cui, nella musica cui siamo oggi abituati, certi accordi hanno effetto rallegrante e altri rattristante: la nota intermedia dell’accordo, quella dell’intervallo di terza, è crescente (“accordo maggiore”) o calante (“accordo minore”) rispetto alla nota che il nostro orecchio inconsciamente sente come “naturale” per quell’accordo, e questo ha effetti psicologici significativi.

Ma perché le note che sono in rapporti di frequenza semplici fra loro risultano più gradevoli di quelle con rapporti complessi? E perché una nota crescente rispetto a una nota “naturale” ha effetto rallegrante, mentre una calante ha effetto deprimente?

In quasi tutte le vibrazioni naturali, alla vibrazione fondamentale che definisce la nota si sovrappongono anche vibrazioni a frequenze più alte, multiple della prima, dette armoniche. In altri termini, la nota fondamentale è sempre accompagnata da altre note più acute, in proporzioni differenti secondo i differenti oggetti che producono i suoni. Sono queste – insieme alla variazione d’ampiezza del suono nel tempo – a dare ad ogni diversa sorgente sonora il suo timbro (o colore) caratteristico, a rendere diverso il suono di una chitarra da quello di un flauto. I suoni che trasmettono istintivamente paura sono rumori prodotti in natura da eventi potenzialmente pericolosi, come terremoti, frane, fulmini o esplosioni. Questi suoni contengono un gran numero di armoniche, note che stanno fra loro in rapporti di frequenza qualsiasi, quindi anche in rapporti molto complessi e disordinati. Probabilmente il nostro sistema nervoso è predisposto a considerare allarmanti e sgradevoli i suoni di questo tipo, mentre per contrasto trova apprezzabili i suoni che stanno fra loro in rapporti semplici, le cui armoniche siano ben caratterizzate, non caotiche. A livello ancestrale, suoni di questo tipo comunicano “nessun pericolo”.

A questa spiegazione se ne aggiunge una seconda. I suoni calanti sono tipicamente emessi da animali sofferenti, malati o moribondi e il degradare del lamento nel rantolo è tipico della situazione agonica. È probabilmente su questo che il nostro sistema nervoso, prima d’imparare a parlare, ha imparato a utilizzare i lamenti per comunicare sofferenza, lamenti che tipicamente hanno una tonalità calante. Per il solito meccanismo del contrario, fonazioni gioiose, eccitate e vivaci hanno tipicamente un andamento crescente. È quindi probabile che gli accordi maggiori e quelli minori abbiano effetti emotivamente opposti in quanto rievocano a livello inconscio le emozioni connesse a questo tipo di comunicazione non verbale, spontanea e involontaria.

Ora, alla luce di tutto ciò, è facile capire perché brani musicali come Giochi Proibiti muovano una profonda malinconia, ancora più intensa se associata a ricordi tristi. Ascoltare per credere.

Quindi è il cervello a rispondere alla grammatica musicale con reazioni emotive, non il cuore, o l’anima, come sarebbe bello credere. In particolare, sono l’amigdala e il sistema limbico a reagire istintivamente ai messaggi impliciti contenuti nella musica. I rapporti fra sistema limbico ed emozioni, emozioni e musica, sono dogmi anche se rappresentano un universo di continua indagine da parte delle neuroscienze, dato che le vie del cervello sono infinite.

Tuttavia, ancora oggi, quando vibro ascoltando un brano musicale, mi piace pensare che le emozioni suscitate da quella melodia appartengano al regno della poesia e della sensibilità, piuttosto che a quello della scienza e della razionalità. In una parola, all’immaterialità.

Dopo tutto, oggi al solo ricordo di me bambina che penso al mio cane perduto ascoltando Giochi Proibiti mi rattristo dolorosamente. La musica ha il potere di ridurre ad uno tutte le malinconie, quelle che ognuno di noi riscopre ogni volta nella sua vita, come se il tempo non fosse passato. Mi domando, quindi, se, a distanza di tanti anni, sia sufficiente rivivere una musica nella mente per accendere l’amigdala e scatenare emozioni tanto prepotenti. Oppure se, nei labirinti oscuri del nostro mondo interiore, scatti una magia più profonda, ancora sconosciuta alle neuroscienze, una magia che tesse il filo invisibile tra musica, emozioni e ricordi …

Anime affini

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Esiste davvero una realtà esterna al nostro pensiero dove ci si incontra. Una realtà dove persone fisicamente lontane possono toccarsi, prendersi per mano, guardarsi negli occhi e, senza parlare, capirsi. Non succede a tutti, beninteso, e anche quando succede non tutti ne sono consapevoli. Succede e basta. È una questione di congiunzioni, di reciproche attrazioni che la mente di poche anime affini sperimenta.

Ne ero già convinta e ormai ne ho la prova certa. Dimostrarlo è forse impossibile. L’unica è crederci e vivere questo sposalizio mentale che nessuno può ostacolare.

Mi piace pensare che quella realtà condivisa esterna al nostro pensiero dove ci si incontra, per niente simile alle dimensioni terrene, sia piuttosto simile alla luna.

Sì, la luna ancora e sempre lei, femminea presenza, ambigua seduzione, due volti opposti coricati su un letto di stelle. Lì, a cavallo del suo disinvolto sorgere, calare e tramontare, sembra condensarsi tutto il miracolo dell’incontro tra due anime affini. Posare contemporaneamente lo sguardo sul suo dorato incedere, è come ritrovarsi insieme e raccontarsi le stesse emozioni.

In realtà, la luna, per quanto magica sia, è solo un meraviglioso pretesto, un’immagine interiore proiettata nel reale per esprimere un mistero che non ha parole. Riconoscersi nell’altro, questo è il vero miracolo. Quella realtà dove persone fisicamente lontane possono incontrarsi, toccarsi e senza parlare capirsi, non è lontana, non è sulla luna. Ma dentro di noi.

Volare dove si vuole

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Libertà. Quale sensazione più intensa si può provare se non quella di volteggiare senza freni verso gli orizzonti più spinti della propria fantasia. L’illusoria sensazione di volare senza meta alla rincorsa dei sogni proibiti è qualche cosa che sfiora il senso dell’eternità.

Tutto in un istante, tutto per sempre. Come l’attimo perfetto in cui la vela innamora il vento e l’onda complice completa il viaggio. Volare dove si vuole è volere.

Libertà da. Libertà da chiunque sia un bavaglio all’urgente bisogno di sospirare tra il frastuono della gente.

Libertà di. Libertà di manifestarsi interamente nudi nell’anima oltre ogni ipocrisia dettata dalle fasulle apparenze.

Libera per. Libertà per essere veri. Per guardarsi allo specchio e volare senza freni.

L’abbraccio

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Che ci crediate o no, esistono persone che comunicano tra loro anche senza parole. Persone che si ascoltano e si sentono nonostante le distanze, che trascendono lo spazio fisico e ingannano il tempo reale, sospese nel magma incandescente che le unisce.

È un legame che non ha un nome. Non si chiama amore, né passione, né desiderio. No, si tratta di qualcosa di più grezzo, di più antico, che coinvolge l’anima e la mente. Succede a chi è attratto, forse perché predisposto, dal buio, da quell’invisibile eppure palpitante mondo archetipico che interiormente cova, scava, alimenta e consuma.

Quest’immersione nelle vene più profonde dell’humus psichico è un’avventura rischiosa e inevitabilmente dolorosa, persino mortale, che porta ad aprire sipari perturbanti nel teatro dell’anima. Se si è soli durante questi viaggi interiori la paura è tanta, si rischia di perdere la rotta, di finire per sempre alla deriva calamitati da malati piaceri.

Ma quando si ha la ventura di condividere i propri fantasmi e le proprie ombre con una creatura affine, la consolazione di non essere soli in questo delirio spinge a cercarne una ragione. Un motivo creativo che trasformi la ricerca in spiegazione, il viaggio in traguardo, il buio in luce e il delirio in visione.

Non è un caso, non esistono coincidenze ma fili invisibili che cuciono episodi, luoghi, esistenze intere. Che ci crediate o no, le persone che comunicano tra loro anche senza parole, che si ascoltano e si sentono nonostante le distanze, non hanno paura di volare negli abissi o di sprofondare nello spazio. Perché ovunque esse vadano, sempre si incontrano e si stringono in un caldo, eterno abbraccio.

Ladra di voci (Privé)

 

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Succede a volte di fermarsi a ricordare affetti spariti.

Persone amate, definitivamente lontane nel tempo, allacciate a un passato denso di emozioni che malinconicamente accompagna il nostro presente. E allora penso: che cosa mantiene più acceso il ricordo di chi non c’è più? Normalmente si fruga tra le immagini, quelle custodite nella mente e quelle impresse in fotografie. Volti, momenti, colori, luoghi, stagioni, tutto quello che ci piace ricordare di quella persona amata è facilmente evocato attraverso le immagini che ne abbiamo conservato e che sedimentano le memorie di un’esistenza condivisa.

Ciò nonostante, è per me un altro lo strumento più potente per animare i ricordi scongiurandone la cristallizzazione dentro attimi aridi di vita, come rischiano di diventare fotografie incorniciate e posate su un tavolo.

È la voce.

Sì, poter riascoltare la voce di chi non è più qui vicino a noi resusciterebbe in me emozioni tangibili, perché la voce è movimento, è contatto. La voce penetra, muove, scalda, eccita, commuove. La voce è lo specchio dell’anima, l’ho sempre pensato ogni volta che riuscivo a ‘sentire’ le persone anche a occhi chiusi, solo ascoltandole. La voce è musica e la musica, si sa, dialoga con quel sottobosco emotivo sospeso tra il cuore e la ragione, comunica al di là delle parole, vibra e tocca nel profondo scomodando inconsce reazioni psicologiche di monumentale potenza. Gocce che alimentano e agitano un oceano. Oltretutto la voce è anche quell’elemento che in un essere umano invecchia meno, più lentamente, restando fedele a se stessa, oltre le ingiurie del tempo sul corpo.

Per questo, ricordando alcuni affetti spariti, mi rammarico di non aver collezionato voci anziché immagini. Preziose registrazioni di stati d’animo da poter riascoltare ogni volta che quella persona cara, ormai definitivamente lontana, mi manca più del solito.

Così, pensando a chi oggi amo, ho deciso: d’ora in poi diventerò una ladra di voci.

La Voce [Privé]

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Morbida.

La sua voce è una morbida coperta che avvolge e scalda. Anche solo a pensarla. Una coperta che all’occorrenza scivola via sulla pelle come un mite ruscello e s’insinua dentro ogni poro assetato, riversandosi in mille rivoli di miele. Miele odoroso di fiori salati che sbocciano nelle vene, seminando il piacere, parola dopo parola, sospiro dopo sospiro, fino a lasciarti alla deriva di un mollore interiore che sfiora il nulla.

Conturbante.

La sua voce è uno strumento conturbante. Melliflua riesce ad andare a toccare le corde più nascoste, più segrete, più negate dell’anima calpestando l’inutile pudore. Piccole dita inanellate di urgente desiderio che carezzano, frugano, scavano, delicatamente richiamate dal silente bisogno quella dolce violenza che solo lui sa dare. Dita di velluto, femminea sensualità in virile ardore, che sulla pelle trasformano il temuto dolore in agognato piacere e il brivido in preghiera.

Ti prego. Non ti fermare.

Lascia che la tua voce sia la mia padrona, che le tue parole siano il mio piacere, che l’eco di te risuoni in ogni spazio palpitante di me.

Fino al nostro silenzio.

L’animale che c’è in noi (Privé)

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E’ incredibile come da eventi obiettivamente riprovevoli possano evolvere situazioni personalmente favorevoli.

Del resto non si può scappare dalla propria natura. Prima o poi riaffiora, inclemente, puntuale, e viene a sorprenderci ricordandoci chi veramente siamo.

Ma se non ci si può sottrarre all’animale che alberga in noi, si può tuttavia imparare a gestirlo, a farselo amico e, con un po’ di ironia, a sorridergli benevolmente, proseguendo insieme il lungo cammino verso l’autentica conoscenza di sé.