Prove generali di solitudine (Privé)

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Ogni tanto fa bene fingersi soli. Raccogliersi attorno a se stessi senza attese verso gli altri. Compiere gli abituali gesti quotidiani senza aspettare che qualcuno ci chiami, ci accompagni, ci aspetti, come di solito avviene. Anche gli affetti più profondi e veri potrebbero all’improvviso svanire e forse allenarsi a sperimentare questo brivido di solitudine può aiutare. Può fortificare, aiutandoci ad essere un po’ più preparati ad affrontare la vita, semmai eventi fuori dalla nostra volontà ci costringano prima o poi a camminare senza appoggi.

Svegliarsi la mattina e non ricevere l’abituale buongiorno riempie di un vuoto immenso ma spalanca anche la porta su un nuovo modo d’essere. Del resto ogni nascita non è altro che distacco. Quel primissimo taglio di cordone ombelicale rappresenta simbolicamente tutte le separazioni che l’esistenza tiene in serbo per ognuno di noi. E allora meglio accettare il fallimento di sentirsi sempre avvolti dall’abbraccio di un padre, di un amante, di un amico. Perché prima o poi quell’abbraccio diventerà un bel ricordo, che pur scaldando lascerà solo un brivido.

Per sempre.

L’illusione (Privé)

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Hanno rubato le colline. Questa mattina il lago s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale ancora vestita d’inverno. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito.

Lugano è sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto. Beatamente sospesi dentro una piccola, immensa bolla d’impalpabile cremosità, senza un sopra né un sotto. Semplicemente risucchiati dentro un Tutto.

In questo Tutto ovattato si sta bene, entrano solo pensieri felici e sentimenti buoni.

L’illusione che il tempo abbia messo il freno inebria la mente. Appena un filo di timido sole viene a bussare a questo dolce torpore fendendo la cortina d’argento che divide e protegge. Quasi a voler rassicurare che, in fondo, dove lo sguardo non arriva c’è sempre un Oltre. Una promessa, una speranza, una certezza.

E così, guardando verso quell’invisibile Oltre, nell’infinito mi fingo. E m’illudo che sia per sempre.

L’onda perfetta (Privé)

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Ci sono momenti nella vita in cui una sosta è d’obbligo. Una pausa di meditazione, forzata o cercata, che rieduchi l’anima e l’accompagni a ricapitolare con se stessa.

E allora, chiusa la caccia alle emozioni, può capitare di accorgersi di aver cavalcato fino a quell’istante una gigantesca onda, proprio come quella che i surfisti chiamano “onda perfetta”. Un’imponente massa di energia in movimento che ti porta a sfidare te stesso perché l’adrenalina scatenata dalla volontà di misurarsi con stimoli tanto immensi è un piacere estremo e irrinunciabile. Nemmeno lo spettro della morte può fermarti, il richiamo alla vita è più forte.

Cavalchi, voli, t’immergi completamente in un vortice crescente di vibrazioni senza possibilità di ritorno, perché l’onda perfetta pretende l’accettazione assoluta. Va vissuta fino in fondo, pena esserne travolto e sconfitto. Entri in simbiosi con quell’armonia d’acqua impetuosa diventando tu stesso goccia, in un delicato equilibrio tra vigore e dolcezza. Ti sembra d’essere fermo in mezzo al tunnel liquido fino a che arrivi all’inevitabile naufragio, partorito definitivamente dal ventre ancora gravido dell’onda che piano piano s’inchina al suo destino. Il ruggito esaurisce la sua carica e ti sputa fuori, lasciandoti stordito nella quiete più assoluta.

Piccolo, così piccolo in mezzo a quell’oceano improvvisamente piatto, galleggi in un stato amniotico, imbevuto in un’immobilità che t’impone di pensare. Ubriaco di vita per aver osato sfidare la natura, senti che la tua incoscienza s’è fatta coraggio e voltandoti indietro ti accorgi come anche un’onda così perturbante, alla fine, si risolva in un innocuo tappeto di pace, di calma, di rassicurazione.

Cullato da un nuovo piacere, capisci che solo guardando alle tue spalle puoi renderti completamente conto di ciò che è stato. Ti rivedi là dentro, avvolto nel manto del rischio, e ora che sei salvo sai che momenti di meditazione come quello che ora ti sta assorbendo sono un premio ma anche uno stimolo. Il necessario preludio alla caccia della prossima onda perfetta.

Il segreto (Privé)

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Il suo non era un lavoro. Era una vocazione.

Scrivere era per lei un irresistibile piacere, come bere, mangiare o far l’amore. Sì, perché scrivendo lei liberava non solo la propria mente ma anche l’anima, attraverso il fluire naturale delle parole che davano forma a pensieri felici come animali selvatici.

Ma a condire i pensieri concorrevano i sensi. Panorami, sapori, odori, ogni dettaglio che le sfiorava la pelle e le catturava lo sguardo le spalancava un universo coloratissimo d’immagini che urgentemente chiedevano d’essere raccontate. E via, ogni volta un capitolo di vita sgorgava dalla penna. Così ogni viaggio diventava automaticamente un libro in divenire che lei cominciava a scrivere nel momento stesso in cui posava piede in un luogo nuovo, annusandolo con la voracità di una bambina curiosa e affamata di vita.

Come resistere dunque al piacere di viaggiare anche per lavoro? Una passione che diventava missione quando aveva la fortuna di immergersi in realtà straordinarie, come quelle tra le vigne profumate e i bagli antichi della sua amata Sicilia, respirando quel mare così caldo di passione. Dar voce a donne e uomini che dedicano la propria esistenza a trasformare la terra in frutti da gustare era per lei un privilegio, e provava sempre un sentimento di immensa gratitudine quando veniva accolta da quelli che per lei erano istintivamente “amici”. Persone che le aprivano la porta di casa facendola sentire a casa propria con la disarmante semplicità di chi ama il proprio lavoro. Esattamente come lei.

O quasi. Perché mentre dedicarsi alla terra costa fatica, a lei pareva vergognosamente semplice sedersi alla scrivania, accendere il computer e lasciare andare le dita sui tasti. Una musica si levava come niente dalla tastiera e le emozioni raccolte durante quei viaggi si traducevano in brani narrati. Sguardi, sorrisi, racconti, attenzioni e gentilezze inattese del tutto gratuite riemergevano con freschezza durante la stesura dei pezzi. Al punto che spesso doveva trattenere gli aggettivi tanto era il suo entusiasmo, per mantenere un doveroso tono di professionalità.

Ma nel cuor suo poteva galoppare libera e dar sfogo all’effervescenza che ognuna di queste esperienze le infondeva. E ancora oggi, ripensando ai tramonti d’albicocca sulle saline di Marsala o al dolce veleggiare sul vento delle Egadi, l’emozione la riscalda e la consola. Il filo invisibile che la lega a quelle indimenticabili esperienze è fatto di ricordi per sempre vivi di cui continuerà ad alimentarsi per continuare a scrivere con inesauribile gioia.

A dispetto di ciò che non ha ancor detto!

Come il volo di un cigno (Privé)

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Camminare per ore nel vento senza incontrare uno sguardo. Sentire, passo dopo passo, l’incedere dei propri pensieri sospinti nel nulla, come foglie slegate dai rami finalmente libere di trovare il proprio destino.

Destino, nel senso di “destinazione”. Ecco dove ruzzolano i pensieri lasciati correre senza redini. Verso quella meta ancora indistinta che dovrebbe dare un significato al proprio cammino. Perché finora questo camminare nel vento rappresenta solo un piacere apparentemente fine a se stesso. Eppure, nascosto dietro qualche fronda d’albero o tra le piume delle canne spettinate del lago ci deve essere nascosto il perché di questo richiamo a vagabondare in solitudine nel freddo.

Nessuna risposta ai silenti interrogativi. Solo qualche brivido e un sorriso triste di fronte a un cielo drammaticamente plumbeo ferito da un raggio dorato che sembra trafiggere l’acqua, scolpendo nel bel mezzo un sentiero luminoso.

Pare un invito a tuffarsi in quell’apocalittico cono di luce liquida. Un’inspiegabile spinta a spiccare il volo s’agita dentro, così come fanno i cigni, con tale evidente fatica a sollevare il proprio peso che senza dubbio deve valere la pena tutto quello sforzo. Spesso abbandonano la propria grazia cullata dall’acqua, per impennarsi con estremo impegno nell’aria alla ricerca di cosa, al richiamo di chi… Non si sa, eppure anche i cigni obbediscono a leggi invisibili che li portano a volare nel nulla per poi planare leggeri come angeli riprendendo l’abituale eleganza accanto agli altri pennuti.

In un attimo robuste nuvole hanno soffocato tutto il cielo, il cono di luce s’è spento e l’acqua non invita più allo sconsiderato tuffo. Si prosegue a camminare ancora nel vento in compagnia del proprio sguardo per raccogliere, passo dopo passo, nuovi pensieri. E capire che, in fondo, il proprio destino non è poi così diverso dal volo di un cigno.

La bellezza della nostalgia (Privé)

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Riluce il lago leccato dal sole. Come se l’acqua, con la sua dorata danza, volesse ringraziare l’aria per quelle carezze d’insperato tepore elargite in questo primo pomeriggio d’inverno.

Un vago sentimento di nostalgia pervade l’animo. Non è tristezza, come la parola vorrebbe. Non si tratta di quel “dolore del ritorno” che nasce dal rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari, né da avvenimenti che si vorrebbe rivivere. O forse non è solo questo, perché in verità quest’impalpabile vuoto è condito da un sottofondo di sottile compiacimento dovuto, forse, alla speranza che prima o poi ogni lontananza si trasformi in presenza, in certezza, in unione.

È un’emozione che galleggia tra i momenti d’immenso coinvolgimento emotivo e il desiderio di poterli ripetere ancora e ancora, non solo nella mente. Allora la nostalgia prende il sapore di un dolce troppo dolce, tanto stucchevole da colare nel cuore, da imburrare la mente e s’incolla sottopelle per poi riaffiorare in nuvole di sospiri che pennellano il silenzio.

Ha una sua bellezza. Non è male gustarla, soppesarla, raccoglierla tra le mani e coccolarla come si potrebbe fare con un cucciolo bisognoso di rassicurazione. Prendere consapevolezza di questo sentimento che gonfia il petto è un po’ come guardarsi allo specchio e ritrovare in quella scatola di vetro riflesso i volti delle persone davvero importanti. Quelle che hanno reso possibili tutti quei momenti cari vissuti con pienezza, momenti che ancora fremono grazie alla morsa della memoria. Basta allungare la mano per toccarli.

Fuori il lago ancora riluce, il sole più acceso. Dentro la nostalgia si scioglie e si veste di gratitudine. I ricordi del passato si prendono per mano mettendosi in fila, uno dopo l’altro, fino a formare un ponte. Un lungo ponte d’istanti rivolti verso il futuro si leva alto sopra questo prato lacustre che brilla di vita. Sempre uguale eppure sempre nuovo ad ogni risveglio, proprio come noi esseri umani. Contraddittori, nostalgici, tenaci.

A guardarlo così bello, il lago pare muto eppure insegna: c’è ancora tempo, tanto tempo, per collezionare ricordi. A partire da oggi.

Stupore (Privé)

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Un inspiegabile senso di diffuso benessere mi pervade. Non ha un perché questo eccitato soffio che s’insinua tra mente e corpo, simile a quel sottile velo di nebbia che proprio ora sta planando sul lago avvolgendo tutto in un cremoso manto d’argenteo stupore.

Ecco… Stupore. É quel che provo di fronte a me stessa. Rapita da uno stato d’animo leggero e profondo, senza apparente sorgente, che mi porta a galleggiare dentro una voluttuosa bolla di piacere. Il piacere di sentirmi semplicemente in armonia con questo tutto ora nascosto agli occhi eppure ben scolpito nel mio presente.

Sarà la fortuna di sapermi amata. O sarà l’ebbrezza d’essere libera d’amare. Fatto sta che carezzo questi istanti di piacevole dolcezza con la meraviglia di chi si sente follemente viva, con l’illusione di restare per sempre così accesa, sospesa nel tempo, nell’abbraccio forte e certo di chi mi capisce. Eccessiva, sempre, ma irrimediabilmente sincera, come ora.

E spero di stupirmi ancora e ancora, continuamente grata alle vibrazioni che colorano la vita, anche oggi eccitata da contagiose emozioni. Così, quel sottile velo di nebbia che ormai ha avvolto il lago col suo cremoso manto si trasforma per incanto in un variopinto sipario in cui specchiarmi, perdermi e ritrovarmi. Fatalmente imbevuta in questo comprensibile senso di diffuso benessere che ancora mi pervade.

Brivido di vita (Privé)

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L’ultimo giorno dell’anno si spegne. E la città s’accende di musica e colori, di luci e di sapori. L’albero di Natale, che era planato nel cuore della Piazza come un angelo piovuto dal cielo, ora sembra una solenne regina ingioiellata di brillanti destinata a governare i sudditi danzanti in questa notte ancora da inventare.

C’è un senso di pace tutt’attorno, un velo disteso di immobile serenità, nonostante la festa che incalza. Le voci allegre della gente imbacuccata in se stessa si mescolano alle note della musica diffusa dai chioschi in legno e a quegli odori intensi di Glühwein e di raclette che eccitano i sensi e che da soli raccontano come si ama anticipare il brindisi di San Silvestro da queste parti.

Quest’evanescente mescolanza di sensazioni che intreccia carne e spirito, corpo e anima, pelle e sentimento, parla dei piaceri della vita, della materialità sublimata in spiritualità. Del bisogno irrinunciabile di godere insieme, del buono e del bello, dell’amicizia e dell’amore, goderne a piene mani dalla testa alla pancia con diritto d’ingordigia. Parla della passione da condividere con chi ci ama, possibilmente tenendosi stretti in un fusionale abbraccio per scaldarsi di carezze e baci, avvolti nell’inebriante coperta di un desiderio che culla e alimenta.

Guai rinunciarvi per la paura di un brivido, perché quel brivido è vita! Perché senza il calore della passione che scalpita dentro, l’esistenza sarebbe come quel fiero albero di Natale nudo di brillanti imbevuto in una fredda notte senza stelle.

E allora, mentre l’ultimo giorno dell’anno si spegne e la città s’accende, accendiamo anche i nostri corpi e ubriachiamo i nostri cuori in questa notte ancora da inventare. Intrecciamo le mani, incolliamo le labbra, uniamo le anime. Amiamo e lasciamoci amare senza paura di volare, gioiosamente trafitti da quel brivido di vita chiamato passione.

Ossimori (Privé)

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Svegliarsi tristi senza un perché. Fuori la nebbia, dentro il vuoto.

Come i pacchetti scartati il giorno prima, dimenticati sul divano a riposare.

Capita, a volte, che il panorama esteriore somigli a quello interiore e che quel velo uggioso che avvolge la mattina evochi un po’ il sentimento malinconico che ammanta l’anima.

Sarà stato un sogno sfumato nella notte, uno di quelli che non si lasciano ricordare, che sfuggono alla memoria e si sottraggono alla coscienza, forse proprio per salvarci dall’imbarazzante peso della comprensione.

Oppure sarà semplicemente il senso del tempo che passa. Dall’eccitata effervescenza del giorno precedente si scivola inesorabilmente in uno stato di immobile torpore. Le luci si spengono, la musica tace, i colori sbiadiscono e la sensazione di opulenza si mescola a un vago sentimento di insoddisfazione. Ossimori dell’umana esistenza.

Perché? Che cosa ci manca? Abbiamo avuto le luci, la musica, i colori, tutto, tantissimo, eppure dalla giostra si scende con un diffuso senso di frustrazione che obbliga a pensare.

Ogni volta è così. Un rituale che si ripete, ciclicamente, in un susseguirsi di stati d’animo che si sovrappongono l’uno sull’altro, proprio come quella millefoglie alla crema che ci ha allettato fino alla nausea con il suo stratificato ripetersi di stucchevole bontà.

È urgente scrollarsi la nebbia di dosso e guardare avanti. Non pensare. È necessario inseguire un altro sogno, allungare la mano al domani, rincorrere chi c’è portando nel cuore chi invece non c’è perché lontano nello spazio o, peggio, nel tempo.

Sempre il tempo. Eccolo il colpevole di questa frustrazione. Prima ci dà tutto, poi, voltata pagina, ci sbatte in faccia la nostra effimera presenza su questa giostra di luci, musiche e colori che puntualmente dopo la danza svanisce. Proprio come il sogno di questa notte che se n’è appena andata.

È tardi ora. Le campane in lontananza scuotono la mente e ricordano che, dopo tutto, la festa è ancora nell’aria. E allora scacciamo con uno sbadiglio la tristezza, raccogliamo i pacchetti scartati, facciamo ordine tra i ricordi, i sogni e le speranze. E rimettiamoci in corsa in questo nuovo giorno che il tempo ci regala, prima che diventi anch’esso un pacchetto vuoto da dimenticare.

A tu per tu con i nostri …simili

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Alice era una mamma molto intelligente e con uno spiccato senso dell’umorismo. Jim, suo figlio, era degno di lei dimostrando lo stesso livello di vivacità intellettiva sin da piccolissimo. Stephanie e sua figlia Olivia avevano un rapporto complicato e spesso conflittuale che tuttavia riuscivano sempre a risolvere pacificamente. Jake, giovane virgulto dall’aspetto possente e muscoloso, era interiormente un insospettabile sentimentale. Amelia, da piccola sempre trasognata in un mondo tutto suo, subì un violento trauma dando alla luce due gemellini morti.

Ognuno di questi personaggi, e altri ancora, con le loro coinvolgenti storie di vita potrebbero essere protagonisti di singoli romanzi altrettanto avvincenti. Invece, sono stati riuniti insieme per dar vita a un libro delizioso. Un libro commovente, divertente ma soprattutto istruttivo perché fa riflettere aiutandoci a ribaltare la realtà che ci circonda per osservarla da un punto di vista alternativo.

Sì, perché Alice, Jim, Stephanie, Olivia, Jake e Amelia non sono esseri umani. Sono mucche e tori. E “di bovini, come di persone, ce ne sono di tutti i tipi”, come cita l’autrice. “La vita segreta delle mucche”, di Rosamund Young, racconta con disarmante semplicità come anche mucche e vitelli, oltre agli altri animali da fattoria, abbiano sentimenti, comportamenti e pensieri tanto quanto noi donne e uomini. Pertanto, imparare a capirli è fondamentale sia a noi sia a loro per una convivenza eticamente rispettosa.

Tutto ebbe inizio nel 1953, quando i genitori di Rosamund decisero di diventare allevatori nel cuore della campagna inglese: cinque mucche, un vecchio trattore, niente elettricità e niente telefono. Tutto rigorosamente biologico, quando ancora questo termine non era comparso. All’epoca Rosamund aveva pochi giorni ma i suoi primi vagiti si intrecciavano al muggire dei bovini e la sua infanzia s’impregnava della ruspante vita agreste di una famiglia che capiva i propri animali, trattandoli come individui e rispettandoli come persone.

In questo libro, protagonista non è l’autrice, bensì gli animali della sua fattoria di Kite’s Nest, dove mucche, tori, pecore, galline e maiali sono cresciuti in piena libertà, potendo scegliere autonomamente come muoversi, dove pascolare, con chi giocare e con chi parlare. Certo! Perché anche loro posseggono un linguaggio e il modo di relazionarsi l’un l’altro, oltre che con gli esseri umani, lo dimostra. Una volta imparato a considerare ogni mucca e ogni torello come “individui” diventa facile rintracciare in loro la personalità che li contraddistingue, l’intelligenza che rivelano e la sensibilità che li rende timidi o audaci, remissivi o sfidanti di fronte agli eventi.

Il fatto che questi animali posseggano e dimostrino caratteristiche squisitamente umane, come l’umorismo o la gelosia, potrebbe infastidire chi è affezionato a una visione dall’alto delle specie che abitano il nostro bel pianeta. Ma chi l’ha detto che i bovini non siano intelligenti? Solo perché non sappiamo interpretare i loro comportamenti non ci dà il diritto di sentenziare giudizi. Valutare con criteri umani l’attività mentale ed emozionale degli animali non ci permette di vedere come essi davvero sono, anzi, ci rende ciechi davanti alla loro personalità. Il punto è che bisogna offrir loro i mezzi e le situazioni necessarie per realizzarsi, per vivere secondo le proprie esigenze e i propri desideri, e non invece come goffi servitori degli esseri umani. Perché anche le mucche sanno risolvere problemi, inventano giochi, covano rancore, si offendono, amano la musica, sanno perdonare, essere gentili, dimostrarsi a volte buffe e altre sagge. Proprio come noi. Ma vanno capite per poterle assecondare e rendere la loro esistenza dignitosa.

E se si volesse aggiungere un pizzico di materialismo in questo già convincente ragionamento, si può ricordare anche che rendere felici gli animali consentendo loro la naturale libertà non è solo un fondamento etico ma anche economico. Perché gli animali felici crescono più forti e sani, esattamente come i bambini umani.

Questo aveva imparato Rosamund crescendo in fattoria e questo ci racconta nel suo libro ricco di aneddoti sorprendenti. Ogni evento in una mandria si riduce a una questione di carattere. Mucche e vitelli affrontano la vita quotidiana stringendo amicizie, litigando, facendo pace, giocando e chiedendo coccole. Se lasciati liberi di scegliere trovano da soli le piante di cui hanno bisogno, senza quindi necessità di antibiotici o altri dannosi farmaci. I bovini vanno istintivamente in cerca di more in autunno e di biancospino in primavera, adorano le foglie di frassino e di salice. Alcuni preferiscono il timo selvatico e l’acetosella, altri le ortiche, mentre le pecore sono golose di cardi e di rabarbaro.

Osservando questi animali allevati in libertà, attraverso gli occhi di Rosamund, è evidente che siano loro stessi gli individui più adatti a decidere del proprio benessere, e non gli allevatori dei quali impareranno a fidarsi proprio in virtù dell’autonomia concessa. In fin dei conti, i desideri fondamentali dei bovini sono gli stessi nostri: niente stress e tanto amore, un tetto sopra la testa, cibo e acqua puliti, libertà di muoversi, di relazionarsi, di affezionarsi e di riposare tranquilli quando serve. In altre parole, ogni mucca vorrebbe poter godere dei suoi diritti, a modo suo, con i suoi tempi e le sue preferenze, e non secondo l’agenda degli umani.

Loro ce lo dicono, siamo noi che non sappiamo capirle. Le mucche, per esempio, muovono la testa in molti modi diversi, ognuno dei quali trasmette un messaggio diverso. Sono gesti necessari per salutare una persona o un altro animale, come quando allungano il capo in avanti e alzano il musello. Un saluto può essere accompagnato da una generosa leccata e da uno sguardo diretto e interrogativo, come a domandare un saluto in risposta. Ma i movimenti della testa servono anche per respingere attenzioni non gradite, così come per sollecitare amore e carezze. È commovente osservare madri e figli, mucche e vitelli, nel loro quotidiano vivere: una volta interpretati in maniera corretta i gesti di questi animali, è evidente quanto siano analoghi a noi, come usino gli stessi linguaggi affettivi per sentirsi, per conoscersi, per stare bene insieme.

Il libro di Rosamund Young, con le storie delle sue mucche e dei suoi vitelli, non rappresenta semplicemente lo specchio di una mandria della fattoria di Kite’s Nest, nel cuore della campagna inglese. È un riflettore puntato sull’intero universo bovino in grado di aprire gli occhi a noi umani su creature famigliari eppure quasi del tutto sconosciute, infondendo (si spera) quella dose di umiltà necessaria per riconsiderare la nostra visione del mondo. Comoda, scontata ma non sempre corretta.