L’amante … temporale (Privé)

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Non dà tregua. Questa notte non dà tregua. Il temporale non lascia respiro al cielo gravido, che si scaraventa in lame di luce sul lago affondato nel buio.

Picchia, graffia, colpisce i vetri della finestra volutamente schiusa per invitare la voce del vento che s’agita bagnato sui cedri sconvolti.

Schiaffi d’aria, lacrime di grandine, schiocchi di frusta. Il temporale s’infuria, si dimena, si vendica. Pare un amante che fa a pugni con le proprie delusioni, che se le leva di dosso, di dentro, finalmente, una volta per sempre, scaraventandole come frecce velenose contro chi, forse, merita d’essere colpito.

E allora continua, liberati. Tuona, piovi, bagna questo lago affondato nel buio e illuminalo di nuove gioiose saette di fuoco. La finestra è sempre schiusa e ascolta i tuoi rochi ruggiti.

Non smettere. Non dare tregua a questa notte ancora accesa. Fa che la tua rabbia diventi energia, i tuoi schiaffi carezze, le tue lacrime sorrisi, i tuoi schiocchi baci.

E vedrai che domani anche i cedri sconvolti ti saranno grati…

Lugano, una favola di “Le mille e una notte” (privé)

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Turgido e vellutato, fiero e sensuale, vivace e delicato. Con la sua variopinta presenza, il tulipano è uno tra i fiori che meglio esprimono l’anima della primavera, anche in città. Una rigogliosa tavolozza di petali che riveste i giardini di un nuovo volto, quasi a simboleggiare la ripresa della vita dopo il sofferto letargo invernale.

Non a caso la bella Lugano da qualche settimana ha prediletto tulipani dai mille colori per infondere fresca effervescenza a piazze, aiuole e giardini. Ed è una delizia osservarli giorno dopo giorno crescere, levarsi verso il sole con quelle testoline gentili e affusolate, quasi a voler spingersi sempre più in alto per respirare l’aria lacustre. Sembrano tanti soldatini in fila, obbedienti, regolari, allineati secondo una precisione geometrica – svizzera direi – che doma con grazia l’esuberanza della natura.

Forse la sensazione di magica armonia che i tulipani trasmettono viene anche dai messaggi inscritti nel loro intimo linguaggio, perché – si sa – ogni pianta e fiore possiedono un simbolismo ricamato di leggendari aneddoti. Così è anche per il tulipano, la cui personalità pare essere intimamente radicata all’amore.

La sua culla natale giace in Turchia, nei monti del Pamir, nelle montagne dell’Hindu Kush e del Tien Shan, luoghi per definizione magici che hanno partorito leggende altrettanto fiabesche legate al fiore. Si narra, per esempio, che il sultano di “Le mille e una notte”, usasse sempre e solo un tulipano per scegliere la donna prediletta dell’harem, lasciandone cadere uno rosso ai suoi piedi in cambio delle sue grazie. Un altro racconto narra che fossero le odalische a posare un tulipano al di fuori delle inferriate dell’harem, per suggellare il proprio struggente amore con l’amante perduto.

Leggenda o verità, fantasia o sogno, è bello pensare che ogni tulipano custodisca gelosamente tra i suoi setosi petali un messaggio d’amore destinato a chi lo sappia cogliere, catturato dai suoi ipnotici colori. Tulipani rossi per scaldare la passione, gialli per stuzzicare la gelosia, screziati per accendere l’eccitazione, rosa per elargire carezze, viola per asciugare le lacrime e bianchi per domandare sommessamente scusa …

E se un’altra leggenda vorrebbe che dal sangue dell’Imam Hossein, nipote di Maometto, sia sbocciato nel cuore del deserto un tappeto di tulipani rossi, è più piacevole pensare che sia l’amore ad accendere la primavera di Lugano. Fiorita, colorata, incantata. Bella, come una favola di “Le mille e una notte”.

Essere e non essere (Privé)

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Siamo tutti altrove. E i luoghi di transito lo dimostrano esemplarmente.

Stazioni ferroviarie, aeroporti, porti sono tutti immensi spazi liquidi in cui le persone galleggiano come minuscole bolle sulla scia invisibile di un tragitto già abbozzato.

Siamo tutti in viaggio. Qui, adesso. Eppure contemporaneamente siamo fermi. Proiettati là, altrove. Spesso lontanissimo da quel preciso istante che ci scolpisce con lo zaino infilato in spalla e un piede sulla scaletta di un treno in partenza.

E quell’altrove che rapisce ognuno di noi lungo la strada sta esattamente in una mano. In quello specchio riflesso che ci libera e ci lega, ci connette e ci estranea. Quella porzione di universo che maniacalmente stringiamo, appendice del nostro stesso corpo, ci ingloba nei pensieri della voce di turno che ci chiama. Voce che soffoca i silenzi, che si fa presenza e che azzera le distanze.

Così, reciprocamente, proseguiamo il nostro viaggio in compagnia di invisibili presenze che assumiamo in dosi regolari, come drogati dipendenti di un illusorio piacere viscerale. E ci frammentiamo come luce dentro un prisma, alternandoci in scenari che si sovrappongono in un surreale essere e non essere.

Cosa accadrebbe se all’improvviso restassimo tutti orfani della tecnologia prêt-a-porter che ci espande, ci rimbalza e ci diffonde? Saremmo “solo” qui, adesso, in questa stazione brulicante di disordine, di gesti rapidi, e di sguardi distratti. Saremmo forse più soli, chissà. O, forse, liberi finalmente di guardarci negli occhi di chi ci sta accanto, scopriremmo che, dopo tutto, il vero “altrove” è dentro di noi, anche in silenzio. Sempre e comunque.

La conversione laica (Privé)

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L’aveva promesso. Non mi avrebbe detto quando ma mi aveva promesso che l’avrebbe fatto. Demolire un mio tabù sedimentato da decenni e rispettato sempre con severa fermezza.

Sono stati sufficienti un po’ di musica, un paio di calici di bianco e una flebile candela a scardinare le mie convinte resistenze? Oppure s’annidava già in qualche recondito angolo delle mie ombre il desiderio nero di disobbedire a me stessa?

Tant’è che in una manciata di secondi mi sono ritrovata seduta al tavolo apparecchiato, con gli occhi socchiusi, cullata da un’ipnotica melodia di Radio Swiss Pop, e imboccata da una mano consapevolmente oltraggiosa. “Apri la bocca…assaggia.” Un primissimo boccone, un concerto di sapori a me fino a quell’istante sconosciuti, spalancava le porte di un delizioso inferno terreno risucchiandomi irrimediabilmente dentro. Il profumo inebriante delle spezie s’arrampicava dall’arco del palato su per le narici, stordendo il cervello di un nuovo piacere, mentre la consistenza vellutata e insieme riottosa del boccone stimolava una lenta scioglievolezza raccolta dietro le labbra umide gelosamente serrate.

Carne. Carne cruda, turgida, guizzante, tanto che pareva viva. Rossa. La immaginavo farsi e disfarsi nella mia bocca, come se ogni mio addentare avesse il potere di uccidere ancora una volta quell’animale sacrificato in cibo. Nessun senso di colpa, nessuna vergogna, nessun rimorso per aver tradito quella che per me era stata fino a quel giorno una scelta sacra, ossia quella di nutrirmi solo di vegetali, ortaggi e frutta. Assolutamente impensabile per me cibarmi di animali. E invece un altro…ancora un altro boccone, più ricco e polposo adesso che lo stupro era diventato consensuale. Uno dopo l’altro, fino a spartirci tutto quello che pareva essere stato il bottino di una caccia primitiva, portata a termine con le sole nude mani, e consumata a voluttuosi morsi, fino a leccare gli ultimi brandelli di godimento.

Quel macabro delitto dei miei principi era stato compiuto con una disinvoltura oscena, consumato con una tale disinibizione che avrebbe meritato una punizione. E invece no, ancora piacere. Il piacere di trasgredire e di assaporare tutta la soddisfazione di oltrepassare una soglia mai sfiorata, nemmeno col pensiero. Una conversione della carne alla carne, una conversione laica senza possibilità di ritorno. Perché quel sapore mellifluo di vivo sangue condito di speziati aromi ha avuto il potere di contagiare i sensi e di plasmare i desideri, e come tutti i piaceri materiali ha marchiato per sempre la mente.

La musica ancora nell’aria, residui di candela che sfumano in una luce innaturale. Il buio si spegne e con timore apro gli occhi. Dov’è quella mano tentatrice? Dove il boccone del peccato? Dove la tavola apparecchiata…? Niente e nessuno attorno, solo io. Al posto della tavola il letto, il mio letto, con me dentro ancora arrotolata dentro quei sapori dai contorni sconvolgenti. Solo io, dentro quello che è stato solo un sogno, un sogno ancora acceso che stenta a farsi nebbia. Scuoto la testa e rido con gran sollievo di quell’abbuffata carnivora servita dai mostri onirici notturni, complici delle mie malate fantasie. E con un sospiro mi autoassolvo per non aver tradito me stessa, accettando l’invito di una mano oltraggiosa, colpevole … ahimè … d’essere stata solamente immaginata.

L’odore della pioggia (Privé)

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Come d’incanto il cielo si spoglia.

Dopo tanto piangere, le nuvole svuotate della loro stessa essenza si arrendono ed esauste si posano lungo i fianchi delle colline, anch’esse svestite del loro verde ossigeno. Vaporose aureole discese dalle vette imbiancate disegnano messaggi comprensibili solo agli angeli, ai poeti e agli innamorati. Misteriosi segnali di fumo in continuo divenire, riccioli di cotone sospesi tra cielo e terra, che il lago col suo silente specchio cattura, alimentando le sue acque di nuove increspature.

Vene d’argento a fior d’acqua, stringhe di seta a mezz’aria, impalpabili soffi di grigio negli occhi. È surreale l’atmosfera dopo un temporale lacustre. Vien voglia di farsi largo tra i grigi vapori ancora grondanti d’inverno e con le mani frugare, scavare, grattare fino a raggiungere almeno un timido raggio di quel dio di fuoco risucchiato al di là del mondo.

Ma luce, colore e calore sono irrimediabilmente altrove in questo giorno che sta per sfumare. Solo l’odore resta. L’odore dell’ultima pioggia ancora nell’aria che, come lieve sudore, scivola sulla pelle nuda. Nuda, come questo cielo che d’incanto si spoglia senza vergogna, in attesa di una notte ancora da inventare.

Coup de foudre letterario (Privé)

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Brivido caldo che scorre sottopelle. Impercettibili onde di desiderio che pulsano dall’animo senza un perché abbeverando il corpo di un godimento ancora assente.

Quel che si scatena quando tra due estranei scatta il cosiddetto “colpo di fulmine” è tanto inspiegabile quanto affascinante. Soggiogati dal molle sconvolgimento delle carni, ci si arrende con lieto abbandono all’invisibile lazo che con mano sensuale zittisce la mente. E così libero, il corpo s’accende dalla fortuita miccia di uno sguardo o di uno scambio di mano. Labbra, petto, pancia, tutto s’infiamma in un perturbante bisogno di lasciarsi andare alla calamita del piacere.

Ma, mi domando, è possibile che lo stesso incendio divampi dall’incontro accidentale di parole? Nessuno scambio di sguardi, nessuna carezza di pelle, nessuna voce a rivoluzionare i sensi ma solo una manciata di lettere scritte per caso. Per caso o dettate quel filo rosso invisibile che a volte tesse trame diaboliche, o divine, tra anime lontane.

Intuire nelle vene di uno sconosciuto interlocutore lo stesso brivido caldo che accende noi leggendo lui, stupiti dalla seduzione dirompente di un silente dialogo, sarà forse solo un’illusione, una fantasia, un dispettoso gioco della mente. Ma è pur sempre un gioco sconvolgente che, ne son certa, da qualche parte nasconde il suo perchè.

Una favola vera (Privé)

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Spesso mi si rimprovera di aver tradito le mie origini. Un’Italiana innamorata della Svizzera, tanto da sognare di viverci per sempre, sin da bambina.

Sì, perché ricordo come fosse ieri l’emozione che mi invadeva quando, seduta sul sedile posteriore dell’auto guidata da mio padre, appena varcato il confine spiavo fuori del finestrino e intravvedevo le prime forme di vita a me più care. Tutto era Natura lì. E la Natura era viva e mi parlava. Via dal grigiore insipido del cemento e dal profilo asfittico della mia città, sgusciavo improvvisamente in una tavolozza di verdi e azzurri, rosa e blu, rossi e bianchi! Mi sembrava di entrare in una favola animata dai miei personaggi preferiti. Erano cavalli e mucche a darmi il benvenuto, invitandomi dentro quella cartolina ricamata da un lago che sapeva di pace lontano da tutto, da colline adagiate sull’acqua come sirene e da vette in lontananza che nascondevano altrettante segrete bellezze.

Persino le presenze umane mi sembravano calcolate con cura e posizionate con rispetto per non violare eccessivamente quell’ordine naturale. Un treno silenzioso assecondava docile le curve del lago prima di scomparire nel ventre del monte, qualche battello con l’immancabile bandiera rossocrociata traghettava i turisti qua e là sulla costa, e le auto scorrevano obbedienti lungo strade ampie e pulite. Ero dentro un quadro naïf, tanto elementare quanto eccitante.

Per me era una certezza: da grande avrei vissuto in Svizzera, perché lì, oltreconfine, non cambiava solo il paesaggio. Cambiava il mio umore. E oggi, pur riconoscendo al mio Paese d’origine altrettante meraviglie di cui bearsi, ritrovo nel Canton Ticino il mio habitat naturale ma soprattutto una sensazione di appartenenza che altrove non provo. L’abito perfetto per me, per ogni stagione, per ogni occasione. Non c’è una ragione logica, forse proprio per via di quell’imprinting assorbito nell’infanzia, un inconsapevole innamoramento che dagli occhi mi attraversava tutta, raggiungendomi fino al cuore. E poi, si sa, innamorarsi non ha un perché.

Oggi, il mio sguardo posato su questi dintorni resta rapito dallo stesso incantamento. E allora, col senno di poi, penso che a volte siano i luoghi a scegliere noi, e non viceversa, un po’ come i libri. Sono attrazioni fatali, richiami misteriosi, assonanze invisibili che completano una persona non sempre conscia di essere alla ricerca di parte di sé, soprattutto se molto, molto giovane. Fatto sta che questo precoce innamoramento per un Paese a due passi da casa tutt’ora mi scalda e mi conferma che, a volte, restare fedele ai sogni di bambina aiuta a crescere e, con un po’ di fortuna, può trasformare una bella favola in una favola vera.

Una pioggia di baci (Privé)

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Facile essere di buon umore in un giorno benedetto dal sole. Ma prendine uno come questo. Inghiottita dalle nuvole, penetrata dal grigiore, avvolta dal freddo abbraccio di un inverno che non vuole morire.

Nonostante lo scenario irrimediabilmente decadente, che nemmeno concede la visione consolante dello specchio lacustre, il panorama interiore non si lascia contagiare e, dispettoso, sorride.

Sorrido, sorpresa del buon umore che alberga in me, anche senza sole, senza colore, senza calore. E allora mi domando da dove provenga questo costante rivolo di frizzante benessere che, come acqua di fonte, mi scorre dentro abbeverando di contagiosa serenità la mia anima.

Facile. Dall’amore. Dall’amore di chi è sempre con me, nonostante tutto, in un armonioso cammino senza stagione. È quest’amore che trasforma le nuvole in sogni colorati, il grigiore in arcobaleno e il freddo in una coperta di raggi di sole dove raccogliersi nudi e, sottovoce, scambiarsi segreti.

Sotto una pioggia di baci che danza sulla pelle, sorrido. Chiudo l’ombrello e mi lascio avvolgere dal caldo abbraccio di quest’inverno che non vuole morire.

Bianco stupore (Privé)

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È la protagonista indiscussa di questi giorni. Lei, la neve, regina bianca dell’inverno. Così delicata eppure così potente da stravolgere tutto in poco tempo. Città, strade, prati, colline ma anche tempi, ritmi, abitudini e soprattutto predisposizioni umorali e stati d’animo.

Sì, perché quel sottile sipario bianco che lentamente cala sul palcoscenico quotidiano, ridisegna non solo i panorami esteriori ma anche quelli interiori, giocando con i ricordi, i sogni e i timori. Guardando la danza che i cristalli improvvisano nell’aria, verrebbe voglia di fermarli lì, sospesi da terra, in modo che possano conservare intatta la loro naturale leggerezza. Scolpire la neve nell’istante del suo divenire sarebbe anche un modo per fermare il tempo e ritornare idealmente alla stagione dell’infanzia, quando il suo arrivo, soprattutto se inatteso, rappresentava sempre e solo una grande gioia.

Lo stupore è forse l’unico sentimento che un adulto non prova più davanti a una nevicata. La poesia, il gioco e la bellezza restano pressoché muti di fronte ai disagi concreti che la neve, col suo innocente candore, può provocare, soprattutto nelle città. È comprensibile.

E così, tutti presi da problemi pratici, ci si dimentica di quando si era bambini. Quando ci si svegliava la mattina con quel bianco illibato che riempiva tutto di una luce pulita. Accesi dall’impazienza, si correva fuori per toccarla, calpestando con garbo il tappeto immacolato, perché era un peccato violare tanta perfezione. Il silenzio ovattato, rotto solo dal peso delle scarpe sui fiocchi compatti, aggiungeva solennità all’evento, come se tutti intorno si fossero raccolti contemporaneamente in una spontanea preghiera. Era persino bello andare a scuola quando c’era la neve. Tutti a piedi, pochissime auto, solo fiumi bianchi che cancellavano i confini tra strade e marciapiedi in una totale anarchia di viabilità. Nessun problema per i bambini, tanto c’erano i grandi a pensare per loro. Ma che peccato che anche i grandi non fossero contagiati dalla stessa festosa gioia. Dalla stessa impazienza di affondare le mani nel soffice gelo caduto dal cielo per farne palle, pupazzi, per leccarlo, per mangiarlo…

Nel suo bel libro “Il senso di Smilla per la neve”, Peter Høeg raccontava come gli abitanti dell’estremo nord abbiano un’infinità di nomi per definire la neve e il ghiaccio, tante sono le sfumature, le consistenze e le fogge che il manto nevoso assume depositandosi sulle cose. Frazil, grease ice, pancake ice, hiku, hikuaq, puktaaq, ivuniq, maniilaq, apuhiniq, agiuppiniq, killaq… Ecco, questa grande fantasia nell’esprimere qualcosa di apparentemente uniforme è forse un po’ simile a quella di un bambino che, con i suoi occhi curiosi e voraci di vita, coglie nella neve una bellezza infinita, sempre nuova, sempre diversa. Senza paura di avere freddo, di cadere, di bagnarsi, di sporcarsi. Solo con un po’ di paura di crescere, forse, e di dimenticarsi di stupirsi.

L’età che s’indossa (Privé)

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Gli anni che si portano sono come un abito che s’indossa. Almeno così dovrebbe essere. Un abito dovrebbe coprire senza pesare e valorizzare senza nascondere. Così ognuno di noi dovrebbe sentirsi dentro la sua età: a proprio agio. Certo, un abito lo si sceglie e lo si cambia a piacimento, l’età purtroppo no.

Ma pensiamoci un attimo: se la stoffa è buona, se la misura è perfetta e se l’utilizzo che se ne fa è adeguato, un abito comodo non lo si sostituisce tanto facilmente e quando lo si fa, spesso lo si rimpiange. Per analogia, la stoffa potrebbe essere la salute, la misura il benessere psicofisico e l’utilizzo le esperienze accumulate.

Ecco che, se queste tre carte son ben giocate, pure l’età può essere “indossata” con disinvoltura, anzi, persino con piacere, anche quando s’incomincia ad inoltrarsi al di là dei prati verdi, fioriti e spensierati. Vero è che c’è sempre lo specchio a ricordare con inappuntabile rigore a quale giro di boa si sta, e quello non mente. Tuttavia, non dovremmo badare solo allo specchio di casa, ma anche e soprattutto agli sguardi degli altri. Dovremmo, cioè, imparare a vederci attraverso gli occhi di chi ci guarda perché anch’essi sono riflessi di noi. Riflessi altrettanto sinceri che, spesso, riescono a farci piacere di più.

Occhi non qualsiasi, certo. Ma occhi innamorati, possibilmente, che anziché cogliere le inevitabili sgualciture di un’intensa esistenza, leggono pensieri, emozioni e sentimenti. Eventi profondi che ci hanno scolpito dentro e fuori rendendoci ciò che oggi siamo, dando un senso al tempo trascorso.

A quel punto, quando uno sguardo sinceramente innamorato si posa sulla nostra pelle mai sazia di vita, l’abito che s’indossa non ha più stoffa, né misura, né stagione. C’è solo l’anima, nuda. E l’anima, come l’amore, non ha età.

Prove generali di solitudine (Privé)

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Ogni tanto fa bene fingersi soli. Raccogliersi attorno a se stessi senza attese verso gli altri. Compiere gli abituali gesti quotidiani senza aspettare che qualcuno ci chiami, ci accompagni, ci aspetti, come di solito avviene. Anche gli affetti più profondi e veri potrebbero all’improvviso svanire e forse allenarsi a sperimentare questo brivido di solitudine può aiutare. Può fortificare, aiutandoci ad essere un po’ più preparati ad affrontare la vita, semmai eventi fuori dalla nostra volontà ci costringano prima o poi a camminare senza appoggi.

Svegliarsi la mattina e non ricevere l’abituale buongiorno riempie di un vuoto immenso ma spalanca anche la porta su un nuovo modo d’essere. Del resto ogni nascita non è altro che distacco. Quel primissimo taglio di cordone ombelicale rappresenta simbolicamente tutte le separazioni che l’esistenza tiene in serbo per ognuno di noi. E allora meglio accettare il fallimento di sentirsi sempre avvolti dall’abbraccio di un padre, di un amante, di un amico. Perché prima o poi quell’abbraccio diventerà un bel ricordo, che pur scaldando lascerà solo un brivido.

Per sempre.

L’illusione (Privé)

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Hanno rubato le colline. Questa mattina il lago s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale ancora vestita d’inverno. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito.

Lugano è sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto. Beatamente sospesi dentro una piccola, immensa bolla d’impalpabile cremosità, senza un sopra né un sotto. Semplicemente risucchiati dentro un Tutto.

In questo Tutto ovattato si sta bene, entrano solo pensieri felici e sentimenti buoni.

L’illusione che il tempo abbia messo il freno inebria la mente. Appena un filo di timido sole viene a bussare a questo dolce torpore fendendo la cortina d’argento che divide e protegge. Quasi a voler rassicurare che, in fondo, dove lo sguardo non arriva c’è sempre un Oltre. Una promessa, una speranza, una certezza.

E così, guardando verso quell’invisibile Oltre, nell’infinito mi fingo. E m’illudo che sia per sempre.

L’onda perfetta (Privé)

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Ci sono momenti nella vita in cui una sosta è d’obbligo. Una pausa di meditazione, forzata o cercata, che rieduchi l’anima e l’accompagni a ricapitolare con se stessa.

E allora, chiusa la caccia alle emozioni, può capitare di accorgersi di aver cavalcato fino a quell’istante una gigantesca onda, proprio come quella che i surfisti chiamano “onda perfetta”. Un’imponente massa di energia in movimento che ti porta a sfidare te stesso perché l’adrenalina scatenata dalla volontà di misurarsi con stimoli tanto immensi è un piacere estremo e irrinunciabile. Nemmeno lo spettro della morte può fermarti, il richiamo alla vita è più forte.

Cavalchi, voli, t’immergi completamente in un vortice crescente di vibrazioni senza possibilità di ritorno, perché l’onda perfetta pretende l’accettazione assoluta. Va vissuta fino in fondo, pena esserne travolto e sconfitto. Entri in simbiosi con quell’armonia d’acqua impetuosa diventando tu stesso goccia, in un delicato equilibrio tra vigore e dolcezza. Ti sembra d’essere fermo in mezzo al tunnel liquido fino a che arrivi all’inevitabile naufragio, partorito definitivamente dal ventre ancora gravido dell’onda che piano piano s’inchina al suo destino. Il ruggito esaurisce la sua carica e ti sputa fuori, lasciandoti stordito nella quiete più assoluta.

Piccolo, così piccolo in mezzo a quell’oceano improvvisamente piatto, galleggi in un stato amniotico, imbevuto in un’immobilità che t’impone di pensare. Ubriaco di vita per aver osato sfidare la natura, senti che la tua incoscienza s’è fatta coraggio e voltandoti indietro ti accorgi come anche un’onda così perturbante, alla fine, si risolva in un innocuo tappeto di pace, di calma, di rassicurazione.

Cullato da un nuovo piacere, capisci che solo guardando alle tue spalle puoi renderti completamente conto di ciò che è stato. Ti rivedi là dentro, avvolto nel manto del rischio, e ora che sei salvo sai che momenti di meditazione come quello che ora ti sta assorbendo sono un premio ma anche uno stimolo. Il necessario preludio alla caccia della prossima onda perfetta.

Il segreto (Privé)

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Il suo non era un lavoro. Era una vocazione.

Scrivere era per lei un irresistibile piacere, come bere, mangiare o far l’amore. Sì, perché scrivendo lei liberava non solo la propria mente ma anche l’anima, attraverso il fluire naturale delle parole che davano forma a pensieri felici come animali selvatici.

Ma a condire i pensieri concorrevano i sensi. Panorami, sapori, odori, ogni dettaglio che le sfiorava la pelle e le catturava lo sguardo le spalancava un universo coloratissimo d’immagini che urgentemente chiedevano d’essere raccontate. E via, ogni volta un capitolo di vita sgorgava dalla penna. Così ogni viaggio diventava automaticamente un libro in divenire che lei cominciava a scrivere nel momento stesso in cui posava piede in un luogo nuovo, annusandolo con la voracità di una bambina curiosa e affamata di vita.

Come resistere dunque al piacere di viaggiare anche per lavoro? Una passione che diventava missione quando aveva la fortuna di immergersi in realtà straordinarie, come quelle tra le vigne profumate e i bagli antichi della sua amata Sicilia, respirando quel mare così caldo di passione. Dar voce a donne e uomini che dedicano la propria esistenza a trasformare la terra in frutti da gustare era per lei un privilegio, e provava sempre un sentimento di immensa gratitudine quando veniva accolta da quelli che per lei erano istintivamente “amici”. Persone che le aprivano la porta di casa facendola sentire a casa propria con la disarmante semplicità di chi ama il proprio lavoro. Esattamente come lei.

O quasi. Perché mentre dedicarsi alla terra costa fatica, a lei pareva vergognosamente semplice sedersi alla scrivania, accendere il computer e lasciare andare le dita sui tasti. Una musica si levava come niente dalla tastiera e le emozioni raccolte durante quei viaggi si traducevano in brani narrati. Sguardi, sorrisi, racconti, attenzioni e gentilezze inattese del tutto gratuite riemergevano con freschezza durante la stesura dei pezzi. Al punto che spesso doveva trattenere gli aggettivi tanto era il suo entusiasmo, per mantenere un doveroso tono di professionalità.

Ma nel cuor suo poteva galoppare libera e dar sfogo all’effervescenza che ognuna di queste esperienze le infondeva. E ancora oggi, ripensando ai tramonti d’albicocca sulle saline di Marsala o al dolce veleggiare sul vento delle Egadi, l’emozione la riscalda e la consola. Il filo invisibile che la lega a quelle indimenticabili esperienze è fatto di ricordi per sempre vivi di cui continuerà ad alimentarsi per continuare a scrivere con inesauribile gioia.

A dispetto di ciò che non ha ancor detto!

Come il volo di un cigno (Privé)

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Camminare per ore nel vento senza incontrare uno sguardo. Sentire, passo dopo passo, l’incedere dei propri pensieri sospinti nel nulla, come foglie slegate dai rami finalmente libere di trovare il proprio destino.

Destino, nel senso di “destinazione”. Ecco dove ruzzolano i pensieri lasciati correre senza redini. Verso quella meta ancora indistinta che dovrebbe dare un significato al proprio cammino. Perché finora questo camminare nel vento rappresenta solo un piacere apparentemente fine a se stesso. Eppure, nascosto dietro qualche fronda d’albero o tra le piume delle canne spettinate del lago ci deve essere nascosto il perché di questo richiamo a vagabondare in solitudine nel freddo.

Nessuna risposta ai silenti interrogativi. Solo qualche brivido e un sorriso triste di fronte a un cielo drammaticamente plumbeo ferito da un raggio dorato che sembra trafiggere l’acqua, scolpendo nel bel mezzo un sentiero luminoso.

Pare un invito a tuffarsi in quell’apocalittico cono di luce liquida. Un’inspiegabile spinta a spiccare il volo s’agita dentro, così come fanno i cigni, con tale evidente fatica a sollevare il proprio peso che senza dubbio deve valere la pena tutto quello sforzo. Spesso abbandonano la propria grazia cullata dall’acqua, per impennarsi con estremo impegno nell’aria alla ricerca di cosa, al richiamo di chi… Non si sa, eppure anche i cigni obbediscono a leggi invisibili che li portano a volare nel nulla per poi planare leggeri come angeli riprendendo l’abituale eleganza accanto agli altri pennuti.

In un attimo robuste nuvole hanno soffocato tutto il cielo, il cono di luce s’è spento e l’acqua non invita più allo sconsiderato tuffo. Si prosegue a camminare ancora nel vento in compagnia del proprio sguardo per raccogliere, passo dopo passo, nuovi pensieri. E capire che, in fondo, il proprio destino non è poi così diverso dal volo di un cigno.

La bellezza della nostalgia (Privé)

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Riluce il lago leccato dal sole. Come se l’acqua, con la sua dorata danza, volesse ringraziare l’aria per quelle carezze d’insperato tepore elargite in questo primo pomeriggio d’inverno.

Un vago sentimento di nostalgia pervade l’animo. Non è tristezza, come la parola vorrebbe. Non si tratta di quel “dolore del ritorno” che nasce dal rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari, né da avvenimenti che si vorrebbe rivivere. O forse non è solo questo, perché in verità quest’impalpabile vuoto è condito da un sottofondo di sottile compiacimento dovuto, forse, alla speranza che prima o poi ogni lontananza si trasformi in presenza, in certezza, in unione.

È un’emozione che galleggia tra i momenti d’immenso coinvolgimento emotivo e il desiderio di poterli ripetere ancora e ancora, non solo nella mente. Allora la nostalgia prende il sapore di un dolce troppo dolce, tanto stucchevole da colare nel cuore, da imburrare la mente e s’incolla sottopelle per poi riaffiorare in nuvole di sospiri che pennellano il silenzio.

Ha una sua bellezza. Non è male gustarla, soppesarla, raccoglierla tra le mani e coccolarla come si potrebbe fare con un cucciolo bisognoso di rassicurazione. Prendere consapevolezza di questo sentimento che gonfia il petto è un po’ come guardarsi allo specchio e ritrovare in quella scatola di vetro riflesso i volti delle persone davvero importanti. Quelle che hanno reso possibili tutti quei momenti cari vissuti con pienezza, momenti che ancora fremono grazie alla morsa della memoria. Basta allungare la mano per toccarli.

Fuori il lago ancora riluce, il sole più acceso. Dentro la nostalgia si scioglie e si veste di gratitudine. I ricordi del passato si prendono per mano mettendosi in fila, uno dopo l’altro, fino a formare un ponte. Un lungo ponte d’istanti rivolti verso il futuro si leva alto sopra questo prato lacustre che brilla di vita. Sempre uguale eppure sempre nuovo ad ogni risveglio, proprio come noi esseri umani. Contraddittori, nostalgici, tenaci.

A guardarlo così bello, il lago pare muto eppure insegna: c’è ancora tempo, tanto tempo, per collezionare ricordi. A partire da oggi.

Stupore (Privé)

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Un inspiegabile senso di diffuso benessere mi pervade. Non ha un perché questo eccitato soffio che s’insinua tra mente e corpo, simile a quel sottile velo di nebbia che proprio ora sta planando sul lago avvolgendo tutto in un cremoso manto d’argenteo stupore.

Ecco… Stupore. É quel che provo di fronte a me stessa. Rapita da uno stato d’animo leggero e profondo, senza apparente sorgente, che mi porta a galleggiare dentro una voluttuosa bolla di piacere. Il piacere di sentirmi semplicemente in armonia con questo tutto ora nascosto agli occhi eppure ben scolpito nel mio presente.

Sarà la fortuna di sapermi amata. O sarà l’ebbrezza d’essere libera d’amare. Fatto sta che carezzo questi istanti di piacevole dolcezza con la meraviglia di chi si sente follemente viva, con l’illusione di restare per sempre così accesa, sospesa nel tempo, nell’abbraccio forte e certo di chi mi capisce. Eccessiva, sempre, ma irrimediabilmente sincera, come ora.

E spero di stupirmi ancora e ancora, continuamente grata alle vibrazioni che colorano la vita, anche oggi eccitata da contagiose emozioni. Così, quel sottile velo di nebbia che ormai ha avvolto il lago col suo cremoso manto si trasforma per incanto in un variopinto sipario in cui specchiarmi, perdermi e ritrovarmi. Fatalmente imbevuta in questo comprensibile senso di diffuso benessere che ancora mi pervade.

Brivido di vita (Privé)

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L’ultimo giorno dell’anno si spegne. E la città s’accende di musica e colori, di luci e di sapori. L’albero di Natale, che era planato nel cuore della Piazza come un angelo piovuto dal cielo, ora sembra una solenne regina ingioiellata di brillanti destinata a governare i sudditi danzanti in questa notte ancora da inventare.

C’è un senso di pace tutt’attorno, un velo disteso di immobile serenità, nonostante la festa che incalza. Le voci allegre della gente imbacuccata in se stessa si mescolano alle note della musica diffusa dai chioschi in legno e a quegli odori intensi di Glühwein e di raclette che eccitano i sensi e che da soli raccontano come si ama anticipare il brindisi di San Silvestro da queste parti.

Quest’evanescente mescolanza di sensazioni che intreccia carne e spirito, corpo e anima, pelle e sentimento, parla dei piaceri della vita, della materialità sublimata in spiritualità. Del bisogno irrinunciabile di godere insieme, del buono e del bello, dell’amicizia e dell’amore, goderne a piene mani dalla testa alla pancia con diritto d’ingordigia. Parla della passione da condividere con chi ci ama, possibilmente tenendosi stretti in un fusionale abbraccio per scaldarsi di carezze e baci, avvolti nell’inebriante coperta di un desiderio che culla e alimenta.

Guai rinunciarvi per la paura di un brivido, perché quel brivido è vita! Perché senza il calore della passione che scalpita dentro, l’esistenza sarebbe come quel fiero albero di Natale nudo di brillanti imbevuto in una fredda notte senza stelle.

E allora, mentre l’ultimo giorno dell’anno si spegne e la città s’accende, accendiamo anche i nostri corpi e ubriachiamo i nostri cuori in questa notte ancora da inventare. Intrecciamo le mani, incolliamo le labbra, uniamo le anime. Amiamo e lasciamoci amare senza paura di volare, gioiosamente trafitti da quel brivido di vita chiamato passione.

Ossimori (Privé)

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Svegliarsi tristi senza un perché. Fuori la nebbia, dentro il vuoto.

Come i pacchetti scartati il giorno prima, dimenticati sul divano a riposare.

Capita, a volte, che il panorama esteriore somigli a quello interiore e che quel velo uggioso che avvolge la mattina evochi un po’ il sentimento malinconico che ammanta l’anima.

Sarà stato un sogno sfumato nella notte, uno di quelli che non si lasciano ricordare, che sfuggono alla memoria e si sottraggono alla coscienza, forse proprio per salvarci dall’imbarazzante peso della comprensione.

Oppure sarà semplicemente il senso del tempo che passa. Dall’eccitata effervescenza del giorno precedente si scivola inesorabilmente in uno stato di immobile torpore. Le luci si spengono, la musica tace, i colori sbiadiscono e la sensazione di opulenza si mescola a un vago sentimento di insoddisfazione. Ossimori dell’umana esistenza.

Perché? Che cosa ci manca? Abbiamo avuto le luci, la musica, i colori, tutto, tantissimo, eppure dalla giostra si scende con un diffuso senso di frustrazione che obbliga a pensare.

Ogni volta è così. Un rituale che si ripete, ciclicamente, in un susseguirsi di stati d’animo che si sovrappongono l’uno sull’altro, proprio come quella millefoglie alla crema che ci ha allettato fino alla nausea con il suo stratificato ripetersi di stucchevole bontà.

È urgente scrollarsi la nebbia di dosso e guardare avanti. Non pensare. È necessario inseguire un altro sogno, allungare la mano al domani, rincorrere chi c’è portando nel cuore chi invece non c’è perché lontano nello spazio o, peggio, nel tempo.

Sempre il tempo. Eccolo il colpevole di questa frustrazione. Prima ci dà tutto, poi, voltata pagina, ci sbatte in faccia la nostra effimera presenza su questa giostra di luci, musiche e colori che puntualmente dopo la danza svanisce. Proprio come il sogno di questa notte che se n’è appena andata.

È tardi ora. Le campane in lontananza scuotono la mente e ricordano che, dopo tutto, la festa è ancora nell’aria. E allora scacciamo con uno sbadiglio la tristezza, raccogliamo i pacchetti scartati, facciamo ordine tra i ricordi, i sogni e le speranze. E rimettiamoci in corsa in questo nuovo giorno che il tempo ci regala, prima che diventi anch’esso un pacchetto vuoto da dimenticare.

A tu per tu con i nostri …simili

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Alice era una mamma molto intelligente e con uno spiccato senso dell’umorismo. Jim, suo figlio, era degno di lei dimostrando lo stesso livello di vivacità intellettiva sin da piccolissimo. Stephanie e sua figlia Olivia avevano un rapporto complicato e spesso conflittuale che tuttavia riuscivano sempre a risolvere pacificamente. Jake, giovane virgulto dall’aspetto possente e muscoloso, era interiormente un insospettabile sentimentale. Amelia, da piccola sempre trasognata in un mondo tutto suo, subì un violento trauma dando alla luce due gemellini morti.

Ognuno di questi personaggi, e altri ancora, con le loro coinvolgenti storie di vita potrebbero essere protagonisti di singoli romanzi altrettanto avvincenti. Invece, sono stati riuniti insieme per dar vita a un libro delizioso. Un libro commovente, divertente ma soprattutto istruttivo perché fa riflettere aiutandoci a ribaltare la realtà che ci circonda per osservarla da un punto di vista alternativo.

Sì, perché Alice, Jim, Stephanie, Olivia, Jake e Amelia non sono esseri umani. Sono mucche e tori. E “di bovini, come di persone, ce ne sono di tutti i tipi”, come cita l’autrice. “La vita segreta delle mucche”, di Rosamund Young, racconta con disarmante semplicità come anche mucche e vitelli, oltre agli altri animali da fattoria, abbiano sentimenti, comportamenti e pensieri tanto quanto noi donne e uomini. Pertanto, imparare a capirli è fondamentale sia a noi sia a loro per una convivenza eticamente rispettosa.

Tutto ebbe inizio nel 1953, quando i genitori di Rosamund decisero di diventare allevatori nel cuore della campagna inglese: cinque mucche, un vecchio trattore, niente elettricità e niente telefono. Tutto rigorosamente biologico, quando ancora questo termine non era comparso. All’epoca Rosamund aveva pochi giorni ma i suoi primi vagiti si intrecciavano al muggire dei bovini e la sua infanzia s’impregnava della ruspante vita agreste di una famiglia che capiva i propri animali, trattandoli come individui e rispettandoli come persone.

In questo libro, protagonista non è l’autrice, bensì gli animali della sua fattoria di Kite’s Nest, dove mucche, tori, pecore, galline e maiali sono cresciuti in piena libertà, potendo scegliere autonomamente come muoversi, dove pascolare, con chi giocare e con chi parlare. Certo! Perché anche loro posseggono un linguaggio e il modo di relazionarsi l’un l’altro, oltre che con gli esseri umani, lo dimostra. Una volta imparato a considerare ogni mucca e ogni torello come “individui” diventa facile rintracciare in loro la personalità che li contraddistingue, l’intelligenza che rivelano e la sensibilità che li rende timidi o audaci, remissivi o sfidanti di fronte agli eventi.

Il fatto che questi animali posseggano e dimostrino caratteristiche squisitamente umane, come l’umorismo o la gelosia, potrebbe infastidire chi è affezionato a una visione dall’alto delle specie che abitano il nostro bel pianeta. Ma chi l’ha detto che i bovini non siano intelligenti? Solo perché non sappiamo interpretare i loro comportamenti non ci dà il diritto di sentenziare giudizi. Valutare con criteri umani l’attività mentale ed emozionale degli animali non ci permette di vedere come essi davvero sono, anzi, ci rende ciechi davanti alla loro personalità. Il punto è che bisogna offrir loro i mezzi e le situazioni necessarie per realizzarsi, per vivere secondo le proprie esigenze e i propri desideri, e non invece come goffi servitori degli esseri umani. Perché anche le mucche sanno risolvere problemi, inventano giochi, covano rancore, si offendono, amano la musica, sanno perdonare, essere gentili, dimostrarsi a volte buffe e altre sagge. Proprio come noi. Ma vanno capite per poterle assecondare e rendere la loro esistenza dignitosa.

E se si volesse aggiungere un pizzico di materialismo in questo già convincente ragionamento, si può ricordare anche che rendere felici gli animali consentendo loro la naturale libertà non è solo un fondamento etico ma anche economico. Perché gli animali felici crescono più forti e sani, esattamente come i bambini umani.

Questo aveva imparato Rosamund crescendo in fattoria e questo ci racconta nel suo libro ricco di aneddoti sorprendenti. Ogni evento in una mandria si riduce a una questione di carattere. Mucche e vitelli affrontano la vita quotidiana stringendo amicizie, litigando, facendo pace, giocando e chiedendo coccole. Se lasciati liberi di scegliere trovano da soli le piante di cui hanno bisogno, senza quindi necessità di antibiotici o altri dannosi farmaci. I bovini vanno istintivamente in cerca di more in autunno e di biancospino in primavera, adorano le foglie di frassino e di salice. Alcuni preferiscono il timo selvatico e l’acetosella, altri le ortiche, mentre le pecore sono golose di cardi e di rabarbaro.

Osservando questi animali allevati in libertà, attraverso gli occhi di Rosamund, è evidente che siano loro stessi gli individui più adatti a decidere del proprio benessere, e non gli allevatori dei quali impareranno a fidarsi proprio in virtù dell’autonomia concessa. In fin dei conti, i desideri fondamentali dei bovini sono gli stessi nostri: niente stress e tanto amore, un tetto sopra la testa, cibo e acqua puliti, libertà di muoversi, di relazionarsi, di affezionarsi e di riposare tranquilli quando serve. In altre parole, ogni mucca vorrebbe poter godere dei suoi diritti, a modo suo, con i suoi tempi e le sue preferenze, e non secondo l’agenda degli umani.

Loro ce lo dicono, siamo noi che non sappiamo capirle. Le mucche, per esempio, muovono la testa in molti modi diversi, ognuno dei quali trasmette un messaggio diverso. Sono gesti necessari per salutare una persona o un altro animale, come quando allungano il capo in avanti e alzano il musello. Un saluto può essere accompagnato da una generosa leccata e da uno sguardo diretto e interrogativo, come a domandare un saluto in risposta. Ma i movimenti della testa servono anche per respingere attenzioni non gradite, così come per sollecitare amore e carezze. È commovente osservare madri e figli, mucche e vitelli, nel loro quotidiano vivere: una volta interpretati in maniera corretta i gesti di questi animali, è evidente quanto siano analoghi a noi, come usino gli stessi linguaggi affettivi per sentirsi, per conoscersi, per stare bene insieme.

Il libro di Rosamund Young, con le storie delle sue mucche e dei suoi vitelli, non rappresenta semplicemente lo specchio di una mandria della fattoria di Kite’s Nest, nel cuore della campagna inglese. È un riflettore puntato sull’intero universo bovino in grado di aprire gli occhi a noi umani su creature famigliari eppure quasi del tutto sconosciute, infondendo (si spera) quella dose di umiltà necessaria per riconsiderare la nostra visione del mondo. Comoda, scontata ma non sempre corretta.