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Radicepura, la Babilonia di Giarre

“L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa.”

Questa è la sintesi poetica con cui Goethe ritrae una delle regioni che più lo hanno incantato durante il suo intenso peregrinare nel nostro Paese. Era il 1787 e, tutt’oggi, la bellezza dell’isola pare immutata, scolpita dallo sguardo immortale del poeta tedesco.

In effetti, ogni angolo di Sicilia rappresenta un tesoro di storia e natura in cui immergersi, come se un filo invisibile cucisse l’intera isola tessendone un grande arazzo da ammirare in tutto il suo solenne fascino. Dove non è il mare a sedurre lo sguardo ci pensa la montagna a far da primadonna, in un susseguirsi di paesaggi che stregano l’animo.

A Giarre, in provincia di Catania, è un’oasi verde a stupire, quasi fosse un miraggio sbucato a metà tra il profondo blu del Mediterraneo e il silente fragore dell’Etna. É Radicepura, un concept architettonico fiorito in un parco botanico unico al mondo che copre 5 ettari di terreno. Lo sposalizio tra design e natura è sorprendente: 3000 specie di piante, un orto giardino e la banca dei semi s’affiancano a strutture moderne e costruzioni storiche in un fluido evolversi senza soluzione di continuità.

Così, passeggiando all’ombra di palme tropicali, ulivi centenari, carnose sterlizie e piante grasse dalle fogge più curiose ecco che si sfocia nella storia raggiungendo il Palazzo Nobiliare, il Palmento del Padrino e le Scuderie. Un impalpabile gorgoglio di acqua che sa di vita, di movimento e di rinascita accompagna la visita attraverso il parco, trasformando il palcoscenico verde in un cammino per l’anima. Anamorphosis, in particolare, è un’oasi nell’oasi e suggerisce un profondo legame con il pensiero orientale: ampi giardini sorretti da strutture in legno sospendono il verde a metà tra terra e cielo. Piante e fiori sono abbeverati da rivoli d’acqua che alludono alla vita eterna e questo fluttuare nell’aria infonde una leggerezza nello spirito, invitando a riflettere, a meravigliarsi, a gioire della vita così come la natura ricamata dall’uomo ce la racconta. L’arte del mosaico, delle aiuole da giardino e degli orti, coronata da questi giardini pensili, ricorda Babilonia con le sue meraviglie surreali a metà tra l’ingegneria onirica e il calcolo matematico.

Qui, dunque, si trovano quiete, pace e riposo ma anche idee, stimoli e spirito d’iniziativa. Lo spazio Congressi, pensato per ospitare eventi d’eccellenza, è in totale armonia con l’ambiente naturale: le pareti in vetro suggeriscono un continuum tra interno ed esterno e un percorso di lussureggianti piante tropicali e mediterranee serpeggia accanto agli stand creando un’atmosfera esotica che riscalda.

Radicepura non è solo verde, dunque, ma anche la location ideale per fiere, educational e convegni, oltre ad essere centro di eccellenza per ricercatori, paesaggisti e appassionati di ambiente. Uno degli eventi di maggior spicco ospitati qui è il Food & Wine Expo, giunto alla sua quarta edizione: una sfilata di aziende, di prodotti ma soprattutto di Siciliane e Siciliani che propongono al pubblico il meglio della propria terra e del proprio mare. Un panorama enogastronomico di straordinaria ricchezza che basta a se stesso esibito in un’invitante vetrina che fa da interlocutore tra chi produce e chi consuma. “Qui è la chiave di ogni cosa”: Food & Wine Expo rappresenta un viaggio alla scoperta delle tradizioni e di quell’appassionato modo di reinventare i sapori che in Sicilia è una vera e propria arte ereditata da giovani sempre più capaci e intraprendenti.

Assaporare l’esuberanza enogastronomica siciliana immersi nei profumi verdeggianti di Radicepura è un’esperienza sensoriale che trascende l’immediato godimento materiale. Per dirla con Goethe: “… qui l’’aria è mite, tiepida, profumata, il vento molle… La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita.

www.radicepura.com

SICILIA, AMBASCIATRICE DI ECCELLENZE

Cioccolato declinato in irresistibili fragranze, pomodorini pregni di sole, tonno sott’olio guizzante di sapore, birre artigianali e vini dagli inconfondibili sentori. Food & Wine Expo abbraccia il meglio che la Sicilia possa raccogliere e lavorare partendo dalle materie prime che la natura offre. Sono piccole imprese, quasi sempre a gestione familiare, a ‘reinventare’ i frutti della terra trasformandoli in prodotti introvabili altrove. È una gioia, girando tra gli stand, vedere i volti luminosi di giovani donne e ragazzi tanto appassionati al mestiere dei genitori, decisi a investire sapere e tradizione in un futuro sempre più attento alla qualità. Alla qualità e anche all’estetica perché nulla è lasciato al caso: confezioni ed etichette sono una promessa di piacere e sfoggiano tutta la fantasia di chi va alla ricerca del dettaglio che fa la differenza.

Oltre agli stand, il programma di Food & Wine Expo appena concluso, è stato animato da esibizioni, show cooking, educational e degustazioni per ogni gusto, appunto. Dal concorso Professionisti Pizzeria con esibizioni di ‘pizza acrobatica’ agli educational sulla storia del riso siciliano e sulla celiachia, in un susseguirsi di interventi di esperti e professionisti accompagnati dalle colorite narrazioni di Anna Martano, Prefetto AIGS Sicilia.

Re in toque blanche dell’Expo, Peppe Agliano, che ha stupito gli ospiti con le sue creazioni, mescolando ricette tradizionali e arditi accostamenti, giocando con gli ingredienti così come un poliedrico musicista jazz farebbe con le note. Così, la prima sera dedicata al bio, gluten free e vegano spicca una caponata di melanzane con mandorle e cacao che sdilinquisce anche i più scettici, credetemi! Mentre durante la seconda serata dedicata al Marsala a tavola, conquista il couscous pantesco con ortaggi, pistacchi di Bronte, olive e capperi. Sfacciati, infine, i dolci che inducono al limite della trasgressione: un tripudio di colori rubati all’estate, l’esaltazione del piacere servita nel piatto sotto forma di frutta Martorana, cannoli, sfogliatelle e paste di mandorle. Come non cedere alla tentazione di lasciarsi andare …?

Ma questo è solo un timido assaggio che sfiora appena l’opulenza della sicilianità a tavola. Un assaggio che ci dà appuntamento alla prossima edizione di Food & Wine Expo, in una Sicilia sempre più bella, sempre più buona, sempre più appassionata. Sempre più ambasciatrice di eccellenze nel mondo.

http://www.expofoodandwine.com

agliano

Dona Botero, caldi sorsi di piacere

Unknown

Il piacere è una cosa seria. Poggiare le labbra schiuse sulla promessa di sapore, inspirare il profumo che sprigiona dal calore, accogliere sulla lingua il primo denso sorso e infine … godere!

É una sequenza di minuscoli gesti ritualici che la maggior parte di noi compie tutti i giorni, spesso inconsapevolmente, anche molte volte al giorno, calati in una soddisfazione che scivola dentro e che a volte si prolunga nel tempo. Per qualcuno quest’amoreggiare con la bocca è persino una droga, un’irrinunciabile appuntamento col godimento, appunto.

Bere un caffè è, infatti, una delle piacevoli abitudini più diffuse al mondo. Dopo tutto il caffè è una delle bevande più internazionali, e che si chiami “americano”, “turco” o “espresso” sempre caffè resta. Bevanda amata a tutte le latitudini, a tutte le ore, consumata in infinite declinazioni, in solitudine o in compagnia, a casa o al bar. Perché cominciare o interrompere la giornata con un caffè è anche un modo per concedersi una parentesi di libertà, e quel gesto, quel rapporto che stringiamo ogni volta con la tazzina fumante tra le dita acquista un che di esclusivo, di intimo, di sensuale.

Tuttavia non è facile trovare un caffè con la C maiuscola, che risponda perfettamente, per profumo, aroma e intensità, alle attese delle nostre papille olfattive e gustative, pronte a scatenarsi in capricciose critiche. A maggior ragione, quando lo si trova, ci si affeziona e si diventa fedeli amanti di quel caffè.

Per gli intenditori, per i golosi o semplicemente per chi non si accontenta delle proposte più commercializzate e ama frugare tra prodotti meno esibiti al grande consumo, ecco un caffè davvero speciale. Viene dalla Colombia e nasce lontano nel tempo, nel 1892, quando Don Josè Jaramillo Vallejo eredita i terreni dell’Eden Valleys. In verità è ancor più vecchio ma la sua età è un vanto. Le sue origini, infatti, affondano nella cultura rinascimentale italiana, quando il genovese Andrea Bottero Bernardi salpa sulla caravella Santa Rosa e raggiunge le terre di Antioquia, nel nuovo regno di Granada in Colombia, dove semina le prime piantagioni di caffè Arabica e Borbon.

Inizia così una tradizione che dà vita a una delle più importanti aziende di caffè della Colombia, la tenuta “El Arco”, oggi guidata dalla tredicesima generazione di famiglia, con l’architetto Jose Guillermo Botero.

Il segreto di un caffè che si distingue completamente dagli altri? Dona Botero impiega innanzitutto un’Arabica di altissima qualità, raccolta a mano durante tutto l’anno da una industriosa generazione di coltivatori particolarmente sensibile alla tutela dell’ambiente. Riforestazione e pulizia delle acque, infatti, fanno parte della filosofia Botero e la Natura pare esserne grata restituendo frutti eccezionali. Dalla terra alla tazzina si inserisce poi una lunga e attenta lavorazione. Che sia in miscela, in capsule o in filtri, il caffè Botero si distingue per tecniche di manipolazione (lavatura, essicazione, fermentazione di 12 o 24 ore) che infondono una personalità unica ai prodotti. I vari tipi di caffè che ne escono sembrano tante variazioni sul tema di un’armoniosa melodia che fa danzare i sensi.

In particolare, il Caffè Verde, ricavato dalla varietà “Armenia Supremo”, è una vera chicca: anche nelle versioni aromatizzate all’anice stellato, finocchietto selvatico e zenzero è un effluvio di sensazioni inconsuete che fa cantare la tazzina. Si tratta di un caffè verde crudo, completamente naturale, macinato, che non subisce alcun processo di torrefazione. Si distingue da quello classico per aspetto, aroma, sapore e caratteristiche nutrizionali. La sola proprietà comune con il caffè tostato è la presenza di caffeina ma gli effetti stimolanti qui sono moltiplicati. Nel caffè verde, infatti, la caffeina non è libera ma legata all’acido clorogenico, un potente antiossidante che induce un assorbimento più lento rispetto al caffè tradizionale con un conseguente effetto energizzante e, pare, dimagrante. Inoltre, essendo più vicino alla neutralità del Ph, produce un effetto lesivo minore sulla mucosa gastrica, evitando quel fastidioso bruciore di stomaco a volte risvegliato da un caffè non perfetto.

Ma queste proprietà passano in second’ordine quando arriviamo, finalmente, al nostro consueto appuntamento. E, all’assaggio, ci abbandoniamo al piacere di un insolito caffè che ci fa innamorare.

 

www.donabotero.coffee

Il ladro di ricordi e il giro del mondo (Privé)

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I ricordi a volte sorprendono. Tutti siamo ormai sommersi dai quotidiani flash del passato che, volenti o nolenti, Facebook ci sbatte in faccia non appena entriamo nella nostra pagina, curiosi di scoprire cosa sia successo in nostra assenza nella vetrina più frequentata del social world.

Quasi si ha la sensazione di non essere più padroni dei propri trascorsi, perché avvenimenti, immagini, pensieri pubblicati anni prima e lasciati lì a sbiadire senza nemmeno grande riguardo per ciò che fu, ci rimbalzano d’improvviso agli occhi consegnati a domicilio da un subdolo ladro che, dopo tutto, colpe non ha. Perché ad affidargli con ingenua incoscienza attimi più o meno importanti divenuti oggi ricordi siamo stati proprio noi, sull’onda irresistibile della condivisione a tutti i costi.

Ma, come dicevo, i ricordi a volte sorprendono. Può capitare, infatti, di scrivere oggi un pensiero che riteniamo profondo, originale, speciale, unico insomma…e di pubblicarlo con il solito prurito esibizionista che ci sputa dentro il web per scoprire, la mattina successiva, che quello stesso identico pensiero lo avevamo espresso diversi anni prima! “Paola … abbiamo pensato che ti avrebbe fatto piacere rivedere questo post di due anni fa”, mi dice il ladro nascosto dentro il web. Stesso concetto, stesse parole, stessa punteggiatura, stesso clima emotivo nella frase, stesso messaggio diretto a chissà chi allora. Forse solo a me stessa, esattamente come oggi.

Sorprende l’esatta ridondanza e forse chi manovra i fili invisibili del teatro facebookiano ghigna di fronte all’intuibile stupore di ritrovarsi identici allo specchio di qualche anno fa, purtroppo solo in quella manifestazione espressiva, o forse anche d’altre.

Coerenza o monotonia? Difficile dirlo. Certo è che oggi, così come due anni fa, penso questo: C’è chi ha bisogno di fare il giro del mondo per apprezzare il bello di casa”.

Ebbene, ringrazio il ladro di ricordi che mi ha rammentato di aver fatto almeno due volte in pochi anni il giro del mondo. Ma soprattutto lo ringrazio d’avermi ricordato quanto sia bello tornare a casa, sempre, sapendo con assoluta certezza che prima o poi ripartirò.

La serenità gioiosa della semplicità

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ARTE E NEUROSCIENZE. Le due culture a confronto

Che cos’hanno in comune l’artista e lo scienziato? Cosa accomuna colui che dipinge un quadro al galoppo della propria ispirazione e chi studia il cervello a caccia di nuove frontiere mediche?

La creatività. Questo sostiene Eric Kandel, Nobel per la medicina nel 2000, neuroscienziato particolarmente sensibile a quel ponte ideale che collega emozione e ragione, sentimento e pensiero, arte e scienza.

Dopo aver sedotto i lettori con il saggio “L’etá dell’inconscio”, in cui esplorava il rapporto tra arte, mente e cervello in compagnia dei grandi artisti viennesi, propone ora un ampliamento di un panorama già ricco e affascinante. In “Arte e neuroscienze, le due culture a confronto” (Raffaello Cortina Editore, 2017) Kandel dimostra come la cultura umanistica e quella scientifica possano incontrarsi e influenzarsi a vicenda arricchendosi reciprocamente nello sposalizio tra arte e neuroscienza, sposalizio suggellato appunto dalla creatività.

Se, nel 1959, il grande fisico molecolare e in seguito romanziere C.P. Snow avesse avuto il conforto delle nozioni neuroscientifiche di oggi avrebbe anche sperimentato la soddisfazione di veder colmato quello iato tra due mondi intellettuali apparentemente divergenti nel mondo occidentale moderno. Riprendendo Snow, Kandel lo sostiene e perfeziona quella cucitura tra le due culture: tanto le neuroscienze quanto l’arte si pongono, in modo diretto e coinvolgente, domande e obiettivi fondamentali per il pensiero umanistico, condividendo persino alcune metodologie.

Per esempio, sia l’arte sia le neuroscienze sfruttano i meccanismi dell’apprendimento e della memoria per creare, per progredire. Noi siamo quello che siamo grazie a ciò che impariamo e ricordiamo, o purtroppo dimentichiamo. Le reazioni emotive che ci animano di fronte a un’opera d’arte derivano proprio da quel fitto sottobosco psicologico ricamato negli anni dalle esperienze vissute, ricordi più o meno scolpiti che ci permettono di emozionarci davanti a un dipinto.

Per dimostrare l’importanza della memoria sia nell’arte sia nelle neuroscienze, Kandel ricorre all’esempio più semplice che la natura offra, proprio in virtù del “riduzionismo” per cui il “semplice” è contenuto anche nel “complesso”. É l’Aplysia, l’oramai famosa lumaca di mare che, con appena ventimila neuroni (il cervello umano ne ha almeno cento miliardi!) e una struttura neurologica elementare svela i meccanismi universali della memoria e dell’apprendimento, riconducendoli quindi anche all’essere umano.

Persino Matisse, verso la fine della sua carriera, si rese conto della misteriosa bellezza di Aplysia e la volle ritrarre proprio nella sua immensamente ricca semplicità, ritagliando dodici blocchi di colore ricavati da altrettanti fogli di carta. Le superfici colorate così assemblate catturano sia la forma essenziale sia il movimento della lumaca. Questo è un esempio illuminante di come l’arte, soprattutto l’arte astratta e riduzionista, susciti risposte emotive e dunque neurologiche più ampie e coinvolgenti rispetto all’arte figurativa in genere. In pratica, gli scienziati usano il riduzionismo per risolvere un problema complesso, mentre gli artisti lo sfruttano per suscitare una nuova risposta emotiva e percettiva in chi osserva.

Il perché dell’efficacia eccezionale del riduzionismo e dell’arte astratta rispetto a quella figurativa è presto spiegato: con la riduzione dei dettagli, dei colori e della luce, le opere astratte – come quelle del pittore olandese Mondrian per esempio – si svuotano e lasciano spazio a chi osserva di riempirle. Anche quando non sono totalmente vuote, però – come le action paintings di Pollock – mantengono un grado di ambiguità così alto da lasciare libera l’interpretazione di chi ammira. Ecco allora che si innesca un gioco complice tra artista e osservatore creativo i quali si completano nell’opera d’arte in un continuo divenire di rimandi emotivi personali. Noi proiettiamo sulla tela le nostre impressioni, i nostri ricordi, le nostre aspirazioni, i nostri sentimenti. Un meccanismo analogo al transfert psicoanalitico o alla meditazione buddhista, che trascende la contemplazione estetica raggiungendo l’apice della spiritualità.

Tornando al dialogo tra arte e neuroscienze, gli studi di imaging funzionale raccontano bene la differenza tra arte astratta e figurativa, fotografando le diverse reazioni del nostro cervello al cospetto delle opere d’arte. La pittura figurativa con i suoi paesaggi, nature morte e ritratti, suscita un’attività cerebrale in specifiche aree circoscritte a specifiche categorie d’immagini. Al contrario, l’arte astratta non attiva alcuna regione specifica del cervello ma stimola tutte le aree che rispondono a tutte le forme d’arte, sollecitando inconsciamente l’immaginazione dell’osservatore. Tradotto nel linguaggio artistico: le cose concrete, conosciute, vicine, familiari suscitano meno sorpresa, minor curiosità, mentre quelle più lontane, ambigue, inafferrabili stimolano la nostra immaginazione creativa.

Una dimostrazione? J.M.W. Turner – pittore inglese del Settecento precursore dell’arte astratta noto per i suoi perturbanti paesaggi – all’inizio della sua carriera dipinse la famosa lotta in mare tra una nave in rotta verso un porto e la burrascosa forza della natura, animando la tela di nubi tempestose e pioggia scrosciante. Anni dopo, ebbe un’intuizione e la sperimentò. Rielaborò quella stessa lotta ridipingendo la scena in maniera totalmente diversa, priva cioè di dettagli, riducendo nave, tempesta e natura alle forme più essenziali. Il suo scopo era quello di affidare al fruitore il compito di completare l’opera, concedendogli il piacere di contribuire a “dipingere” la lotta in mare con i propri dettagli emotivi, con i propri ricordi e le proprie esperienze, risvegliate da semplici accenni sulla tela. Turner ha così esplorato i confini della percezione visiva senza conoscerne i meccanismi neurologici sottostanti. Come direbbe Matisse: ha avvicinato a “una serenità gioiosa semplificando pensieri e figure. Semplificare l’idea per realizzare un’espressione di gioia. È questo che facciamo.”

Se Turner e Matisse avessero avuto a disposizione le conoscenze neurologiche di oggi avrebbero, forse, giocato anche sui materiali delle proprie opere d’arte, ampliando le risposte emotive dell’osservatore anche al senso del tatto. Sì, perché oggi si sa che una regione cerebrale che risponde sia alla vista sia alle sensazioni tattili occupa un ampio spazio della corteccia occipitale laterale. La trama di un oggetto, dunque, attiva quelle cellule del cervello indipendentemente dal fatto che l’oggetto venga toccato o guardato. Kandel spiega che probabilmente è questo il motivo per cui siamo in grado di identificare i diversi materiali (velluto, legno, pelle, metallo) a colpo d’occhio, percependone sottopelle piacevolezza o sgradevolezza, senza bisogno di usare la mano. Nel caso degli arazzi o delle sculture in bronzo o in marmo la fusione tra reazione visiva e tattile è particolarmente lampante. Ammirare il Ratto di Proserpina del Bernini, soffermarsi con lo sguardo sulla presa delle mani nella plasticità della carne della fanciulla, fa sentire sotto le nostre stesse dita quel marmo. Freddo marmo che si fa burro alla fiamma del genio creativo dell’artista.

In fondo, Kandel partendo dall’asettica impalcatura neurologica dell’essere umano arriva a spiegare l’architettura emotiva che colora la nostra vita, sia durante gli avvenimenti quotidiani sia di fronte a un dipinto. I meccanismi sono identici. E ce lo spiega utilizzando lo stesso metodo degli artisti che lui stesso convoca in questo saggio: riducendo la complessità di nozioni e concetti scientifici a pochi tratti esemplificativi. Così come Turner mostra che la rimozione di elementi figurativi da un dipinto non elimina la capacità della pittura di richiamare associazioni strutturate in chi osserva, Kandel dimostra che la straordinaria complessità del sistema cerebrale può essere spiegata e afferrata in modo semplice e intuitivo.

Come dire che anche il nostro cervello è una magnifica opera d’arte in continuo divenire, di cui siamo contemporaneamente artisti e osservatori creativi.

 

 

 

Lorenzon: dal Friuli gli ambasciatori del buon bere

da sinistra Davide (enologo), Nicola (export manager) ed Enzo Lorenzon (presidente)

Dentro una bottiglia di buon vino non si racchiude solo il piacere del sano bere ma anche il sapere di chi lavora con passione per produrre qualcosa di speciale. Esperienza, tradizione e cultura di aziende nate dalla volontà di nobilitare il territorio cui appartengono ricavandone prodotti d’eccellenza. E, come spesso accade nel nostro Paese, dietro alle aziende vitivinicole ci sono intere famiglie unite anche nella passione per il proprio lavoro.

È il caso dell’Azienda Agricola Lorenzon, nel nord-est dell’Italia, precisamente nel comune di San Canzian d’Isonzo (GO), nel cuore della DOC Friuli Isonzo. La collocazione stessa dell’azienda lascia intuire la qualità dei prodotti, essendo alla stessa latitudine del sud della Borgogna, del Cognac e dell’Oregon, una posizione dunque privilegiata grazie agli influssi del microclima mediterraneo. Ma la natura non basta, occorre anche la sapienza dell’uomo per partorire qualità.

UN LUNGO VIAGGIO PARTITO DAL NULLA

Quello di Severino, padre di Enzo Lorenzon, è l’inizio di un viaggio meraviglioso cominciato nei primi anni ’50 quando, arrivato dalla provincia di Treviso in Friuli assieme a due fratelli, si dedica alla nuda terra abbandonata da chi era migrato altrove in cerca di maggior fortuna. Proprio da questa terra su cui nessuno avrebbe scommesso cresceranno rigogliose vigne baciate dal sole che dai colli orientali sorge irrorando di vita i grappoli, vigne protette dall’altipiano del Carso goriziano e benedette dalle acque cristalline del fiume Isonzo. La flora esuberante e i diffusi affioramenti di pietrisco dovuti alle deviazioni del corso d’acqua rendono questo terroir unico, regalando uve solide e bilanciate, cariche di personalità.

Dall’impresa pionieristica di nonno Severino in poi il cammino è stato lungo e faticoso ma il traguardo non ha prezzo perché oggi quello che era solo un sogno è divenuto realtà.

Fondata nel 1974, l’azienda cresce con Enzo (fondatore e presidente), insieme ai figli Nicola (direttore commerciale e marketing) e Davide (enologo e responsabile di produzione). Una gestione compatta sostenuta da un team affiatato di donne e uomini che durante il periodo della vendemmia e della potatura raggiunge le 50 unità per una produzione di 500 mila bottiglie distribuite in Italia e all’estero, dalla Svizzera all’Australia.

Inizialmente le proprietà consistevano in un casolare e cinque ettari di vigneto, arricchiti nel ‘77 con i primi 7 ettari a Cassegliano e, in seguito, con i vigneti a San Canzian d’Isonzo e Romans d’Isonzo. La cantina viene in seguito ampliata e rimodernata di pari passo con l’acquisizione di nuovi ettari di terreno e nel ’91 viene acquistato il vigneto “I Feudi di Romans”, fiore all’occhiello dell’impresa. L’entrata in azienda dei figli Davide e Nicola, nel ’92, introduce nuovo entusiasmo consolidando la forza delle radici. I ricordi dell’infanzia trascorsa in campagna tra il profumo del mosto, i giri sul trattore e i salti sulle vinacce pressate scorrono nelle vene di una famiglia innamorata di questo lavoro.

Enzo ha trasmesso ai figli anche la passione per la cucina, eredità del focolare domestico. Ai fornelli da quando aveva 12 anni, visto che la mamma Maria era spesso impegnata nei campi, oggi delizia i palati degli ospiti con squisite preparazioni accompagnate, naturalmente, da ottimi vini.

DAI VIGNETI ALLA CANTINA

La zona DOC Friuli Isonzo si offre allo sguardo come un altopiano dolcemente digradante dalle colline del Collio e del Carso verso il mare. La bora fredda e secca proveniente dai Balcani s’alterna alle brezze più miti che spirano dall’Adriatico: una continua modulazione climatica con una prevalenza di venti freschi orientali carezzati dall’influenza del mare che favorisce una viticoltura tipicamente settentrionale con generose sfumature mediterranee.

La nuova cantina vanta una tecnologia tra le più avanzate in Friuli Venezia Giulia, forte anche di un impianto fotovoltaico di ultima generazione che si estende su una superficie di 700 metri quadrati garantendo una potenza energetica pari a 83kW, ovvero il fabbisogno di circa 20 abitazioni.

I FEUDI DI ROMANS, I GRANDI CRU

La linea storica dell’azienda, i “Feudi di Romans”, è formata dai grandi vitigni delle terre di Romans d’Isonzo. Cru nati da un terreno estremamente fertile, grazie alla presenza abbondante di argilla che l’Isonzo ha rubato alle colline del Collio. Una terra, dunque, che chiede rispetto per continuare a partorire frutti di qualità. Su una superficie di 50 ettari di vigneto sono stati impiantati cloni selezionati con 4.000 ceppi per ettaro. I vini bianchi vengono affinati per circa 5 mesi in acciaio e per 2 mesi in bottiglia; mentre i rossi, terminata la fermentazione, vengono affinati per 8 mesi in botti grandi da 30 hl e barriques francesi di media tostatura.

La vendemmia viene svolta rigorosamente a mano per consentire la raccolta esclusiva dei grappoli sani e per preservare l’integrità degli acini. Con questa sensibilità l’uomo porge la mano alla natura, stringendo la collaborazione perfetta per ottenere vini che riflettono i valori della famiglia Lorenzon.

I VINI LORENZON E LA LIMITED EDITION

Dagli autoctoni (Friulano, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana, Refosco dal Peduncolo Rosso e Verduzzo Friulano) ai bianchi (Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon, Friulano, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana, Traminer Aromatico e Pinot Bianco) ai rossi (Merlot, Refosco, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Pinot Nero) fino alle bollicine (Ribolla Gialla, Prosecco Extra Dry, Prosecco Brut, Pinot Brut, Rosé e Moscato) i vini Lorenzon sono un vanto italiano nel mondo. Ancora più attraenti quest’anno nella “Limited Edition” in versione deluxe, che propone un’elegante selezione di sei preziose bottiglie, ideale per le occasioni speciali e come dono a fini intenditori. Eccone un assaggio:

RIBOLLA GIALLA

Da uve autoctone uno spumante dal perlage fine e cremoso. Si contraddistingue per il suo profumo delicato e al contempo complesso. Il suo palato fruttato e pulito lo rende perfetto per gli antipasti e i piatti a base di pesce.

ROSÉ BRUT

Il Rosé vanta una spuma ampia e un perlage fine. Sia il bouquet sia il palato si presentano eleganti con note di frutti rossi rendendolo ideale per l’aperitivo, piatti di pesce e di carne raffinati e leggeri.

PINOT BRUT

Il Pinot Bianco, vino di struttura ed eleganza, dona a questo spumante un perlage fine e persistente con una esplosione di frutta e fiori sia al naso sia al palato. La sua morbidezza e la sua freschezza rendono lo spumante perfetto per tutto il pasto.

MOSCATO

L’intensità del Moscato sprigiona note di fiori d’arancio. Il giusto bilanciamento tra la freschezza e la dolcezza lo rendono il perfetto sposo per quasi tutti i tipi di dolci, sia cremosi sia secchi.

PROSECCO BRUT

Il perlage fine e persistente, insieme al profumo e al palato intenso e fruttato, lo rendono ideale dall’aperitivo al pasto.

PROSECCO EXTRA DRY

La spuma elegante, il perlage fine e persistente insieme alla morbidezza che corteggia i sensi lo rendono lo spumante perfetto per ogni aperitivo.

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www.ifeudidiromans.it

 

 

Liberi, insieme (Privé)

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Tutto cambia. Vieppiù quando si è in due.

Le persone crescono, i sentimenti evolvono, le relazioni mutano.

È così che passioni nate per gioco talvolta rischiano di trasformarsi in seri progetti esistenziali, mentre ponderate promesse d’amore possono sfumare nella nebbia più inconsistente.

In entrambe le situazioni la frustrazione è sempre lì, pronta a frantumare un sogno ad occhi aperti coltivato con la paziente delicatezza che si deve a un feto in grembo. Nel primo caso perché troppa serietà risulta spesso nemica della passione e rischia di spegnere l’ardente fuoco del desiderio. Nel secondo caso perché quello che si era creduto una fortezza inespugnabile si rivela invece una capanna di carta velina.

Ma se, anziché affezionarci al bozzolo emotivo in cui siamo sbocciati insieme alla persona amata, imparassimo ad accettare il fisiologico fiorire dei sentimenti, saremmo forse un po’ più impermeabili a quel senso di frustrazione che prima o poi, puntualmente, va a scompigliare mente e cuore durante il cammino in due.

Cristallizzare un sogno ad occhi aperti in un copione ideale significa soffocarlo, inaridirlo, ucciderlo. Lasciamo che il nostro sogno cresca, che scelga la sua strada, proprio come un feto dovrebbe essere consegnato al suo futuro, protetto ma non costretto.

Perché se è vero che tutto cambia, è anche vero che quando ci si ama ci si lascia reciprocamente liberi di cambiare. Forse è questo l’unico modo per fiorire senza appassire, essere consapevoli del nostro divenire. Insieme, per sempre.

 

Sentirsi (Privé)

Unknown

Mi manchi. Stasera più di sempre.

Sarà il lento virare del sole verso un orizzonte sempre più autunnale. Sarà l’affacciarsi su un domani che non vorrei mai nemmeno sfiorare. Sarà l’impossibilità di colmare la distanza con il piacere di una fisicità che trascende la sostanza.

C’è che mi manchi e basta, come tu dici a me.

Ma questo reciproco mancarsi è il solo modo per sentirsi.

Scivolare nei tuoi pensieri mentre tu traffichi nei miei e ti diverti a corrompere quell’ultimo flebile zampillo di buonsenso che mi resta nella testa. Essere qui e contemporaneamente lì, infilata nei tuoi neuroni, per scorrere giù giù nelle tue lussuriose vene e scoprirmi già presente, desiderio proibito tatuato in un’anima libera, scandalosamente sorridente.

Mi manchi. Stasera più di sempre. Mi piace questa tua insolita presenza che azzera la distanza.

Resta così dove sei. Ferma il sole, ferma il domani, ferma il piacere. Perché questo reciproco mancarsi è il solo modo per sentirsi.

Scacco Matto (privé)

Unknown

Non ci si abitua mai alla morte.

Quando una persona cara viene a mancare, manca sempre la capacità di capire. Capire perché.

Soprattutto quando lo strappo alla vita sopraggiunge d’improvviso, come un subdolo colpo alle spalle inferto da un’amica di cui si aveva forse troppa fiducia. Ti aveva fatto compagnia tutta la vita come fosse la tua ombra, ti aveva seguito e vigilato in ogni tua scelta lasciandoti libera, era stata insieme a te anche quel giorno come se niente fosse, ti aveva riaccompagnato a casa la sera, rimboccato le coperte e suggerito magari sogni colorati. E poi, la mattina, chissà per quale capriccio dei suoi oscuri piani, Lei, la tua misteriosa complice, ha deciso di lasciarti così senza linfa, senza aria, senza futuro. Solo freddo e silenzio, anziché il solito sorridente fervore di una nuova giornata tutta da inventare.

Perché questo gratuito tradimento? Perché questo voltafaccia così all’improvviso, beffarda amica di sempre? Neanche il tempo di preparare qualche cosa per chi resta, neanche un frettoloso saluto, un timido abbraccio, un banale biglietto, mi raccomando…non preoccupatevi, andrà tutto bene, ci rivedremo…!

Strana la vita ma ancor più strana la morte quando agisce così di soppiatto. Di fronte a quella degli altri si specchia la nostra e quella di tutte le persone care che già si sono trovate a tu per tu con Lei, lasciando in noi quell’amaro vuoto che nemmeno le lacrime sanno riempire. Sfuggevole invece il pensiero verso gli affetti che ancora teniamo stretti, troppo lacerante immaginare il loro appuntamento con l’amica traditrice che, improvvisando, malignamente si diverte a spazzar via una ad una le pedine dalla sua immensa scacchiera.

Meglio la nostra stessa fine, mai quella di chi amiamo. É quella a fare davvero paura perché ci lascia inesorabilmente soli di fronte ai nostri limiti e alle nostre miserie senza possibilità di riscatto.

Non ci si abitua mai alla morte. Non ci insegna mai a capire. Ma ci costringe sempre a farsi accettare. Lei, beffarda amica di sempre che, fedele al suo eterno dovere, anche oggi ha inferto il suo fulmineo colpo alle spalle. E ha fatto scacco matto.

SOTTO IL SEGNO DELLO … ZIBIBBO

Taste & Travel Magazine SAGL

Apoteosi pantesca: una notte limpida di stelle aiuta a volare… indietro nei ricordi, lontano nei sogni

unknown

 Immaginate di approdare su una piccola isola dal cuore immenso.

Limpidi riflessi d’azzurro s’immergono nel blu del mare più africano e abbracciano un’anima di brillante vegetazione. Una tavolozza mediterranea che conquista il suo diritto a colorare la vita facendosi strada tra rocce a picco sulle onde, serpeggiando fuori da una terra straordinariamente ricca di promesse.

Immaginate, ora, di calarvi in un’oasi dentro all’isola. Un concentrato di colori, profumi e sapori che riassume tutto il bello e il buono che questo luogo magico contiene, in parte frutto della generosa Madre Terra, in parte dell’appassionata mano umana.

Non siete stati risucchiati dentro il multiforme vortice della fantasia.

Siete a Pantelleria che, così come un satellite corteggia il suo pianeta, bacia la costa sud ovest della Sicilia completando con i suoi 80 km quadrati di suolo…

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Lettere d’amore rinate (Privé)

Unknown

Un mazzetto di letterine sgualcite. Un tesoro ritrovato.

Dietro l’inevitabile ingiuria del tempo che si accanisce sul corpo con tracce crudeli e indelebili, riaffiora oggi illibata la purezza di un sentimento adolescenziale nato una vita fa. Riaffiora da un fiume di righe scritte in un fitto corsivo che cattura lo sguardo come un ricamo inciso su fogli tanto antichi quanto vivi, palpitanti di emozioni.

Rileggendo le frasi che scrissi tanto, tanto tempo fa, accesa da un affetto autentico durato parecchi anni, mi sono rivista galleggiare su una soffice nuvola rosazzurra tipica di una sedicenne perdutamente innamorata.

Lui abitava poco lontano da me ma in un’altra città. E a quell’epoca il mio modo per cercare di colmare i chilometri che ci separavano era scrivergli, non solo per comunicargli il mio amore ma anche per sentirlo vicino a me. Quel gesto, scrivere lettere, mi faceva sentire tra le sue braccia.

Gli scrivevo in continuazione, papiri di pensieri che miracolosamente ritrovo oggi tra le mani e che carezzo come creature rinate, sopravvissute all’oblio. Rileggendo, mi emoziono e mi sorprendo. Riscopro tra quelle pagine non solo il sentimento per un ragazzo ancora oggi speciale ma anche germi di pensieri e di idee che mi hanno poi accompagnato tutta la vita.

Ero già quella che sono. O sono ancora quella che ero…

Sono quella ragazzina oggi ormai donna che un lontano 14 di febbraio scriveva:

“Oggi è la nostra festa, il giorno dedicato a tutte le persone innamorate… Chissà se sono tante? Credo di no, non è semplice innamorarsi, non tutti incontrano la Maga Fortuna che ti presenta una persona disposta ad aprirti il cuore e a dimostrare a te, solo a te, il valore dei sentimenti. E non tutti trovano in sé la capacità di cogliere e ricambiare l’amore offerto …. Penso sia un avvenimento così esaltante proprio perché raro ed esclusivo. In fondo è un paradosso: tutti noi crescendo tendiamo a liberarci da ogni legame esterno per non dipendere da nessuno, per essere liberi, e poi quando ci innamoriamo ci sentiamo così felici di essere uniti a un’altra persona, di non poter fare a meno di lei, di pensarla in ogni istante…Che gioia sapersi capaci di tali sentimenti. E dentro di noi freme continuamente qualcosa che in qualche modo deve essere esternato: con una carezza, con un bacio, con un Ti Amo. “Ti amo” non sono solo poche lettere, ti amo vuol dire: ho imparato a conoscerti e ad accettarti per ciò che sei, vorrei far sempre parte dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi desideri più nascosti perché tu sei già parte dei miei…

Forse parte della romantica saggezza che incredibilmente mi animava allora s’è stemperata nel tempo, diluita dall’inevitabile dose di disillusione che l’esperienza naturalmente comporta. Eppure, rileggendomi, sento che da quelle lettere d’amore rinate potrei recuperare da me stessa una preziosa purezza e tornare a galleggiare su una soffice nuvola rosazzurra. Quasi come tanto, tanto tempo fa.