Femmineo foliage (Privé)

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Un rigurgito d’estate al morire di settembre fa pensare.

Fa pensare alla caducità della bellezza. Una bellezza impossibile da scolpire nel tempo, se non attraverso la mano del ricordo. Tutto scorre, tutto cambia e, forse, tutto torna. Ma intanto va.

Va, con l’ultimo nastro d’azzurro che sospira nel cielo votato alla notte, con il verdeggiante brillare delle colline vestite dall’incanto del primo foliage, con l’afflato caldo del sole che mite s’inchina e retrocede umile sotto il volere dell’autunno.

Somiglia a una donna il paesaggio di questo giorno che galoppa verso la luna. Una donna combattuta, capricciosa, ribelle. Come poter afferrare la linfa esistenziale che anima una femmina talmente affamata di vita senza disperderla nei solchi che il tempo inesorabilmente scava? Come sfidare la caducità della bellezza, il torpore del corpo, l’apatia dell’anima?

Così come le piante sono costrette ad abbandonare le infinite sfumature di verde che hanno colorato l’estate, allo stesso modo la donna si rassegna a denudarsi delle sfumature della giovinezza per indossare un altro abito. Più adatto a lei, inevitabilmente.

E allora, forse, guardandosi allo specchio, noterà che, dopo tutto, anche quell’abito non le sta poi così male. Anche il femmineo foliage, come quello collinare, suscita fascino, mistero, emozione e incute il rispetto che si deve a tutto ciò che in natura cresce, matura, evolve. Il rispetto per chi cammina con orgoglio incontro al futuro, pur sapendo che il futuro è la vecchiaia.

Così, alla luce di questa consapevolezza, questo rigurgito d’estate al morire di settembre fa pensare che, in verità, ogni stagione splende della sua intrinseca bellezza. E, soprattutto, fa pensare che ogni singolo giorno di ogni stagione merita d’essere goduto senza sprecarne un solo sorso. Con lentezza, con parsimonia ma sempre con assoluta pienezza.

Solo così, anche quando tutte le foglie saranno cadute e sveleranno un corpo nudo, sinuoso e fiero, resterà il sapore squisito di una vita davvero vissuta.

L’Inno alla vita e il bacio del Sole (Privé)

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Di fronte, il mare e la pace dell’infinito. Alle spalle, il temporale e l’agitazione del cielo. In mezzo, tra la quiete dell’azzurro e la minaccia dei lampi, una creatura animata da una singolare piacevolezza. Quella di sentirsi in armonia con questo Tutto che la circonda e la riempie, un Tutto che attraverso i suoi occhi di donna riversa nell’anima di bambina un sentimento di gratitudine per il privilegio di poter godere di questa vita con profonda consapevolezza.

Le pare di guardarsi dal di fuori, per cercare di fissare meglio tutta la scena, come fosse un dipinto appeso ad una parete dell’esistenza. Un dipinto vivo, pennellato di sensazioni tattili acute, pregno di suoni contagiosi, di odori assorbenti e sapori eccitanti.

I piedi nudi della creatura assorbono con piacere il calore conservato e rilasciato dalla sabbia, come se la terra rigurgitasse lentamente la sua energia vitale e gliela donasse attraverso quel sensuale contatto. Un po’ come farebbe con le radici di una pianta famelica di linfa.

Ecco, somiglia a una pianta la creatura che con femminea disinvoltura posa in questo dipinto abbozzato dalla creatività della Natura. Perché c’è poco di umano nell’istintivo benessere d’appartenere alla spuma del mare, alle saette del temporale e ai granelli della sabbia. È piuttosto una percezione primitiva, gioiosa e insieme conturbante, che evoca un idilliaco ritorno alle origini. Uno sprofondare a ritroso nel tempo attraverso lo spazio fino a poter toccare il nucleo ancestrale di sé.

Così, mentre i tuoni alle spalle si fanno sempre più ruggenti e il mare di fronte s’appresta a ricevere l’imminente pianto delle nuvole, la creatura allunga le braccia con le mani congiunte verso il cielo, caricaturando il rituale di una preghiera laica.

Un inno alla vita. Questo il titolo del dipinto che in un istante ha cullato di stupore l’anima di una bambina attraverso lo sguardo di una donna. L’inno alla vita di una pianta che, con i rami spalancati ad abbracciare il vento e le radici sprofondate a succhiare l’arena, accoglie la pioggia. In attesa del Sole che presto la bacerà.

Allacciati, senza fine (Privé)

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I loro corpi sono stati creati per essere allacciati. Come l’edera s’incolla avida al tronco dell’albero e il panda s’avvinghia famelico al bambù.

Allacciati per fondersi, come la pioggia che si fa lago, mare, oceano. Così sono loro, Esseri della Natura, quando la calamita che li destina a toccarsi schiocca le dita e li chiama ad unirsi.

Non sono semplici abbracci quelli che si scambiano, non semplici baci ma inesorabili riversamenti l’uno nell’altra in un crescente naufragio dei sensi.

Onde. Onde primordiali che danno vita al tutto. È un fatale scivolare nella più pura primarietà, dove corpo, cuore e mente perdono la propria identità. Tutto è nucleo, nato da due cellule che si fondono e si confondono per ricreare una monade con un solo centro vitale.

Fusione. La bellezza della fusione è tale da cancellare ogni contorno. Al di fuori di quella nuova creatura partorita dagli abbracci e alimentata dai baci non c’è alcunché, neanche l’aria. Perché bastano i loro respiri a tenere in vita la nuova creatura bifronte non pensante.

Nuotano come gabbiani. Volano come pesci. Si scambiano la pelle compenetrandosi in un andirivieni di colori e di musiche che ubriacano quella piccola fetta di mente ancora vigile. Sovvertono le logiche del pensiero, pensiero che si fa argilla sotto il calore del loro ardore.

Si plasmano dentro, nell’anima, frugando tra i sentieri più nascosti del pudore. Un pudore che posa la maschera, finalmente.

Animali dolcissimi e selvatici, addomesticati solo dalle leggi del reciproco desiderio di darsi, di carezzarsi, guarirsi e di rinascere insieme più forti.

Sudore. Come acqua di sorgente, rivoli di sudore li abbeverano ripagandoli delle energie bruciate a donarsi gioia, rotolando e rotolando sempre più in alto, spersi nelle capriole di un piacere totale, assoluto, elementare, che solo all’innocenza può somigliare.

Sonno. L’arrendersi al bisogno di restare allacciati anche dopo il precipizio nell’estasi e addormentarsi nel tentacolare morso del languore. Bocca sulla bocca, labbra tra le labbra, morbidamente tese sull’afflato vitale che li fa sentire d’esser vivi mentre affogano nell’ultimo torpore.

Liberi. Fino al prossimo risveglio, così uniti.

Perché i loro corpi sono stati creati per rimanere allacciati.

Il mare nel letto (Privé)

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Acqua di sorgente. Nata dal ventre della terra zampilla libera e s’abbevera d’aria.

S’alimenta, cresce, raccoglie onde di vento e semina fiamme di colore.

Lacrime calde scorrono, scivolano lungo i fianchi della montagna che gioiosamente le hanno partorite.

Acqua di sorgente che diventa frizzante. Il cielo le ha dato vita per ridare vita. Per colorare di smeraldo i contorni del lago, quel piccolo mare placido in cui riverserà tutto il suo vigore, e innamorare lo sguardo dell’innamorato che riposa cullato dal suo abbraccio.

Amore di sorgente, inebriante. Nato da un nulla che ora è tutto, zampilla libero e s’abbevera del sapore dell’estate.

Piccolo mare placido carico di onde gonfie di colore, scivola in questo fazzoletto ricamato di candore. Lenzuola vergini issate come vele al sole, per asciugare il tuo sudore.

 

 

Unheimlich, il perturbante che c’è in noi (Privé)

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Capita a volte che tanta bellezza susciti inquietudine. La luna rossa che la scorsa notte ha ipnotizzato il mondo per oltre un’ora era profondamente perturbante. Almeno per me.

Perturbante come Freud definiva quel moto d’animo sospeso tra la sensazione di famigliarità e di estraneità che si prova al cospetto di un “oggetto” estremamente espressivo. Qualcosa di così coinvolgente da attirare e spaventare allo stesso tempo, di pericolosamente irresistibile, tanto da non poter distogliere lo sguardo. Tanto da struggersi fino alle ossa e desiderare di esserne sopraffatti.

È un piacere estetico che turba le pieghe dell’anima. Un’opera d’arte può suscitare facilmente questo sentimento ma ancor più la natura attraverso le sue infinite manifestazioni. La differenza tra il perturbante di un’opera d’arte e il perturbante della natura è il senso d’impotenza che accompagna la seconda. Piccole creature impotenti siamo tutti noi di fronte all’inevitabilità dei meccanismi naturali, spesso imprevedibili, bellissimi e terrificanti, ai quali non possiamo sottrarci come di fronte alla magnificenza di un dipinto.

Così, quella sfera rosseggiante gravida di vita che ha acceso il cielo la scorsa notte rivelava, insieme alla sua disarmante bellezza, anche tutta la piccolezza e la precarietà di noi esseri umani, fugaci comparse di una sceneggiatura senza copione. Quello spazio di cielo contemplato come un dio dal gregge umano svelava la nostra impossibilità di essere registi dello scorrere degli eventi e padroni del nostro tempo. Tempo che, come un’eclissi, ci rapisce piano piano al palcoscenico della vita, subdolamente, abbindolandoci con ingegnosi trucchi quotidiani per renderci più dolce, forse, l’inesorabile cammino.

Dopo tutto, anche una notte di luna rossa, per quanto bellissima, non dura per sempre …

Teatranti tra tanti (Privé)

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Giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri. Cittadini e turisti.

La bella Lugano in questi giorni è ancor più multiforme della sua colorata quotidianità. Il Buskers Festival – il festival degli artisti di strada – sta vivendo in pieno la sua decima avventura, in un susseguirsi di esibizioni e di eventi che sposano la precisione della programmazione svizzera con l’improvvisazione dello spirito creativo internazionale.

Camminando qua e là per la città e osservando i volti della gente, è persino difficile distinguere artisti e spettatori, tanto contagiosa è la stravaganza che vibra nelle piazze, nei parchi e sul lungolago alberato. Si respira la voglia di esprimersi in libertà, di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare, di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro. Portando per strada, appunto, il proprio talento, più o meno prezioso e comunque mai pretenzioso perché libero di pregiudizi.

È così che anche una mattina nata in bianco e nero, sotto una pioggia vagamente autunnale, s’è scaldata piano piano in un arcobaleno in scena, sotto i riflettori di un generoso sole e sullo sfondo di un lago pronto ad accogliere intrepidi tuffatori incuranti del brivido. Sì, perchè anche i protagonisti del Cliff Diving sono artisti in queste ore qui, angeli in volo sui riflessi lacustri. Una cornice perfetta per una città che ogni giorno si reinventa, sempre più viva e sempre più bella nella sua ordinata giostra senza sosta.

E quando giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri se ne saranno andati, portando con sé i propri fagotti pieni di emozioni, a Lugano resteranno i cittadini di sempre e qualche affezionato turista. Un nuovo spettacolo andrà per loro in scena. Quello solito, quello di tutti i giorni. Animato di qualche maschera in più, forse, ma contagiato dalla stessa voglia di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare e di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro.

Dopo tutto, siamo tutti artisti di strada, ogni giorno attori e spettatori. Teatranti tra tanti.

L’istante perfetto (Privé)

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La voce del vento anticipa l’odore della pioggia. L’attesa del temporale sembra dilatare il tempo e crea una sospensione surreale che cuce lago e cielo. Le nuvole s’agitano in un tumulto multiforme mentre la superficie plumbea dell’acqua s’arriccia in argentee capriole.

È uno spettacolo stare a guardare questo teatro naturale. È musica ascoltare le cime dei cedri che sbracciano scomposte nel vuoto cercando di afferrare l’invisibile scorrere dei secondi, allacciarli tra loro come perline e farne una collana da indossare in questo istante. Come fosse per sempre.

Una barca azzurra s’affretta a rientrare sotto costa mentre qualche gabbiano danza basso assecondando gli schiaffi delle folate. E ridono e piangono i gabbiani, in un dialogo altalenante di allegria e di lamento. I loro canti sembrano fluttuare tra gli estremi stati d’animo che questo panorama irrimediabilmente incute. Da un lato tutta la meraviglia della natura in attesa della pioggia, acqua benedetta che tutto anima e nutre. Dall’altro la drammaticità dell’impotenza, la totale sottomissione dell’essere umano alla volontà della terra, tanto generosa quanto prepotente nel suo imprevedibile elargire.

Non resta che stare qui in attesa, in riverente contemplazione, privilegiata comparsa di questo melodramma in divenire, insieme alle braccia scomposte dei cedri e alle risate amare dei gabbiani. Mentre anche il vento s’arrende alle prime frecce di pioggia e la barca azzurra sfuma in lontananza, proprio là, in quell’istante perfetto, in cui il lago bacia la collina.

Parole per ‘caso’ (Privé)

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Una pagina bianca somiglia al silenzio.

Un immenso vuoto da riempire di musica, di colori, di vibrazioni. Basta poco, basta un soffio per riversare in quella voragine immacolata un arcobaleno di emozioni. Basta il desiderio di sprofondare, senza temere di lasciarsi andare. Scavare nelle sconfinate paludi del buio, avventurarsi nei labirinti del vuoto in una trascinante rêverie.

La scrittura, così come l’arte in ogni sua veste, è una forma di esibizione, è vero. Eppure esiste anche una dimensione di scrittura privata, intima, in cui chi scrive risponde innanzitutto al bisogno di svuotarsi, senza regole, senza confini. E senza fini.

Scrivere per se stessi, non per altri. Spogliarsi d’ogni vanità per scoprire la bellezza della nudità. Ecco a cosa somiglia questo coito creativo tra mente e cuore. Il rischio di essere letto e non capito è irrilevante. L’importante è partorire, rispondere d’istinto alle parole che bussano senza troppo riguardo e che s’impongono al proprio sguardo.

Cavalcare il piacere di scrivere, dunque, per guardarsi allo specchio. Così, stando nudo davanti a quel riflesso, chi scrive può trasformare una pagina bianca in romanzo e il silenzio in musica.

Poi, può anche capitare che un lettore inciampi, forse per caso (per chi ancora al caso crede), in quella cianfrusaglia di parole ruzzolate fuori dall’urgenza di trovarsi. E che ne colga, sempre per caso, un’intrinseca bellezza. Quella della nudità, appunto.

È da quest’incontro che la musica prende corpo e la pagina bianca si trasforma in danza. Una danza tra chi legge e chi scrive. Tra te e me … che al caso non crediamo.

Soffi di danza (Privé)

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Una candela può spegnere le stelle. Fa l’amore con il vento la fiammella, danza sensuale nel silenzio caldo della notte.

Ombre e luci che si rincorrono al rallentatore. Mentre in sottofondo il clamore di un trionfo non sentito sfuma nel vuoto di una porta semiaperta. Come sembra lontano ciò che sta attorno. E come invece s’incolla sulla pelle quel che si ha nel cuore.

Cuore di una fiammella che fa l’amore con il vento, danza sensuale nel silenzio della notte.

Basta una candela per spegnere le stelle. E accendere, a soffi di danza, il vento caldo della notte.

 

La forma del tempo (Privé)

 

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Tracce. Tracce dei nostri gesti, dei nostri discorsi, dei nostri silenzi. Tracce di noi.

Di ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci, reciprocamente.

L’impronta delle labbra sul bicchiere, l’asciugamano profumato sul letto, un capello tra i cuscini del divano, la solita maglietta abbandonata sulla maniglia di una porta a caso e quel composto disordine nell’aria che si mescola all’odore di un piacere appena evaporato.

Quest’improvviso vuoto fatto di impronte ancora calde si riempie di pensieri che leccano di nostalgia le nostre ombre languidamente allacciate nel sole di un giorno che sta per morire.

Il tempo assume una sua precisa forma seguendo le tracce seminate in ogni stanza. Così come, unendo con la matita i punti numerati di un enigmatico sentiero, compare sul foglio un disegno, tanto inatteso quanto coerente.

Nessuna matita, nessun foglio, nessun enigma, qui. Solo tracce.

Presenze scolpite nell’aria. Gesti, discorsi, silenzi che sfumano e che tuttavia restano, nonostante lo scorrere delle ore. Quelle ore che ogni volta separano e congiungono l’attesa dal commiato. Ore passate ad annusarci, a toccarci, per indovinarci e per dare al tempo la forma che vogliamo. Quella del sole di un giorno che non vuole morire.