L’intima conquista (Privé)

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“Libertà.” È una parola che suona come musica nell’aria. Armoniosa, bilanciata, né troppo lunga né troppo breve. Sta in un sorso, in un soffio, in un bacio. Non la si può stringere in una mano perché quell’accento sul finale le imprime lo stesso irrinunciabile slancio che assume un uccello per staccarsi da terra e prendere il volo.

“Libertà.” È una parola che, paradossalmente, ha le sue radici. Radici che la riconducono al latino “liber”, ossia “uomo legalmente libero” opposto allo schiavo. Tuttavia quel “lib” iniziale sta lì a ricordare che, oltre ad indicare una condizione contingente e relazionale, la parola libertà possiede anche una profonda connotazione emotiva. “Lib”, infatti, appartiene anche a libidine e a libare, cioè a termini legati ai sensi, all’universo del piacere intimo e del godimento materiale. Archetipi della natura umana e animale.

Cosa c’è di più piacevole, infatti, del godere nel sentirsi liberi di agire secondo la propria autodeterminazione, senza che altri dettino per noi regole e ritmi che forzino il naturale scorrere del nostro desiderare. Liberi di volere, liberi di non volere. Liberi di volare anche senza ali e di sentire splendere il sole anche quando fuori imperversa la tempesta.

Più che una condizione esteriore, la libertà è uno stato d’animo, una presa di coscienza, una consapevole estraniazione dagli altri che ci riempie e racchiude dentro un’ideale bolla di benessere sospesa nell’aria. È un sentimento diffuso non necessariamente euforico ma piuttosto di pacata soddisfazione da gustare lentamente, come sorseggiare un vino da meditazione decantando in sacra solitudine effluvi ed emozioni.

Libertà è, allora, il piacere di stare bene con se stessi. Una costante e prolungata coccola autoerotica che ci si dona con la consapevolezza d’aver raggiunto, forse, lo scopo più importante dell’esistenza. Perché la libertà è, sopra a tutto, un’intima conquista.

Fermare il sole (Privé)

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Sono appena le tre del pomeriggio e già il sole va a dormire. C’è un istante, una manciata di secondi, in cui la sfera di fuoco resta là sospesa sulla cresta verde del colle, a metà tra il bosco e il cielo, incerta se tuffarsi definitivamente o ribellarsi all’inclemenza delle leggi cosmiche. È un istante che pare lunghissimo, in cui vien voglia di allungare la mano per rubare il tempo al suo destino.

Ma non si può fermare il sole.

La collina l’ha già rapito al lago, immobile tappeto di liquido metallo, e tutto d’improvviso comincia a tingersi di ombre argentee. Si spengono i riflettori sul palcoscenico lacustre e il teatro naturale si riveste della sua vera stagione in attesa che sia la luna la prossima protagonista della sceneggiatura quotidiana. Come la meccanica celeste comanda.

Eppure, quel lungo istante in cui il sole sfida a farsi prendere, resta dipinto nella mente infondendo al cuore una malinconica mollezza per via dell’impotenza di fronte all’inesorabile.

Troppo presto sei andato via. Tu, sole, come un focoso amante nel pieno del suo incontenibile ardore hai voltato le spalle a chi ancora ha bisogno del tuo calore, della tua luce, del tuo amore. Ti sei dato e sottratto come una frusta sulla carne viva che ancora scotta di te. I tuoi raggi come le sue braccia, il tuo tepore come i suoi baci, la tua luminosità come la sua pelle, dappertutto senza sosta.

Inutile mendicare il ritorno, non resta che coprirsi bene per potersi scaldare un po’ in questo silenzio che scivola nell’anima come una musica soffusa. Coprirsi di ricordi ancora accesi, dissetarsi di quell’eco vibrante di te ancora imbrigliato a me. Un brivido increspa il lago, umide dita sulla pelle di seta.

Allungo la mano verso quel che resta di te ma trovo solo me. Non ho potuto fermare il sole…

Sonnolenta rêverie (Privé)

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Tanto mi rallegra viaggiare in treno di giorno, quanto mi adombra all’imbrunire. Non è un adombrarsi che sa di tristezza, è piuttosto un irresistibile immersione in me stessa. È tutta una questione di scenari visibili e invisibili, di permeabilità tra narrazioni esteriori e interiori.

Con la luce, guardare fuori del finestrino mentre il treno è in movimento diventa un racconto messo in scena su un palcoscenico in continuo divenire, un racconto che gioca a srotolarsi nello scorrere del tempo. Campi di grano, distese di girasoli, ridenti colline…non so perché ma nella mente ritrovo sempre i gialli caldi, i verdi brillanti, gli azzurri ramati di rosa, anche quando l’estate è solo un ricordo e al contempo una promessa. Paesaggi che conosco a memoria e che per questo trascendono il tempo e lo spazio reali. Così i pensieri, guardando alberi e nuvole rincorrersi, s’incollano là fuori come francobolli su cartoline con le ali e rubano i colori al sole. A cavallo delle immagini che muovono silenti dialoghi non c’è spazio per inutili malinconie: di giorno, narrazioni esteriori e interiori danzano allo stesso ritmo e tutto fluisce come musica liquida in un cadenzato incedere.

Con il buio, invece, guardare fuori del finestrino del treno in movimento congela il procedere in un paradossale torpore ipnotico. Anziché gustare la natura che si esprime nel suo vertiginoso mutare, lo sguardo rimbalza contro il vetro senza poter volare libero tra alberi e nuvole. Lì, stampato su quel finestrino che detta il confine tra dentro e fuori, c’è solo un viso, occhi che frugano, pensieri che scavano. Oltre il buio. Tutto si concentra e si condensa in quel rettangolo di ombre riflesse e se non fosse per l’accompagnamento ritmico del treno parrebbe d’essere sospesa dentro un istante in obbligata compagnia di me stessa.

Sonnolenta rêverie. Ecco a cosa somiglia questo stato catatonico in cui la mente, cullata dal brontolare del mezzo, sprofonda dentro la guaina più incosciente di sè. Nessun campo di grano, né girasoli, né colline ma un opaco fluttuare di ricordi, desideri e sogni che si confondono l’un l’altro tanto da non sapere più cosa è stato e cosa immaginato. Quel finestrino che nasconde il ‘fuori’ racconta il ‘dentro’ rischiando di dar voce al rigurgito di malinconia puntualmente in agguato da qualche parte recondita della propria anima. Non lo guardo, non lo ascolto, non gli do retta. Chiudo gli occhi. Evapora il contatto tra lo sguardo e il mio viso ritagliato nel vetro, sfumano le voci dei passeggeri attorno fino a spegnersi del tutto e così gioco a immaginarmi. Mentalmente mi distacco da me stessa, mi accomodo sul sedile di fronte e mi osservo, lì davanti con la fronte poggiata sul finestrino sordo, gli occhi chiusi sul mondo. Un breve sorriso tradisce il viaggio dei miei pensieri che si trastullano tra mari giallo sole, boschi smeraldini e giardini agrodolci, prendendo a calci ogni malinconica minaccia.

In fin dei conti al buio è più facile illuminare il teatro del proprio stato d’animo e così, mentre il treno procede verso la sua meta, io ho raggiunto la mia. Rassicurata da un’inspiegabile serenità, mi alzo dal sedile, mi rinfilo in quella me stessa trasognata e riapro gli occhi, sorridendo a quel volto complice che mi osserva dal finestrino.

Il ladro di ricordi e il giro del mondo (Privé)

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I ricordi a volte sorprendono. Tutti siamo ormai sommersi dai quotidiani flash del passato che, volenti o nolenti, Facebook ci sbatte in faccia non appena entriamo nella nostra pagina, curiosi di scoprire cosa sia successo in nostra assenza nella vetrina più frequentata del social world.

Quasi si ha la sensazione di non essere più padroni dei propri trascorsi, perché avvenimenti, immagini, pensieri pubblicati anni prima e lasciati lì a sbiadire senza nemmeno grande riguardo per ciò che fu, ci rimbalzano d’improvviso agli occhi consegnati a domicilio da un subdolo ladro che, dopo tutto, colpe non ha. Perché ad affidargli con ingenua incoscienza attimi più o meno importanti divenuti oggi ricordi siamo stati proprio noi, sull’onda irresistibile della condivisione a tutti i costi.

Ma, come dicevo, i ricordi a volte sorprendono. Può capitare, infatti, di scrivere oggi un pensiero che riteniamo profondo, originale, speciale, unico insomma…e di pubblicarlo con il solito prurito esibizionista che ci sputa dentro il web per scoprire, la mattina successiva, che quello stesso identico pensiero lo avevamo espresso diversi anni prima! “Paola … abbiamo pensato che ti avrebbe fatto piacere rivedere questo post di due anni fa”, mi dice il ladro nascosto dentro il web. Stesso concetto, stesse parole, stessa punteggiatura, stesso clima emotivo nella frase, stesso messaggio diretto a chissà chi allora. Forse solo a me stessa, esattamente come oggi.

Sorprende l’esatta ridondanza e forse chi manovra i fili invisibili del teatro facebookiano ghigna di fronte all’intuibile stupore di ritrovarsi identici allo specchio di qualche anno fa, purtroppo solo in quella manifestazione espressiva, o forse anche d’altre.

Coerenza o monotonia? Difficile dirlo. Certo è che oggi, così come due anni fa, penso questo: C’è chi ha bisogno di fare il giro del mondo per apprezzare il bello di casa”.

Ebbene, ringrazio il ladro di ricordi che mi ha rammentato di aver fatto almeno due volte in pochi anni il giro del mondo. Ma soprattutto lo ringrazio d’avermi ricordato quanto sia bello tornare a casa, sempre, sapendo con assoluta certezza che prima o poi ripartirò.

La serenità gioiosa della semplicità

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ARTE E NEUROSCIENZE. Le due culture a confronto

Che cos’hanno in comune l’artista e lo scienziato? Cosa accomuna colui che dipinge un quadro al galoppo della propria ispirazione e chi studia il cervello a caccia di nuove frontiere mediche?

La creatività. Questo sostiene Eric Kandel, Nobel per la medicina nel 2000, neuroscienziato particolarmente sensibile a quel ponte ideale che collega emozione e ragione, sentimento e pensiero, arte e scienza.

Dopo aver sedotto i lettori con il saggio “L’etá dell’inconscio”, in cui esplorava il rapporto tra arte, mente e cervello in compagnia dei grandi artisti viennesi, propone ora un ampliamento di un panorama già ricco e affascinante. In “Arte e neuroscienze, le due culture a confronto” (Raffaello Cortina Editore, 2017) Kandel dimostra come la cultura umanistica e quella scientifica possano incontrarsi e influenzarsi a vicenda arricchendosi reciprocamente nello sposalizio tra arte e neuroscienza, sposalizio suggellato appunto dalla creatività.

Se, nel 1959, il grande fisico molecolare e in seguito romanziere C.P. Snow avesse avuto il conforto delle nozioni neuroscientifiche di oggi avrebbe anche sperimentato la soddisfazione di veder colmato quello iato tra due mondi intellettuali apparentemente divergenti nel mondo occidentale moderno. Riprendendo Snow, Kandel lo sostiene e perfeziona quella cucitura tra le due culture: tanto le neuroscienze quanto l’arte si pongono, in modo diretto e coinvolgente, domande e obiettivi fondamentali per il pensiero umanistico, condividendo persino alcune metodologie.

Per esempio, sia l’arte sia le neuroscienze sfruttano i meccanismi dell’apprendimento e della memoria per creare, per progredire. Noi siamo quello che siamo grazie a ciò che impariamo e ricordiamo, o purtroppo dimentichiamo. Le reazioni emotive che ci animano di fronte a un’opera d’arte derivano proprio da quel fitto sottobosco psicologico ricamato negli anni dalle esperienze vissute, ricordi più o meno scolpiti che ci permettono di emozionarci davanti a un dipinto.

Per dimostrare l’importanza della memoria sia nell’arte sia nelle neuroscienze, Kandel ricorre all’esempio più semplice che la natura offra, proprio in virtù del “riduzionismo” per cui il “semplice” è contenuto anche nel “complesso”. É l’Aplysia, l’oramai famosa lumaca di mare che, con appena ventimila neuroni (il cervello umano ne ha almeno cento miliardi!) e una struttura neurologica elementare svela i meccanismi universali della memoria e dell’apprendimento, riconducendoli quindi anche all’essere umano.

Persino Matisse, verso la fine della sua carriera, si rese conto della misteriosa bellezza di Aplysia e la volle ritrarre proprio nella sua immensamente ricca semplicità, ritagliando dodici blocchi di colore ricavati da altrettanti fogli di carta. Le superfici colorate così assemblate catturano sia la forma essenziale sia il movimento della lumaca. Questo è un esempio illuminante di come l’arte, soprattutto l’arte astratta e riduzionista, susciti risposte emotive e dunque neurologiche più ampie e coinvolgenti rispetto all’arte figurativa in genere. In pratica, gli scienziati usano il riduzionismo per risolvere un problema complesso, mentre gli artisti lo sfruttano per suscitare una nuova risposta emotiva e percettiva in chi osserva.

Il perché dell’efficacia eccezionale del riduzionismo e dell’arte astratta rispetto a quella figurativa è presto spiegato: con la riduzione dei dettagli, dei colori e della luce, le opere astratte – come quelle del pittore olandese Mondrian per esempio – si svuotano e lasciano spazio a chi osserva di riempirle. Anche quando non sono totalmente vuote, però – come le action paintings di Pollock – mantengono un grado di ambiguità così alto da lasciare libera l’interpretazione di chi ammira. Ecco allora che si innesca un gioco complice tra artista e osservatore creativo i quali si completano nell’opera d’arte in un continuo divenire di rimandi emotivi personali. Noi proiettiamo sulla tela le nostre impressioni, i nostri ricordi, le nostre aspirazioni, i nostri sentimenti. Un meccanismo analogo al transfert psicoanalitico o alla meditazione buddhista, che trascende la contemplazione estetica raggiungendo l’apice della spiritualità.

Tornando al dialogo tra arte e neuroscienze, gli studi di imaging funzionale raccontano bene la differenza tra arte astratta e figurativa, fotografando le diverse reazioni del nostro cervello al cospetto delle opere d’arte. La pittura figurativa con i suoi paesaggi, nature morte e ritratti, suscita un’attività cerebrale in specifiche aree circoscritte a specifiche categorie d’immagini. Al contrario, l’arte astratta non attiva alcuna regione specifica del cervello ma stimola tutte le aree che rispondono a tutte le forme d’arte, sollecitando inconsciamente l’immaginazione dell’osservatore. Tradotto nel linguaggio artistico: le cose concrete, conosciute, vicine, familiari suscitano meno sorpresa, minor curiosità, mentre quelle più lontane, ambigue, inafferrabili stimolano la nostra immaginazione creativa.

Una dimostrazione? J.M.W. Turner – pittore inglese del Settecento precursore dell’arte astratta noto per i suoi perturbanti paesaggi – all’inizio della sua carriera dipinse la famosa lotta in mare tra una nave in rotta verso un porto e la burrascosa forza della natura, animando la tela di nubi tempestose e pioggia scrosciante. Anni dopo, ebbe un’intuizione e la sperimentò. Rielaborò quella stessa lotta ridipingendo la scena in maniera totalmente diversa, priva cioè di dettagli, riducendo nave, tempesta e natura alle forme più essenziali. Il suo scopo era quello di affidare al fruitore il compito di completare l’opera, concedendogli il piacere di contribuire a “dipingere” la lotta in mare con i propri dettagli emotivi, con i propri ricordi e le proprie esperienze, risvegliate da semplici accenni sulla tela. Turner ha così esplorato i confini della percezione visiva senza conoscerne i meccanismi neurologici sottostanti. Come direbbe Matisse: ha avvicinato a “una serenità gioiosa semplificando pensieri e figure. Semplificare l’idea per realizzare un’espressione di gioia. È questo che facciamo.”

Se Turner e Matisse avessero avuto a disposizione le conoscenze neurologiche di oggi avrebbero, forse, giocato anche sui materiali delle proprie opere d’arte, ampliando le risposte emotive dell’osservatore anche al senso del tatto. Sì, perché oggi si sa che una regione cerebrale che risponde sia alla vista sia alle sensazioni tattili occupa un ampio spazio della corteccia occipitale laterale. La trama di un oggetto, dunque, attiva quelle cellule del cervello indipendentemente dal fatto che l’oggetto venga toccato o guardato. Kandel spiega che probabilmente è questo il motivo per cui siamo in grado di identificare i diversi materiali (velluto, legno, pelle, metallo) a colpo d’occhio, percependone sottopelle piacevolezza o sgradevolezza, senza bisogno di usare la mano. Nel caso degli arazzi o delle sculture in bronzo o in marmo la fusione tra reazione visiva e tattile è particolarmente lampante. Ammirare il Ratto di Proserpina del Bernini, soffermarsi con lo sguardo sulla presa delle mani nella plasticità della carne della fanciulla, fa sentire sotto le nostre stesse dita quel marmo. Freddo marmo che si fa burro alla fiamma del genio creativo dell’artista.

In fondo, Kandel partendo dall’asettica impalcatura neurologica dell’essere umano arriva a spiegare l’architettura emotiva che colora la nostra vita, sia durante gli avvenimenti quotidiani sia di fronte a un dipinto. I meccanismi sono identici. E ce lo spiega utilizzando lo stesso metodo degli artisti che lui stesso convoca in questo saggio: riducendo la complessità di nozioni e concetti scientifici a pochi tratti esemplificativi. Così come Turner mostra che la rimozione di elementi figurativi da un dipinto non elimina la capacità della pittura di richiamare associazioni strutturate in chi osserva, Kandel dimostra che la straordinaria complessità del sistema cerebrale può essere spiegata e afferrata in modo semplice e intuitivo.

Come dire che anche il nostro cervello è una magnifica opera d’arte in continuo divenire, di cui siamo contemporaneamente artisti e osservatori creativi.

 

 

 

Liberi, insieme (Privé)

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Tutto cambia. Vieppiù quando si è in due.

Le persone crescono, i sentimenti evolvono, le relazioni mutano.

È così che passioni nate per gioco talvolta rischiano di trasformarsi in seri progetti esistenziali, mentre ponderate promesse d’amore possono sfumare nella nebbia più inconsistente.

In entrambe le situazioni la frustrazione è sempre lì, pronta a frantumare un sogno ad occhi aperti coltivato con la paziente delicatezza che si deve a un feto in grembo. Nel primo caso perché troppa serietà risulta spesso nemica della passione e rischia di spegnere l’ardente fuoco del desiderio. Nel secondo caso perché quello che si era creduto una fortezza inespugnabile si rivela invece una capanna di carta velina.

Ma se, anziché affezionarci al bozzolo emotivo in cui siamo sbocciati insieme alla persona amata, imparassimo ad accettare il fisiologico fiorire dei sentimenti, saremmo forse un po’ più impermeabili a quel senso di frustrazione che prima o poi, puntualmente, va a scompigliare mente e cuore durante il cammino in due.

Cristallizzare un sogno ad occhi aperti in un copione ideale significa soffocarlo, inaridirlo, ucciderlo. Lasciamo che il nostro sogno cresca, che scelga la sua strada, proprio come un feto dovrebbe essere consegnato al suo futuro, protetto ma non costretto.

Perché se è vero che tutto cambia, è anche vero che quando ci si ama ci si lascia reciprocamente liberi di cambiare. Forse è questo l’unico modo per fiorire senza appassire, essere consapevoli del nostro divenire. Insieme, per sempre.

 

Scacco Matto (privé)

Unknown

Non ci si abitua mai alla morte.

Quando una persona cara viene a mancare, manca sempre la capacità di capire. Capire perché.

Soprattutto quando lo strappo alla vita sopraggiunge d’improvviso, come un subdolo colpo alle spalle inferto da un’amica di cui si aveva forse troppa fiducia. Ti aveva fatto compagnia tutta la vita come fosse la tua ombra, ti aveva seguito e vigilato in ogni tua scelta lasciandoti libera, era stata insieme a te anche quel giorno come se niente fosse, ti aveva riaccompagnato a casa la sera, rimboccato le coperte e suggerito magari sogni colorati. E poi, la mattina, chissà per quale capriccio dei suoi oscuri piani, Lei, la tua misteriosa complice, ha deciso di lasciarti così senza linfa, senza aria, senza futuro. Solo freddo e silenzio, anziché il solito sorridente fervore di una nuova giornata tutta da inventare.

Perché questo gratuito tradimento? Perché questo voltafaccia così all’improvviso, beffarda amica di sempre? Neanche il tempo di preparare qualche cosa per chi resta, neanche un frettoloso saluto, un timido abbraccio, un banale biglietto, mi raccomando…non preoccupatevi, andrà tutto bene, ci rivedremo…!

Strana la vita ma ancor più strana la morte quando agisce così di soppiatto. Di fronte a quella degli altri si specchia la nostra e quella di tutte le persone care che già si sono trovate a tu per tu con Lei, lasciando in noi quell’amaro vuoto che nemmeno le lacrime sanno riempire. Sfuggevole invece il pensiero verso gli affetti che ancora teniamo stretti, troppo lacerante immaginare il loro appuntamento con l’amica traditrice che, improvvisando, malignamente si diverte a spazzar via una ad una le pedine dalla sua immensa scacchiera.

Meglio la nostra stessa fine, mai quella di chi amiamo. É quella a fare davvero paura perché ci lascia inesorabilmente soli di fronte ai nostri limiti e alle nostre miserie senza possibilità di riscatto.

Non ci si abitua mai alla morte. Non ci insegna mai a capire. Ma ci costringe sempre a farsi accettare. Lei, beffarda amica di sempre che, fedele al suo eterno dovere, anche oggi ha inferto il suo fulmineo colpo alle spalle. E ha fatto scacco matto.

Lettere d’amore rinate (Privé)

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Un mazzetto di letterine sgualcite. Un tesoro ritrovato.

Dietro l’inevitabile ingiuria del tempo che si accanisce sul corpo con tracce crudeli e indelebili, riaffiora oggi illibata la purezza di un sentimento adolescenziale nato una vita fa. Riaffiora da un fiume di righe scritte in un fitto corsivo che cattura lo sguardo come un ricamo inciso su fogli tanto antichi quanto vivi, palpitanti di emozioni.

Rileggendo le frasi che scrissi tanto, tanto tempo fa, accesa da un affetto autentico durato parecchi anni, mi sono rivista galleggiare su una soffice nuvola rosazzurra tipica di una sedicenne perdutamente innamorata.

Lui abitava poco lontano da me ma in un’altra città. E a quell’epoca il mio modo per cercare di colmare i chilometri che ci separavano era scrivergli, non solo per comunicargli il mio amore ma anche per sentirlo vicino a me. Quel gesto, scrivere lettere, mi faceva sentire tra le sue braccia.

Gli scrivevo in continuazione, papiri di pensieri che miracolosamente ritrovo oggi tra le mani e che carezzo come creature rinate, sopravvissute all’oblio. Rileggendo, mi emoziono e mi sorprendo. Riscopro tra quelle pagine non solo il sentimento per un ragazzo ancora oggi speciale ma anche germi di pensieri e di idee che mi hanno poi accompagnato tutta la vita.

Ero già quella che sono. O sono ancora quella che ero…

Sono quella ragazzina oggi ormai donna che un lontano 14 di febbraio scriveva:

“Oggi è la nostra festa, il giorno dedicato a tutte le persone innamorate… Chissà se sono tante? Credo di no, non è semplice innamorarsi, non tutti incontrano la Maga Fortuna che ti presenta una persona disposta ad aprirti il cuore e a dimostrare a te, solo a te, il valore dei sentimenti. E non tutti trovano in sé la capacità di cogliere e ricambiare l’amore offerto …. Penso sia un avvenimento così esaltante proprio perché raro ed esclusivo. In fondo è un paradosso: tutti noi crescendo tendiamo a liberarci da ogni legame esterno per non dipendere da nessuno, per essere liberi, e poi quando ci innamoriamo ci sentiamo così felici di essere uniti a un’altra persona, di non poter fare a meno di lei, di pensarla in ogni istante…Che gioia sapersi capaci di tali sentimenti. E dentro di noi freme continuamente qualcosa che in qualche modo deve essere esternato: con una carezza, con un bacio, con un Ti Amo. “Ti amo” non sono solo poche lettere, ti amo vuol dire: ho imparato a conoscerti e ad accettarti per ciò che sei, vorrei far sempre parte dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi desideri più nascosti perché tu sei già parte dei miei…

Forse parte della romantica saggezza che incredibilmente mi animava allora s’è stemperata nel tempo, diluita dall’inevitabile dose di disillusione che l’esperienza naturalmente comporta. Eppure, rileggendomi, sento che da quelle lettere d’amore rinate potrei recuperare da me stessa una preziosa purezza e tornare a galleggiare su una soffice nuvola rosazzurra. Quasi come tanto, tanto tempo fa.

Monologo notturno (privé)

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Ma come fai a vivere qui da sola? Capisco d’estate ma il resto dell’anno…?

Io lo trovo bellissimo, anche d’inverno, forse di più.

Ma tu sei matta! Non c’è niente qui…

Appunto per questo mi piace!

Hai lasciato una casa bellissima, grande, comoda, in città vicino a tutti per rifugiarti come un’eremita nel nulla quasi più assoluto. Quasi ti dimentichi di mangiare… Tu sei proprio strana!

Sarà. Ma a me qui piace, e poi mangio abbastanza. Fammi un piacere, vieni con me, affacciati sul terrazzo adesso e dimmi cosa vedi…

Ok, lo faccio, contenta? Ecco, non vedo una beneamata minchia, come direbbe Camilleri, è tutto buio assoluto. Solo stelle, neanche la luna, una luce più brillante là in alto ma sotto niente di niente. Sa di vuoto, fa paura…

Ma guarda bene… le stelle spiano noi che stiamo a frugare tra i loro segreti, non le trovi bellissime? La luna è altrove questa notte, perdonala, tornerà. Quella luce più brillante lassù invece è la vetta del Monte che sta sempre accesa, forse per rassicurare chi come te può aver paura del vuoto della notte. Che poi tanto vuoto non è… guarda là di fronte…

Cosa, che cosa?

Quelle lucine colorate che ammiccano. Sono segnali di vita, di calore, di esistenze forse simili alla mia. Case affacciate sullo stesso lago che adesso dorme e si nasconde. Tutto quel vuoto buio che tu vedi in realtà è un magnifico specchio d’acqua pullulante di vita.

Insomma… è il lago e non si vede perché è notte, punto.

Forse… oppure è uno specchio in cui ognuno può vedere se stesso con i propri orizzonti e i propri limiti. C’è chi ci trova solo il buio e chi invece un mondo fremente di vita, basta chiedere in prestito un po’ di luce alle stelle, chiamare in aiuto la luna e immaginare che tutte le creature lacustri si sveglino, proprio adesso, tutte insieme. Germani, svassi, aironi, folaghe, tartarughe, pesci … pensa, pensa quanta energia in quel pozzo buio che tu immagini di vedere!

Si vabbè ma sei tu che giochi a immaginare, la verità è che ce ne stiamo qui soli, davanti a niente e nessuno. Ecco, nessuno, non c’è gente qui, non si sente una voce…

Ascolta bene. Shhh….

Chi?

Come chi…il vento! Il vento s’infila tra le fronde dei cedri e li fa parlare, ascolta… sembra che i rami più alti prendano vita, che si stiano sbracciando per farsi notare dalle stelle. E poi, se ascolti bene, ogni tanto puoi sentire anche il fischio acuto degli aironi cenerini, ce ne stanno due sul molo in questi giorni, si levano all’alba…

Ma non sono gente gli alberi e neanche gli uccelli, e non hanno voce!

Ma sono vivi e parlano …

Sì soprattutto all’alba, perché tu ti svegli all’alba ovviamente!

È l’alba che mi sveglia e mi prende per mano senza strattonarmi dai sogni ancora caldi che vorrebbero tenermi…

Oh mio Dio, se sei strana… Scusa possiamo rientrare in casa, ho freddo.

Ma certo, vieni dentro…

Scusa, è stato bello venire a trovarti ma adesso è tardi, meglio che vada… non preoccuparti, porto io i tuoi saluti a tutti e dico anche che mangi così stanno tranquilli! Mi spiace un po’ lasciarti sola ma …

Ma io non sono sola qui, non sono mai sola. Tutto quello che tu non puoi vedere è la mia compagnia. Ti accompagno fuori, così non ti perdi nel buio…

Grazie, ma accendo l’Iphone, mi fa luce fino all’auto, non mi perdo stai tranquilla, vado!

…ma sì, in fondo ognuno ha i suoi specchi, le sue luci, i suoi vuoti. Le sue solitudini da coccolare.

Fa buon viaggio, io torno a sognare.

Mano nella mano (Privé)

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Il ritorno da un viaggio è sempre un altro viaggio.

È ricordare, ripensare, ricalcare con la mente le impronte ancora fresche lasciate sui sentieri appena precorsi e abbandonarsi all’andirivieni di sensazioni che mano a mano riprendono effervescenza.

Dalle stanze ricamate di storia di un museo alle vette azzurre di montagne illibate, dall’atmosfera bucolica di una festa di paese al solenne silenzio di un’abbazia. Tutto riprende consistenza come un teatro colorato dentro la mente, anche quando questo fantastico tutto è alle spalle.

Così pure i visi, gli sguardi, i sorrisi dei compagni di viaggio che s’incontrano per caso, insieme per poco e forse mai più insieme, restano lì caldi nella mente anche quando ognuno s’è già avviato per il suo quotidiano esistere. Pochi giorni per imparare a condividere panorami e situazioni che ognuno poi dipingerà attraverso la propria sensibilità trasformandoli in altrettanti scenari da esplorare e da offrire a chi si vorrà affacciare. Scambi preziosi che arricchiscono il reciproco sentire.

Ma i veri compagni di viaggio, forse, sono altri. Sono quelli che non ci sono.

I nostri più cari compagni di viaggio sono le persone che amiamo e che, se pur lontane, ci accompagnano nel nostro serendipico vagabondare. È con loro che, in realtà, condividiamo emozioni e pensieri, desideri e timori, anche attraverso quella tacita complicità che unisce a dispetto della distanza. Li sentiamo vicini, dentro di noi, comunicare è facile anche in silenzio e insieme ci stupiamo come bambini di quanto sia meraviglioso ogni volta viaggiare attraverso questa nostra multiforme Terra.

E così, al ritorno da un viaggio, scopriamo che quelle impronte ancora fresche lasciate sui sentieri appena percorsi non sono solo le nostre ma anche quelle dei nostri veri compagni di viaggio. Un buon motivo per ripartire, forti della certezza d’essere sempre, ovunque, mano nella mano con chi amiamo.