Nell’abbraccio di Bologna

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Sono poche le città che raccolgono l’ammirazione unanime, sia dei visitatori, sia dei suoi abitanti. Bologna è senza dubbio tra queste. Non solo. Pensando a molte delle nostre belle capitali, spesso, l’indiscusso fascino va sottobraccio con qualche clamorosa crepa che mina la perfezione. Bologna, al contrario, pare salvarsi da questo rischio perché da qualsiasi lato la si osservi – che riguardi il suo passato o il suo presente, sotto l’aspetto culturale o economico, artistico o ricreativo, intellettuale o godereccio – si pensa subito ai suoi pregi e non ai suoi difetti. Così si fa amare al primo incontro. Più che un colpo di fulmine è l’avvio di un innamoramento. Prende consistenza via via che si approfondisce la conoscenza e sbocca in un sentimento che irrimediabilmente assorbe e cattura.

Bologna è femmina. Basta passeggiare sotto i suoi accoglienti portici per accorgersi dell’impalpabile abbraccio che avvolge, facendo sentire le persone protagoniste di un microcosmo armonioso e rassicurante. È femmina come la sua cucina, così odorosa, brodosa, generosa, completa. Una cucina che “merita una riverenza” come amava dire Pellegrino Artusi. Per questo, più che a una giovane donna avvenente, Bologna somiglia a una procace madre. Madre che alimenta con le sue tradizioni culinarie, che protegge sotto i suoi antri porticati, che diverte con la sua vena musicale, che educa con la sua storica università e, infine, che impone rispetto per i suoi solenni palazzi.

È facile sentirsi a casa qui. Anche il calore che trasuda dal riverbero rosseggiante delle mura, dei tetti e delle torri pare voler dare il benvenuto. Così, idealmente partoriti da questo bel ventre, è difficile non lasciarsi andare e assaporare tutto di questa generosa città.

Molte delle felsinee seduzioni sono nascoste tra le sue pieghe, un po’ come un tortellino fatto a regola d’arte che avviluppa nel suo cuore ripieno l’apice del sapore. È bene, dunque, regalarsi il tempo per esplorarla tutta con la dovuta lentezza. Magari partendo da Piazza Maggiore e respirare l’atmosfera medievale e rinascimentale dei suoi palazzi, solenne cornice del costante via vai di turisti che si mescolano ai tanti studenti e ai bolognesi stessi. Se non fosse per l’animata presenza di moltissimi giovani, qui il tempo parrebbe essersi fermato all’epoca di fanti, dame e cavalieri. D’obbligo una passeggiata da Piazza del Nettuno a Piazza di Porta Ravegnana per alzare il naso all’insù e arrampicarsi con lo sguardo fino ai quasi 100 metri di altezza della Torre degli Asinelli. L’impatto visivo che la Torre offre dall’alto è ancora più ipnotico e vale davvero la pena percorrere i suoi 498 gradini per gustarlo. Da lassù, l’aura accogliente di Bologna si spiega nel reticolo rosseggiante delle strade e delle viuzze medievali che rivelano un ordine geometrico dove pare impossibile perdersi. Anche se, sotto lo sguardo della Torre Garisenda con la sua stravagante inclinazione, perdersi in questa città potrebbe regalare il piacere di qualcosa d’inatteso. Dietro un angolo, sotto un portico, in un ristorante o in una bottega, serendipicamente. Perché, anche se palazzi, ville, chiese, teatri, musei e tutte le altre gemme storiche di Bologna la incoronano regina culturale e architettonica, è forse tra la gente che si coglie fino in fondo la sua vera anima. Così può capitare di sedersi al tavolino di una trattoria del centro, fare amicizia con l’oste e sentirsi raccontare con trasporto i segreti sconosciuti ai più sulle meraviglie dell’Archiginnasio o del Collegio di Spagna. Ascoltare la leggenda del Portico di Casa Isolani, i trascorsi della Bologna sotterranea o il mistero della drammaticità della Pietà di Niccolò dell’Arca attraverso la piacevolezza della cadenza bolognese – magari davanti a un piatto di tagliatelle e un bicchiere di Pignoletto – aggiunge un sapore in più a un menù già ricco. E se si avesse anche il tempo di uscire dal cuore storico della città, si verrebbe catturati anche delle sinuose curve che profilano i dolci colli bolognesi, altrettanto generosi di bellezze da esplorare. Tra abbazie, vigne e tartufi, ogni sosta nel verde che ossigena Bologna corona un’esperienza piena, schietta, totale. Il perfetto epilogo di un piacevolissimo viaggio tra sacro e profano che sazia corpo, mente e spirito, di cui non si può che rimanere eternamente innamorati.

FICO, la grande sfida

Se Bologna può essere considerata l’ombelico d’Italia, Fico mette l’Italia al centro del mondo. Questa la mission che campeggia sulla home page del più grande parco agroalimentare del mondo, inaugurato lo scorso 15 novembre. Fico Eataly World – Fabbrica Italiana Contadina – nasce per raccogliere e mostrare la ricchezza della biodiversità italiana in un unico immenso spazio dove avventurarsi con tutti i sensi. Non poteva che essere a Bologna!

I numeri di Fico sono impressionanti. 10 ettari percorribili a piedi o in bicicletta; 2 ettari dedicati a campi, orti e stalle con oltre 2000 cultivar e 200 animali; 700 posti di lavoro più l’indotto; 40 fabbriche per la produzione di carni, formaggi, pasta, tutto insomma; almeno 45 punti di ristoro, tra bistrot, ristoranti stellati e chioschi street food; 6 “giostre” educative dedicate a temi legati all’ambiente; decine di educational e di eventi al giorno; un centro congressi capace di ospitare fino a 1000 persone.

In pratica Fico si propone come una gigantesca vetrina permanente del buono e del bello del nostro Paese, raccontandone valori, tradizioni e innovazioni che legano mestieri, persone e territori. Oscar Farinetti, suo patron, è giustamente fiero della sua creazione e si conferma fiducioso sul futuro di Fico, contando su cifre sempre maggiori, soprattutto di visitatori. Mezz’ora di navetta dalla stazione di Bologna e si entra gratuitamente tutti i giorni in quella che è stata ribattezzata la Disneyland del cibo.

Certo, si deve ammettere anche che dietro l’immagine contadina che il parco sfoggia si innerva un calcolato business mosso da affilate scelte strategiche. Il rischio è che ciò che si mostra a Fico sia “solo” una selezione elitaria di una realtà più complessa e contradditoria che resta esclusa dal grande spettacolo. Perché la realtà agroalimentare non è fatta solo di “buono e bello” ma anche di sudore e fatica, di raccolti persi a causa delle intemperie, o di pandemie che colpiscono i pascoli e piantagioni. Tuttavia, è anche per fronteggiare meglio questi rischi che ha senso la sfida lanciata da Fico, per far confluire attenzione, risorse e rinnovata passione sull’agroalimentare italiano, trovando in Bologna la sua vetrina ideale.

A tavola la riverenza è d’obbligo

La cucina bolognese mette tutti d’accordo. Che si tratti di un boccone di parmigiano reggiano acceso da aceto balsamico o di un profumato affettato di mortadella o, ancora, di un piatto di capelletti o tortellini freschi in brodo di cappone, è impossibile restare insoddisfatti. La riverenza è d’obbligo. I sapori pieni e sinceri della tradizione resuscitano anche nelle più audaci rivisitazioni quando la materia prima rispetta i valori della terra e della lavorazione. Fico offre l’eccellenza della ristorazione con un ventaglio di soste del gusto che accontentano tutti i palati: un elogio alla dieta mediterranea, alla salute e al benessere. Ristoranti stellati e trattorie, bistrot e chioschi, pizzerie e caffè promettono il meglio del cibo nel rispetto dell’ambiente e degli sprechi. La filosofia è quella di utilizzare in cucina solo ciò che viene prodotto e lavorato all’interno di Fico: un circuito chiuso, un anello perfetto. “Fico”! E una volta usciti da lì, com’è bello rituffarsi per le strade rosseggianti di Bologna e sedersi, così a caso, al tavolino di qualche sconosciuta osteria, richiamati semplicemente da quel buon odore di cucina che sa di casa.

Su Bubble’s Italian Magazine n. 5, “Italian good living”

Unheimlich, il perturbante che c’è in noi (Privé)

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Capita a volte che tanta bellezza susciti inquietudine. La luna rossa che la scorsa notte ha ipnotizzato il mondo per oltre un’ora era profondamente perturbante. Almeno per me.

Perturbante come Freud definiva quel moto d’animo sospeso tra la sensazione di famigliarità e di estraneità che si prova al cospetto di un “oggetto” estremamente espressivo. Qualcosa di così coinvolgente da attirare e spaventare allo stesso tempo, di pericolosamente irresistibile, tanto da non poter distogliere lo sguardo. Tanto da struggersi fino alle ossa e desiderare di esserne sopraffatti.

È un piacere estetico che turba le pieghe dell’anima. Un’opera d’arte può suscitare facilmente questo sentimento ma ancor più la natura attraverso le sue infinite manifestazioni. La differenza tra il perturbante di un’opera d’arte e il perturbante della natura è il senso d’impotenza che accompagna la seconda. Piccole creature impotenti siamo tutti noi di fronte all’inevitabilità dei meccanismi naturali, spesso imprevedibili, bellissimi e terrificanti, ai quali non possiamo sottrarci come di fronte alla magnificenza di un dipinto.

Così, quella sfera rosseggiante gravida di vita che ha acceso il cielo la scorsa notte rivelava, insieme alla sua disarmante bellezza, anche tutta la piccolezza e la precarietà di noi esseri umani, fugaci comparse di una sceneggiatura senza copione. Quello spazio di cielo contemplato come un dio dal gregge umano svelava la nostra impossibilità di essere registi dello scorrere degli eventi e padroni del nostro tempo. Tempo che, come un’eclissi, ci rapisce piano piano al palcoscenico della vita, subdolamente, abbindolandoci con ingegnosi trucchi quotidiani per renderci più dolce, forse, l’inesorabile cammino.

Dopo tutto, anche una notte di luna rossa, per quanto bellissima, non dura per sempre …

Teatranti tra tanti (Privé)

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Giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri. Cittadini e turisti.

La bella Lugano in questi giorni è ancor più multiforme della sua colorata quotidianità. Il Buskers Festival – il festival degli artisti di strada – sta vivendo in pieno la sua decima avventura, in un susseguirsi di esibizioni e di eventi che sposano la precisione della programmazione svizzera con l’improvvisazione dello spirito creativo internazionale.

Camminando qua e là per la città e osservando i volti della gente, è persino difficile distinguere artisti e spettatori, tanto contagiosa è la stravaganza che vibra nelle piazze, nei parchi e sul lungolago alberato. Si respira la voglia di esprimersi in libertà, di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare, di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro. Portando per strada, appunto, il proprio talento, più o meno prezioso e comunque mai pretenzioso perché libero di pregiudizi.

È così che anche una mattina nata in bianco e nero, sotto una pioggia vagamente autunnale, s’è scaldata piano piano in un arcobaleno in scena, sotto i riflettori di un generoso sole e sullo sfondo di un lago pronto ad accogliere intrepidi tuffatori incuranti del brivido. Sì, perchè anche i protagonisti del Cliff Diving sono artisti in queste ore qui, angeli in volo sui riflessi lacustri. Una cornice perfetta per una città che ogni giorno si reinventa, sempre più viva e sempre più bella nella sua ordinata giostra senza sosta.

E quando giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri se ne saranno andati, portando con sé i propri fagotti pieni di emozioni, a Lugano resteranno i cittadini di sempre e qualche affezionato turista. Un nuovo spettacolo andrà per loro in scena. Quello solito, quello di tutti i giorni. Animato di qualche maschera in più, forse, ma contagiato dalla stessa voglia di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare e di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro.

Dopo tutto, siamo tutti artisti di strada, ogni giorno attori e spettatori. Teatranti tra tanti.

L’istante perfetto (Privé)

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La voce del vento anticipa l’odore della pioggia. L’attesa del temporale sembra dilatare il tempo e crea una sospensione surreale che cuce lago e cielo. Le nuvole s’agitano in un tumulto multiforme mentre la superficie plumbea dell’acqua s’arriccia in argentee capriole.

È uno spettacolo stare a guardare questo teatro naturale. È musica ascoltare le cime dei cedri che sbracciano scomposte nel vuoto cercando di afferrare l’invisibile scorrere dei secondi, allacciarli tra loro come perline e farne una collana da indossare in questo istante. Come fosse per sempre.

Una barca azzurra s’affretta a rientrare sotto costa mentre qualche gabbiano danza basso assecondando gli schiaffi delle folate. E ridono e piangono i gabbiani, in un dialogo altalenante di allegria e di lamento. I loro canti sembrano fluttuare tra gli estremi stati d’animo che questo panorama irrimediabilmente incute. Da un lato tutta la meraviglia della natura in attesa della pioggia, acqua benedetta che tutto anima e nutre. Dall’altro la drammaticità dell’impotenza, la totale sottomissione dell’essere umano alla volontà della terra, tanto generosa quanto prepotente nel suo imprevedibile elargire.

Non resta che stare qui in attesa, in riverente contemplazione, privilegiata comparsa di questo melodramma in divenire, insieme alle braccia scomposte dei cedri e alle risate amare dei gabbiani. Mentre anche il vento s’arrende alle prime frecce di pioggia e la barca azzurra sfuma in lontananza, proprio là, in quell’istante perfetto, in cui il lago bacia la collina.

Parole per ‘caso’ (Privé)

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Una pagina bianca somiglia al silenzio.

Un immenso vuoto da riempire di musica, di colori, di vibrazioni. Basta poco, basta un soffio per riversare in quella voragine immacolata un arcobaleno di emozioni. Basta il desiderio di sprofondare, senza temere di lasciarsi andare. Scavare nelle sconfinate paludi del buio, avventurarsi nei labirinti del vuoto in una trascinante rêverie.

La scrittura, così come l’arte in ogni sua veste, è una forma di esibizione, è vero. Eppure esiste anche una dimensione di scrittura privata, intima, in cui chi scrive risponde innanzitutto al bisogno di svuotarsi, senza regole, senza confini. E senza fini.

Scrivere per se stessi, non per altri. Spogliarsi d’ogni vanità per scoprire la bellezza della nudità. Ecco a cosa somiglia questo coito creativo tra mente e cuore. Il rischio di essere letto e non capito è irrilevante. L’importante è partorire, rispondere d’istinto alle parole che bussano senza troppo riguardo e che s’impongono al proprio sguardo.

Cavalcare il piacere di scrivere, dunque, per guardarsi allo specchio. Così, stando nudo davanti a quel riflesso, chi scrive può trasformare una pagina bianca in romanzo e il silenzio in musica.

Poi, può anche capitare che un lettore inciampi, forse per caso (per chi ancora al caso crede), in quella cianfrusaglia di parole ruzzolate fuori dall’urgenza di trovarsi. E che ne colga, sempre per caso, un’intrinseca bellezza. Quella della nudità, appunto.

È da quest’incontro che la musica prende corpo e la pagina bianca si trasforma in danza. Una danza tra chi legge e chi scrive. Tra te e me … che al caso non crediamo.

Soffi di danza (Privé)

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Una candela può spegnere le stelle. Fa l’amore con il vento la fiammella, danza sensuale nel silenzio caldo della notte.

Ombre e luci che si rincorrono al rallentatore. Mentre in sottofondo il clamore di un trionfo non sentito sfuma nel vuoto di una porta semiaperta. Come sembra lontano ciò che sta attorno. E come invece s’incolla sulla pelle quel che si ha nel cuore.

Cuore di una fiammella che fa l’amore con il vento, danza sensuale nel silenzio della notte.

Basta una candela per spegnere le stelle. E accendere, a soffi di danza, il vento caldo della notte.

 

La forma del tempo (Privé)

 

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Tracce. Tracce dei nostri gesti, dei nostri discorsi, dei nostri silenzi. Tracce di noi.

Di ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci, reciprocamente.

L’impronta delle labbra sul bicchiere, l’asciugamano profumato sul letto, un capello tra i cuscini del divano, la solita maglietta abbandonata sulla maniglia di una porta a caso e quel composto disordine nell’aria che si mescola all’odore di un piacere appena evaporato.

Quest’improvviso vuoto fatto di impronte ancora calde si riempie di pensieri che leccano di nostalgia le nostre ombre languidamente allacciate nel sole di un giorno che sta per morire.

Il tempo assume una sua precisa forma seguendo le tracce seminate in ogni stanza. Così come, unendo con la matita i punti numerati di un enigmatico sentiero, compare sul foglio un disegno, tanto inatteso quanto coerente.

Nessuna matita, nessun foglio, nessun enigma, qui. Solo tracce.

Presenze scolpite nell’aria. Gesti, discorsi, silenzi che sfumano e che tuttavia restano, nonostante lo scorrere delle ore. Quelle ore che ogni volta separano e congiungono l’attesa dal commiato. Ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci e per dare al tempo la forma che vogliamo. Quella del sole di un giorno che non vuole morire.

Nel cuore verde dell’Emmental

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Nell’aria solo il sibilo delle poiane a caccia di prede, tutt’attorno è quiete. Cascate di verde, ruscelli di fieno e laghi di mais. Il susseguirsi di colline che si srotolano nella regione prealpina dell’Ämmitau – ovvero Emmental – accoglie come un ventre materno. L’alternarsi di prati, boschi e campi coltivati a granoturco e spelta anima una tavolozza di sfumature verdeggianti che innamora lo sguardo. È un teatro naturale in divenire, ancora più vivido e brillante se abbeverato da un sole che pare rubato al mare.

I sentieri che serpeggiano tra le anse delle colline sono le vene della regione e percorrerli in bike regala una sensazione di libertà che commuove. Ci si sente parte stessa della natura e, con un po’ d’immaginazione, ci si sente risucchiare dentro l’anima delle valli fino a diventare clorofilla e scorrere come linfa vitale verso una rigenerazione spirituale. Anche il silenzio che qui regna induce alla fusione con le piante, uno sposalizio tra anima e corpo consacrato dalla purezza della natura e battezzato dal fiume Emme che disseta queste terre.

Da Burgdorf alla Herzroute

Eppure, non lontano, città dai profondi trascorsi storici sorvegliano questo paradiso verginale. Burgdorf è il centro più importante della regione, raggiungibile in soli 15 minuti d’auto o treno da Berna. La bellezza dell’Emmental è anche questa: la facilità con cui si scivola dalla cultura alla natura, grazie ai collegamenti rapidi con le città che portano direttamente a Langnau, dove si possono noleggiare le Flyer E-bike e vivere in libertà la Herzroute, la strada del cuore.

La Hertzroute è la “mutter” (la madre) del circuito più lungo che porta fino a Napf. Tanti, infatti, sono gli itinerari che si diramano da qui, per tutte le esigenze e i livelli di allenamento, da percorrere a tappe per ricaricare i motori delle bike, oltre alle proprie energie. Certo è che abbandonarsi per una giornata all’ebbrezza di volare su due ruote nel silenzio di queste valli accende il desiderio di prolungare l’esperienza, o meglio ancora di ritornare per disintossicarsi dai lacci della quotidiana routine.

Emmentaler, i buchi più buoni del mondo

Disintossicare lo spirito e la mente ma anche carburare il corpo. Perché qui, nella regione dell’Emmental, l’accoglienza è fatta anche di sapori e di tradizioni eccellenti. Il filo conduttore degli oltre 200 ristoranti disseminati tra le colline è il formaggio con i buchi più famoso al mondo, che dalla zona prende il nome. L’Emmentaler non è solo cibo: è cultura, è valore, è sintesi di esperienza e passione che gli allevatori e i casari della zona difendono e diffondono con orgoglio. In origine gli agricoltori e gli allevatori di queste valli facevano il formaggio unicamente per il proprio sostentamento, e durante i lunghi inverni quest’alimento ricco di grassi e proteine rappresentava tutta la ricchezza delle famiglie. Oggi l’Emmentaler è diventato un marchio di qualità protetto che rispetta la stessa ricetta di un secolo fa, fedele al latte raccolto esclusivamente dalle mucche che pascolano qui, nutrite naturalmente. Una visita alla Schaukäserei (la fabbrica del formaggio) introduce in un mondo tutto da annusare e da gustare ma soprattutto da capire. Grazie alla presenza di Mimmo – un’istituzione qui – è possibile scoprire ogni piccolo e grande segreto di questo vanto svizzero con i buchi, dalla raccolta del latte alla vendita in negozio. A proposito di buchi: sono fondamentali affinché l’Emmentaler possa superare i rigorosi controlli, meritarsi il massimo punteggio ed essere quindi offerto al consumatore più esigente. La dimensione dei buchi è conseguenza della cagliata, della fermentazione in cantina e della stagionatura che arriva fino a trenta mesi: se i buchi non sono belli, spiega Mimmo, il formaggio non piace e non viene venduto anche se è ottimo. Le dimensioni perfette dei buchi per il mercato svizzero sono equivalenti alle monete da 20 centesimi o al massimo di 2 franchi, mentre il mercato italiano (che fa maggiore richiesta di Emmentaler rispetto a quello svizzero) predilige buchi più grandi, a parità di gusto. Evidentemente gli Italiani preferiscono le monete da 5 franchi!

Switzerland Summer

Kambly, la sosta più dolce della Valle dell’Emme

Oltre al formaggio, queste valli ospitano un’altra eccellenza squisitamente locale: il Kambly Museum, la fabbrica dei biscotti Kambly, medaglia d’oro della tradizione dolciaria svizzera. Fondata da Oscar Kambly nei primi anni del ‘700, la fabbrica ha tramandato nei secoli la ricetta originale e ancora oggi i famosi Bretzeli sono prodotti utilizzando la farina proveniente dal mulino del villaggio di Trubschachen. Nata da un accordo sugellato con una semplice stretta di mano, la famiglia Haldemann persegue con dedizione una tradizione alimentata già da cinque generazioni. Una sosta qui dopo aver volato in bike addolcisce il cuore: è un’esperienza multisensoriale nella vera accezione del termine, perché oltre ad assaggiare le centinaia di qualità di biscotti, si può imparare a farli direttamente, guardare video che ne raccontano la storia e conoscere i maestri in toque blanche che mirabilmente sfornano e ricamano biscotti e cioccolatini.

Nel 2010 Kambly ha festeggiato il suo centesimo anniversario. Da allora il treno Kambly viaggia tra Berna, Trubschachen e Lucerna, collegando così tra di loro le mete di escursione lungo il percorso. Un motivo più … dolce per immergersi nel cuore verde dell’Emmental!

Switzerland Summer

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Per valli e per monti in bici da corsa, su single trail di ogni livello in mountain-bike, costeggiando fiumi e laghi o attraversando borghi da cartolina in bici e in e-bike: la Svizzera è un paradiso per chi sceglie le due ruote. La bicicletta, in tutte le sue varianti, permette di scoprire un’incredibile varietà di paesaggi fatti di maestose cime, dolci colline e ampie pianure costellate da villaggi autentici e vivaci città. Ci sono percorsi per ogni condizione fisica e per ogni tipologia di ciclista: dal cicloturista al patito di gran fondo che sfida la sua tenacia affrontando salite impegnative.

Accogliendo la richiesta di un pubblico meno sportivo, sono stati ideati degli itinerari con il flyer, meglio nota in Italia come e-bike, con la possibilità di noleggiare questo mezzo ecologico – alimentato da energia elettrica – lungo il percorso. L’e-bike permette di superare facilmente i dislivelli poiché fornisce una spinta supplementare a quella impressa dalla pedalata.

Punti di forza dell’offerta elvetica sono l’integrazione con i trasporti pubblici, la presenza di una segnaletica uniforme e capillare e la disponibilità di informazioni dettagliate e gratuite per pianificare il proprio viaggio: lunghezza, dislivello, noleggio, cartografia, ristoranti, tappe e punti di interesse lungo il percorso. Gli itinerari per bici (11’000 km) e mountain-bike (9’500 km) sono contraddistinti da cartelli rossi numerati: i numeri di una sola cifra indicano i percorsi nazionali, quelli a due cifre i regionali e quelli a tre cifre o non numerati i percorsi locali.

Per rendere ancora più confortevole un’avventura su due ruote è stato creato il marchio Swiss Bike Hotels che certifica gli alloggi – dal rifugio all’hotel wellness, dal raffinato hotel urbano al garni per famiglie – a misura di ciclista. Sono 85 in Svizzera questi hotel che offrono deposito al coperto, lavaggio dell’abbigliamento sportivo, servizio officina e proposte di tour.

 

 

Tornare a volare (Privé)

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Tornare a casa. Slacciare le stringhe e liberarsi delle scarpe. Ritrovare sotto i piedi il vento, tra le mani il sudore, negli occhi la bellezza del verde, del sole, della libertà.

Sono bastate poche ore nel cuore della Svizzera per rinvenire, nella bella Valle dell’Emme, là dove nasce il formaggio coi buchi più famoso al mondo. Ma questa è un’altra storia, perché i sapori alimentano il corpo, mentre le emozioni nutrono l’anima.

E così, una volta tornata alla quotidiana routine, nella mente riaffiorano le immagini di quel teatro naturale in divenire appena lasciato dietro le spalle e anche l’anima, con un soffio di malinconia, se ne riabbevera.

Cascate di verde, ruscelli di erba, laghi di mais. Tutto in questa regione fluttua tra terra e cielo in un silenzioso, ondulante progredire. Attraversare queste valli in bike dà un’assurda sensazione di liquidità, come se si diventasse parte stessa della linfa che scorre nelle vene delle valli per farsi pianta, per farsi sole, per farsi vita.

E puntuale sboccia nel cuore un senso di gratitudine quando, dopo la fuga dalla quotidianità, raccolgo il ghiotto bottino di colori, di odori, di vibrazioni e di emozioni che ogni viaggio dona. Soprattutto quando raggiungo un punto di totale fusione con la natura, che annulla il confine tra esterno e interno, tra Lei e me. Come questa volta.

Tornare a casa e scrivere per ricordare, per rivivere, per immortalare. Pronta ad infilare di nuovo quelle scarpe che mi hanno fatto volare sull’onda di un’inattesa avventura emozionale…

Pensieri nebulosi (Privé)

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E se le nuvole fossero pensieri?

Pensieri sputati in aria da ogni cuore che sente, che pensa, che tace.

Rosa, azzurri, grigi, bianchi. Rossi di desiderio, viola di vergogna, lividi di vita. Cambiano forma, misura, spessore. Facce di vecchi, musi di cani, pinne di pesci. Acquatici e aerei, palpabili ed eterei, persino odorosi, se sai estendere i sensi fino a confonderti con quelli delle creature che vedi scorrere in cielo.

Vien voglia di prenderli in mano questi pensieri, scolpirli come pongo tra le dita, per farne quel che vuoi e adorarli come feticci d’amore. Tu li crei e poi ne sei schiava.

Se le nuvole fossero pensieri, tutto sarebbe possibile. Anche trasformare un brutto sogno in promessa o un momento sbagliato in scommessa.

Ma, forse, sono i pensieri ad essere nuvole. Nuvole che piovono sull’anima.

 

Bangkok, la Città degli angeli

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Tradizioni secolari e ponti sul futuro, sacro e profano, dolce e piccante, caos e quiete. La capitale della Thailandia è la regina dei paradossi, la maga dei contrasti. Perdersi nei vortici tentacolari della “Città degli angeli”, dal nome ”Krung Thep Maha Nakhon” donatole dal re Rama IV, è forse l’unico modo per indovinarne l’anima dai mille volti. E per decantare le vibranti emozioni assorbite tra mistici templi, stupa dorati, solenni Buddha e odorosi mercati, ecco le soffici spiagge che, non lontano dal cuore frenetico della città, invitano a scoprire anche il piacere di vivere il mare, nel relax o nel divertimento.

Pattaya non ha bisogno presentazioni, essendo la spiaggia più rinomata del Paese. A 150 km. da Bangkok è il paradiso degli amanti della vita mondana, delle emozioni notturne ma anche degli appassionati di sport acquatici. Hotel, ristoranti, caffè e discoteche vestono questa località di un’attrattiva accattivante e festaiola, senza nulla togliere alla seduzione del mare. Campi da golf, parchi tematici e zoo completano il già ricco ventaglio di svaghi, adatti dunque anche alle famiglie.

A sud est di Pattaya si può raggiungere Rayong, incantevole per la sua naturalezza non ancora corrotta dal grande turismo. Un tuffo nel blu non lontano dalla mondanità.

A circa 200 km. da Bangkok, Hua Hin è una delle spiagge più esclusive, prediletta dai membri delle famiglie reali thailandesi e dai personaggi benestanti. L’accoglienza è dunque all’insegna del lusso e della raffinatezza ma anche del dinamismo. Qui, infatti, si tiene il festival internazionale di kitesurf, sport praticato tutto l’anno da principianti e professionisti grazie al favore dei venti.

Vale la pena scendere una quarantina di km. da Hua Hin e raggiungere Pranburi per immergersi in un’oasi ancora incontaminata, lontana dal caos, perfetta per chi ama il silenzio e il relax. Prediletta dalle famiglie in cerca di quiete, questa spiaggia lambisce un entroterra ricco di parchi naturali in cui avventurarsi a piedi o in bike, al riverbero della brezza oceanica.

Cha-Am, a circa due ore da Bangkok, è molto amata per il suo stile semplice, fedele alle più autentiche tradizioni thailandesi. Perfetta per le famiglie e per i non più tanto giovani, questa spiaggia offre hotel, ristoranti e negozi all’insegna di un’accoglienza squisitamente famigliare.

Anche Bang Saem, a circa due ore d’auto dalla capitale, invita al relax e all’atmosfera languida in perfetto stile thailandese. Interessante anche per i prezzi non elevati.

A poco più di 200 km. da Bangkok, Koh Samet è un’isola da sogno che vale la pena raggiungere per godere delle sue distese di candida sabbia. La sua verginale bellezza pare confermare che, giungendo qui, si viene davvero accolti tra le braccia della “Città degli angeli”.

Atmosphere Luglio 2018

All’ombra quieta del tempo (Privé)

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Imponente eppure gentile. Solido eppure fragile. Orgoglioso eppure umile.

Sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia trasmette la sensazione di un rassicurante abbraccio. Creatura secolare, cresciuta fiera e fedele alla sua terra, l’Eucalyptus che s’erge nel cuore di un’oasi verde a Melide, sul Lago di Lugano, somiglia a un buon sovrano in meditazione. Un santo, meglio. Perché quel suo srotolare i rami verso il cielo, come braccia verso Dio, evoca una sorta di silente venerazione, di preghiera laica.

Al fascio fitto e tentacolare dei rami, inteneriti dalle foglie lanceolate, fa da controcanto il tappeto innervato di radici che s’allungano come serpenti a caccia di cibo, facendosi largo nella terra. Ne tocco con pudore gli estremi e con le dita ne seguo il tragitto finché si fanno sempre più robuste, inerpicandosi in un labirinto sempre più contorto.

Ha un che di sensuale questo inesorabile scorrere della vita, qualcosa di ancestrale che riporta alle origini. Sono le sue vene quelle. Lì dentro scorre il suo sangue, che si fa linfa, e risale copioso abbeverando il tronco nerboruto che rivela tutta la bellezza di una faticosa crescita.

A tratti ferito e lacerato, ma compatto e combattivo nel suo divenire, parla del tempo questo Eucalyptus, del tempo passato a sopravvivere lì dove è nato. E quelle radici che spiccano il volo, così testarde e capricciose, evocano tutta la forza di chi s’aggrappa alla propria terra difendendo un diritto che solo la Natura dovrebbe sancire. Forse per questo, paradossalmente, quel succhiare con ostinazione la vita evoca in me anche tutto il dolore di chi, invece, alle proprie radici è stato strappato.

Immaginare quell’albero così vivo, talmente vivo da percepirne il respiro, la voce, lo sguardo, immaginarlo violato delle proprie fondamenta e rapito alla propria culla fa male. Sa di ingiustizia, di colpa, di morte.

Ma è lo stesso Eucalyptus a spazzar via le immagini sanguinose che mi sfiorano. Con le sue fronde leccate dal vento pare salutare il sole, grato del suo calore. Calore che lui stesso restituisce con la sua presenza a chi, come me, ha il privilegio di sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia. Anche solo per un momento. Sufficiente per pensare, per sentire, per ringraziare.

Tra le tue ali (Privé)

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Credevo d’esser sola. Invece quando ho schiuso gli occhi leccati dal sole e ho posato lo sguardo sull’acqua appena sotto il molo di legno, ecco comparire la meraviglia. Il cigno che a lungo avevo spiato covare a ridosso di un riparo, non poco lontano da lì, si era finalmente sentito libero di abbandonare il giaciglio ancora umido di fatiche per inoltrarsi nel lago. Buon segno. Segno di fiducia, di rinascita, di futuro.

E di fatti era così. Dopo qualche passo di danza sull’acqua guardandomi di sbieco, sperando forse in un provvidenziale boccone, ecco che dal suo candido manto piumato era sbucato curioso il frutto della sua attesa. Il piccolo cigno, appena sbocciato alla primissima estate, aveva sete di aria, di sole, di novità. Come me. Stava lì nel cuore delle grandi ali materne, come un principe su un tappeto volante in procinto di catapultarsi verso il proprio destino.

E d’istinto, guardando quel miracolo, mi son sentita raccolta e cullata anch’io da quel paio di maestose ali. Un po’ invidiosa, un po’ gelosa, di sicuro vogliosa di immergermi anch’io lì, sprofondata in quel soffice, caldo abbraccio che difende, protegge, conserva e alimenta.

Credevo d’esser sola. Invece ho capito d’essere ‘solo’ fortunata. Perché anch’io ho un paio d’ali calde che difendono, proteggono, conservano e alimentano. Sempre. Anche quando il sole si spegne, il silenzio cala e i cigni in amore tornano al proprio nido, fedeli al proprio destino…  Come me.

Ode al vino, figlio stellato della terra

4 Az.Vinicola Metinella

Là dove la natura sposa la storia nascono dei vini capaci di raccontare le tradizioni di una terra che innamora al primo sguardo. Siamo nel cuore della Toscana, in provincia di Siena, dove il solo nome “Montepulciano” evoca la bellezza, il piacere e l’emozione del buon bere. L’azienda agricola Metinella di Stefano Sorlini nasce nel 2015 da un intenso lavoro di riqualifica del territorio che ha dato nuova vita ai vigneti: 22 ettari di terreno, di cui 18 vitati e benedetti da un microclima privilegiato. I terreni, infatti, sono franco sabbiosi di originepliocenica e godono di una esposizione ottimale da est a sud. Vi sono piantate vigne di Sangiovese, Mammolo, Colorino, Canaiolo e ulivi.

Montepulciano è una terra straordinariamente vocata alla viticoltura, un ambiente unico, un luogo di antica e gloriosa tradizione nella produzione vinicola verso cui nutriamo un grande rispetto e un grande amore – racconta Stefano Sorlini – Perciò abbiamo scelto di lavorare nel completo rispetto della natura, escludendo ogni forzatura e l’utilizzo di prodotti chimici. In questi primi anni, ci siamo impegnati moltissimo sia in vigna che in cantina, per ottenere il meglio dalle nostre uve e creare dei vini di spiccata personalità, che esprimano al meglio il terroir.”

La cantina

Non solo i vigneti sono stati riqualificati con lungimiranza ma anche la cantina dell’azienda è stata totalmente rinnovata, grazie all’istallazione di un impianto per il controllo della temperatura e dell’umidità della bottaia, alla sostituzione delle botti, ora di rovere da 25 e da 50 ettolitri, formato ideale per ospitare il vino durante la conversione malolattica e il successivo affinamento. Un necessario upgrade per ospitare i vini nobili partoriti da queste colline.

I vini 

Portabandiera dell’azienda è Burberosso, Vino Nobile di Montepulciano DOCG, seguono Rossodisera, Rossorosso, Ombra, Ora e 142-4.  I nomi evocano quelli dei primi appezzamenti acquistati da Stefano Sorlini e le etichette, eleganti e minimaliste, riportano la silhouette dei due cipressi che svettano sul viale d’ingresso. L’armonia del lavoro dell’uomo con i frutti della terra traspare, infatti, anche dalle bottiglie della cantina Metinella, volutamente sinuose, cristalline, ognuna con un tocco di poesia. “Ma non soltanto amore, bacio bruciante e cuore bruciato, tu sei vino di vita, ma amicizia degli esseri, trasparenza, coro di disciplina, abbondanza di fiori”. Con questi versi di Pablo Neruda si presenta Ombra, il Bianco Toscana Igt, che sfila accanto ai grandi rossi, anch’essi accompagnati da una vena poetica che ne rivela l’anima. Una chicca dell’azienda è il Vino Nobile di Montepulciano 142-4: il nome nasce dall’appezzamento foglio 142 particella 4, battezzato Vigneto Pietra del Diavolo per la fitta presenza di rocce che costringono le radici ad espandersi in larghezza anziché in profondità, raccogliendo così dalla superficie del suolo tutti i profumi stimolati dal sole. Così nasce un “vino, stellato figlio della terra”, come direbbe Neruda.

L’ospitalità

Metinella è anche accoglienza. La cantina, infatti, è un’occasione per visite guidate e degustazioni su prenotazione. Ad accogliere gli enoturisti o semplicemente gli appassionati dei sapori genuini, il Wine shop e l’Agriturismo dove vengono proposti piatti leggeri e salutari garantiti dai prodotti locali e dagli ortaggi coltivati qui con la stessa passione delle vigne. La cucina tradizionale toscana rinasce attraverso una reinterpretazione originale che seduce anche i palati più esigenti.

E dopo i piaceri della tavola quelli della natura. Vengono, infatti, organizzati tour di varia durata e tipologia con visite guidate alle vigne e alla cantina, oltre a passeggiate tra i vigneti a piedi, in bici a cavallo o, per i più pigri, in jeep. E per i veri intenditori, infine, un tour di approfondimento sull’evoluzione del vino in invecchiamento con degustazione da botte del Vino Nobile di Montepulciano.

www.metinella.it

 

La segreta bellezza (Privé)

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È sempre lo stesso cielo eppure ogni sera cambia. Cambia vestito. Si colora di nostalgia, di eccitazione, di romanticismo, di desiderio, di timore, di impazienza. È uno specchio d’aria infinito, questo cielo lacustre, uno specchio in cui riversare i propri cangianti stati d’animo, un mare in cui volare senza veli per raccogliere sulle ali dei pensieri qualche ricordo, qualche sogno, qualche silenzio.

Liberi di sentirsi se stessi, appartenenti a quel timido rosa cipria che si fa rosso scarlatto all’orizzonte, proprio là dove lo sguardo va a morire insieme all’ultimo sole. Finché il manto blu della notte sopraggiunge inclemente, come un soffio d’alito su una languida fiammella, e allora ancora una volta il cielo si sveste e si riveste. Pare una donna che si fa semplicemente bella per quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

Pelle. Nuda pelle profumata di champagne, paillettes, brillantini, argento e oro. Luna e stelle accendono di vita questo cielo senza sonno, solo la sciabolata di un aereo disegna un cammino, facile seguirlo e cucire con lo sguardo il rizoma di un nuovo destino.

Sembra tutto scritto. Nostalgia, eccitazione, romanticismo, desiderio, timore, impazienza. Dentro uno specchio di cielo lacustre che è sempre lo stesso, eppure ogni sera cambia, fedele a quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

Harry Potter, magia senza età

Sul Corriere del Ticino Extra

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Non c’è pensiero che nascondiate che il mio potere non sappia vedere, quindi indossatemi ed ascoltate quale è la casa in cui rimanereVenite dunque senza paure, con me sarete in mani sicure.” Così sentenzia il Cappello Parlante indossato dagli studenti di Hogwards in procinto d’essere smistati tra le quattro Case: Grifondoro, Tassofrasso, Corvonero e Serpeverde. Nella saga letteraria e cinematografica l’annuncio del Cappello, uno tra gli infiniti oggetti magici del fantastico mondo di Harry Potter, è sempre atteso dagli studenti con un certo timore perché, si sa, il suo giudizio è solenne e incontrovertibile.

Anche alla Harry Potter Exhibition – approdata il 12 maggio alla Fabbrica del Vapore di Milano, dopo aver fatto il tutto esaurito in mezzo mondo – il Cappello Parlante accoglie il pubblico con la sua greve voce, scuotendo negli animi un pizzico d’inquietudine. Se i ragazzini e gli adolescenti innamorati del mitico mago bramano di vivere in prima persona un’esperienza finora solo vista sullo schermo o letta sui libri, una bimba molto piccola in braccio al papà scoppia in un pianto improvviso, evidentemente spaventata da un oggetto occulto e da una situazione a lei ancora non famigliare e, dunque, inquietante. Il papà sdrammatizza indossando con evidente orgoglio il Cappello Parlante e, giocando come un bambino, cerca di strappare alla figlioletta un timido sorriso di distensione.

È solo l’inizio del viaggio che parte dal binario 9 e ¾, dove l’Espresso sfreccia verso la scuola di magia più famosa del mondo, passando per la capanna di Hagrid, il campo da Quidditch, la Foresta Proibita e il dormitorio del Grifondoro. Un inizio che invita a una considerazione: la magia non ha età. Nella mente di un bambino si concreta senza i filtri della ragione in una dimensione essenzialmente inconsapevole, pertanto ancora più potente e coinvolgente, tanto da essere presa molto sul serio, spaventando o facendo sognare. Nella mente di un adulto può toccare sfere altrettanto pervasive e, anche se la maturità aiuta a tenere le distanze tra la ragione e l’illusione, la voglia di lasciarsi stupire, emozionare e catturare da forze magiche sconosciute risveglia un piacere ludico forse dimenticato.

Proseguendo la visita, attraverso le nove stanze che ricreano le ambientazioni autentiche di Hogwards, questo pensiero prende sempre più consistenza. Grandi e bambini, insieme, si lasciano rapire da questo leggendario mondo di maghi, catapultati in una realtà onirica dove le regole sono sovvertite: il buio profondo di ogni stanza accende l’immaginazione e al cospetto di bacchette magiche, alambicchi, spade, boccini d’oro, giratempo, scenografie e abiti strappati di dosso dai personaggi ed esposte qui, verrebbe voglia di trovarselo dietro le spalle questo piccolo grande mago dalla profonda umanità. Harry Potter, invece, non c’è. Così come non ci sono i suoi eterni amici e nemici, da Hermione, ad Albus Silente fino a Lord Voldemort, evocati insieme agli altri protagonisti dagli oggetti presi in prestito ai set cinematografici. Tali assenze sono palpabili: un vuoto tangibile aleggia nelle sale, come se mancasse l’afflato necessario a dar vita al mondo magico in cui siamo immersi. Questo vuoto che fa capire come tali personaggi, nati da uno straordinario guizzo creativo, siano entrati a far parte del mondo reale di almeno due generazioni. E contemporaneamente tale vuoto stimola la suggestione, perché la nostra immaginazione completa la teatralità delle situazioni contribuendo all’atto creativo. E allora è proprio nella mente di ogni visitatore che, durante questo viaggio esplorativo, si compie la magia trasformando ognuno in protagonista. Nessuno, infatti, tra il pubblico si sottrae all’esperienza di sradicare dalla terra la mandragola nell’Aula di Erbologia, e il pianto della creatura innaturale sorprende ugualmente grandi e piccoli, senza grandi spaventi questa volta. E chi non resiste al lancio di una Pluffa nella stanza del Quidditch, o di sedersi per un attimo sulla poltrona gigante della Capanna di Hagrid?

Nemmeno di fronte agli emblemi degli antagonisti di Harry Potter si perde la voglia di incontrarli per davvero: dallo svettante Disseminatore alla temibile Torre gigante della Pietra Filosofale fino agli Horcrux, tutto fa immaginare che il male sia lì, in agguato. E invece niente, anche la malvagità soccombe nel vuoto dell’artificio.

E mentre la Spada di Godric Grifondoro congeda i visitatori verso l’uscita, improvvisamente si riapre il sipario sulla quotidianità. Obbedienti alle regole della ragione, ci si lascia alle spalle il buio, l’occulto e il sogno, corrotti dagli immancabili gadgets, che nulla hanno a che vedere con le stregonerie di Harry Potter ma piuttosto con le strategie di marketing.

Un ultimo sguardo alla piccola in lacrime in braccio al papà: evidentemente ha superato il trauma dell’incontro con il Cappello Parlante e di questo fantastico viaggio nel mondo della magia le resterà almeno un ricordo, vivido e inequivocabile. Quello di una fotografia, sempre in braccio a papà, scattata dalle guide della mostra (per il modico prezzo di quindici Euro).

“Venite dunque senza paure, con me sarete in mani sicure …” La mostra sarà ospitata nella Fabbrica del Vapore fino al 9 settembre. C’è dunque ancora tempo per giocare. Grandi e piccoli sono invitati a mettersi nei panni di Harry Potter e recuperare con stupore quel pizzico di magia senza età che alberga in ognuno di noi.

L’incontro e il caso (Privé)

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“Una donna non sente. Una donna sa!”

Queste erano le parole esatte che mi rimbalzavano nella testa mentre camminavo nel sole, questa mattina in città. Parole che, passo dopo passo, coronavano un ragionamento ben distinto e che scolpivano la mia mente con precisione millimetrica, tanto da renderle evidenti sul mio viso, forse. Senza grande attenzione, scorgevo avanzare verso di me un individuo. Lo vedevo senza guardarlo. Sentivo il suo sguardo puntato addosso e più si avvicinava più percepivo la sensazione che, giunta a tiro, mi avrebbe rivolto la parola.

“Excuse me, do you speak english?” Lo sapevo: una donna non sente, sa!

Sorriso schietto, denti bianchissimi, pelle olivastra, capelli nerissimi. Forse un indiano o comunque un mediorientale sulla cinquantina, elegante e istintivamente simpatico. Dalla camicia colorata avrebbe potuto essere un turista ma la valigetta in pelle nella mano sinistra, i pantaloni scuri e le scarpe lucidissime tradivano la mission di businessman. Credendo avesse bisogno un’informazione stradale gli ho risposto cortesemente, anche se girovagava in me una sensazione di confusa incertezza.

“Mi scusi ma non ho potuto fare a meno di fermarla vedendola, vorrei dirle qualcosa di importante …” Proseguendo con un inglese perfetto, il signore si stava inoltrando per discorsi inattesi che mi rimbalzavano, per cui stavo per voltargli le spalle e andarmene nemmeno troppo garbatamente.

“La prego, ascolti, un attimo solo.” E lì qualcosa mi ha trattenuto, mi sono fermata e ho rincontrato quel viso divenuto molto serio seppur sempre sorridente, quasi supplichevole di fiducia.

“Lei è circondata da un’aura, un’aura speciale. Io la vedo, trasmette gioia, bellezza, vita …” Di fronte alla mia espressione di incredulità, prima che me ne andassi definitivamente davanti a quella che credevo fosse una chiara presa in giro, l’uomo s’è affrettato ad aggiungere:

“Le giuro che non la sto prendendo in giro, sono molto serio. Io vedo in lei qualcosa di importante, lei è una donna molto fortunata … un grande cambiamento sta per accadere nella sua vita.”

“Tutti vivono cambiamenti prima o poi, anche lei probabilmente … bene, buona giornata!” Tagliai corto, un po’ divertita ma anche un po’ turbata.

“Ma io vedo qualcosa di ben preciso che la riguarda, se vuole glielo dico… non desidera sapere cosa cambierà per lei?”

È stato a quel punto che ho capito. Ho capito che non era un caso quel che stava succedendo. Io avevo in qualche modo anticipato quel bizzarro dialogo appena quel misterioso signore era comparso al mio orizzonte, nel sole, vedendolo senza guardarlo. Ho capito che avevo paura mi parlasse, paura di sapere quello che avrebbe voluto dirmi. E ho capito che non volevo assolutamente sapere quale cambiamento, a suo sentire, mi sarebbe dovuto capitare.

Forse gli credevo. Del resto sono sempre stata convinta che ognuno di noi abbia un’aura e che si possa imparare a vederla, a leggerla, ma questo è privilegio di pochi. Che lui fosse uno di questi pochi capaci di vedere oltre? Mi piace pensare che sia così, tanto che sento il bisogno di scriverlo, di raccontarlo, forse per esorcizzare l’inquietudine di un incontro che ancora vibra.

Ho salutato con gratitudine il signore, pregandolo di non dirmi niente di più, perché non volevo sapere cosa mi sarebbe successo.

“Va bene, come vuole. Buona fortuna signora, la vita le sorride, sia felice!”

Dopo pochi passi verso la mia direzione, ho avuto un brivido. Con la pelle d’oca mi sono voltata per cercare il signore alle mie spalle ma non c’era più. Sono tornata indietro, ho percorso tutto l’isolato, allungando lo sguardo a caccia di una camicia colorata, di una ventiquattrore, di un sorriso bianco. Frugavo dappertutto ma niente, sparito.

Meglio così. Perché credo che gli avrei chiesto di continuare a raccontarmi, di farmi sapere. Pericolosissimo.

Tornando sui miei passi, un po’ trasognata, tornavo anche sui miei pensieri … “È proprio vero: una donna non sente. Una donna sa.”

La calamita (Privé)

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C’è un tempo per la semina e uno per la raccolta.

A un certo punto del cammino esistenziale s’impone una sosta di riflessione, dettata dall’inevitabile scorrere degli anni. I bilanci, si sa, bussano puntuali a ogni giro di boa (almeno) costringendo a soppesare delusioni e successi, rimpianti e speranze, timori e sogni. E può capitare che, guardandosi indietro, si veda la propria vita srotolarsi come una vecchia pellicola cinematografica, e ci si osservi non tanto in veste di protagonisti bensì di spettatori. O meglio, quel protagonista degli anni passati che andiamo a ricucire con il filo della memoria pare non corrisponderci più. Eppure è – siamo – la stessa persona, con la stessa testa e lo stesso cuore, perché addomesticare la propria natura è impresa assai ardua e poco ci si scosta dalla propria ombra per quanto la si fugga.

Si cambia solo in parte, ma fondamentalmente si resta in divenire quel che eravamo, come rocce che scolpite dai capricci del vento rimangono pur sempre macigni. Allora, riguardando quella vecchia pellicola cinematografica, affiora a volte la sensazione d’aver perso a tratti il controllo della propria esistenza, come se qualche forza misteriosa e irresistibile ci abbia fatto soccombere a tentazioni più potenti della nostra volontà. Si chiama passione, forse. Questa forza misteriosa e irresistibile che trascina via, lontano da ogni ragione, questa calamita che anche senz’accento può devastare, bruciare, annientare. È una forma di bulimia che non ammette compromessi, una fame ossessiva d’avere tutto o niente, mai poco.

Le passioni sono assorbenti, alimentano ma consumano e il rischio di restarne travolti è sempre in agguato. Ma vale la pena rinunciare? Vale la pena vivere senza rischiare? Vivere senza vivere? Dopo tutto anche le passioni possono essere educate e incanalate verso un ordine salvifico, come un’imponente massa d’acqua che anziché esondare viene arginata, mai assorbita o sperperata. E forse è questo l’unico vantaggio che l’inevitabile scorrere degli anni ci offre come raccolta alle nostre semine esistenziali: imparare ad abbandonarsi alle proprie passioni senza riserve, individuando possibilmente quel sottile equilibrio che fa la differenza tra una calamita e una calamità.

La primadonna extravergine di Montenero d’Orcia

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La Toscana è come uno scrigno, ovunque si volga lo sguardo si coglie un tesoro. Di “oro verde” si parla in questo caso, quello che viene stillato dal Frantoio Franci, gemma sbocciata negli anni Cinquanta sulla collina di Montenero d’Orcia, delizioso borgo adagiato sulle pendici dell’Amiata, in provincia di Siena. Recente è la scomparsa del patron del frantoio – Fernando Franci – che insieme al fratello Franco acquistò lo storico oliveto Villa Magra inseguendo forse un sogno. Un sogno portato a compimento insieme all’imprenditorialità del figlio Giorgio, il quale, negli anni Novanta, pensò bene di imbottigliare per la prima volta il meglio del raccolto: il Villa Magra, extravergine d’eccellenza. Fu l’inizio del successo. Dal 1996 ad oggi si sono moltiplicati i premi e i riconoscimenti internazionali per questo fruttato intenso, fiero capostipite delle successive etichette del Frantoio. Negli anni la filosofia dell’azienda si è evoluta pur restando fedele al valore della qualità. Nasce così nel 2000 il Villa Magra Gran Cru, frutto di un privilegiato mix di virtù ambientali tipiche del Chiusello, una frazione dell’oliveto in cui terra e vegetazione dialogano al meglio. Imbottigliato solo nelle migliori annate, il Villa Magra Gran Cru esce in bottiglie numerate, a dimostrazione della tutela di una qualità superiore. La “primadonna” extravergine Franci vanta una corte certamente alla sua altezza, tra cui Fiore del Frantoio, La Cinciallegra, Frantoio Franci e Frantoio Franci Toscano Igp, tutti extravergine di ottimo pregio, onesti nel prezzo e sinceri nel piatto. Le selezioni Franci – Delicate, Olivastra Seggianese, Le Trebbiane, Villa Magra – non sono solo declinazioni di eccellenza ma anche inequivocabili conferme di come un sogno possa diventare realtà.

www.frantoiofranci.it

L’occhio invisibile (Privé)

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C’è un retrogusto dolce nel sapore amaro di star poco bene. La sensazione di impotenza ai brividi di febbre diventa quasi un pretesto affinché ad ogni brivido segua una carezza, ad ogni fitta un abbraccio, ad ogni smorfia un sorriso. É il privilegio che qualcuno si prenda cura di noi.

Malesseri che sopraggiungono come temporali e che scuotono non solo il corpo ma anche le memorie, riportando improvvisamente indietro nel tempo. Quando la miglior medicina per una bambina era una mano fresca sulla fronte, seguita da due amorevoli labbra lievemente poggiate, che sapientemente indovinavano la febbre. Era già una cura, quella, come se tutto il calore che saliva a infiammare le tempie fosse in qualche modo placato dalla solennità dei gesti materni.

La dolcezza di sentirsi accuditi anche nei piccoli mali è impagabile. È il ritorno all’utero, al nido, alla casa. Quando si sta male, il tempo si ferma, tutto si concentra in quei sintomi che bussano rochi dentro le carni e impongono un rassegnato ascolto. Il resto, passato e presente, sembra una giostra su cui si è girato e girato e girato fino a perdere i sensi, cavalcando i colori della vita, diventando ciò che si è, quasi senza rendersene conto. Solo uno stop improvviso, a volte, apre quell’occhio invisibile che sonnecchia a metà tra il cuore e la mente. Quell’occhio che sorveglia le esperienze della prima infanzia proteggendole dall’inesorabile eruttare dell’esistenza.

È forse per la presenza di quest’occhio invisibile che, anche per un’adulta ormai, una mano fresca sulla fronte e due amorevoli labbra poggiate, rappresentano una cura quando sta poco bene. Anche da lontano, anche con il pensiero, anche con la voce, perché anche nell’assenza vince la presenza. E così ogni brivido di febbre si spegne sotto una carezza, ogni fitta si placa dentro un abbraccio e ogni smorfia si trasforma in un sorriso sempre acceso.