Essere e non essere (Privé)

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Siamo tutti altrove. E i luoghi di transito lo dimostrano esemplarmente.

Stazioni ferroviarie, aeroporti, porti sono tutti immensi spazi liquidi in cui le persone galleggiano come minuscole bolle sulla scia invisibile di un tragitto già abbozzato.

Siamo tutti in viaggio. Qui, adesso. Eppure contemporaneamente siamo fermi. Proiettati là, altrove. Spesso lontanissimo da quel preciso istante che ci scolpisce con lo zaino infilato in spalla e un piede sulla scaletta di un treno in partenza.

E quell’altrove che rapisce ognuno di noi lungo la strada sta esattamente in una mano. In quello specchio riflesso che ci libera e ci lega, ci connette e ci estranea. Quella porzione di universo che maniacalmente stringiamo, appendice del nostro stesso corpo, ci ingloba nei pensieri della voce di turno che ci chiama. Voce che soffoca i silenzi, che si fa presenza e che azzera le distanze.

Così, reciprocamente, proseguiamo il nostro viaggio in compagnia di invisibili presenze che assumiamo in dosi regolari, come drogati dipendenti di un illusorio piacere viscerale. E ci frammentiamo come luce dentro un prisma, alternandoci in scenari che si sovrappongono in un surreale essere e non essere.

Cosa accadrebbe se all’improvviso restassimo tutti orfani della tecnologia prêt-a-porter che ci espande, ci rimbalza e ci diffonde? Saremmo “solo” qui, adesso, in questa stazione brulicante di disordine, di gesti rapidi, e di sguardi distratti. Saremmo forse più soli, chissà. O, forse, liberi finalmente di guardarci negli occhi di chi ci sta accanto, scopriremmo che, dopo tutto, il vero “altrove” è dentro di noi, anche in silenzio. Sempre e comunque.

La conversione laica (Privé)

Unknown

L’aveva promesso. Non mi avrebbe detto quando ma mi aveva promesso che l’avrebbe fatto. Demolire un mio tabù sedimentato da decenni e rispettato sempre con severa fermezza.

Sono stati sufficienti un po’ di musica, un paio di calici di bianco e una flebile candela a scardinare le mie convinte resistenze? Oppure s’annidava già in qualche recondito angolo delle mie ombre il desiderio nero di disobbedire a me stessa?

Tant’è che in una manciata di secondi mi sono ritrovata seduta al tavolo apparecchiato, con gli occhi socchiusi, cullata da un’ipnotica melodia di Radio Swiss Pop, e imboccata da una mano consapevolmente oltraggiosa. “Apri la bocca…assaggia.” Un primissimo boccone, un concerto di sapori a me fino a quell’istante sconosciuti, spalancava le porte di un delizioso inferno terreno risucchiandomi irrimediabilmente dentro. Il profumo inebriante delle spezie s’arrampicava dall’arco del palato su per le narici, stordendo il cervello di un nuovo piacere, mentre la consistenza vellutata e insieme riottosa del boccone stimolava una lenta scioglievolezza raccolta dietro le labbra umide gelosamente serrate.

Carne. Carne cruda, turgida, guizzante, tanto che pareva viva. Rossa. La immaginavo farsi e disfarsi nella mia bocca, come se ogni mio addentare avesse il potere di uccidere ancora una volta quell’animale sacrificato in cibo. Nessun senso di colpa, nessuna vergogna, nessun rimorso per aver tradito quella che per me era stata fino a quel giorno una scelta sacra, ossia quella di nutrirmi solo di vegetali, ortaggi e frutta. Assolutamente impensabile per me cibarmi di animali. E invece un altro…ancora un altro boccone, più ricco e polposo adesso che lo stupro era diventato consensuale. Uno dopo l’altro, fino a spartirci tutto quello che pareva essere stato il bottino di una caccia primitiva, portata a termine con le sole nude mani, e consumata a voluttuosi morsi, fino a leccare gli ultimi brandelli di godimento.

Quel macabro delitto dei miei principi era stato compiuto con una disinvoltura oscena, consumato con una tale disinibizione che avrebbe meritato una punizione. E invece no, ancora piacere. Il piacere di trasgredire e di assaporare tutta la soddisfazione di oltrepassare una soglia mai sfiorata, nemmeno col pensiero. Una conversione della carne alla carne, una conversione laica senza possibilità di ritorno. Perché quel sapore mellifluo di vivo sangue condito di speziati aromi ha avuto il potere di contagiare i sensi e di plasmare i desideri, e come tutti i piaceri materiali ha marchiato per sempre la mente.

La musica ancora nell’aria, residui di candela che sfumano in una luce innaturale. Il buio si spegne e con timore apro gli occhi. Dov’è quella mano tentatrice? Dove il boccone del peccato? Dove la tavola apparecchiata…? Niente e nessuno attorno, solo io. Al posto della tavola il letto, il mio letto, con me dentro ancora arrotolata dentro quei sapori dai contorni sconvolgenti. Solo io, dentro quello che è stato solo un sogno, un sogno ancora acceso che stenta a farsi nebbia. Scuoto la testa e rido con gran sollievo di quell’abbuffata carnivora servita dai mostri onirici notturni, complici delle mie malate fantasie. E con un sospiro mi autoassolvo per non aver tradito me stessa, accettando l’invito di una mano oltraggiosa, colpevole … ahimè … d’essere stata solamente immaginata.

Il profumo della seduzione

Taste & Travel Magazine SAGL


Sarà capitato anche a voi di annusare un odore e sentirvi improvvisamente risucchiati in un lontano ricordo. Un viaggio, un panorama o un volto che appartengono al passato possono essere miracolosamente resuscitati da un evanescente effluvio, spesso inconsciamente assorbito. Così come può capitare che un profumo di passaggio possa indurre i vostri sensi in un’inattesa fibrillazione erotica.
Noi animali umani siamo praticamente schiavi di quello che è il senso più arcaico e al contempo il più sottovalutato. L’olfatto è determinante non solo per un naturale meccanismo di sopravvivenza ma perché dal nostro naso dipendono infinite diramazioni emotive e affettive inconsapevoli che guidano le nostre azioni consapevoli. Biologicamente questa dipendenza all’olfatto è ovvia. Possiamo chiudere gli occhi e la bocca, tapparci le orecchie, non toccare alcun oggetto e continuare a vivere temporaneamente senza handicap vitali compromettenti. Ma se smettiamo di respirare per più di qualche istante, prima o poi moriamo.
Mediamente…

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L’odore della pioggia (Privé)

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Come d’incanto il cielo si spoglia.

Dopo tanto piangere, le nuvole svuotate della loro stessa essenza si arrendono ed esauste si posano lungo i fianchi delle colline, anch’esse svestite del loro verde ossigeno. Vaporose aureole discese dalle vette imbiancate disegnano messaggi comprensibili solo agli angeli, ai poeti e agli innamorati. Misteriosi segnali di fumo in continuo divenire, riccioli di cotone sospesi tra cielo e terra, che il lago col suo silente specchio cattura, alimentando le sue acque di nuove increspature.

Vene d’argento a fior d’acqua, stringhe di seta a mezz’aria, impalpabili soffi di grigio negli occhi. È surreale l’atmosfera dopo un temporale lacustre. Vien voglia di farsi largo tra i grigi vapori ancora grondanti d’inverno e con le mani frugare, scavare, grattare fino a raggiungere almeno un timido raggio di quel dio di fuoco risucchiato al di là del mondo.

Ma luce, colore e calore sono irrimediabilmente altrove in questo giorno che sta per sfumare. Solo l’odore resta. L’odore dell’ultima pioggia ancora nell’aria che, come lieve sudore, scivola sulla pelle nuda. Nuda, come questo cielo che d’incanto si spoglia senza vergogna, in attesa di una notte ancora da inventare.

“Bee”, the place to be

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Capita a volte di avviarsi per un cammino in vista di un obiettivo ben preciso e imbattersi, con sorpresa, in uno sbocco del tutto inatteso. In una parola, “serendipity”. É la fortuna di fare felici scoperte per puro caso, il piacere di trovare una cosa non cercata mentre se ne stava inseguendo un’altra. Questo può capitare anche quando si chiacchiera con una persona di cui si sa ancora poco ma che, dentro quel poco, nasconde e rivela un panorama tutto da scoprire.

Mi è successo incontrando per la prima volta Marco Antonio Caporale, romano d’origine e luganese d’adozione, giovane (solo per l’anagrafe) e intraprendente proprietario del ristorante Bee, a Lugano. Davanti a un generoso piatto vegano, sono felicemente rapita dai racconti effervescenti di Marco che, in verità, pare leggere pagine ben scritte di un romanzo invisibile. Il romanzo è quello della sua vita, flash di confidenze di cui sarebbe bello approfondire, come imprenditore ma soprattutto come persona in costante evoluzione. Con una laurea in giurisprudenza, lasciata Roma e la sua vita agiata, parte in cerca della sua strada, perché “un albero giovane, in mezzo ad alberi già grandi, non ha spazio sufficiente per crescere”, come sostiene Marco. Strada che trova in Svizzera. Dopo una parentesi ginevrina, che gli lascia ricordi e sensazioni indelebili, approda a Lugano dove, due anni fa rileva un’attività senza apparente futuro trasformandola in quello che oggi è il suo Bee. Menù vegetariani, vegani, pizza e molto di più, in un ambiente schietto che invita all’incontro e alla convivialità.

Intuizione o lungimiranza? Forse entrambe, sostenute però dalla ferma volontà di offrire alla città di Lugano, che Marco ama, un valore aggiunto, una sferzata di freschezza ricreando da zero qualche cosa di nuovo. Sì, perché Marco non sopporta la resistenza al cambiamento. Anche le sconfitte possono essere freni solo apparenti e rappresentare, in realtà, spinte per raggiungere ambiziosi traguardi. Questo vale in amore, nel lavoro, sempre. E di fatti Marco ha investito le sue idee senza fermarsi mai: lasciare Ginevra per Lugano poteva avere inizialmente un vago sapore di sconfitta, tuttavia presto tradotto in opportunità. “Lugano, con il suo lago, sembra immobile ma non lo è. Sotto la sua quiete apparente, tutto si muove. È la città dei segreti, l’animo mediterraneo della Svizzera, e il suo leitmotiv è edenico!” Così sente Marco la città che lo ha accolto a braccia aperte: un Eden (non a caso un Comune si chiama Paradiso), un Eden terrestre che merita di essere valorizzato con progetti all’altezza della sua bellezza e del suo prestigio.

Declinare la professione di avvocato per dedicarsi alla ristorazione è stata per Marco una scelta consapevole che risponde alla sua necessità interiore di inventare, di creare e di offrire ai clienti non solo un servizio di qualità ma anche sensazioni ed emozioni, vibrazioni positive e contagiose. Cosa che gli riesce benissimo. E siccome Marco odia la staticità, ha pensato di andare oltre il successo già consolidato. Insieme ai fratelli James e Deborah Mauri – di Mauri Concept, altro gioiellino che coccola le giornate di Lugano – sta realizzando nuove idee che presto renderanno il Bee ancora più attraente. Gli “effetti Mauri” saranno evidenti già in primavera e, a guardare gli occhi brillanti di Marco mentre me ne parla, il Bee sarà la promessa per un’estate luganese ancora più golosa. Fino al prossimo traguardo, perché tutto nella vita è serendipity.

http://www.beelugano.ch

Coup de foudre letterario (Privé)

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Brivido caldo che scorre sottopelle. Impercettibili onde di desiderio che pulsano dall’animo senza un perché abbeverando il corpo di un godimento ancora assente.

Quel che si scatena quando tra due estranei scatta il cosiddetto “colpo di fulmine” è tanto inspiegabile quanto affascinante. Soggiogati dal molle sconvolgimento delle carni, ci si arrende con lieto abbandono all’invisibile lazo che con mano sensuale zittisce la mente. E così libero, il corpo s’accende dalla fortuita miccia di uno sguardo o di uno scambio di mano. Labbra, petto, pancia, tutto s’infiamma in un perturbante bisogno di lasciarsi andare alla calamita del piacere.

Ma, mi domando, è possibile che lo stesso incendio divampi dall’incontro accidentale di parole? Nessuno scambio di sguardi, nessuna carezza di pelle, nessuna voce a rivoluzionare i sensi ma solo una manciata di lettere scritte per caso. Per caso o dettate quel filo rosso invisibile che a volte tesse trame diaboliche, o divine, tra anime lontane.

Intuire nelle vene di uno sconosciuto interlocutore lo stesso brivido caldo che accende noi leggendo lui, stupiti dalla seduzione dirompente di un silente dialogo, sarà forse solo un’illusione, una fantasia, un dispettoso gioco della mente. Ma è pur sempre un gioco sconvolgente che, ne son certa, da qualche parte nasconde il suo perchè.

Una favola vera (Privé)

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Spesso mi si rimprovera di aver tradito le mie origini. Un’Italiana innamorata della Svizzera, tanto da sognare di viverci per sempre, sin da bambina.

Sì, perché ricordo come fosse ieri l’emozione che mi invadeva quando, seduta sul sedile posteriore dell’auto guidata da mio padre, appena varcato il confine spiavo fuori del finestrino e intravvedevo le prime forme di vita a me più care. Tutto era Natura lì. E la Natura era viva e mi parlava. Via dal grigiore insipido del cemento e dal profilo asfittico della mia città, sgusciavo improvvisamente in una tavolozza di verdi e azzurri, rosa e blu, rossi e bianchi! Mi sembrava di entrare in una favola animata dai miei personaggi preferiti. Erano cavalli e mucche a darmi il benvenuto, invitandomi dentro quella cartolina ricamata da un lago che sapeva di pace lontano da tutto, da colline adagiate sull’acqua come sirene e da vette in lontananza che nascondevano altrettante segrete bellezze.

Persino le presenze umane mi sembravano calcolate con cura e posizionate con rispetto per non violare eccessivamente quell’ordine naturale. Un treno silenzioso assecondava docile le curve del lago prima di scomparire nel ventre del monte, qualche battello con l’immancabile bandiera rossocrociata traghettava i turisti qua e là sulla costa, e le auto scorrevano obbedienti lungo strade ampie e pulite. Ero dentro un quadro naïf, tanto elementare quanto eccitante.

Per me era una certezza: da grande avrei vissuto in Svizzera, perché lì, oltreconfine, non cambiava solo il paesaggio. Cambiava il mio umore. E oggi, pur riconoscendo al mio Paese d’origine altrettante meraviglie di cui bearsi, ritrovo nel Canton Ticino il mio habitat naturale ma soprattutto una sensazione di appartenenza che altrove non provo. L’abito perfetto per me, per ogni stagione, per ogni occasione. Non c’è una ragione logica, forse proprio per via di quell’imprinting assorbito nell’infanzia, un inconsapevole innamoramento che dagli occhi mi attraversava tutta, raggiungendomi fino al cuore. E poi, si sa, innamorarsi non ha un perché.

Oggi, il mio sguardo posato su questi dintorni resta rapito dallo stesso incantamento. E allora, col senno di poi, penso che a volte siano i luoghi a scegliere noi, e non viceversa, un po’ come i libri. Sono attrazioni fatali, richiami misteriosi, assonanze invisibili che completano una persona non sempre conscia di essere alla ricerca di parte di sé, soprattutto se molto, molto giovane. Fatto sta che questo precoce innamoramento per un Paese a due passi da casa tutt’ora mi scalda e mi conferma che, a volte, restare fedele ai sogni di bambina aiuta a crescere e, con un po’ di fortuna, può trasformare una bella favola in una favola vera.

Una pioggia di baci (Privé)

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Facile essere di buon umore in un giorno benedetto dal sole. Ma prendine uno come questo. Inghiottita dalle nuvole, penetrata dal grigiore, avvolta dal freddo abbraccio di un inverno che non vuole morire.

Nonostante lo scenario irrimediabilmente decadente, che nemmeno concede la visione consolante dello specchio lacustre, il panorama interiore non si lascia contagiare e, dispettoso, sorride.

Sorrido, sorpresa del buon umore che alberga in me, anche senza sole, senza colore, senza calore. E allora mi domando da dove provenga questo costante rivolo di frizzante benessere che, come acqua di fonte, mi scorre dentro abbeverando di contagiosa serenità la mia anima.

Facile. Dall’amore. Dall’amore di chi è sempre con me, nonostante tutto, in un armonioso cammino senza stagione. È quest’amore che trasforma le nuvole in sogni colorati, il grigiore in arcobaleno e il freddo in una coperta di raggi di sole dove raccogliersi nudi e, sottovoce, scambiarsi segreti.

Sotto una pioggia di baci che danza sulla pelle, sorrido. Chiudo l’ombrello e mi lascio avvolgere dal caldo abbraccio di quest’inverno che non vuole morire.

Gaudenzi, la “febbre dell’olio”

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Accoccolato sulle rive del fiume Clitunno, lo storico borgo di Trevi (PG) pare emergere come un presepe in mezzo a un tripudio di ulivi. Qui, poco lontano dalla bella città natale di San Francesco, aleggia un’atmosfera contagiosa di quiete e serenità. Sarà proprio per la presenza dominante degli uliveti che in questa zona danno vita ad alcuni tra gli oli extravergini più eccelsi e apprezzati al mondo.

Il Frantoio Gaudenzi

Vanto dell’Umbria e dell’Italia intera è il Frantoio Gaudenzi che dal 1950 si dedica alla produzione di olio, dalla terra al frantoio alla distribuzione. Fu nonno Vittorio il lungimirante pioniere di quest’avventura rilevando e rinnovando un antico frantoio, ereditato e ampliato nel 1994 dai figli Francesco e Rossana. Oggi, l’ultima generazione Gaudenzi, quella di Andrea e Stefano, sta imprimendo un ulteriore salto innovativo ad un successo già forte di esperienza e di passione. Nati e cresciuti respirando il dolce frusciare delle fronde degli ulivi, i due giovani investono in progetti che valorizzano anche il territorio, non solo gli olivicoltori, affinché questa terra e la produzione di olio umbro sia un valore da traghettare anche alle future generazioni.

Un esempio. Il Frantoio Gaudenzi collabora da alcuni anni con l’Università di Perugia, e questa collaborazione ha portato alla nascita di un’associazione temporanea di impresa volta alla realizzazione di un progetto battezzato “Termo condizionamento applicato alla pasta d’oliva”. É incentrato sull’abbattimento della temperatura delle olive prima del loro ingresso nella gramola. Un accorgimento che consente di mantenere le proprietà fenoliche dei frutti, dando vita a oli di elevato contenuto salutistico dotati di un profilo organolettico importante e di una carica di profumi particolarmente elevata.

Il 2018 si prefigge come un anno particolarmente importante per il Frantoio Gaudenzi, che conferma la volontà di esplorare nuovi orizzonti per poter essere d’aiuto a tutta l’olivicoltura umbra.

Un percorso, questo, avviato da Francesco e Rossana e condiviso con i figli, convinti che la ricerca sia alla base del loro futuro lavoro.

Gli Oli Gaudenzi

Moraiolo, Frantoio e Leccino sono le cultivar sovrane di queste colline. La tecnologia e l’innovazione, insieme all’esperienza e al rispetto per l’ambiente, danno alla natura la mano necessaria per la produzione di questi ottimi oli.

1950 è il classico della linea Gaudenzi, dedicato alla nascita dell’azienda, esattamente il 2 novembre di quell’anno.

Casalontana nasce sulle Colline Assisi Spoleto, con una predominanza di Moraiolo che infonde a quest’olio un colore verde intenso e un’impronta fruttata che incanta il palato.

Chiuse di Sant’Arcangelo, anch’esso con l’anima di olive Moraiolo, nasce da uliveti coltivati e 430 metri d’altezza e racchiude tutte le virtù di un microclima molto generoso.

6 Novembre rappresenta una selezione evocativa: il 6 novembre del 1924 nasceva infatti nonno Vittorio. È un blend delle cultivar miscelate ogni anno in proporzioni diverse, lavorate secondo la sensibilità della famiglia, così da imprimere alla tradizione anche un tocco di creatività che ogni volta sorprende.

Quinta Luna è stato il primo olio italiano a rubare alla Spagna lo scettro nella categoria “migliore extra vergine di oliva”. Rappresenta oltre la metà della produzione del Frantoio ed è forse il più amato e ricercato nel ventaglio Gaudenzi, tanto che dalla sua nascita ha collezionato moltissimi premi in Italia e all’estero. Prodotto da olive raccolte entro i primi dieci giorni di ottobre, a partire dalla quinta luna dopo la fioritura, è la quintessenza dell’olio. L’assaggio trasmette un’emozione, una “febbre dell’olio” che contagia un pubblico sempre più numeroso e internazionale, sensibile a ciò che è buono, sano e fatto con rispetto.

www.frantoigaudenzi.it

 

 

José Botero, il pioniere del caffè

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Un susseguirsi di soffici valli baciate dal sole dei Tropici. È lo straordinario panorama che si profila al viaggiatore giungendo nel cuore della Colombia, precisamente a Quindio, una delle regioni più fertili e ricche di piantagioni di caffè che pettinano con gentilezza l’esuberanza della natura.

Non è certamente lo stesso scenario in cui si devono essere imbattuti secoli fa i primi esploratori avventuratisi in questi luoghi ameni con la speranza di fare fortuna cercando una delle sue più grandi ricchezze: l’oro. A quel tempo era la foresta a regnare sulle montagne colombiane, in seguito addomesticate dalla mano sapiente dell’uomo che ha saputo valorizzare il territorio coltivandolo.

Dalle vene aurifere, dunque, a quelle dell’agricoltura e soprattutto delle piantagioni di caffè.

Sì, perché è qui che ancora oggi si produce uno dei caffè più straordinari al mondo. Anzi, sarebbe più corretto parlare di “caffè” al plurale, perché Dona Botero declina la sua produzione in un ventaglio di varianti originali e inimitabili partendo dalla stessa squisita matrice: quel piccolo miracolo che è il chicco di caffè.

È scontato per noi oggi prendere una capsula, premere un tasto e gustare il piacere concentrato di un fumante espresso. Piccoli gesti abituali cui non sapremmo rinunciare che, tuttavia, rappresentano solo il traguardo più recente di una storia cominciata lontano nel tempo.

Nonno José e il tesoro dei Quimbaya

Quella del caffè Dona Botero risale al 1892, quando Don Josè Jaramillo Vallejo eredita i terreni dell’Eden Valley. In verità le sue origini affondano addirittura nella cultura rinascimentale italiana, quando il genovese Andrea Bottero Bernardi salpa sulla caravella Santa Rosa e raggiunge le terre di Antioquia, nel nuovo regno di Granada in Colombia, dove semina le primissime piantagioni di caffè Arabica e Borbon.

Nonno José Jaramillo Vallejo merita una parentesi perché senza di lui, probabilmente, non avremmo il piacere di bere questi caffè. É uno tra i primi coloni ad approdare in Colombia, nella zona del Quindio, appunto. Lungimirante, avventuroso o semplicemente attratto da questo luogo dal nome evocativo, perché in lingua Quechua “Quindio” significa “paradiso”. Un paradiso terrestre dove in seguito sarà fondata la città di Armenia. Anche nonno José giunge qui in cerca dell’oro dei Quimbaya, un tesoro che tuttora pare essere in parte custodito sotto terra, racchiuso nelle antiche tombe tradizionalmente arricchite anche con preziose ceramiche. Molti di questi gioielli precolombiani sono oggi sotto tutela del Museo de Las Americas, a Madrid, dove possono essere ammirati in tutto il loro splendore. Nonno Josè, ancor prima di rappresentare il pioniere del caffè, è ricordato per essere stato un amante della cultura Quimbaya e un appassionato collezionista d’oggetti d’arte legati ad essa. Dall’amore per l’arte a quello per la terra, perché decide di stabilirsi definitivamente a Quindio, promessa di rigogliosi frutti. La piantagione El Arco, dove oggi si produce il caffè Dona Botero, ne è la testimonianza e questa straordinaria avventura umana è raccontata in un libro che nonno Josè ha voluto scrivere e lasciare alla sua famiglia. Oggi l’azienda è guidata dalla tredicesima generazione di famiglia, con l’architetto Jose Guillermo Botero.

Il segreto dei caffè Dona Botero

Ma qual è il segreto di un caffè che si distingue completamente dagli altri? Dona Botero impiega innanzitutto un’Arabica di altissima qualità, raccolta a mano durante tutto l’anno da una industriosa generazione di coltivatori particolarmente sensibile alla tutela dell’ambiente. Riforestazione e pulizia delle acque, infatti, fanno parte della filosofia Botero e la Natura pare esserne grata restituendo frutti eccezionali. Dalla terra alla tazzina si inserisce poi una lunga e attenta lavorazione. Che sia in miscela, in capsule o in filtri, il caffè Botero si distingue per tecniche di manipolazione (lavatura, essicazione, fermentazione di 12 o 24 ore) che infondono una personalità unica ai prodotti. I vari tipi di caffè che ne escono sembrano tante variazioni sul tema di un’armoniosa melodia che fa danzare i sensi.

In particolare, il Caffè Verde, ricavato dalla varietà “Armenia Supremo”, è una vera chicca: anche nelle versioni aromatizzate all’anice stellato, finocchietto selvatico e zenzero è un effluvio di sensazioni inconsuete che fa cantare la tazzina. Si tratta di un caffè verde crudo, completamente naturale, macinato, che non subisce alcun processo di torrefazione. Si distingue da quello classico per aspetto, aroma, sapore e caratteristiche nutrizionali. La sola proprietà comune con il caffè tostato è la presenza di caffeina ma gli effetti stimolanti qui sono moltiplicati. Nel caffè verde, infatti, la caffeina non è libera ma legata all’acido clorogenico, un potente antiossidante che induce un assorbimento più lento rispetto al caffè tradizionale con un conseguente effetto energizzante e, pare, dimagrante. Inoltre, essendo più vicino alla neutralità del Ph, produce un effetto lesivo minore sulla mucosa gastrica, evitando quel fastidioso bruciore di stomaco a volte risvegliato da un caffè non perfetto.

Ma queste proprietà passano in second’ordine quando arriviamo, finalmente, al nostro consueto appuntamento con uno dei caffè Dona Botero. Un piacere gustativo intenso e prolungato, almeno quanto la sua straordinaria storia.

www.donabotero.coffee