Un cavallo sotto l’albero (Privé)

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Non sentire il Natale è un peccato. Ma non è peccato.

Un po’ invidio chi si sente travolgere dai caldi bagliori di una festa che dovrebbe sgorgare nell’intimità del cuore. Un po’, invece mi compiaccio di quest’indipendenza d’animo e sorrido benevolmente a me stessa, perdonando la mia apparente dissacralità.

Sarà colpa di un cavallo. Eh sì, perché tanti anni fa, avevo forse cinque anni, con cieca fede nella magia, avevo scritto anch’io la dovuta letterina in cui esprimevo il mio grande desiderio: “Per questo Natale vorrei solo un cavallo”. Lo sento oggi come ieri! Nutrivo un’attrazione tanto profonda quanto inspiegabile per quella creatura così possente e così elegante. Il mio sogno era quello di poter stare addosso a quel mantello di velluto, caldo e rassicurante, per carezzarlo, pettinarlo, coccolarlo. Insomma, nella mia ingenua immaginazione, un cavallo sarebbe stato il mio amico perfetto.

Il caso volle che quel Natale i Miei avessero nascosto, per gioco, i regali sotto un albero addobbato fuori casa, in giardino. Così, la mattina, anzi all’alba appena sveglia, come gli anni precedenti, corsi nel buio in giro per tutte le stanze, inutilmente, alla ricerca del “passaggio” e del “lascito”. Ma quella volta non trovai niente!

Magnifico. Una gioia vera rallegrava il mio cuore. Perché quel vuoto significava una sola cosa: Lui – che senza dubbio era passato – aveva dovuto lasciare fuori il mio dono, tanto era grosso e ingombrante, al punto da non potere entrare in casa. E soprattutto era vivo e si muoveva!

Così, certa di trovare ciò che sognavo, aperta la porta grande che dava all’esterno mi ritrovai davanti all’albero ammiccante di luci, alla ricerca del mio desiderio realizzato. Ma nessun rumore, nessun movimento, nessun odore era lì ad aspettarmi. Solamente un sottobosco di bambole, scatole, carte e fiocchi, belli bellissimi ma senza senso ai miei occhi. Perché io cercavo lui: il mio cavallo.

Per un bambino, si sa, tutto sembra più grande di quel che in realtà è. Comprese le delusioni.

Ancora oggi riesco a rivedermi lì, col freddo dentro e il vuoto fuori. Ma poi tutto passa, si risolve e si cresce. Così, perdonando la mia apparente dissacralità, sorrido benevolmente al ricordo di una delusione antica che oggi, dopo tutto, sa di buono, di casa, di famiglia. Anche senza il mio cavallo sotto l’albero.

Un mazzo di carciofi

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Un libro è come un viaggio. Si parte dalla prima pagina, con la voglia di scoprire qualcosa di interessante, con il desiderio d’essere sorpresi da emozioni inattese, con la speranza di imparare qualcosa di nuovo che arricchisca mente e anima. Un viaggio che a volte si rivela serendipico, perché conduce oltre le attese, soprattutto quando i sentieri in cui ci si avventura raccontano la storia di una persona vera e non frutto dell’immaginazione letteraria.

Un Mazzo di Carciofi è il libro-viaggio in questione e la persona di cui narra è l’autrice stessa, Ernestina Rossotto. Psicoterapeuta, scrittrice ma innanzitutto donna e madre single che in queste pagine svuota la sua anima con rara disinvoltura mettendone a nudo le pieghe più profonde. La lettura porta ad incontrarla e a proseguire insieme a lei questo viaggio: è lei che prende per mano e invita a camminare tra le bancarelle del mercato. Perché un mercato è vita, un microcosmo denso di colori, di odori, di voci che suscitano effervescenza e allegria. Ed è proprio al mercato che l’autrice trova il punto di partenza per raccontare la sua vita affettiva, esattamente soffermandosi davanti a un banco di ortaggi e osservando, in particolare, un ricco mazzo di carciofi.

Già, carciofi! Grandi e piccoli, tondeggianti o allungati, verdi scuro e violacei, spinosi e coriacei ma tanto gustosi e con un cuore tenerissimo. L’analogia tra questi ortaggi, così robusti ma appetibili, e l’universo maschile è il fil rouge che Ernestina coglie per cucire la trama della sua esistenza. Dalle bancarelle di un mercato, alla vita di coppia, dagli ortaggi ai sentimenti. Protagonisti gli uomini che hanno condiviso con l’autrice percorsi più o meno lunghi di vita. Uomini spinosi, uomini complicati, uomini bambini, uomini problematici, uomini egocentrici, uomini affettuosi … Uomini versatili, ognuno dei quali ha aggiunto un tassello importante alla vita di Ernestina contribuendo a renderla la donna di oggi. Una vita spesso dolorosa, la sua, ricamata da graffianti delusioni e aspettative tracimate in drammatiche solitudini. Tuttavia s’è sempre dimostrata combattiva, capace di scegliere, di decidere, di trasformare un insuccesso in insegnamento, un lutto in rinascita, rialzandosi sempre più forte dopo ogni caduta.

Ma per riuscire a far questo occorre affrontarsi senza scudi e guardarsi dentro senza paure. Occorre andare incontro a se stessi, saper raccogliere il buono delle proprie radici ma al contempo spezzare le catene e sfrondare i rami che appesantiscono una crescita sana, autonoma, matura. Da figlia di genitori onesti e semplici a madre di due ragazzi, Ernestina è la testimonianza di come si possa costruire il proprio destino traendo forza anche, o soprattutto, dal dolore e di trovare la direzione giusta imboccando anche, o soprattutto, sentieri sbagliati.

Con acuta ironia, l’autrice carezza i profili di alcuni “carciofi” che l’hanno particolarmente “punta”, librandosi sui loro profili caratteriali con il talento di un caricaturista. Ne emerge un quadro a tratti amaro, altri comico, ma sempre specchio illuminante di una umanità in cui è facile ritrovarsi e confrontarsi. Sul cammino di Ernestina s’incontrano uomini al plurale e un uomo in particolare. Perché Ci sono amori che ti restano dentro per sempre anche se non riuscirai mai a viverli … che sono come mantelli, ci tengono al caldo, ci proteggono, hanno qualcosa di magico … Sono come momenti che s’imprigionano nella memoria, regalandoti la semplice gratitudine di averli vissuti, qualunque cosa accada.

Dalle bancarelle del mercato, attraverso i meandri delle relazioni affettive, Ernestina porta a conoscere anche la bellezza del rapporto con i suoi due figli, cresciuti da una donna che ha saputo fare anche da papà. Eccolo, forse, il capolinea del viaggio che questo libro suggerisce: il futuro, il divenire, la crescita, saper tramandare a chi si ama la ricchezza che in fine si possiede.

Fuori delle righe, Ernestina scrive che se fosse una pianta sarebbe quella del cappero, per la capacità di attecchire su pareti rocciose affondando le radici in pochissima terra, resistendo al forte vento nonostante la precarietà delle fondamenta. Tuttavia, forse, in lei è germogliato anche qualche cosa di più, qualcosa che somiglia proprio al carciofo e che si manifesta non tanto nelle spine offensive quanto nella consapevolezza del proprio Essere. Dopo tutto, la mitologia vuole che in origine il carciofo fosse una donna. Protagonista della leggenda è la bellissima ninfa Cynara, chiamata così per via dei capelli color cenere che contrastavano con gli occhi verdi e viola. Era alta, flessuosa, una bellezza da far perdere la testa anche a un dio, ma era anche molto orgogliosa e volubile. Quando Zeus cadde nella rete della sua seduzione, non fu corrisposto, così in un momento d’ira trasformò Cynara in un carciofo verde e spinoso. Come il carattere dell’amata.

Sull’onda di quest’immagine, si approda all’ultima pagina di questo viaggio con un bagaglio in più. Un pensiero leggero, una sensazione di serenità: sapere, cioè, che in un mazzo di carciofi tutti maschili si possa nascondere anche l’animo di una donna. Una donna come Ernestina Rossotto, talmente forte da poter trafiggere le corazze, smussare le spine e toccare la dolcezza di ogni cuore.

Un Mazzo di carciofi

Di Ernestina Rossotto

Edizioni EBS Print, 2018

Già domani (Privé)

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I pedalò non sono ancora stati coperti che le casette natalizie son già pronte per essere erette. Il lago Ceresio racconta ancora di un’estate non del tutto sfumata nei vapori d’autunno, mentre la piazza di Lugano si accinge a vestirsi delle prime luci d’inverno.

E noi, mentre la città cambia abito, come ci sentiamo in questo paradossale rimbalzo stagionale? Noi, comparse di passaggio su un palcoscenico temporale deciso da uno sconosciuto artefice, c’incanaliamo in tale ciclicità con i nostri stati d’animo, altalenanti tra la l’energia del calore e l’indolenza del letargo.

Lo strascico dell’ultimo sole s’allunga fino a scaldare primi brividi di freddo. Impossibile fermarsi. I ricordi rincorrono le attese, finché esse stesse si faranno ricordi in uno scenario di paradossale circolarità. Anelli che si ripetono all’infinito.  Sempre uguali, eppure sempre diversi proseguiamo un cammino che pare durare da tempo immemore. Contemporaneamente, se ripensiamo a “quando eravamo giovani”, ecco che quel puntino di partenza obiettivamente lontano, che identifichiamo alle nostre spalle, pare un soffio. Pare ieri.

Andiamo avanti. Proseguiamo il peregrinare ritrovando i nostri stessi passi, in un andirivieni drammatico e insieme rassicurante. Così come l’alternarsi delle stagioni anche il susseguirsi dei nostri anni è un ineluttabile procedere verso un destino. Destino nel senso di meta, di traguardo, e non di fato. Con la convinzione che la distanza tra noi e il capolinea possa essere disseminata ancora di tante gioie e passioni, di follie e rivoluzioni, di salti mortali e atterraggi felici, capaci di trasformare la prevedibile ciclicità del nostro viaggio in un’eterna primavera.

Ecco, allora, che quel puntino di partenza obiettivamente lontano, che identificavamo alle nostre spalle, non è un soffio e non è ieri … è già domani.

Pinte Besson, genius loci di una città moderna dal cuore antico

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Parto dalla fine. Voglio raccontare l’anima di una città soffermandomi esclusivamente sull’ultima cena consumata là, nel suo cuore illuminato dai bagliori dei lampioni, in una sera d’autunno argentata di pioggia.

La città è Losanna, deliziosa capitale del Canton Vaud, in quello spicchio di Svizzera che s’affaccia sul lago Lemano, non lontano dalla Francia. E il ristorante–bistrot che a me pare riassumerne lo spirito, e che ha condito di piacere l’ultima sera del mio soggiorno, è il Pinte Besson, il più antico luogo di ristoro della città.

Voglio soffermarmi su questo posto magico perché qui ho trovato la sintesi perfetta del carattere di Losanna, scrigno medievale e capitale olimpica, antica e moderna, tradizionale e dinamica, intima e socievole. Dopo tutto si sa che i bistrot storici, in Svizzera così come in Francia, non sono semplicemente ristoranti in cui andare a rifocillarsi, ma appartengono al patrimonio culturale della Nazione perché ne esprimono l’identità che ogni generazione tramanda a quella successiva. Bistrot come il Pinte Besson sono genius loci, ovvero posseggono una propria personalità perché testimoniano le vicissitudini di un Paese, di una città, delle persone che li hanno costruiti e dei viandanti che qui si sono accomodati.

Senza dover scavare troppo lontano nel tempo, mi sembra di veder seduto a un tavolino un uomo, diverso tra tanti. Un uomo pensieroso, con in una mano la pipa e nell’altra la penna, rapito dai personaggi dei suoi racconti. È Georges Simenon, scrittore belga e torrente in piena della narrativa, che scelse di trascorrere a Losanna i suoi ultimi 33 anni di vita, una vita assai intensa e tormentata, in cerca di una privacy creativa che altrove non trovava. E proprio negli storici bistrot della cité spesso si rifugiava per liberare la mente, riempire il cuore e partorire le sue opere.

Come in un romanzo, andiamo anche noi a scoprire Losanna dentro il Pinte Besson. Al tornante di Rue de l’Ale, la targa in legno dipinto che impera sulla facciata del ristorante dice già tutto: Maison fondée en 1780. Si dice che il bistrot nacque per sposare due necessità: quella dei cittadini e dei viaggiatori di bere del buon vino, da una parte, e dall’altra quella di un proprietario di vigne – Besson – che desiderava l’autorizzazione per vendere il suo vino alla clientela. Da qui il nome evocativo “pinte”, unità di misura variabile da regione a regione – la pinta, 0.93 cl. a Parigi – comunemente utilizzata all’epoca per pesare il vino, misura progressivamente soppiantata dal sistema metrico.

Nei secoli, i vari proprietari del Pinte Besson non hanno cambiato pressoché nulla nell’arredamento, nei decori e nella disposizione delle stanze, per questo il luogo è così denso di contenuti stratificati nel tempo. Ancora oggi la facciata esteriore è quella originale: una piccola parete in legno scuro, alleggerita da un gioco colorato di vetrate cattedrale da cui trapelano le luci opache dell’interno che donano alla casupola un aspetto quasi religioso. Lettere dorate ricordano l’origine dei vini serviti e le specialità culinarie tradizionali, creando una suggestiva mescolanza tra sacro e profano. Mantenere quasi intatto il bistrot è stato un po’ un miracolo. Nel 2000, infatti, si sfiorò il rischio di veder violato questo storico luogo, perché destinato a un criminale restauro. Ma la città ha saputo conservare questo gioiello nella sua autenticità. La fedeltà del cliente è fedeltà al cliente: questo il motto del proprietario galiziano – Carlos Beiro – che impose il mantenimento del Pinte Besson così com’era sempre stato, sia nell’aspetto sia nei piatti tradizionalmente proposti.

E si sente! Il calore della severa boiserie che pare mormorare, lo scricchiolio dei pavimenti levigati da secoli di passi, i soffitti bassi, le volte a botte, le finestrelle rettangolari piuttosto strette per non disperdere prezioso tepore, i dettagli degli intarsi alle pareti e gli spazi molto ridotti che invitano alla convivialità tra sconosciuti: tutto questo anima di vita propria il bistrot facendo rivivere agli ospiti di oggi le atmosfere di un tempo che fu.

Aprendo la porticina si è immediatamente avvolti da un calore buono, di casa e di famiglia, dagli effluvi di vino e di selvaggina, di campagna e di formaggi. Ma soprattutto si è invasi da un pungente odore di fondue, in assoluto la migliore di Losanna. Per poterla gustare occorre prenotare, infatti il piano terra è puntualmente traboccante di ospiti ghiotti di questa specialità svizzera, tanto che tra i tavoli fitti fitti quasi non c’è distanza.

Salire al piano superiore è un’esperienza. Mi ha dato proprio la sensazione di emergere dal passato al presente attraversando gli scenari che questo luogo ha visto succedersi nei secoli. Si accede tramite un’angustissima e breve scala a chiocciola, ovviamente in legno, sui cui scalini a mala pena si può posare l’intero piede. Vertiginosamente ripida, mi fa immaginare che con un bicchiere di vino di troppo la discesa risulterà impraticabile, ma tant’è…ci penserò dopo. La stanza sopra è ancor più piccola ma altrettanto ospitale, con le pareti fitte di quadretti, stampe, disegni della Losanna medievale e dei suoi personaggi storici. Si ritrovano riproduzioni della Cattedrale gotica, delle fortificazioni della cité, di Place de la Palud con la statua policroma raffigurante la Giustizia e una fotografia di Henri Guisan, l’unico militare svizzero designato a diventare Generale durante la Seconda Guerra mondiale.

Dalla storia al presente. Sbirciando al di là dei tavolini s’intravede la cucina: viva, vaporosa, odorosa, dove giovani cuochi si destreggiano agili tra i fornelli carichi di sapori. Stupefacente anche osservare come le cameriere salgano e scendano con i piatti colmi da quella scaletta con la disinvoltura di mannequin in passerella. Mi pare di traslare dal cuore medievale della cité al quartiere del Flon, giovane e colorato, con la sua irrefrenabile vivacità notturna.

Ma torniamo ai piatti. A parte fondue e rösti da sdilinquimento, questo è il regno dei carnivori, soprattutto degli amanti della selvaggina, che possono goderne stordendo gli eventuali sensi di colpa con qualche sorso di ottimo vino. Cervo, capriolo e cinghiale sono arredati con sfumature sorprendenti: la prepotenza della selvaticità si scioglie in dolcezza al tocco di chicchi scarlatti di cranberry, pere vellutate alla cannella e mele ricamate di mirtilli. Castagne e cavoletti di Bruxelles, insieme a spätzly soffici dentro e croccanti fuori aggiungono un sapore di semplicità che fa star bene. Per non parlare dei vini, perché anche i vini svizzeri hanno il sole dentro e qui al Pinte Besson si ha piena conferma. Mentre sorseggio un insolito bianco di Morges decantandone i profumi, al tavolo accanto a me una giovane coppia mi consiglia di assaggiare i saucisson vaudois che hanno appena addentato: un insaccato tradizionale a base di carne di maiale e verze. Guardo quei semicerchi fumanti di buono che imperano gonfi e fieri nei piatti con un aspetto vagamente allusivo, ma temo sia davvero troppo per me … sarà per un’altra volta!

Lascio solo il ricordo del cinghiale nel mio piatto, con vaghe tracce di castagne a rimarcare l’autunno. Del vino, nemmeno più una goccia. Una meringa con doppia panna mi viene in soccorso. Ha il sapore di una passeggiata lenta sul lungolago di Ouchy, in contemplazione del lago Lemano con il profilo francese in lontananza. Mi consolo di dolcezza, prima di dover ridiscendere la tragica scaletta che, quasi con sfida, sembra lì ad aspettarmi per mettermi alla prova. Ma è con immenso piacere che la cameriera sorridente mi rassicura: c’è un’altra scala, una scala normale che porta direttamente all’esterno del bistrot per evitare incidenti di percorso dopo una cena senza freni.

Ecco, trovo che questo sia un dettaglio di modernità assai apprezzabile in un contesto storico indiscutibilmente affascinante. Anche in questo aspetto architettonico lo storico bistrot rispecchia l’anima di Losanna, conciliando rispetto per il passato e riguardo per le esigenze del presente. Proprio come i quartieri della città, che dialogano armoniosamente intrecciando ieri e oggi.

Mi rituffo nella sera d’autunno che s’è fatta già notte, il bagliore dei lampioni scalda l’aria e la pioggia si spegne nel silenzio. Resta acceso il desiderio di tornare qui, un giorno, per gustare quei saucisson vaudois gonfi e fieri, saporosi di tradizioni eterne. Proprio come Losanna.

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Aquatis, dans le grand bleu della Svizzera

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La Svizzera, piccola grande Nazione, pur non affacciandosi sul mare ospita una quantità d’acqua insospettabile. Il filo conduttore dei suoi 26 Cantoni, infatti, è liquido: fiumi, laghi e gli infiniti rivoli cristallini che dalle vette scivolano verso le valli abbeverano la Confederazione elvetica, donando al suo profilo un aspetto fiabesco che incanta lo sguardo. Anche molte delle città maggiori si riflettono su specchi d’acqua che alleggeriscono il peso degli edifici, aggraziandole come narrazioni da cartolina.

Non solo la natura, tuttavia, irrora la Svizzera d’acqua. A Losanna, affascinante capitale del Canton Vaud, l’ingegno dell’uomo ci ha messo del suo, aggiungendo una determinante pennellata liquida al teatro idrico svizzero. Il 21 ottobre 2017 è stato inaugurato qui il più grande Acquarium-Vivarium d’acqua dolce d’Europa. Aquatis è un concetto, oltre che un progetto: un unico ambiente di circa due milioni di litri d’acqua dolce, 20 ecosistemi diversi, 46 acquari, vivari e terrari che ospitano 5000 specie di animali provenienti dai 5 continenti. Un concetto con una missione: immergere, letteralmente, i visitatori in un percorso educativo pluridisciplinare e di sensibilizzazione attiva verso un universo che impone conoscenza e rispetto.

La nostra stessa vita dipende dall’acqua – preziosa Dama Blu, madre di tutti noi –  non solo quella di animali, pesci, rettili e anfibi. Dunque avvicinarsi ai delicati meccanismi naturali che dettano gli equilibri evolutivi e di sopravvivenza dell’intero ecosistema è indispensabile per poter contribuire alla sua salvaguardia.

L’iniziativa di Aquatis era sin dall’inizio ambiziosa, oltre che spettacolare, pertanto è stata e sarà sempre determinate la partnership con la fitta comunità scientifica internazionale. Ad un anno dalla sua inaugurazione, i risultati sono all’altezza delle aspettative, grazie anche a un team altamente qualificato: 380.000 visitatori si sono finora immersi nel grande blu di Aquatis, che oggi si classifica tra i primi tre siti d’attrattiva turistica e culturale del Canton Vaud. “Cinque Continenti riuniti in un solo luogo, Losanna: lasciatevi sorprendere, incantare e trasportare dalla moltitudine di esperienze che vi vengono proposte. Il mio augurio – afferma Bernard Russi, presidente-direttore generale del gruppo Boas Swiss Hotel – è che tutti escano più consapevoli di essere custodi di una fetta di patrimonio che il mondo ha voluto offrirci.

Un viaggio affascinante, dunque, che invita a galleggiare tra poesia e magia. Ma anche un viaggio di conoscenza che coinvolge grandi e piccoli, studiosi e curiosi, presi per mano e portati a oltrepassare il tempo attraverso l’evoluzione delle specie. Qui gli animali ospitati godono di una qualità d’acqua eccellente: oltre ad essere sottoposti a scrupolosi programmi di ricerca genetica e di conservazione, alcuni di loro saranno poi restituiti all’ambiente naturale di cui Aquatis offre un prezioso assaggio. Esplorando le 5 biozone – Europa, Africa, Asia, Oceania e America Meridionale – si ha la sensazione di abbracciare in un istante l’intero mondo riscoprendolo fragile e potente, al tempo stesso. Seguire il Rodano dalle sue origini glaciali al tuffo nel Mediterraneo, passando attraverso le Alpi, il Lago Lemano e la Camargue, aiuta ad afferrare la ricchezza di una biodiversità straordinaria. Allo stesso modo, spostandosi in pochi passi ad altre latitudini – i laghi d’Africa e il fiume Zaire, la Grande Barriera Corallina e il fiume Mekong, il Pioneer River e la foresta pluviale amazzonica – si ha la sensazione di entrare fisicamente a far parte di quel “tutto” che spesso solo immaginiamo.

Le distanze tra noi e i pesci scompaiono, allacciati da un misterioso e silente dialogo. I vetri sembrano sipari impalpabili che invitano a nuotare insieme alle creature che osserviamo. Come un unico grande libro pop-up, Aquatis trasforma tutti in bambini: gli occhi trasognati, lo stupore sui visi, le bocche schiuse a metà tra la meraviglia e la curiosità, rapiti dai colori e dalle fogge di creature impensabili. Ma non solo poesia: sofisticati dispositivi hi-tech, applicazioni digitali, animazioni grafiche, morphing e guide multilingue ben preparate, creano un percorso didattico multisensoriale coinvolgente e istruttivo. Camminare su pavimenti-specchio accentua la sensazione di scivolare senza soluzione di continuità da un ambiente all’altro, diventando noi stessi liquide presenze, ospiti di quella Terra che ci ha partoriti tutti. Pannelli educativi alle pareti e plastici sui soffitti si riflettono sugli specchi a terra completando la suggestione e circondando i visitatori di vivo sapere.

Così dalla Grotta di Chauvet e dalle grandi glaciazioni, ecco che si finisce per fluttuare tra persici e trote, raganelle e salamandre, pesci spatola e pesci caimano, fianco a fianco con coccodrilli e manguste, vipere velenose e varani, o ci si ritrova a volare tra fenicotteri rosa, passando dai fiumi ai laghi, dagli oceani ai deserti, dalle mangrovie alle foreste.

Risucchiati in questo armonioso flusso spazio-temporale, ci si scuote al cospetto di un maestoso spinosauro, drago preistorico metà acquatico e metà terrestre, riprodotto in dimensioni reali (lungo oltre 10 metri) all’interno di una grotta oscura. Un tuffo nel passato di 60 milioni di anni fa che ipnotizza tutti con il naso all’insù.

Passo dopo passo, si emerge lentamente alla realtà del tempo presente, tutti più istruiti sui rischi della deforestazione, sulle conseguenze dei cambiamenti climatici o sul valore della piscicoltura in risaia. Uscendo nell’ultimo spazio di Aquatis, dedicato alla foresta d’Amazzonia, irrorati da un prepotente umido calore, ci si dimentica definitivamente d’essere in Svizzera. E ci s’incanta davanti a un popolo di piranha sospeso in una grande vasca, creature tutt’altro che aggressive ma piuttosto delicate, sensibili e fragili, tanto da svenire se sottoposte a bruschi stress.

Delicate, sensibili e fragili, proprio come tutti noi se non saremo in grado di contribuire alla salvezza dell’ecosistema globale di cui siamo al contempo artefici e dipendenti. Come Aquatis insegna.

Gli obiettivi spalmati nei prossimi 50 anni di Aquatis sono un’ulteriore sfida per rafforzare il legame tra cittadini, specialisti, studiosi e studenti, in una condivisione di conoscenze che siano al passo con i cambiamenti di questo meraviglioso unico organismo che si chiama Mondo.

L’Hotel Aquatis, una finestra affacciata sul lago Lemano

Qui a Losanna il benessere degli animali si concilia con l’accoglienza rivolta ai visitatori. Aquatis è anche un Hotel e Centro Congressi, appartenente alla catena Boas: circa 150 camere che riproducono le linee sobrie e i colori pastello dell’acquario, la sistemazione perfetta per sposare benessere e cultura. Pensato in origine come centro clinico, l’edificio si è poi declinato in Hotel coerentemente con la filosofia di Aquatis: un’oasi dove soggiornare e ricaricarsi in palestra o rilassarsi nella Spa per decantare le emozioni collezionate durante la visita al vivarium. Silenzio e ordine aleggiano negli ampi spazi dell’Hotel, trasmettendo una piacevole sensazione di leggerezza e libertà.

La fermata Metro di Vennes e il parcheggio sottostante l’Hotel permettono di spostarsi comodamente in pochi minuti nel cuore di Losanna e completare il panorama visitando il suo centro storico, i suoi negozi o passeggiando lungo il pittoresco lago Lemano.

http://www.aquatis.ch

FACTFULNESS, DIECI RAGIONI PER CUI NON CAPIAMO IL MONDO

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Quando mio figlio Gabriele aveva circa cinque anni, vedendo un giorno un uomo correre veloce per strada, d’istinto mi domandò: “È un ladro?” stupita dalla domanda gli chiesi perché pensasse fosse un ladro. “Perché sta scappando!” Logica ferrea. Non immaginavo da dove scattasse la connessione, forse da un cartone animato, forse da un film o più probabile da un servizio al telegiornale. Fatto sta che per lui “uomo in corsa” era uguale a “ladro in fuga”.

Quest’immagine, a metà tra il nostalgico e il divertito, m’è rimbalzata in mente leggendo un libro illuminante: “Factfulness” scritto da Hans Rosling, medico e accademico svedese, genio della divulgazione statistica, mancato nel febbraio 2017. Un uomo carico di energia e curiosità, di passione e fame di verità, che con le sue ricerche ha voluto sfondare i muri dell’ignoranza sconfortante che benda gli occhi dell’umanità, proponendo una visione del mondo basata sui fatti.

Scritto insieme al figlio Ola Rosling e alla nuora Anna Ronnlund, che hanno partorito definitivamente l’opera quando il tumore al pancreas si è portato via Hans, Factfulness affronta sul piano planetario molti argomenti. Dalla povertà alle pandemie, dalle cure mediche ai cambiamenti climatici: tutto viene considerato abbracciando ampi periodi storici che permettano di “vedere” come realmente il mondo, sotto i suoi vari aspetti, sia evoluto. Il libro aiuta a individuare molti automatismi cognitivi che istintivamente il cervello umano mette in atto, automatismi da contrastare perché inducono a una iper drammatizzazione della visione del mondo, che porta a disconoscere i progressi raggiunti, a volte epocali, rispetto ai drammi superati. Come ad esempio la diffusione delle vaccinazioni tra le popolazioni nel mondo.

Hans aveva l’abilità di mandare in visibilio il pubblico durante le sue orazioni in cattedra, sempre originali e coinvolgenti, così come il suo metodo scientifico suscitava puntualmente stupore. Attraverso i suoi quiz, Hans riusciva a dimostrare con disarmante evidenza come tutti – studenti ed emeriti scienziati – rivelassero una devastante incompetenza circa i fatti del mondo, prediligendo uno scenario negativo. Non si trattava di ignoranza o scarsa intelligenza, tutt’altro, ma da una visione errata della realtà dettata da distorcenti bias interpretativi.

A far scattare questi bias (che, per intenderci, ci rendono tutti un po’ simili a Gabriele nei confronti dell’uomo-ladro) c’è, per esempio, l’impulso di dividere l’umanità in due grandi e distinti blocchi: noi/loro, ricchi/poveri, buoni/cattivi, bianchi/neri. Questo tipo di ragionamento binario che induce ad ignorare le sfumature è ancestrale, radicato nei tessuti neurali più antichi, evidentemente votato alla difesa e all’economia di pensiero. Hans propone esercizi di ragionamento strategici per liberarsi da queste gabbie invisibili e per ampliare la visione della realtà considerando dati, cifre e “fatti” – appunto – obiettivi.

Con le sue “bolle animate” – Trendalyzer, ovvero grafici statistici interpretativi – Hans ha saputo dare forma ai numeri e vita alle stime, trasformando la fredda statistica in animazione, rendendo così intuitivamente afferrabili le ovvietà da lui dimostrate.

Sì, perché non è vero – come da sempre gli anziani di tutti i tempi sostengono – che “quando si era giovani tutto era meglio, il mondo era migliore …”. Questa fissità di pensiero ci porta a cadere in umanissimi errori di valutazione facilmente demoliti dai numeri: confrontando dati ed epoche in un panorama globale, è evidente un miglioramento degli aspetti sociali ed economici di questo nostro mondo, e non il contrario.

C’è da dire che la visione del mondo in chiave negativa è alimentata anche dall’informazione mediatica: una buona notizia non fa notizia! Pertanto l’attenzione è catturata prevalentemente dai macro eventi drammatici che scuotono l’anima piuttosto che da singoli episodi positivi e miglioramenti graduali, gocce d’acqua nell’oceano. Catastrofi, epidemie e attentati sono anch’essi fatti ma tra essi e il nulla, tra essi e il silenzio, esiste una larghissima scala di progressi che interessano migliaia di persone, a tutte le latitudini. Invece, spesso, quando succede qualcosa di positivo, nessuno ci avverte. Conoscere i “fatti” misurandoli, ci porterà ad una visione obiettiva del mondo e della nostra situazione in esso. Rendendoci al contempo liberi da pericolose cristallizzazioni di pensiero.

Alla luce di ciò, Hans andava su tutte le furie quando lo si etichettava come “ottimista”. No, lui amava definirsi un “possibilista” perché non era annebbiato da vaghe speranze, bensì si concentrava sui progressi conquistati dall’umanità: dalle campagne di vaccinazione al controllo delle nascite, all’alfabetizzazione, all’aumento del reddito pro capite, e dove riscontrava un segnale di progresso, cercava i modi per replicarlo altrove.

Hans, con le sue conferenze in tutto il mondo e infine con questo libro, ha dimostrato d’essere un outsider della ricerca e della divulgazione scientifica, oltre che un seducente oratore e narratore. Factfulness è l’ultima dimostrazione della sua profonda conoscenza dell’umanità e, pagina dopo pagina, riesce a trasmettere simpatia per i numeri anche a chi d’istinto non l’ha.

Last but not least, Factfulness spiega anche come sia possibile infilarsi in gola una lunga spada senza farsi alcun male, così come succede in certi spettacoli circensi. E lo stesso autore lo faceva davanti ai suoi “spettatori” durante le orazioni accademiche. Ma questo è un altro capitolo. O meglio, è il primo capitolo del libro di Hans, appassionato amante del circo e dei mangiatori di spade, che tanto gli hanno insegnato, aprendogli gli occhi sui fatti del mondo. Leggere, per credere!

Hans Rosling, Ola Rosling, and Anna Rosling Rönnlund 

Factfulness: Ten Reasons We’re Wrong About the World–and Why Things Are Better Than You Think 

Hardback 2018

Unknown

Perenzin, maestri caseari per passione

Capra al traminer_“Latteria Perenzin” 

“Un epicentro di gusti e soprattutto di memoria”. Con queste parole vengono definiti i formaggi della Latteria Perenzin, parole che rivelano la passione da cui nascono. Quattro generazioni, infatti, si sono succedute nell’evoluzione dell’azienda di Bagnolo di San Pietro di Feletto (TV), il che lascia intuire il forte legame affettivo di un’intera famiglia verso il proprio territorio e verso le creature prodotte. Da qui l’importanza della memoria contenuta nel gusto: non solo quello del latte appena munto ma anche dell’erba, del fieno e soprattutto delle atmosfere calde delle stalle, culle di tradizioni e di saperi. Fu Domenico Perenzin, nel 1898, ad avviare quest’avventura imprenditoriale. Avventura che, dopo oltre un secolo di vita, prosegue con Emanuela e la collaborazione dei figli Erika e Matteo, quinta generazione Perenzin. Oltre all’esperienza dei nonni, la creatività dei giovani con PER: Percorsi Enogastronomici di Ricerca, dalla Bottega del Gusto al Cheese Bar, per gustare tutte le declinazioni dei formaggi. Negli anni, al latte di vacca si sono affiancati quello di capra e quello di bufala che si traducono in formaggi tradizionali e biologici, pluripremiati in concorsi italiani e internazionali. Una chicca: il Capra al traminer, per la seconda volta tra i top ten dei migliori formaggi italiani con la medaglia d’oro nella “Categoria Aromatizzato”, è ubriacato con latte di capra proveniente dai pascoli del Veneto e affinato con l’uva traminer del Trentino Alto Adige. Da qui gli aromi squisitamente delicati e profumati che gli hanno valso il premio all’Italian Cheese Awards 2018.

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Brunner, la vocazione dell’accoglienza

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Già membro del CdA dell’Ente Turistico Lugano, vice presidente di Ticino Turismo, Presidente Hotelleriesuisse Ticino per nove anni, Presidente del Lions Club Lugano, dello Skal Club Lugano, nonché ex Cavaliere del tartufo e dei vini d’Alba. Proprietario degli Hotel Geranio au Lac e Hotel City di Locarno, dell’Hotel City di Lugano e del ristorante Perbacco di Locarno. Fernando Brunner è la sintesi in persona dell’accoglienza in Canton Ticino.

Accoglienza con la A maiuscola. Non solo nel settore alberghiero e della ristorazione ma anche a un livello più profondo, umano, che trapela quasi con pudore quando, seduto alla sua scrivania all’Hotel Geranio au Lac, comincia a raccontarsi. La sensazione, ascoltandolo, è quella di sfogliare un libro. La semplicità con cui rievoca le proprie radici ripercorrendo ricordi ed emozioni trasmette un piacevole senso di famigliarità.

Cominciamo dal suo cognome, quali sono le origini della sua famiglia?

La famiglia di mio papà è originaria del Cantone Argovia, esattamente di un paesino che si chiama Schmiedrued. Un paese talmente piccolo da non avere neanche il cimitero, pensi! L’ho visitato solo una volta in vita mia perché i miei nonni si sono traferiti in Ticino e la storia della nostra famiglia praticamente è cominciata qui.

I suoi genitori di cosa si occupavano in Canton Ticino?

Mio padre Riccardo ha frequentato le scuole qui e dopo un po’ di esperienza in Svizzera interna è tornato a Lugano dove ha conosciuto mia madre, Elisabetta. Era il 1948 e tutti e due a quell’epoca lavoravano all’Hotel Splendide come camerieri.  L’anno successivo sono nato io e l’anno dopo ancora i miei genitori si sono messi in proprio rilevando la Pensione Minerva a Lugano Loreto. Poi nel ’56 hanno lasciato la Pensione e si sono trasferiti in quello che sarebbe diventato il nuovo Hotel Minerva, sempre a Loreto, e l’hanno gestito fino al 1983. Nel frattempo sono nati mia sorella Marisa nel ’51 e mio fratello Riccardo nel ’59.

Quindi lei e i suoi fratelli siete cresciuti respirando l’atmosfera dell’hotellerie…

Sì, io sono cresciuto in quell’ambiente: dopo la scuola i miei mi facevano anche lavorare perché allora bisognava darsi da fare tutti. Tanto che mio papà per finire si ammalò, forse proprio per l’eccessiva dedizione all’albergo. Anche per questo lui e mia madre hanno infine deciso di lasciare l’Hotel Minerva. Intanto io crescevo e assorbivo esperienza.

Quale era il turista “tipo” allora?

Ricordo bene che c’era una prevalenza di Svizzeri tedeschi e Tedeschi ma anche moltissimi Inglesi. Parlo degli anni ’50, inizio ’60, quando il turismo in Canton Ticino era in forte espansione, c’erano molte agenzie viaggio e l’Hotel era quasi sempre al completo.

Ha quindi ricordi felici di questo imprinting …

Mah … sì, però ricordo con piacere che venivo mandato spesso anche in campagna, perché la famiglia di mia mamma era ticinese – Albisetti di cognome – e viveva nella zona di Magliaso. A me piaceva molto vivere la campagna. Mi è sempre piaciuto il lavoro manuale, sono cresciuto senza la paura di usare le mani. Dopo le scuole, comunque, ho conseguito l’apprendistato di commercio e ho cominciato a lavorare nell’Hotel dei miei, fino ai 18 anni, quando mio papà mi ha mandato alla scuola alberghiera a Losanna. Il suo desiderio era che tornassi poi a casa, per gestire l’albergo di famiglia.

Dal suo tono di voce immagino che andò diversamente …

Sì perché a Losanna ho conosciuto Lise, che sarebbe diventata mia moglie. Anche lei studiava alla scuola alberghiera e da lì siamo partiti per l’avventura della nostra vita lavorando per diversi prestigiosi alberghi. Dal Claridge’s e Savoy di Londra, al Kempisky e l’Hilton di Berlino, al Sas Scandinavia a Copenaghen. Fino a che nel ’74 mi è giunta una proposta di direzione a Lugano, allora avevo 25 anni e l’idea mi piaceva. Dopo il colloquio con il proprietario dell’Hotel Eden, Provera, proprietario anche dell’Hotel Arizona sempre a Lugano, siamo stati entrambi assunti – mia moglie ed io – come direttori dell’Hotel Arizona, appunto.

Mi permetta un passo indietro: prima ha detto che suo papà l’ha mandato a Losanna…ma era anche un suo desiderio o ha assecondato il volere paterno?

Non credo proprio fosse un mio desiderio, la mia indole è quella del “fare”: a scuola riuscivo bene in matematica, geometria e disegno. Se non fossi andato a Losanna oggi sarei certamente un architetto o un ingegnere. Però la mia strada ha preso quella direzione e devo dire che ho intrapreso la professione di albergatore con grande passione e voglia di fare e oggi non me ne pento.

Con sua moglie sempre al suo fianco anche nella professione?

Sempre. Nel ’78 siamo riusciti ad acquistare l’immobile diventando proprietari dell’Hotel Arizona che abbiamo tenuto per 11 anni. Lei si è sempre occupata della parte “front” dell’accoglienza, cioè della ricezione dei clienti, io più della contabilità e dei servizi dietro le quinte, come la cucina.

Come mai avete scelto di vendere l’Hotel?

Negli anni ’80 c’è stato un forte surriscaldamento immobiliare e la tentazione di vendere è stata irresistibile, anche perché sentivo bisogno di cambiare, ero un po’ “stufo” di fare l’albergatore. Pensavo di fare un buon affare per dedicarmi insieme a mia moglie a qualcosa di completamente diverso. Devo aggiungere che in quel momento avevamo già i nostri tre figli: Stefan del ’74, Maria del ’77 e Giulia del ’80. In quegli anni non mostravano particolare interesse per l’Hotel, non venivano nemmeno spesso in albergo, quindi non pensavamo che avrebbero preso questa strada. Così abbiamo venduto, non sono mai stato legato alle strutture in sé.

E i suoi figli che interessi hanno mostrato crescendo?

Si sono imbarcati nel settore, con mio grande orgoglio devo ammettere. Stefan ha frequentato la scuola alberghiera di Losanna e ha già molte esperienze come direttore, così come Maria che oggi gestisce l’Hotel City a Lugano. Giulia avrebbe voluto diventare maestra, e così è stato per un po’, ma dopo qualche anno ha scelto di dirigere con me questo Hotel.

E lei e sua moglie a cosa vi siete dedicati dopo la vendita dell’Arizona?

Dopo un paio d’anni sabbatici ci è stato offerto di dirigere il Parco Maraini, a Lugano. Un’esperienza per me nuova perché il Parco includeva una residenza per anziani, una clinica, un centro diagnostico e in seguito anche un Park Hotel ****. Era il 1992 e come ex direttore d’albergo mi son trovato catapultato in una bellissima esperienza che mi ha insegnato molto.

Avrà avuto contatto con i pazienti, una realtà ben diversa da quella dei clienti di un Hotel …

Certamente, essendo una clinica internistica c’erano anche casi di pazienti gravi. Avevo diretto contatto con la sofferenza, così come con gli anziani ospitati lì. Per questo avevo deciso di creare all’interno del Parco anche un settore di Aparthotel, visto che la zona ristorazione già c’era. Tuttavia la mia idea andava contro la mentalità diffusa ticinese riguardo la gestione della terza e quarta età, e rispondeva piuttosto a quella della Svizzera interna.

Quale sarebbe questa differenza di mentalità?

Il Ticinese anziano non è – o almeno non era a quell’epoca – abituato a lasciare casa propria per un ricovero fintanto che lo stato di salute lo imponga, al contrario degli Svizzeri tedeschi e francesi. Il principio della residenza per anziani, invece, era ed è proprio quello di accogliere l’anziano quando ancora è autonomo, in un ambiente protetto e sicuro. Oggi le cose sono cambiate e anche in Ticino si nota un proliferarsi di queste strutture. Solo dopo qualche anno ho deciso, insieme a mia moglie, di accettare la direzione di un altro grande complesso per la terza età a Locarno Muralto, la Residenza al Parco. Era il 1998 e l’abbiamo gestita per 13 anni.

È raro vedere moglie e marito così affiatati anche nel lavoro e dopo così tanto tempo…

Sì, addirittura nel 2007 abbiamo costituito la Hospitality & Gastro Services, una società di consulenza alberghiera, e sempre nello stesso anno abbiamo rilevato questo Hotel, il Geranio au Lac, e aperto il ristorante DiVino, sempre qui a Muralto.  Mia moglie si è occupata principalmente del Geranio.

Moglie e figli, una bella squadra di lavoro in costante espansione …

Sì è vero! É stato sette anni fa che assieme un mio caro amico d’infanzia, Gilberto Bernasconi, abbiamo deciso di investire in un nuovo Hotel. Nel 2014 abbiamo aperto l’Hotel City a Molino Nuovo a Lugano, che gestisce mia figlia Maria, appunto. Abbiamo ottime referenze e quest’anno è arrivato secondo quale miglior albergo svizzero nel settore business.

C’è differenza tra il cliente “tipo” di Locarno e quello di Lugano?

Sì, la differenza è molto sentita. Mentre qui a Locarno il cliente è innanzitutto il turista, a Lugano è il businessman, quindi i soggiorni e le esigenze sono differenti. Si nota anche da come sono vestiti i clienti, tipicamente vacanzieri gli ospiti locarnesi, più formali quelli luganesi. Di conseguenza l’Hotel City di Lugano è gestito in funzione del target e mia figlia Maria è molto brava in questo.

Anche qui a Locarno avete un Hotel City, vero?

Sì, dal 2016 e l’abbiamo chiamato così proprio per creare un trait d’union tra due alberghi di città, gestiti con la stessa logica. Questo City, a differenza di quello di Lugano, ha anche un ristorante, il Perbacco, nato quest’anno rivoluzionando completamente il locale preesistente, e già ha un buon successo. Siamo molto contenti.

Il successo è una spinta verso il futuro…ha qualche progetto in cantiere?

Qualcosa all’orizzonte c’è, un orizzonte non molto lontano, ma aspettiamo a rivelare a tutti di cosa si tratta … A lei però posso dirlo …

Complimenti! Appuntamento alla prossima intervista allora, per soddisfare la curiosità dei nostri lettori!

Volentieri. Anche perché il prossimo anno arrivo ai 70, i miei figli mi hanno dato 8 nipoti e quindi vorrei avere ancora tanto da fare, da dare e da raccontare prima di ritirarmi. Ho accumulato davvero tanta esperienza che spero di poter lasciar loro, anche perché i miei tre figli sono tutti azionisti, la società è la famiglia Brunner. Nel nostro sangue scorre senz’altro la vocazione dell’accoglienza.

Quattro passi insieme sul lungolago e terminiamo la gradevolissima chiacchierata davanti a un caffè, al Ristorante Perbacco, parlando un po’ di hockey e di ciclismo. E lì, off the record, Fernando Brunner mi confida quanto sia sempre stato timido e riservato, sin da bambino. Forse a corollario di una particolare sensibilità empatica, la stessa che anima il suo senso dell’accoglienza. La stessa, per cui cerca sempre di creare armonia tra il suo personale, premiando e motivando il lavoro. E lo si vede. Si vede dall’accoglienza calorosa e spontaneamente affettuosa che lui stesso puntualmente riceve da ognuno dei suoi dipendenti. È proprio vero, penso accomiatandomi, che nella vita si raccoglie ciò che si semina.

Pubblicato su Ticino Welcome di Settembre

Val Leventina e il Sentiero dei tre Laghi, il santuario laico del Canton Ticino

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“Orium” in latino significa “orlo”, “margine”. È l’origine antica di Airolo, maggior cittadina della Val Leventina, polmone verde di rara bellezza dell’Alto Ticino. Il nome di questa città è curioso e pure evocativo, perché Airolo s’adagia con garbo alle falde delle Alpi, sull’orlo – appunto – di congiunzione tra le valli sinuose punteggiate di conifere e le vette aguzze che scalano il cielo.

Ci si accorge di avvicinarsi a questo ideale margine già qualche chilometro prima, provenendo da Bellinzona, all’altezza di Ambrì. Da lì, abbandonando la strada e risalendo le valli, piano piano ci si lascia alle spalle ogni traccia di urbanità, sentendosi piacevolmente risucchiare in una tavolozza di verdi, gialli, rossi e arancioni che incanta. Il primo vagito d’autunno risveglia la natura di nuova vita, prima che ricada nel letargo invernale. Così anche queste valli innamorano lo sguardo con un foliage che pare dipinto dalla mano di un artista.

Risalendo da Ambrì, ci si immerge nel cuore della Val Piora, dove la vita sembra scorrere senza tempo, con la genuinità ruspante di chi alleva mucche e capre, fa latte e formaggi, taglia l’erba e raccoglie il fieno, oggi come sempre, contribuendo a mantenere intatta l’anima di queste montagne. Vita dura ma vera, fatta di sudore e di dignità, di rispetto per gli animali e per la terra. Vita incorniciata dalla verginità della natura che qui ospita specie botaniche endemiche altrove introvabili che ai profani passano spesso inosservate o, tutt’al più, dettagli da ammirare.

È giungendo ai laghetti, in auto o salendo da Piotta con la vertiginosa funicolare Ritom, che si manifesta per intero la meraviglia di questi luoghi a due passi dal cielo. Ad accogliere il viandante in cerca di purezza è innanzitutto il silenzio, soprattutto se si ha la fortuna di capitare in una giornata assolata d’inizio ottobre, quando dei turisti estivi non resta più nemmeno l’eco ma sopravvive il retrogusto della bella stagione.

Al cospetto del Lago Ritom vien naturale trattenere il fiato e parlare sottovoce. Il maggiore dei laghi di montagna del Canton Ticino si specchia nel cielo a 1850 metri di altezza, raccogliendo nel suo bacino tutte le sfumature che il vento semina. Sfruttato anche scopi idroelettrici, il Ritom ospita trote e salmerini di diverse specie, conservando un habitat lacustre illibato. Una spiaggia bianchissima, che pare rubata all’Oceano Indiano, ingentilisce il bacino e il contrasto del candore con i verdi selvatici della foresta strabilia. Tutt’attorno, un santuario laico fatto di larici e cembri, paludi e torbiere, rose delle alpi e aquilegie alpine, oltre a tappeti di fiori ed erbe aromatiche, si srotola per chilometri ricamando le colline. Una mescolanza di colori e profumi che misteriosamente attinge sia alla flora montana sia a quella mediterranea e subtropicale, creando un microclima interessantissimo dal punto di vista naturalistico. Tanto che dal Lago Ritom si snoda, per oltre 10 chilometri, un sentiero didattico con pannelli esplicativi che introducono alla conoscenza di ciò che s’incontra percorrendo a piedi la valle. Un percorso educativo e insieme depurativo, di profonda comunione tra mente e anima, che conduce fino al Lago di Cadagno, a 1923 metri d’altezza, con il suo centro di biologia alpina, accolto nei due edifici rurali del XVI secolo, i “barc”, originariamente ricoveri per il bestiame. Una dimostrazione esemplare di come la tradizione possa sposarsi con la cultura attraverso la natura. Questo lago, infatti, oltre ad incantare lo sguardo, attira studiosi e scienziati per via di un fenomeno rarissimo, la meromissi crenogenica, presente solo in pochissimi altri specchi d’acqua al mondo. A causa di un’azione batterica, le acque del lago sono separate in due strati, sostanzialmente differenti, che non si mescolano mai. Nella parte inferiore uno strato d’acqua privo di ossigeno permette la vita solo a pochi microrganismi, mentre nella parte superiore uno ricco di ossigeno alimenta la vita dei pesci. La comunità di zolfobatteri che scatena questo fenomeno è di colore rosso, colore che magicamente si riverbera nelle acque del lago.

Non solo natura, però. I rifugi sparsi per la Val Piora sono tappa golosa e meritata per ristorare il corpo, durante il cammino tra un lago e l’altro. In tutto sono una ventina i laghetti alpini e ognuno suscita emozioni diverse quando compare allo sguardo facendosi largo tra le curve delle colline. Il percorso classico è il “Sentiero dei tre Laghi” – Ritom, Cadagno e Tom – ma per chi ha buone gambe e cuore forte, i laghetti alpini più ad alta quota sono un’ulteriore porta sul paradiso. Irresistibile è una sosta al laghetto Tom, a 2022 metri d’altezza, con le sue sabbie vellutate che scivolano nell’acqua. Acqua che, nonostante le temperature rigide, invita a levarsi scarpe e calze ed entrare in punta di piedi per sentire fisicamente il brivido della montagna. Il contatto della pelle con il freddo pungente sotto il sole ancora generoso trasmette al corpo energia, vitalità e, al cuore, un certo sentimento di gratitudine per poter gustare il privilegio d’esser lì. Torna l’immagine di santuario laico, rifugio dello spirito prima ancora del corpo. Lì, paralizzati dalla bellezza di un gelo che scotta, s’accende la consapevolezza d’esser vivi, parte stessa di questa natura che ci sorprende e ci accoglie, che a volte ci spaventa ma che immancabilmente ci attrae, nutrendoci di emozioni nuove, rigenerandoci di pensieri buoni.

Così, lasciando le nostre impronte sulla sabbia del laghetto, insieme a qualche goccia di nostalgia, ridiscendiamo dalla Val Leventina per tornare a quel “margine” ideale tra urbanità e natura da cui eravamo partiti. E dopo aver vagabondato tra i colori ottobrini, al suono dondolante dei campanacci delle mucche e dei fischi acuti delle marmotte, si ha la vibrante sensazione di tornare a casa più ricchi. Ricchi di genuinità, di naturalezza e di amore per la vita. Indifferenti al frastuono della città, e in sintonia con i ritmi della montagna, di chi alleva mucche e capre, fa latte e formaggi, taglia l’erba e raccoglie il fieno. Oggi come sempre.

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La Corte dei Laghetti,dove il cielo si specchia nell’anima

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Spesso il paesaggio esteriore rispecchia quello interiore. O viceversa. Tant’è che l’aderenza dello stato d’animo al cospetto del panorama che si profila agli occhi diventa totale.

Ho gustato questa sensazione una volta arrivata alla Corte dei Laghetti, in Valmaggia. Dal tormentato srotolarsi della strada, che arranca vertiginosamente tra macigni lunari, si approda su una culla punteggiata di specchi d’acqua che bevono il cielo. Il contrasto tra l’immensità degli spazi che lo sguardo abbraccia fin oltre le vette e il severo contenimento dei laghi addomesticati dalla volontà dell’uomo suscita un sentimento di fragilità e di potenza insieme.

Siamo così piccole creature posate in mezzo a tanto infinito! E rivedendo con la mente questi luoghi ancora vivi in me, ritrovo un pensiero di Pessoa, pescato in qualche libro, che più o meno suona così: “per essere grande devi essere intero, sii tutto in ogni cosa, metti quanto sei nel minimo che fai…” Ecco che allora, così come un laghetto di montagna per quanto piccolo racchiude tutto il cielo che in esso si specchia, anche l’animo per quanto umanamente limitato raccoglie in sé un’immensità inafferrabile che sfiora il divino.

È un’esaltazione arrivare fino all’apice della Valmaggia, un premio per gli occhi e per lo spirito che si intuisce già dalle sue primissime falde. Questa è la più estesa tra le Valli del Canton Ticino e abbraccia la Bassa Valle, la Rovana, la Bavona e la Lavizzara, ognuna con caratteristiche proprie, come diverse femminee creature appartenenti allo stesso harem. Venendo da Locarno, oltrepassando Bignasco e proseguendo per Fusio, il paesaggio cambia bruscamente a partire da Ponte Brolla, varco che introduce nell’anima autentica della Valmaggia. Il fiume Maggia, che divaga giocoso tra le rocce e prende respiro tra le folte macchie di vegetazione, rappresenta le vene dell’intera valle, linfa vitale e purezza naturale.

A guardare i rari nuclei abitati che animano qua e là queste pendici, è facile immaginare come sia stato l’uomo a piegarsi al carattere della natura, adeguando abitazioni e attività alla conformazione del territorio. Case in pietra e legno rimandano a una vita dura, fiera, di stretta alleanza con la montagna e i suoi animali. Fusio ne è l’emblema, fiabesco villaggio ancora quasi interamente in pietra che evoca i ritmi di un’età arcaica, in cui la quotidianità ruotava attorno all’acqua, agli animali e alla zappa. I mulini sono ancora lì a raccontare la fatica e la genuinità di queste comunità tuttora profondamente legate alle proprie radici. Basti pensare che non lontano da qui, a Bosco Gurin, delizioso villaggio Walser incastonato nella pietra, si parla Schwyzerdütsch pur essendo in Canton Ticino.

Ma è arrivando alla Corte dei Laghetti, appunto, che lo spirito della Valmaggia si spiega nella sua completezza. Il Lago Sambuco, a 1450 metri d’altezza, è lì ad aspettare il visitatore sputato fuori dalle brulle montagne, accogliendolo con le sue morbide sfumature di verdi e di blu accese dal sole. Una lingua asfaltata lo costeggia rendendolo percorribile anche in auto o, meglio ancora, in bike per raccoglierne con lentezza tutta la sua bellezza. L’incanto non si esaurisce all’epilogo del bacino, perché una volta percorso tutto il fianco del Sambuco si sbocca al lago Narèt, passando per il piccolo Lago Scuro, altra gemma naturale. Con i suoi 2310 metri d’altezza, il Narèt è stato trasformato in una delle dighe più maestose della Svizzera. Fonte di vita, dunque, ma anche musa che invita a farsi ammirare e liberare il pensiero dai lacci della routine, gustando l’aria frizzante delle alpi sulle gote. Con grinta nelle gambe si può inerpicarsi tra le curve rocciose che dalla diga salgono fin verso la Capanna Cristallina, rifugio dove trovare il meritato ristoro perché le ore di cammino dal Narèt a lì non sono davvero poche.

Ma vale sempre la pena andare avanti, alla ricerca dei propri limiti, per scoprirli, accettarli, superarli. Così, stanchezza e vertigini si stemperano lungo il sentiero, passo dopo passo, dosso dopo dosso, strapiombo dopo strapiombo. E, mentre i Laghi Narèt e Sambuco alle spalle sembrano diventare sempre più piccoli, è bello pregustare quello che sarà il piacere del ritorno dopo tanto vagare. “Sii tutto in ogni cosa, metti quanto sei nel minimo che fai …” Forza, allora, vado avanti passo dopo passo, dosso dopo dosso, strapiombo dopo strapiombo, concentrando tutta me stessa in quell’immenso spazio che mi risucchia riversando la sua energia nella mia.

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Lugano, una città per ogni stagione

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Hanno rubato le colline. Questa mattina d’ottobre il lago Ceresio s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale già vestita di un malinconico foliage. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito. Lugano sembra sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto.

Eppure, se si presta un po’ d’attenzione, dietro le quinte della nebbia si coglie l’eco ancora calda di un’estate particolarmente effervescente per la città. Un’estate animata, come ogni anno, da una miriade di eventi che hanno attirato turisti e cittadini, mescolandoli in un unico grande popolo in festa. A chiudere la bella stagione, le undici giornate gourmet di settembre, che hanno eletto Lugano “Città del gusto”.  Sapori, fragranze, aromi ma anche incontri, workshop e conferenze che hanno animato trasformato la bella Lugano in un piacevole cocktail di cultura, divertimento e convivialità. Il Padiglione Conza, il Palazzo dei Congressi e Villa Ciani, per l’occasione, hanno esaltato i prodotti agroalimentari locali, sottolineando come la Svizzera non sia solo un Paese di banche, coltellini e orologi ma soprattutto di tradizioni legate alla terra, ai laghi e alle Alpi. Formaggi, farine, birre e vini fanno parte dell’orgoglio e delle fatiche di questa piccola grande Nazione che, con le sue quattro lingue ufficiali e i suoi tanti dialetti, s’identifica in un unico linguaggio: quello del cibo, appunto, su cui tutti vanno d’accordo.

Dal gusto dell’estate si è poi scivolati nelle recenti fragranze ottobrine, con la Festa d’Autunno prima, il Mercato delle Cipolle poi e, infine, la Festa delle Castagne. Tre eventi popolari che hanno portato nelle piazze di Lugano altre secolari tradizioni del Canton Ticino e della Svizzera interna. In particolare il Mercato delle Cipolle, “Zibelemärit”, che si tiene ogni anno a metà ottobre, viene da Berna e racconta della vita semplice ma gustosa dei contadini. Le bancarelle sfoggiano trecce di cipolle artisticamente decorate, oltre a torte calde di cipolle e formaggio, trecce al burro e ricchi piatti di formaggio Emmentaler. Il tutto condito da Merlot, musica e allegria.

I sapori e i colori dell’autunno scalderanno la città fino ai primi di dicembre, quando saranno i bei mercatini di Natale a illuminarla. Ma questo è un altro capitolo.

Nel frattempo la nebbia di questa mattina d’ottobre si è arresa a un timido sole, sufficientemente caldo per invogliare ad uscire di casa e passeggiare per le vie e le piazze di una Lugano che anche questa domenica si sarà vestita di festa.

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Femmineo foliage (Privé)

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Un rigurgito d’estate al morire di settembre fa pensare.

Fa pensare alla caducità della bellezza. Una bellezza impossibile da scolpire nel tempo, se non attraverso la mano del ricordo. Tutto scorre, tutto cambia e, forse, tutto torna. Ma intanto va.

Va, con l’ultimo nastro d’azzurro che sospira nel cielo votato alla notte, con il verdeggiante brillare delle colline vestite dall’incanto del primo foliage, con l’afflato caldo del sole che mite s’inchina e retrocede umile sotto il volere dell’autunno.

Somiglia a una donna il paesaggio di questo giorno che galoppa verso la luna. Una donna combattuta, capricciosa, ribelle. Come poter afferrare la linfa esistenziale che anima una femmina talmente affamata di vita senza disperderla nei solchi che il tempo inesorabilmente scava? Come sfidare la caducità della bellezza, il torpore del corpo, l’apatia dell’anima?

Così come le piante sono costrette ad abbandonare le infinite sfumature di verde che hanno colorato l’estate, allo stesso modo la donna si rassegna a denudarsi delle sfumature della giovinezza per indossare un altro abito. Più adatto a lei, inevitabilmente.

E allora, forse, guardandosi allo specchio, noterà che, dopo tutto, anche quell’abito non le sta poi così male. Anche il femmineo foliage, come quello collinare, suscita fascino, mistero, emozione e incute il rispetto che si deve a tutto ciò che in natura cresce, matura, evolve. Il rispetto per chi cammina con orgoglio incontro al futuro, pur sapendo che il futuro è la vecchiaia.

Così, alla luce di questa consapevolezza, questo rigurgito d’estate al morire di settembre fa pensare che, in verità, ogni stagione splende della sua intrinseca bellezza. E, soprattutto, fa pensare che ogni singolo giorno di ogni stagione merita d’essere goduto senza sprecarne un solo sorso. Con lentezza, con parsimonia ma sempre con assoluta pienezza.

Solo così, anche quando tutte le foglie saranno cadute e sveleranno un corpo nudo, sinuoso e fiero, resterà il sapore squisito di una vita davvero vissuta.

Marchese delle Saline, quando il vino è nobile

foto prodotti

“Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia e…se ne parla.”

Edoardo VII (1841 – 1910)

Quando nonno Giacomo Rallo, nel 1860, cominciò a lavorare la terra coltivando vigneti nelle generose campagne del trapanese, non immaginava forse che un giorno i suoi eredi avrebbero raccolto i suoi frutti facendone un tesoro. In vigna, ma anche nelle candide saline di Marsala in cui raccoglieva il sale, Giacomo era solito prendersi gran cura del lavoro che svolgeva, eseguendo gesti talmente zelanti che la gente del posto lo aveva soprannominato “il marchese”. Un titolo nobile, come il vino che dai suoi primi passi è poi maturato.

Oggi, infatti, la Famiglia Rallo è orgogliosa dell’eredità ricevuta ed esalta i valori del lavoro ben fatto dal nonno attraverso i vini prodotti con passione e dedizione. Vini che s’identificano con il territorio da cui nascono. L’azienda Marchese delle Saline si vanta di tre gemme: l’Etna Bianco Tìade, l’Etna Rosso Tìade e lo Spumante Extra Dry Tìade.

Tre espressioni delle stesse radici, eloquenti anche nelle etichette che ne svelano il temperamento forte e deciso: le “tiadi” erano infatti le cortigiane di Bacco, dio dell’estasi, dell’ebbrezza, della piacevolezza dei sensi. Spirito divino che si ritrova al cospetto dei sentori floreali dell’Etna Bianco, delle note di frutta rossa dell’Etna Rosso, della sapidità piena e armoniosa dello Spumante. L’eleganza del gusto di questi vini è sostenuta dalla robustezza delle uve partorite dai terreni vulcanici e dall’immancabile sole siciliano che avvolge queste vigne benedette dal mare.

A’ muntagna, infatti, come gli etnei chiamano il vulcano, grazie alle proprietà fisiche dei suoi terreni, alle grandi escursioni termiche, alla ventilazione e all’età avanzata dei vigneti (varietà nerello mascalese, nerello cappuccio, carricante, minnella, catarratto), imprime ai vini Marchese delle Saline il carattere nobile che avrebbe certamente sedotto anche Bacco.

www.marchesedellesaline.com

L’Inno alla vita e il bacio del Sole (Privé)

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Di fronte, il mare e la pace dell’infinito. Alle spalle, il temporale e l’agitazione del cielo. In mezzo, tra la quiete dell’azzurro e la minaccia dei lampi, una creatura animata da una singolare piacevolezza. Quella di sentirsi in armonia con questo Tutto che la circonda e la riempie, un Tutto che attraverso i suoi occhi di donna riversa nell’anima di bambina un sentimento di gratitudine per il privilegio di poter godere di questa vita con profonda consapevolezza.

Le pare di guardarsi dal di fuori, per cercare di fissare meglio tutta la scena, come fosse un dipinto appeso ad una parete dell’esistenza. Un dipinto vivo, pennellato di sensazioni tattili acute, pregno di suoni contagiosi, di odori assorbenti e sapori eccitanti.

I piedi nudi della creatura assorbono con piacere il calore conservato e rilasciato dalla sabbia, come se la terra rigurgitasse lentamente la sua energia vitale e gliela donasse attraverso quel sensuale contatto. Un po’ come farebbe con le radici di una pianta famelica di linfa.

Ecco, somiglia a una pianta la creatura che con femminea disinvoltura posa in questo dipinto abbozzato dalla creatività della Natura. Perché c’è poco di umano nell’istintivo benessere d’appartenere alla spuma del mare, alle saette del temporale e ai granelli della sabbia. È piuttosto una percezione primitiva, gioiosa e insieme conturbante, che evoca un idilliaco ritorno alle origini. Uno sprofondare a ritroso nel tempo attraverso lo spazio fino a poter toccare il nucleo ancestrale di sé.

Così, mentre i tuoni alle spalle si fanno sempre più ruggenti e il mare di fronte s’appresta a ricevere l’imminente pianto delle nuvole, la creatura allunga le braccia con le mani congiunte verso il cielo, caricaturando il rituale di una preghiera laica.

Un inno alla vita. Questo il titolo del dipinto che in un istante ha cullato di stupore l’anima di una bambina attraverso lo sguardo di una donna. L’inno alla vita di una pianta che, con i rami spalancati ad abbracciare il vento e le radici sprofondate a succhiare l’arena, accoglie la pioggia. In attesa del Sole che presto la bacerà.

Allacciati, senza fine (Privé)

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I loro corpi sono stati creati per essere allacciati. Come l’edera s’incolla avida al tronco dell’albero e il panda s’avvinghia famelico al bambù.

Allacciati per fondersi, come la pioggia che si fa lago, mare, oceano. Così sono loro, Esseri della Natura, quando la calamita che li destina a toccarsi schiocca le dita e li chiama ad unirsi.

Non sono semplici abbracci quelli che si scambiano, non semplici baci ma inesorabili riversamenti l’uno nell’altra in un crescente naufragio dei sensi.

Onde. Onde primordiali che danno vita al tutto. È un fatale scivolare nella più pura primarietà, dove corpo, cuore e mente perdono la propria identità. Tutto è nucleo, nato da due cellule che si fondono e si confondono per ricreare una monade con un solo centro vitale.

Fusione. La bellezza della fusione è tale da cancellare ogni contorno. Al di fuori di quella nuova creatura partorita dagli abbracci e alimentata dai baci non c’è alcunché, neanche l’aria. Perché bastano i loro respiri a tenere in vita la nuova creatura bifronte non pensante.

Nuotano come gabbiani. Volano come pesci. Si scambiano la pelle compenetrandosi in un andirivieni di colori e di musiche che ubriacano quella piccola fetta di mente ancora vigile. Sovvertono le logiche del pensiero, pensiero che si fa argilla sotto il calore del loro ardore.

Si plasmano dentro, nell’anima, frugando tra i sentieri più nascosti del pudore. Un pudore che posa la maschera, finalmente.

Animali dolcissimi e selvatici, addomesticati solo dalle leggi del reciproco desiderio di darsi, di carezzarsi, guarirsi e di rinascere insieme più forti.

Sudore. Come acqua di sorgente, rivoli di sudore li abbeverano ripagandoli delle energie bruciate a donarsi gioia, rotolando e rotolando sempre più in alto, spersi nelle capriole di un piacere totale, assoluto, elementare, che solo all’innocenza può somigliare.

Sonno. L’arrendersi al bisogno di restare allacciati anche dopo il precipizio nell’estasi e addormentarsi nel tentacolare morso del languore. Bocca sulla bocca, labbra tra le labbra, morbidamente tese sull’afflato vitale che li fa sentire d’esser vivi mentre affogano nell’ultimo torpore.

Liberi. Fino al prossimo risveglio, così uniti.

Perché i loro corpi sono stati creati per rimanere allacciati.

L’incontro e il caso (Privé)

Taste & Travel Magazine SAGL

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“Una donna non sente. Una donna sa!”

Queste erano le parole esatte che mi rimbalzavano nella testa mentre camminavo nel sole, questa mattina in città. Parole che, passo dopo passo, coronavano un ragionamento ben distinto e che scolpivano la mia mente con precisione millimetrica, tanto da renderle evidenti sul mio viso, forse. Senza grande attenzione, scorgevo avanzare verso di me un individuo. Lo vedevo senza guardarlo. Sentivo il suo sguardo puntato addosso e più si avvicinava più percepivo la sensazione che, giunta a tiro, mi avrebbe rivolto la parola.

“Excuse me, do you speak english?” Lo sapevo: una donna non sente, sa!

Sorriso schietto, denti bianchissimi, pelle olivastra, capelli nerissimi. Forse un indiano o comunque un mediorientale sulla cinquantina, elegante e istintivamente simpatico. Dalla camicia colorata avrebbe potuto essere un turista ma la valigetta in pelle nella mano sinistra, i pantaloni scuri e le scarpe lucidissime tradivano la…

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Il mare nel letto (Privé)

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Acqua di sorgente. Nata dal ventre della terra zampilla libera e s’abbevera d’aria.

S’alimenta, cresce, raccoglie onde di vento e semina fiamme di colore.

Lacrime calde scorrono, scivolano lungo i fianchi della montagna che gioiosamente le hanno partorite.

Acqua di sorgente che diventa frizzante. Il cielo le ha dato vita per ridare vita. Per colorare di smeraldo i contorni del lago, quel piccolo mare placido in cui riverserà tutto il suo vigore, e innamorare lo sguardo dell’innamorato che riposa cullato dal suo abbraccio.

Amore di sorgente, inebriante. Nato da un nulla che ora è tutto, zampilla libero e s’abbevera del sapore dell’estate.

Piccolo mare placido carico di onde gonfie di colore, scivola in questo fazzoletto ricamato di candore. Lenzuola vergini issate come vele al sole, per asciugare il tuo sudore.

 

 

COLORE, SAPORE, ARTE: WASHOKU, UNA FILOSOFIA DI VITA

Taste & Travel Magazine SAGL


Il Giappone non è semplicemente un Paese. 
E’ un modo di vivere. Una filosofia, un sentimento, un atteggiamento grato e rispettoso nei confronti della Natura e dell’essere umano in quanto parte integrante della Natura stessa.
Quest’attitudine gentile alla vita si esprime anche in cucina e a tavola, perché cucinare e mangiare per un Giapponese non è questione di sopravvivenza ma di armonia con il mondo che ci circonda.
Dimentichiamo per un attimo i ristoranti di Sushi e Sashimi che fioriscono e dilagano ormai ovunque e concentriamoci, piuttosto, su quello che è l’anima della cucina giapponese, chiamata Washoku.
Washoku significa arte, cultura, condivisione. E’ una pratica sociale dalle radici antichissime, ereditata e tramandata, che si fonda su capacità, manualità, modi di preparare e di consumare il cibo profondamente legati al rispetto della materia prima. Spirito e sensi allacciano un dialogo armonioso che utilizzala grammatica della Natura, un dialogo cadenzato dai…

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Unheimlich, il perturbante che c’è in noi (Privé)

Taste & Travel Magazine SAGL

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Capita a volte che tanta bellezza susciti inquietudine. La luna rossa che la scorsa notte ha ipnotizzato il mondo per oltre un’ora era profondamente perturbante. Almeno per me.

Perturbante come Freud definiva quel moto d’animo sospeso tra la sensazione di famigliarità e di estraneità che si prova al cospetto di un “oggetto” estremamente espressivo. Qualcosa di così coinvolgente da attirare e spaventare allo stesso tempo, di pericolosamente irresistibile, tanto da non poter distogliere lo sguardo. Tanto da struggersi fino alle ossa e desiderare di esserne sopraffatti.

È un piacere estetico che turba le pieghe dell’anima. Un’opera d’arte può suscitare facilmente questo sentimento ma ancor più la natura attraverso le sue infinite manifestazioni. La differenza tra il perturbante di un’opera d’arte e il perturbante della natura è il senso d’impotenza che accompagna la seconda. Piccole creature impotenti siamo tutti noi di fronte all’inevitabilità dei meccanismi naturali, spesso imprevedibili, bellissimi e terrificanti…

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Sommelier, il portavoce del vino

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La sommellerie è un’arte. È il fil rouge che congiunge chi produce il vino e chi lo beve. Ma, in quanto arte, esige di essere esercitata con talentuoso intuito e meticolosa pratica, perché sentenziare un giudizio, positivo o negativo, nei confronti di un prodotto tanto amato rappresenta sempre una grande responsabilità e pertanto chiede un’obiettività critica. È un po’ come riassumere un libro: attraverso una recensione un romanzo può rinascere a nuova vita oppure finire sepolto.

Il sommelier, perciò, deve conoscere, interpretare, consigliare e servire nel modo adeguato, trasmettendo al fruitore tutto ciò che con la sua esperienza ha assorbito. I suoi gesti apparentemente rituali cui tutti siamo ormai abituati ad osservare nei ristoranti o durante le degustazioni nascondono conoscenze e sensibilità profonde che danno il giusto valore alla sommellerie. Il termine stesso “sommelier” ne rivela l’attuale importanza: è preso in prestito dal francese provenzale “saumalier”, a indicare letteralmente il “conducente di bestie da soma”, significato successivamente traslato in “addetto ai viveri” e poi in “cantiniere”. Un’evoluzione, dunque, un upgrade in prestigio nei confronti di una figura professionale oggi essenziale nel teatro enogastronomico, della ristorazione e dell’hotellerie, figura che si fa portavoce della cultura del vino.

Se la passione è fondamentale, come in tutte le professioni, occorrono anche studio e pratica che esercitino il sistema sensoriale affinandolo e mantenendolo aggiornato al costante divenire del mondo vino e degli abbinamenti con il cibo. Il sapere del sommelier spazia, dunque, dalle caratteristiche organolettiche e sensoriali alla gestione in cantina, fino alla cura del cliente al tavolo. Il contatto umano con chi gusta il vino proposto è fondamentale perché non sempre l’ospite ha una sensibilità all’altezza del sommelier, quindi da parte di chi offre occorre l’intuito di cogliere i gusti dell’interlocutore. Interlocutore che si affida ai consigli del professionista. Questo rapporto di fiducia a volte nasce da una pura suggestione, dalla temporanea seduzione da parte del sommelier nei confronti del suo ospite, e lì finisce insieme al dessert. Tuttavia spesso si traduce in un positivo contagio e chi assaggia per la prima volta un vino “raccontato” dal sommelier può imparare ad “ascoltare” un ventaglio di sensazioni tanto effimere quanto profonde.

Molti stimoli, infatti, sono subdoli, evanescenti, soprattutto quelli legati all’olfatto, senso che anticipa il gusto. Eppure quando si annusa un vino si innesca un meccanismo chimico straordinario. Le molecole odorose affrontano un percorso turbolento, fortemente vascolarizzato, e approdano direttamente al cervello dopo aver impregnato l’epitelio olfattivo di migliaia di timbriche odorose diverse. L’epitelio è una spugna porosa composta di un’infinità di recettori specifici per ogni odore e il suo compito è di convertire i segnali chimici in messaggi elettrici che poi i neuroni saranno in grado di interpretare. L’intricato universo sinaptico s’infittisce ancor di più quando le molecole odorose si mescolano a quelle saporose, quelle che traducono il vino in parole, rendendolo comprensibile a chi lo beve. Il tutto in una manciata di secondi.

In fondo cos’è che “sentiamo” quando beviamo? Armonico, abboccato, allappante … fruttato, maturo, austero … etereo, fragrante, vinoso. Tanti sono gli aggettivi per descrivere un bicchiere di vino o un calice di bollicine e spesso è imbarazzante scegliere quelli che meglio ne colgono l’anima. Oltretutto, tra l’esperienza sensoriale del sommelier e quella del cliente non è detto ci sia sempre una perfetta collimazione. Proprio per questo è necessario un glossario comune, forse volutamente ambiguo e senz’altro fantasioso, che raccolga tutte le note sensoriali più o meno intense e persistenti scatenate dal sorseggiare. Basti pensare che dal linguaggio dei Greci e degli haustores (degustatori) dell’antica Roma ad oggi gli aggettivi per descrivere il vino sono arrivati a un migliaio. Per tutte queste ragioni il sommelier è un punto di riferimento essenziale per dar voce al vino, soprattutto quando bevendolo, per sua bontà, lascia … senza parole.