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All’ombra quieta del tempo (Privé)

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Imponente eppure gentile. Solido eppure fragile. Orgoglioso eppure umile.

Sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia trasmette la sensazione di un rassicurante abbraccio. Creatura secolare, cresciuta fiera e fedele alla sua terra, l’Eucalyptus che s’erge nel cuore di un’oasi verde a Melide, sul Lago di Lugano, somiglia a un buon sovrano in meditazione. Un santo, meglio. Perché quel suo srotolare i rami verso il cielo, come braccia verso Dio, evoca una sorta di silente venerazione, di preghiera laica.

Al fascio fitto e tentacolare dei rami, inteneriti dalle foglie lanceolate, fa da controcanto il tappeto innervato di radici che s’allungano come serpenti a caccia di cibo, facendosi largo nella terra. Ne tocco con pudore gli estremi e con le dita ne seguo il tragitto finché si fanno sempre più robuste, inerpicandosi in un labirinto sempre più contorto.

Ha un che di sensuale questo inesorabile scorrere della vita, qualcosa di ancestrale che riporta alle origini. Sono le sue vene quelle. Lì dentro scorre il suo sangue, che si fa linfa, e risale copioso abbeverando il tronco nerboruto che rivela tutta la bellezza di una faticosa crescita.

A tratti ferito e lacerato, ma compatto e combattivo nel suo divenire, parla del tempo questo Eucalyptus, del tempo passato a sopravvivere lì dove è nato. E quelle radici che spiccano il volo, così testarde e capricciose, evocano tutta la forza di chi s’aggrappa alla propria terra difendendo un diritto che solo la Natura dovrebbe sancire. Forse per questo, paradossalmente, quel succhiare con ostinazione la vita evoca in me anche tutto il dolore di chi, invece, alle proprie radici è stato strappato.

Immaginare quell’albero così vivo, talmente vivo da percepirne il respiro, la voce, lo sguardo, immaginarlo violato delle proprie fondamenta e rapito alla propria culla fa male. Sa di ingiustizia, di colpa, di morte.

Ma è lo stesso Eucalyptus a spazzar via le immagini sanguinose che mi sfiorano. Con le sue fronde leccate dal vento pare salutare il sole, grato del suo calore. Calore che lui stesso restituisce con la sua presenza a chi, come me, ha il privilegio di sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia. Anche solo per un momento. Sufficiente per pensare, per sentire, per ringraziare.

Tra le tue ali (Privé)

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Credevo d’esser sola. Invece quando ho schiuso gli occhi leccati dal sole e ho posato lo sguardo sull’acqua appena sotto il molo di legno, ecco comparire la meraviglia. Il cigno che a lungo avevo spiato covare a ridosso di un riparo, non poco lontano da lì, si era finalmente sentito libero di abbandonare il giaciglio ancora umido di fatiche per inoltrarsi nel lago. Buon segno. Segno di fiducia, di rinascita, di futuro.

E di fatti era così. Dopo qualche passo di danza sull’acqua guardandomi di sbieco, sperando forse in un provvidenziale boccone, ecco che dal suo candido manto piumato era sbucato curioso il frutto della sua attesa. Il piccolo cigno, appena sbocciato alla primissima estate, aveva sete di aria, di sole, di novità. Come me. Stava lì nel cuore delle grandi ali materne, come un principe su un tappeto volante in procinto di catapultarsi verso il proprio destino.

E d’istinto, guardando quel miracolo, mi son sentita raccolta e cullata anch’io da quel paio di maestose ali. Un po’ invidiosa, un po’ gelosa, di sicuro vogliosa di immergermi anch’io lì, sprofondata in quel soffice, caldo abbraccio che difende, protegge, conserva e alimenta.

Credevo d’esser sola. Invece ho capito d’essere ‘solo’ fortunata. Perché anch’io ho un paio d’ali calde che difendono, proteggono, conservano e alimentano. Sempre. Anche quando il sole si spegne, il silenzio cala e i cigni in amore tornano al proprio nido, fedeli al proprio destino…  Come me.

Ode al vino, figlio stellato della terra

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Là dove la natura sposa la storia nascono dei vini capaci di raccontare le tradizioni di una terra che innamora al primo sguardo. Siamo nel cuore della Toscana, in provincia di Siena, dove il solo nome “Montepulciano” evoca la bellezza, il piacere e l’emozione del buon bere. L’azienda agricola Metinella di Stefano Sorlini nasce nel 2015 da un intenso lavoro di riqualifica del territorio che ha dato nuova vita ai vigneti: 22 ettari di terreno, di cui 18 vitati e benedetti da un microclima privilegiato. I terreni, infatti, sono franco sabbiosi di originepliocenica e godono di una esposizione ottimale da est a sud. Vi sono piantate vigne di Sangiovese, Mammolo, Colorino, Canaiolo e ulivi.

Montepulciano è una terra straordinariamente vocata alla viticoltura, un ambiente unico, un luogo di antica e gloriosa tradizione nella produzione vinicola verso cui nutriamo un grande rispetto e un grande amore – racconta Stefano Sorlini – Perciò abbiamo scelto di lavorare nel completo rispetto della natura, escludendo ogni forzatura e l’utilizzo di prodotti chimici. In questi primi anni, ci siamo impegnati moltissimo sia in vigna che in cantina, per ottenere il meglio dalle nostre uve e creare dei vini di spiccata personalità, che esprimano al meglio il terroir.”

La cantina

Non solo i vigneti sono stati riqualificati con lungimiranza ma anche la cantina dell’azienda è stata totalmente rinnovata, grazie all’istallazione di un impianto per il controllo della temperatura e dell’umidità della bottaia, alla sostituzione delle botti, ora di rovere da 25 e da 50 ettolitri, formato ideale per ospitare il vino durante la conversione malolattica e il successivo affinamento. Un necessario upgrade per ospitare i vini nobili partoriti da queste colline.

I vini 

Portabandiera dell’azienda è Burberosso, Vino Nobile di Montepulciano DOCG, seguono Rossodisera, Rossorosso, Ombra, Ora e 142-4.  I nomi evocano quelli dei primi appezzamenti acquistati da Stefano Sorlini e le etichette, eleganti e minimaliste, riportano la silhouette dei due cipressi che svettano sul viale d’ingresso. L’armonia del lavoro dell’uomo con i frutti della terra traspare, infatti, anche dalle bottiglie della cantina Metinella, volutamente sinuose, cristalline, ognuna con un tocco di poesia. “Ma non soltanto amore, bacio bruciante e cuore bruciato, tu sei vino di vita, ma amicizia degli esseri, trasparenza, coro di disciplina, abbondanza di fiori”. Con questi versi di Pablo Neruda si presenta Ombra, il Bianco Toscana Igt, che sfila accanto ai grandi rossi, anch’essi accompagnati da una vena poetica che ne rivela l’anima. Una chicca dell’azienda è il Vino Nobile di Montepulciano 142-4: il nome nasce dall’appezzamento foglio 142 particella 4, battezzato Vigneto Pietra del Diavolo per la fitta presenza di rocce che costringono le radici ad espandersi in larghezza anziché in profondità, raccogliendo così dalla superficie del suolo tutti i profumi stimolati dal sole. Così nasce un “vino, stellato figlio della terra”, come direbbe Neruda.

L’ospitalità

Metinella è anche accoglienza. La cantina, infatti, è un’occasione per visite guidate e degustazioni su prenotazione. Ad accogliere gli enoturisti o semplicemente gli appassionati dei sapori genuini, il Wine shop e l’Agriturismo dove vengono proposti piatti leggeri e salutari garantiti dai prodotti locali e dagli ortaggi coltivati qui con la stessa passione delle vigne. La cucina tradizionale toscana rinasce attraverso una reinterpretazione originale che seduce anche i palati più esigenti.

E dopo i piaceri della tavola quelli della natura. Vengono, infatti, organizzati tour di varia durata e tipologia con visite guidate alle vigne e alla cantina, oltre a passeggiate tra i vigneti a piedi, in bici a cavallo o, per i più pigri, in jeep. E per i veri intenditori, infine, un tour di approfondimento sull’evoluzione del vino in invecchiamento con degustazione da botte del Vino Nobile di Montepulciano.

www.metinella.it

 

La segreta bellezza (Privé)

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È sempre lo stesso cielo eppure ogni sera cambia. Cambia vestito. Si colora di nostalgia, di eccitazione, di romanticismo, di desiderio, di timore, di impazienza. È uno specchio d’aria infinito, questo cielo lacustre, uno specchio in cui riversare i propri cangianti stati d’animo, un mare in cui volare senza veli per raccogliere sulle ali dei pensieri qualche ricordo, qualche sogno, qualche silenzio.

Liberi di sentirsi se stessi, appartenenti a quel timido rosa cipria che si fa rosso scarlatto all’orizzonte, proprio là dove lo sguardo va a morire insieme all’ultimo sole. Finché il manto blu della notte sopraggiunge inclemente, come un soffio d’alito su una languida fiammella, e allora ancora una volta il cielo si sveste e si riveste. Pare una donna che si fa semplicemente bella per quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

Pelle. Nuda pelle profumata di champagne, paillettes, brillantini, argento e oro. Luna e stelle accendono di vita questo cielo senza sonno, solo la sciabolata di un aereo disegna un cammino, facile seguirlo e cucire con lo sguardo il rizoma di un nuovo destino.

Sembra tutto scritto. Nostalgia, eccitazione, romanticismo, desiderio, timore, impazienza. Dentro uno specchio di cielo lacustre che è sempre lo stesso, eppure ogni sera cambia, fedele a quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

Harry Potter, magia senza età

Sul Corriere del Ticino Extra

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Non c’è pensiero che nascondiate che il mio potere non sappia vedere, quindi indossatemi ed ascoltate quale è la casa in cui rimanereVenite dunque senza paure, con me sarete in mani sicure.” Così sentenzia il Cappello Parlante indossato dagli studenti di Hogwards in procinto d’essere smistati tra le quattro Case: Grifondoro, Tassofrasso, Corvonero e Serpeverde. Nella saga letteraria e cinematografica l’annuncio del Cappello, uno tra gli infiniti oggetti magici del fantastico mondo di Harry Potter, è sempre atteso dagli studenti con un certo timore perché, si sa, il suo giudizio è solenne e incontrovertibile.

Anche alla Harry Potter Exhibition – approdata il 12 maggio alla Fabbrica del Vapore di Milano, dopo aver fatto il tutto esaurito in mezzo mondo – il Cappello Parlante accoglie il pubblico con la sua greve voce, scuotendo negli animi un pizzico d’inquietudine. Se i ragazzini e gli adolescenti innamorati del mitico mago bramano di vivere in prima persona un’esperienza finora solo vista sullo schermo o letta sui libri, una bimba molto piccola in braccio al papà scoppia in un pianto improvviso, evidentemente spaventata da un oggetto occulto e da una situazione a lei ancora non famigliare e, dunque, inquietante. Il papà sdrammatizza indossando con evidente orgoglio il Cappello Parlante e, giocando come un bambino, cerca di strappare alla figlioletta un timido sorriso di distensione.

È solo l’inizio del viaggio che parte dal binario 9 e ¾, dove l’Espresso sfreccia verso la scuola di magia più famosa del mondo, passando per la capanna di Hagrid, il campo da Quidditch, la Foresta Proibita e il dormitorio del Grifondoro. Un inizio che invita a una considerazione: la magia non ha età. Nella mente di un bambino si concreta senza i filtri della ragione in una dimensione essenzialmente inconsapevole, pertanto ancora più potente e coinvolgente, tanto da essere presa molto sul serio, spaventando o facendo sognare. Nella mente di un adulto può toccare sfere altrettanto pervasive e, anche se la maturità aiuta a tenere le distanze tra la ragione e l’illusione, la voglia di lasciarsi stupire, emozionare e catturare da forze magiche sconosciute risveglia un piacere ludico forse dimenticato.

Proseguendo la visita, attraverso le nove stanze che ricreano le ambientazioni autentiche di Hogwards, questo pensiero prende sempre più consistenza. Grandi e bambini, insieme, si lasciano rapire da questo leggendario mondo di maghi, catapultati in una realtà onirica dove le regole sono sovvertite: il buio profondo di ogni stanza accende l’immaginazione e al cospetto di bacchette magiche, alambicchi, spade, boccini d’oro, giratempo, scenografie e abiti strappati di dosso dai personaggi ed esposte qui, verrebbe voglia di trovarselo dietro le spalle questo piccolo grande mago dalla profonda umanità. Harry Potter, invece, non c’è. Così come non ci sono i suoi eterni amici e nemici, da Hermione, ad Albus Silente fino a Lord Voldemort, evocati insieme agli altri protagonisti dagli oggetti presi in prestito ai set cinematografici. Tali assenze sono palpabili: un vuoto tangibile aleggia nelle sale, come se mancasse l’afflato necessario a dar vita al mondo magico in cui siamo immersi. Questo vuoto che fa capire come tali personaggi, nati da uno straordinario guizzo creativo, siano entrati a far parte del mondo reale di almeno due generazioni. E contemporaneamente tale vuoto stimola la suggestione, perché la nostra immaginazione completa la teatralità delle situazioni contribuendo all’atto creativo. E allora è proprio nella mente di ogni visitatore che, durante questo viaggio esplorativo, si compie la magia trasformando ognuno in protagonista. Nessuno, infatti, tra il pubblico si sottrae all’esperienza di sradicare dalla terra la mandragola nell’Aula di Erbologia, e il pianto della creatura innaturale sorprende ugualmente grandi e piccoli, senza grandi spaventi questa volta. E chi non resiste al lancio di una Pluffa nella stanza del Quidditch, o di sedersi per un attimo sulla poltrona gigante della Capanna di Hagrid?

Nemmeno di fronte agli emblemi degli antagonisti di Harry Potter si perde la voglia di incontrarli per davvero: dallo svettante Disseminatore alla temibile Torre gigante della Pietra Filosofale fino agli Horcrux, tutto fa immaginare che il male sia lì, in agguato. E invece niente, anche la malvagità soccombe nel vuoto dell’artificio.

E mentre la Spada di Godric Grifondoro congeda i visitatori verso l’uscita, improvvisamente si riapre il sipario sulla quotidianità. Obbedienti alle regole della ragione, ci si lascia alle spalle il buio, l’occulto e il sogno, corrotti dagli immancabili gadgets, che nulla hanno a che vedere con le stregonerie di Harry Potter ma piuttosto con le strategie di marketing.

Un ultimo sguardo alla piccola in lacrime in braccio al papà: evidentemente ha superato il trauma dell’incontro con il Cappello Parlante e di questo fantastico viaggio nel mondo della magia le resterà almeno un ricordo, vivido e inequivocabile. Quello di una fotografia, sempre in braccio a papà, scattata dalle guide della mostra (per il modico prezzo di quindici Euro).

“Venite dunque senza paure, con me sarete in mani sicure …” La mostra sarà ospitata nella Fabbrica del Vapore fino al 9 settembre. C’è dunque ancora tempo per giocare. Grandi e piccoli sono invitati a mettersi nei panni di Harry Potter e recuperare con stupore quel pizzico di magia senza età che alberga in ognuno di noi.

L’incontro e il caso (Privé)

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“Una donna non sente. Una donna sa!”

Queste erano le parole esatte che mi rimbalzavano nella testa mentre camminavo nel sole, questa mattina in città. Parole che, passo dopo passo, coronavano un ragionamento ben distinto e che scolpivano la mia mente con precisione millimetrica, tanto da renderle evidenti sul mio viso, forse. Senza grande attenzione, scorgevo avanzare verso di me un individuo. Lo vedevo senza guardarlo. Sentivo il suo sguardo puntato addosso e più si avvicinava più percepivo la sensazione che, giunta a tiro, mi avrebbe rivolto la parola.

“Excuse me, do you speak english?” Lo sapevo: una donna non sente, sa!

Sorriso schietto, denti bianchissimi, pelle olivastra, capelli nerissimi. Forse un indiano o comunque un mediorientale sulla cinquantina, elegante e istintivamente simpatico. Dalla camicia colorata avrebbe potuto essere un turista ma la valigetta in pelle nella mano sinistra, i pantaloni scuri e le scarpe lucidissime tradivano la mission di businessman. Credendo avesse bisogno un’informazione stradale gli ho risposto cortesemente, anche se girovagava in me una sensazione di confusa incertezza.

“Mi scusi ma non ho potuto fare a meno di fermarla vedendola, vorrei dirle qualcosa di importante …” Proseguendo con un inglese perfetto, il signore si stava inoltrando per discorsi inattesi che mi rimbalzavano, per cui stavo per voltargli le spalle e andarmene nemmeno troppo garbatamente.

“La prego, ascolti, un attimo solo.” E lì qualcosa mi ha trattenuto, mi sono fermata e ho rincontrato quel viso divenuto molto serio seppur sempre sorridente, quasi supplichevole di fiducia.

“Lei è circondata da un’aura, un’aura speciale. Io la vedo, trasmette gioia, bellezza, vita …” Di fronte alla mia espressione di incredulità, prima che me ne andassi definitivamente davanti a quella che credevo fosse una chiara presa in giro, l’uomo s’è affrettato ad aggiungere:

“Le giuro che non la sto prendendo in giro, sono molto serio. Io vedo in lei qualcosa di importante, lei è una donna molto fortunata … un grande cambiamento sta per accadere nella sua vita.”

“Tutti vivono cambiamenti prima o poi, anche lei probabilmente … bene, buona giornata!” Tagliai corto, un po’ divertita ma anche un po’ turbata.

“Ma io vedo qualcosa di ben preciso che la riguarda, se vuole glielo dico… non desidera sapere cosa cambierà per lei?”

È stato a quel punto che ho capito. Ho capito che non era un caso quel che stava succedendo. Io avevo in qualche modo anticipato quel bizzarro dialogo appena quel misterioso signore era comparso al mio orizzonte, nel sole, vedendolo senza guardarlo. Ho capito che avevo paura mi parlasse, paura di sapere quello che avrebbe voluto dirmi. E ho capito che non volevo assolutamente sapere quale cambiamento, a suo sentire, mi sarebbe dovuto capitare.

Forse gli credevo. Del resto sono sempre stata convinta che ognuno di noi abbia un’aura e che si possa imparare a vederla, a leggerla, ma questo è privilegio di pochi. Che lui fosse uno di questi pochi capaci di vedere oltre? Mi piace pensare che sia così, tanto che sento il bisogno di scriverlo, di raccontarlo, forse per esorcizzare l’inquietudine di un incontro che ancora vibra.

Ho salutato con gratitudine il signore, pregandolo di non dirmi niente di più, perché non volevo sapere cosa mi sarebbe successo.

“Va bene, come vuole. Buona fortuna signora, la vita le sorride, sia felice!”

Dopo pochi passi verso la mia direzione, ho avuto un brivido. Con la pelle d’oca mi sono voltata per cercare il signore alle mie spalle ma non c’era più. Sono tornata indietro, ho percorso tutto l’isolato, allungando lo sguardo a caccia di una camicia colorata, di una ventiquattrore, di un sorriso bianco. Frugavo dappertutto ma niente, sparito.

Meglio così. Perché credo che gli avrei chiesto di continuare a raccontarmi, di farmi sapere. Pericolosissimo.

Tornando sui miei passi, un po’ trasognata, tornavo anche sui miei pensieri … “È proprio vero: una donna non sente. Una donna sa.”

La calamita (Privé)

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C’è un tempo per la semina e uno per la raccolta.

A un certo punto del cammino esistenziale s’impone una sosta di riflessione, dettata dall’inevitabile scorrere degli anni. I bilanci, si sa, bussano puntuali a ogni giro di boa (almeno) costringendo a soppesare delusioni e successi, rimpianti e speranze, timori e sogni. E può capitare che, guardandosi indietro, si veda la propria vita srotolarsi come una vecchia pellicola cinematografica, e ci si osservi non tanto in veste di protagonisti bensì di spettatori. O meglio, quel protagonista degli anni passati che andiamo a ricucire con il filo della memoria pare non corrisponderci più. Eppure è – siamo – la stessa persona, con la stessa testa e lo stesso cuore, perché addomesticare la propria natura è impresa assai ardua e poco ci si scosta dalla propria ombra per quanto la si fugga.

Si cambia solo in parte, ma fondamentalmente si resta in divenire quel che eravamo, come rocce che scolpite dai capricci del vento rimangono pur sempre macigni. Allora, riguardando quella vecchia pellicola cinematografica, affiora a volte la sensazione d’aver perso a tratti il controllo della propria esistenza, come se qualche forza misteriosa e irresistibile ci abbia fatto soccombere a tentazioni più potenti della nostra volontà. Si chiama passione, forse. Questa forza misteriosa e irresistibile che trascina via, lontano da ogni ragione, questa calamita che anche senz’accento può devastare, bruciare, annientare. È una forma di bulimia che non ammette compromessi, una fame ossessiva d’avere tutto o niente, mai poco.

Le passioni sono assorbenti, alimentano ma consumano e il rischio di restarne travolti è sempre in agguato. Ma vale la pena rinunciare? Vale la pena vivere senza rischiare? Vivere senza vivere? Dopo tutto anche le passioni possono essere educate e incanalate verso un ordine salvifico, come un’imponente massa d’acqua che anziché esondare viene arginata, mai assorbita o sperperata. E forse è questo l’unico vantaggio che l’inevitabile scorrere degli anni ci offre come raccolta alle nostre semine esistenziali: imparare ad abbandonarsi alle proprie passioni senza riserve, individuando possibilmente quel sottile equilibrio che fa la differenza tra una calamita e una calamità.

La primadonna extravergine di Montenero d’Orcia

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La Toscana è come uno scrigno, ovunque si volga lo sguardo si coglie un tesoro. Di “oro verde” si parla in questo caso, quello che viene stillato dal Frantoio Franci, gemma sbocciata negli anni Cinquanta sulla collina di Montenero d’Orcia, delizioso borgo adagiato sulle pendici dell’Amiata, in provincia di Siena. Recente è la scomparsa del patron del frantoio – Fernando Franci – che insieme al fratello Franco acquistò lo storico oliveto Villa Magra inseguendo forse un sogno. Un sogno portato a compimento insieme all’imprenditorialità del figlio Giorgio, il quale, negli anni Novanta, pensò bene di imbottigliare per la prima volta il meglio del raccolto: il Villa Magra, extravergine d’eccellenza. Fu l’inizio del successo. Dal 1996 ad oggi si sono moltiplicati i premi e i riconoscimenti internazionali per questo fruttato intenso, fiero capostipite delle successive etichette del Frantoio. Negli anni la filosofia dell’azienda si è evoluta pur restando fedele al valore della qualità. Nasce così nel 2000 il Villa Magra Gran Cru, frutto di un privilegiato mix di virtù ambientali tipiche del Chiusello, una frazione dell’oliveto in cui terra e vegetazione dialogano al meglio. Imbottigliato solo nelle migliori annate, il Villa Magra Gran Cru esce in bottiglie numerate, a dimostrazione della tutela di una qualità superiore. La “primadonna” extravergine Franci vanta una corte certamente alla sua altezza, tra cui Fiore del Frantoio, La Cinciallegra, Frantoio Franci e Frantoio Franci Toscano Igp, tutti extravergine di ottimo pregio, onesti nel prezzo e sinceri nel piatto. Le selezioni Franci – Delicate, Olivastra Seggianese, Le Trebbiane, Villa Magra – non sono solo declinazioni di eccellenza ma anche inequivocabili conferme di come un sogno possa diventare realtà.

www.frantoiofranci.it

L’occhio invisibile (Privé)

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C’è un retrogusto dolce nel sapore amaro di star poco bene. La sensazione di impotenza ai brividi di febbre diventa quasi un pretesto affinché ad ogni brivido segua una carezza, ad ogni fitta un abbraccio, ad ogni smorfia un sorriso. É il privilegio che qualcuno si prenda cura di noi.

Malesseri che sopraggiungono come temporali e che scuotono non solo il corpo ma anche le memorie, riportando improvvisamente indietro nel tempo. Quando la miglior medicina per una bambina era una mano fresca sulla fronte, seguita da due amorevoli labbra lievemente poggiate, che sapientemente indovinavano la febbre. Era già una cura, quella, come se tutto il calore che saliva a infiammare le tempie fosse in qualche modo placato dalla solennità dei gesti materni.

La dolcezza di sentirsi accuditi anche nei piccoli mali è impagabile. È il ritorno all’utero, al nido, alla casa. Quando si sta male, il tempo si ferma, tutto si concentra in quei sintomi che bussano rochi dentro le carni e impongono un rassegnato ascolto. Il resto, passato e presente, sembra una giostra su cui si è girato e girato e girato fino a perdere i sensi, cavalcando i colori della vita, diventando ciò che si è, quasi senza rendersene conto. Solo uno stop improvviso, a volte, apre quell’occhio invisibile che sonnecchia a metà tra il cuore e la mente. Quell’occhio che sorveglia le esperienze della prima infanzia proteggendole dall’inesorabile eruttare dell’esistenza.

È forse per la presenza di quest’occhio invisibile che, anche per un’adulta ormai, una mano fresca sulla fronte e due amorevoli labbra poggiate, rappresentano una cura quando sta poco bene. Anche da lontano, anche con il pensiero, anche con la voce, perché anche nell’assenza vince la presenza. E così ogni brivido di febbre si spegne sotto una carezza, ogni fitta si placa dentro un abbraccio e ogni smorfia si trasforma in un sorriso sempre acceso.

Il quadro più bello (Privé)

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Allungo lo sguardo fin dove le colline baciano le nuvole, gravide anche questa sera di ombre umide. E allaccio scorci. Spicchi di grigi, fette d’azzurri, coni di rosa, triangoli d’oro. Forme e colori diversi tra loro pennellano il cielo dopo la tempesta e la sagoma scura delle colline lacustri gioca a dar loro una vita propria, come se ogni scorcio fosse un quadro a sé stante, appeso al cielo, con una bellezza propria.

Mi ricorda la vita. Ogni squarcio di quest’etere notturno racconta un capitolo dell’esistenza. A volte grigia, altre azzurra, altre ancora rosa o d’oro. Quante le sfumature delle pagine degli avvenimenti che si susseguono, si accavallano, si mescolano e si fanno infine ricordi …

Si mescolano. Perché non è vero che ogni scorcio di cielo, che ogni capitolo di vita, che ogni ricordo dell’esistenza sia un quadro chiuso, a sé stante, separato dagli altri. La vita non è una collezione di attimi, così come questi effimeri scorci lacerati dalle colline in realtà si stringono mano nella mano, a raccontarsi segreti.

Il tempo unisce le distanze, fluidifica gli eventi, allaccia i sentimenti e cambia le persone. Inevitabilmente cambia e dipinge via via il cielo di umori sorprendenti, a volte armoniosi altre contrastanti, ma mai li cancella. Perché il comune denominatore allo scorrere dei panorami, esteriori e interiori, siamo noi. Noi siamo quel cielo dietro le colline, un’unica tela dove continuare a dipingere i nostri sentimenti, quelli che animano i ricordi e li piroettano fino al prossimo scorcio imbevuto di vita.

Tutto cambia, ma tutto resta e tutto continua.

E quando anche quell’ultimo scorcio sarà ricordo, ci sarà ancora il nostro sguardo ad allungarsi fin dove le colline baciano le nuvole. Magari non più gravide di ombre umide ma lievi come colorati arcobaleni da cavalcare per scavalcare le colline, e poter finalmente volare lassù per appendere al cielo il nostro quadro più bello.