Allacciati, senza fine (Privé)

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I loro corpi sono stati creati per essere allacciati. Come l’edera s’incolla avida al tronco dell’albero e il panda s’avvinghia famelico al bambù.

Allacciati per fondersi, come la pioggia che si fa lago, mare, oceano. Così sono loro, Esseri della Natura, quando la calamita che li destina a toccarsi schiocca le dita e li chiama ad unirsi.

Non sono semplici abbracci quelli che si scambiano, non semplici baci ma inesorabili riversamenti l’uno nell’altra in un crescente naufragio dei sensi.

Onde. Onde primordiali che danno vita al tutto. È un fatale scivolare nella più pura primarietà, dove corpo, cuore e mente perdono la propria identità. Tutto è nucleo, nato da due cellule che si fondono e si confondono per ricreare una monade con un solo centro vitale.

Fusione. La bellezza della fusione è tale da cancellare ogni contorno. Al di fuori di quella nuova creatura partorita dagli abbracci e alimentata dai baci non c’è alcunché, neanche l’aria. Perché bastano i loro respiri a tenere in vita la nuova creatura bifronte non pensante.

Nuotano come gabbiani. Volano come pesci. Si scambiano la pelle compenetrandosi in un andirivieni di colori e di musiche che ubriacano quella piccola fetta di mente ancora vigile. Sovvertono le logiche del pensiero, pensiero che si fa argilla sotto il calore del loro ardore.

Si plasmano dentro, nell’anima, frugando tra i sentieri più nascosti del pudore. Un pudore che posa la maschera, finalmente.

Animali dolcissimi e selvatici, addomesticati solo dalle leggi del reciproco desiderio di darsi, di carezzarsi, guarirsi e di rinascere insieme più forti.

Sudore. Come acqua di sorgente, rivoli di sudore li abbeverano ripagandoli delle energie bruciate a donarsi gioia, rotolando e rotolando sempre più in alto, spersi nelle capriole di un piacere totale, assoluto, elementare, che solo all’innocenza può somigliare.

Sonno. L’arrendersi al bisogno di restare allacciati anche dopo il precipizio nell’estasi e addormentarsi nel tentacolare morso del languore. Bocca sulla bocca, labbra tra le labbra, morbidamente tese sull’afflato vitale che li fa sentire d’esser vivi mentre affogano nell’ultimo torpore.

Liberi. Fino al prossimo risveglio, così uniti.

Perché i loro corpi sono stati creati per rimanere allacciati.

Il mare nel letto (Privé)

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Acqua di sorgente. Nata dal ventre della terra zampilla libera e s’abbevera d’aria.

S’alimenta, cresce, raccoglie onde di vento e semina fiamme di colore.

Lacrime calde scorrono, scivolano lungo i fianchi della montagna che gioiosamente le hanno partorite.

Acqua di sorgente che diventa frizzante. Il cielo le ha dato vita per ridare vita. Per colorare di smeraldo i contorni del lago, quel piccolo mare placido in cui riverserà tutto il suo vigore, e innamorare lo sguardo dell’innamorato che riposa cullato dal suo abbraccio.

Amore di sorgente, inebriante. Nato da un nulla che ora è tutto, zampilla libero e s’abbevera del sapore dell’estate.

Piccolo mare placido carico di onde gonfie di colore, scivola in questo fazzoletto ricamato di candore. Lenzuola vergini issate come vele al sole, per asciugare il tuo sudore.

 

 

Soffi di danza (Privé)

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Una candela può spegnere le stelle. Fa l’amore con il vento la fiammella, danza sensuale nel silenzio caldo della notte.

Ombre e luci che si rincorrono al rallentatore. Mentre in sottofondo il clamore di un trionfo non sentito sfuma nel vuoto di una porta semiaperta. Come sembra lontano ciò che sta attorno. E come invece s’incolla sulla pelle quel che si ha nel cuore.

Cuore di una fiammella che fa l’amore con il vento, danza sensuale nel silenzio della notte.

Basta una candela per spegnere le stelle. E accendere, a soffi di danza, il vento caldo della notte.

 

La forma del tempo (Privé)

 

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Tracce. Tracce dei nostri gesti, dei nostri discorsi, dei nostri silenzi. Tracce di noi.

Di ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci, reciprocamente.

L’impronta delle labbra sul bicchiere, l’asciugamano profumato sul letto, un capello tra i cuscini del divano, la solita maglietta abbandonata sulla maniglia di una porta a caso e quel composto disordine nell’aria che si mescola all’odore di un piacere appena evaporato.

Quest’improvviso vuoto fatto di impronte ancora calde si riempie di pensieri che leccano di nostalgia le nostre ombre languidamente allacciate nel sole di un giorno che sta per morire.

Il tempo assume una sua precisa forma seguendo le tracce seminate in ogni stanza. Così come, unendo con la matita i punti numerati di un enigmatico sentiero, compare sul foglio un disegno, tanto inatteso quanto coerente.

Nessuna matita, nessun foglio, nessun enigma, qui. Solo tracce.

Presenze scolpite nell’aria. Gesti, discorsi, silenzi che sfumano e che tuttavia restano, nonostante lo scorrere delle ore. Quelle ore che ogni volta separano e congiungono l’attesa dal commiato. Ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci e per dare al tempo la forma che vogliamo. Quella del sole di un giorno che non vuole morire.

Tra le tue ali (Privé)

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Credevo d’esser sola. Invece quando ho schiuso gli occhi leccati dal sole e ho posato lo sguardo sull’acqua appena sotto il molo di legno, ecco comparire la meraviglia. Il cigno che a lungo avevo spiato covare a ridosso di un riparo, non poco lontano da lì, si era finalmente sentito libero di abbandonare il giaciglio ancora umido di fatiche per inoltrarsi nel lago. Buon segno. Segno di fiducia, di rinascita, di futuro.

E di fatti era così. Dopo qualche passo di danza sull’acqua guardandomi di sbieco, sperando forse in un provvidenziale boccone, ecco che dal suo candido manto piumato era sbucato curioso il frutto della sua attesa. Il piccolo cigno, appena sbocciato alla primissima estate, aveva sete di aria, di sole, di novità. Come me. Stava lì nel cuore delle grandi ali materne, come un principe su un tappeto volante in procinto di catapultarsi verso il proprio destino.

E d’istinto, guardando quel miracolo, mi son sentita raccolta e cullata anch’io da quel paio di maestose ali. Un po’ invidiosa, un po’ gelosa, di sicuro vogliosa di immergermi anch’io lì, sprofondata in quel soffice, caldo abbraccio che difende, protegge, conserva e alimenta.

Credevo d’esser sola. Invece ho capito d’essere ‘solo’ fortunata. Perché anch’io ho un paio d’ali calde che difendono, proteggono, conservano e alimentano. Sempre. Anche quando il sole si spegne, il silenzio cala e i cigni in amore tornano al proprio nido, fedeli al proprio destino…  Come me.

La segreta bellezza (Privé)

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È sempre lo stesso cielo eppure ogni sera cambia. Cambia vestito. Si colora di nostalgia, di eccitazione, di romanticismo, di desiderio, di timore, di impazienza. È uno specchio d’aria infinito, questo cielo lacustre, uno specchio in cui riversare i propri cangianti stati d’animo, un mare in cui volare senza veli per raccogliere sulle ali dei pensieri qualche ricordo, qualche sogno, qualche silenzio.

Liberi di sentirsi se stessi, appartenenti a quel timido rosa cipria che si fa rosso scarlatto all’orizzonte, proprio là dove lo sguardo va a morire insieme all’ultimo sole. Finché il manto blu della notte sopraggiunge inclemente, come un soffio d’alito su una languida fiammella, e allora ancora una volta il cielo si sveste e si riveste. Pare una donna che si fa semplicemente bella per quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

Pelle. Nuda pelle profumata di champagne, paillettes, brillantini, argento e oro. Luna e stelle accendono di vita questo cielo senza sonno, solo la sciabolata di un aereo disegna un cammino, facile seguirlo e cucire con lo sguardo il rizoma di un nuovo destino.

Sembra tutto scritto. Nostalgia, eccitazione, romanticismo, desiderio, timore, impazienza. Dentro uno specchio di cielo lacustre che è sempre lo stesso, eppure ogni sera cambia, fedele a quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

La calamita (Privé)

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C’è un tempo per la semina e uno per la raccolta.

A un certo punto del cammino esistenziale s’impone una sosta di riflessione, dettata dall’inevitabile scorrere degli anni. I bilanci, si sa, bussano puntuali a ogni giro di boa (almeno) costringendo a soppesare delusioni e successi, rimpianti e speranze, timori e sogni. E può capitare che, guardandosi indietro, si veda la propria vita srotolarsi come una vecchia pellicola cinematografica, e ci si osservi non tanto in veste di protagonisti bensì di spettatori. O meglio, quel protagonista degli anni passati che andiamo a ricucire con il filo della memoria pare non corrisponderci più. Eppure è – siamo – la stessa persona, con la stessa testa e lo stesso cuore, perché addomesticare la propria natura è impresa assai ardua e poco ci si scosta dalla propria ombra per quanto la si fugga.

Si cambia solo in parte, ma fondamentalmente si resta in divenire quel che eravamo, come rocce che scolpite dai capricci del vento rimangono pur sempre macigni. Allora, riguardando quella vecchia pellicola cinematografica, affiora a volte la sensazione d’aver perso a tratti il controllo della propria esistenza, come se qualche forza misteriosa e irresistibile ci abbia fatto soccombere a tentazioni più potenti della nostra volontà. Si chiama passione, forse. Questa forza misteriosa e irresistibile che trascina via, lontano da ogni ragione, questa calamita che anche senz’accento può devastare, bruciare, annientare. È una forma di bulimia che non ammette compromessi, una fame ossessiva d’avere tutto o niente, mai poco.

Le passioni sono assorbenti, alimentano ma consumano e il rischio di restarne travolti è sempre in agguato. Ma vale la pena rinunciare? Vale la pena vivere senza rischiare? Vivere senza vivere? Dopo tutto anche le passioni possono essere educate e incanalate verso un ordine salvifico, come un’imponente massa d’acqua che anziché esondare viene arginata, mai assorbita o sperperata. E forse è questo l’unico vantaggio che l’inevitabile scorrere degli anni ci offre come raccolta alle nostre semine esistenziali: imparare ad abbandonarsi alle proprie passioni senza riserve, individuando possibilmente quel sottile equilibrio che fa la differenza tra una calamita e una calamità.

L’occhio invisibile (Privé)

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C’è un retrogusto dolce nel sapore amaro di star poco bene. La sensazione di impotenza ai brividi di febbre diventa quasi un pretesto affinché ad ogni brivido segua una carezza, ad ogni fitta un abbraccio, ad ogni smorfia un sorriso. É il privilegio che qualcuno si prenda cura di noi.

Malesseri che sopraggiungono come temporali e che scuotono non solo il corpo ma anche le memorie, riportando improvvisamente indietro nel tempo. Quando la miglior medicina per una bambina era una mano fresca sulla fronte, seguita da due amorevoli labbra lievemente poggiate, che sapientemente indovinavano la febbre. Era già una cura, quella, come se tutto il calore che saliva a infiammare le tempie fosse in qualche modo placato dalla solennità dei gesti materni.

La dolcezza di sentirsi accuditi anche nei piccoli mali è impagabile. È il ritorno all’utero, al nido, alla casa. Quando si sta male, il tempo si ferma, tutto si concentra in quei sintomi che bussano rochi dentro le carni e impongono un rassegnato ascolto. Il resto, passato e presente, sembra una giostra su cui si è girato e girato e girato fino a perdere i sensi, cavalcando i colori della vita, diventando ciò che si è, quasi senza rendersene conto. Solo uno stop improvviso, a volte, apre quell’occhio invisibile che sonnecchia a metà tra il cuore e la mente. Quell’occhio che sorveglia le esperienze della prima infanzia proteggendole dall’inesorabile eruttare dell’esistenza.

È forse per la presenza di quest’occhio invisibile che, anche per un’adulta ormai, una mano fresca sulla fronte e due amorevoli labbra poggiate, rappresentano una cura quando sta poco bene. Anche da lontano, anche con il pensiero, anche con la voce, perché anche nell’assenza vince la presenza. E così ogni brivido di febbre si spegne sotto una carezza, ogni fitta si placa dentro un abbraccio e ogni smorfia si trasforma in un sorriso sempre acceso.

“I canti del vino” e i piaceri bacchici

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“Nella speranza di non sentire più dire: ‘mi dia un’ombra di vino’ ma sperando che la gente si possa fare una discreta cultura enologica e di poter finalmente sentir chiedere sì, un’ombra, ma di QUEL Vino, di QUELLA zona e di QUELLA annata!”

Così esordisce un gustoso libretto, invitante al primo sguardo, scritto da Gianni Zardo, veneziano di lungo corso e – come ogni buon veneziano equipaggiato di cultura, sensibilità e passione – fedele amante dell’universo enologico. Una passione tramandata dal padre e racchiusa con lirica saggezza in queste pagine a lui dedicate, titolate I Canti del Vino: un omaggio alla famiglia, alla tradizione ma anche un dono a chiunque volesse abbeverarsi di gocce di cultura assai rare in circolazione e spesso dimenticate dentro bottiglie dalle etichette patinate.

Un libretto istruttivo ma anche evocativo di emozioni e di amorosi sensi. Per Zardo, infatti, il vino non è un oggetto ma una persona e come tale ne parla. E’ una creatura viva, necessita cure, affetto e attenzioni, è amico con gli amici e nemico coi nemici. Insomma, il vino è come l’essere umano: nasce, vagisce, vive, cresce, freme, matura, canta, patisce il caldo e soffre il freddo, può ammalarsi e morire. Proprio come noi.

Allo stesso modo, anche la bottiglia, ogni singola bottiglia di vino, rappresenta un universo a sé, una creatura con una propria storia, nascita, maturità e morte. Una bottiglia di vino chiusa, a temperatura di cantina o di frigorifero, che pazientemente attende d’essere violata dall’impudenza del cavatappi e in seguito lentamente scoperta dall’olfatto, prima, e dal palato, poi, di chi la farà per sempre sua … scoperta dai sensi eccitati di quel primo amante che la possiederà … non è forse come un verginale frutto che offre intatte le proprie virtù a chi ancora non ne conosce il bello? Quale bouquet, quali sentori, quali sfumature e quali emozioni si celeranno dentro quel corpo di vetro affusolato ancora imbavagliato?

Io sposo il pensiero di Zardo, amabile cantore del Vino, autore di una ‘mattata’, come la chiama lui. Degustatori, assaggiatori e critici dell’enogastronomia a parte, il rapporto tra un sorso di vino e se stessi è innanzitutto una questione di assoluta intimità, un fatto personale non comunicabile, come il corteggiamento tra due amanti guidati dagli istinti: è un primo bacio che può finire con un improvviso mal di testa e un addio per sempre, oppure con una sospirata promessa di matrimonio, tacitamente scambiata tra la tovaglia e il lenzuolo.

Cin cin! Anzi… Ciao! come si brinda in Ticino.

Una pioggia di baci (Privé)

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Facile essere di buon umore in un giorno benedetto dal sole. Ma prendine uno come questo. Inghiottita dalle nuvole, penetrata dal grigiore, avvolta dal freddo abbraccio di un inverno che non vuole morire.

Nonostante lo scenario irrimediabilmente decadente, che nemmeno concede la visione consolante dello specchio lacustre, il panorama interiore non si lascia contagiare e, dispettoso, sorride.

Sorrido, sorpresa del buon umore che alberga in me, anche senza sole, senza colore, senza calore. E allora mi domando da dove provenga questo costante rivolo di frizzante benessere che, come acqua di fonte, mi scorre dentro abbeverando di contagiosa serenità la mia anima.

Facile. Dall’amore. Dall’amore di chi è sempre con me, nonostante tutto, in un armonioso cammino senza stagione. È quest’amore che trasforma le nuvole in sogni colorati, il grigiore in arcobaleno e il freddo in una coperta di raggi di sole dove raccogliersi nudi e, sottovoce, scambiarsi segreti.

Sotto una pioggia di baci che danza sulla pelle, sorrido. Chiudo l’ombrello e mi lascio avvolgere dal caldo abbraccio di quest’inverno che non vuole morire.

L’età che s’indossa (Privé)

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Gli anni che si portano sono come un abito che s’indossa. Almeno così dovrebbe essere. Un abito dovrebbe coprire senza pesare e valorizzare senza nascondere. Così ognuno di noi dovrebbe sentirsi dentro la sua età: a proprio agio. Certo, un abito lo si sceglie e lo si cambia a piacimento, l’età purtroppo no.

Ma pensiamoci un attimo: se la stoffa è buona, se la misura è perfetta e se l’utilizzo che se ne fa è adeguato, un abito comodo non lo si sostituisce tanto facilmente e quando lo si fa, spesso lo si rimpiange. Per analogia, la stoffa potrebbe essere la salute, la misura il benessere psicofisico e l’utilizzo le esperienze accumulate.

Ecco che, se queste tre carte son ben giocate, pure l’età può essere “indossata” con disinvoltura, anzi, persino con piacere, anche quando s’incomincia ad inoltrarsi al di là dei prati verdi, fioriti e spensierati. Vero è che c’è sempre lo specchio a ricordare con inappuntabile rigore a quale giro di boa si sta, e quello non mente. Tuttavia, non dovremmo badare solo allo specchio di casa, ma anche e soprattutto agli sguardi degli altri. Dovremmo, cioè, imparare a vederci attraverso gli occhi di chi ci guarda perché anch’essi sono riflessi di noi. Riflessi altrettanto sinceri che, spesso, riescono a farci piacere di più.

Occhi non qualsiasi, certo. Ma occhi innamorati, possibilmente, che anziché cogliere le inevitabili sgualciture di un’intensa esistenza, leggono pensieri, emozioni e sentimenti. Eventi profondi che ci hanno scolpito dentro e fuori rendendoci ciò che oggi siamo, dando un senso al tempo trascorso.

A quel punto, quando uno sguardo sinceramente innamorato si posa sulla nostra pelle mai sazia di vita, l’abito che s’indossa non ha più stoffa, né misura, né stagione. C’è solo l’anima, nuda. E l’anima, come l’amore, non ha età.

Prove generali di solitudine (Privé)

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Ogni tanto fa bene fingersi soli. Raccogliersi attorno a se stessi senza attese verso gli altri. Compiere gli abituali gesti quotidiani senza aspettare che qualcuno ci chiami, ci accompagni, ci aspetti, come di solito avviene. Anche gli affetti più profondi e veri potrebbero all’improvviso svanire e forse allenarsi a sperimentare questo brivido di solitudine può aiutare. Può fortificare, aiutandoci ad essere un po’ più preparati ad affrontare la vita, semmai eventi fuori dalla nostra volontà ci costringano prima o poi a camminare senza appoggi.

Svegliarsi la mattina e non ricevere l’abituale buongiorno riempie di un vuoto immenso ma spalanca anche la porta su un nuovo modo d’essere. Del resto ogni nascita non è altro che distacco. Quel primissimo taglio di cordone ombelicale rappresenta simbolicamente tutte le separazioni che l’esistenza tiene in serbo per ognuno di noi. E allora meglio accettare il fallimento di sentirsi sempre avvolti dall’abbraccio di un padre, di un amante, di un amico. Perché prima o poi quell’abbraccio diventerà un bel ricordo, che pur scaldando lascerà solo un brivido.

Per sempre.

Stupore (Privé)

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Un inspiegabile senso di diffuso benessere mi pervade. Non ha un perché questo eccitato soffio che s’insinua tra mente e corpo, simile a quel sottile velo di nebbia che proprio ora sta planando sul lago avvolgendo tutto in un cremoso manto d’argenteo stupore.

Ecco… Stupore. É quel che provo di fronte a me stessa. Rapita da uno stato d’animo leggero e profondo, senza apparente sorgente, che mi porta a galleggiare dentro una voluttuosa bolla di piacere. Il piacere di sentirmi semplicemente in armonia con questo tutto ora nascosto agli occhi eppure ben scolpito nel mio presente.

Sarà la fortuna di sapermi amata. O sarà l’ebbrezza d’essere libera d’amare. Fatto sta che carezzo questi istanti di piacevole dolcezza con la meraviglia di chi si sente follemente viva, con l’illusione di restare per sempre così accesa, sospesa nel tempo, nell’abbraccio forte e certo di chi mi capisce. Eccessiva, sempre, ma irrimediabilmente sincera, come ora.

E spero di stupirmi ancora e ancora, continuamente grata alle vibrazioni che colorano la vita, anche oggi eccitata da contagiose emozioni. Così, quel sottile velo di nebbia che ormai ha avvolto il lago col suo cremoso manto si trasforma per incanto in un variopinto sipario in cui specchiarmi, perdermi e ritrovarmi. Fatalmente imbevuta in questo comprensibile senso di diffuso benessere che ancora mi pervade.

Brivido di vita (Privé)

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L’ultimo giorno dell’anno si spegne. E la città s’accende di musica e colori, di luci e di sapori. L’albero di Natale, che era planato nel cuore della Piazza come un angelo piovuto dal cielo, ora sembra una solenne regina ingioiellata di brillanti destinata a governare i sudditi danzanti in questa notte ancora da inventare.

C’è un senso di pace tutt’attorno, un velo disteso di immobile serenità, nonostante la festa che incalza. Le voci allegre della gente imbacuccata in se stessa si mescolano alle note della musica diffusa dai chioschi in legno e a quegli odori intensi di Glühwein e di raclette che eccitano i sensi e che da soli raccontano come si ama anticipare il brindisi di San Silvestro da queste parti.

Quest’evanescente mescolanza di sensazioni che intreccia carne e spirito, corpo e anima, pelle e sentimento, parla dei piaceri della vita, della materialità sublimata in spiritualità. Del bisogno irrinunciabile di godere insieme, del buono e del bello, dell’amicizia e dell’amore, goderne a piene mani dalla testa alla pancia con diritto d’ingordigia. Parla della passione da condividere con chi ci ama, possibilmente tenendosi stretti in un fusionale abbraccio per scaldarsi di carezze e baci, avvolti nell’inebriante coperta di un desiderio che culla e alimenta.

Guai rinunciarvi per la paura di un brivido, perché quel brivido è vita! Perché senza il calore della passione che scalpita dentro, l’esistenza sarebbe come quel fiero albero di Natale nudo di brillanti imbevuto in una fredda notte senza stelle.

E allora, mentre l’ultimo giorno dell’anno si spegne e la città s’accende, accendiamo anche i nostri corpi e ubriachiamo i nostri cuori in questa notte ancora da inventare. Intrecciamo le mani, incolliamo le labbra, uniamo le anime. Amiamo e lasciamoci amare senza paura di volare, gioiosamente trafitti da quel brivido di vita chiamato passione.

L’intima conquista (Privé)

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“Libertà.” È una parola che suona come musica nell’aria. Armoniosa, bilanciata, né troppo lunga né troppo breve. Sta in un sorso, in un soffio, in un bacio. Non la si può stringere in una mano perché quell’accento sul finale le imprime lo stesso irrinunciabile slancio che assume un uccello per staccarsi da terra e prendere il volo.

“Libertà.” È una parola che, paradossalmente, ha le sue radici. Radici che la riconducono al latino “liber”, ossia “uomo legalmente libero” opposto allo schiavo. Tuttavia quel “lib” iniziale sta lì a ricordare che, oltre ad indicare una condizione contingente e relazionale, la parola libertà possiede anche una profonda connotazione emotiva. “Lib”, infatti, appartiene anche a libidine e a libare, cioè a termini legati ai sensi, all’universo del piacere intimo e del godimento materiale. Archetipi della natura umana e animale.

Cosa c’è di più piacevole, infatti, del godere nel sentirsi liberi di agire secondo la propria autodeterminazione, senza che altri dettino per noi regole e ritmi che forzino il naturale scorrere del nostro desiderare. Liberi di volere, liberi di non volere. Liberi di volare anche senza ali e di sentire splendere il sole anche quando fuori imperversa la tempesta.

Più che una condizione esteriore, la libertà è uno stato d’animo, una presa di coscienza, una consapevole estraniazione dagli altri che ci riempie e racchiude dentro un’ideale bolla di benessere sospesa nell’aria. È un sentimento diffuso non necessariamente euforico ma piuttosto di pacata soddisfazione da gustare lentamente, come sorseggiare un vino da meditazione decantando in sacra solitudine effluvi ed emozioni.

Libertà è, allora, il piacere di stare bene con se stessi. Una costante e prolungata coccola autoerotica che ci si dona con la consapevolezza d’aver raggiunto, forse, lo scopo più importante dell’esistenza. Perché la libertà è, sopra a tutto, un’intima conquista.

Fermare il sole (Privé)

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Sono appena le tre del pomeriggio e già il sole va a dormire. C’è un istante, una manciata di secondi, in cui la sfera di fuoco resta là sospesa sulla cresta verde del colle, a metà tra il bosco e il cielo, incerta se tuffarsi definitivamente o ribellarsi all’inclemenza delle leggi cosmiche. È un istante che pare lunghissimo, in cui vien voglia di allungare la mano per rubare il tempo al suo destino.

Ma non si può fermare il sole.

La collina l’ha già rapito al lago, immobile tappeto di liquido metallo, e tutto d’improvviso comincia a tingersi di ombre argentee. Si spengono i riflettori sul palcoscenico lacustre e il teatro naturale si riveste della sua vera stagione in attesa che sia la luna la prossima protagonista della sceneggiatura quotidiana. Come la meccanica celeste comanda.

Eppure, quel lungo istante in cui il sole sfida a farsi prendere, resta dipinto nella mente infondendo al cuore una malinconica mollezza per via dell’impotenza di fronte all’inesorabile.

Troppo presto sei andato via. Tu, sole, come un focoso amante nel pieno del suo incontenibile ardore hai voltato le spalle a chi ancora ha bisogno del tuo calore, della tua luce, del tuo amore. Ti sei dato e sottratto come una frusta sulla carne viva che ancora scotta di te. I tuoi raggi come le sue braccia, il tuo tepore come i suoi baci, la tua luminosità come la sua pelle, dappertutto senza sosta.

Inutile mendicare il ritorno, non resta che coprirsi bene per potersi scaldare un po’ in questo silenzio che scivola nell’anima come una musica soffusa. Coprirsi di ricordi ancora accesi, dissetarsi di quell’eco vibrante di te ancora imbrigliato a me. Un brivido increspa il lago, umide dita sulla pelle di seta.

Allungo la mano verso quel che resta di te ma trovo solo me. Non ho potuto fermare il sole…

Liberi, insieme (Privé)

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Tutto cambia. Vieppiù quando si è in due.

Le persone crescono, i sentimenti evolvono, le relazioni mutano.

È così che passioni nate per gioco talvolta rischiano di trasformarsi in seri progetti esistenziali, mentre ponderate promesse d’amore possono sfumare nella nebbia più inconsistente.

In entrambe le situazioni la frustrazione è sempre lì, pronta a frantumare un sogno ad occhi aperti coltivato con la paziente delicatezza che si deve a un feto in grembo. Nel primo caso perché troppa serietà risulta spesso nemica della passione e rischia di spegnere l’ardente fuoco del desiderio. Nel secondo caso perché quello che si era creduto una fortezza inespugnabile si rivela invece una capanna di carta velina.

Ma se, anziché affezionarci al bozzolo emotivo in cui siamo sbocciati insieme alla persona amata, imparassimo ad accettare il fisiologico fiorire dei sentimenti, saremmo forse un po’ più impermeabili a quel senso di frustrazione che prima o poi, puntualmente, va a scompigliare mente e cuore durante il cammino in due.

Cristallizzare un sogno ad occhi aperti in un copione ideale significa soffocarlo, inaridirlo, ucciderlo. Lasciamo che il nostro sogno cresca, che scelga la sua strada, proprio come un feto dovrebbe essere consegnato al suo futuro, protetto ma non costretto.

Perché se è vero che tutto cambia, è anche vero che quando ci si ama ci si lascia reciprocamente liberi di cambiare. Forse è questo l’unico modo per fiorire senza appassire, essere consapevoli del nostro divenire. Insieme, per sempre.

 

Sentirsi (Privé)

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Mi manchi. Stasera più di sempre.

Sarà il lento virare del sole verso un orizzonte sempre più autunnale. Sarà l’affacciarsi su un domani che non vorrei mai nemmeno sfiorare. Sarà l’impossibilità di colmare la distanza con il piacere di una fisicità che trascende la sostanza.

C’è che mi manchi e basta, come tu dici a me.

Ma questo reciproco mancarsi è il solo modo per sentirsi.

Scivolare nei tuoi pensieri mentre tu traffichi nei miei e ti diverti a corrompere quell’ultimo flebile zampillo di buonsenso che mi resta nella testa. Essere qui e contemporaneamente lì, infilata nei tuoi neuroni, per scorrere giù giù nelle tue lussuriose vene e scoprirmi già presente, desiderio proibito tatuato in un’anima libera, scandalosamente sorridente.

Mi manchi. Stasera più di sempre. Mi piace questa tua insolita presenza che azzera la distanza.

Resta così dove sei. Ferma il sole, ferma il domani, ferma il piacere. Perché questo reciproco mancarsi è il solo modo per sentirsi.

Scacco Matto (privé)

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Non ci si abitua mai alla morte.

Quando una persona cara viene a mancare, manca sempre la capacità di capire. Capire perché.

Soprattutto quando lo strappo alla vita sopraggiunge d’improvviso, come un subdolo colpo alle spalle inferto da un’amica di cui si aveva forse troppa fiducia. Ti aveva fatto compagnia tutta la vita come fosse la tua ombra, ti aveva seguito e vigilato in ogni tua scelta lasciandoti libera, era stata insieme a te anche quel giorno come se niente fosse, ti aveva riaccompagnato a casa la sera, rimboccato le coperte e suggerito magari sogni colorati. E poi, la mattina, chissà per quale capriccio dei suoi oscuri piani, Lei, la tua misteriosa complice, ha deciso di lasciarti così senza linfa, senza aria, senza futuro. Solo freddo e silenzio, anziché il solito sorridente fervore di una nuova giornata tutta da inventare.

Perché questo gratuito tradimento? Perché questo voltafaccia così all’improvviso, beffarda amica di sempre? Neanche il tempo di preparare qualche cosa per chi resta, neanche un frettoloso saluto, un timido abbraccio, un banale biglietto, mi raccomando…non preoccupatevi, andrà tutto bene, ci rivedremo…!

Strana la vita ma ancor più strana la morte quando agisce così di soppiatto. Di fronte a quella degli altri si specchia la nostra e quella di tutte le persone care che già si sono trovate a tu per tu con Lei, lasciando in noi quell’amaro vuoto che nemmeno le lacrime sanno riempire. Sfuggevole invece il pensiero verso gli affetti che ancora teniamo stretti, troppo lacerante immaginare il loro appuntamento con l’amica traditrice che, improvvisando, malignamente si diverte a spazzar via una ad una le pedine dalla sua immensa scacchiera.

Meglio la nostra stessa fine, mai quella di chi amiamo. É quella a fare davvero paura perché ci lascia inesorabilmente soli di fronte ai nostri limiti e alle nostre miserie senza possibilità di riscatto.

Non ci si abitua mai alla morte. Non ci insegna mai a capire. Ma ci costringe sempre a farsi accettare. Lei, beffarda amica di sempre che, fedele al suo eterno dovere, anche oggi ha inferto il suo fulmineo colpo alle spalle. E ha fatto scacco matto.