All’ombra quieta del tempo (Privé)

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Imponente eppure gentile. Solido eppure fragile. Orgoglioso eppure umile.

Sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia trasmette la sensazione di un rassicurante abbraccio. Creatura secolare, cresciuta fiera e fedele alla sua terra, l’Eucalyptus che s’erge nel cuore di un’oasi verde a Melide, sul Lago di Lugano, somiglia a un buon sovrano in meditazione. Un santo, meglio. Perché quel suo srotolare i rami verso il cielo, come braccia verso Dio, evoca una sorta di silente venerazione, di preghiera laica.

Al fascio fitto e tentacolare dei rami, inteneriti dalle foglie lanceolate, fa da controcanto il tappeto innervato di radici che s’allungano come serpenti a caccia di cibo, facendosi largo nella terra. Ne tocco con pudore gli estremi e con le dita ne seguo il tragitto finché si fanno sempre più robuste, inerpicandosi in un labirinto sempre più contorto.

Ha un che di sensuale questo inesorabile scorrere della vita, qualcosa di ancestrale che riporta alle origini. Sono le sue vene quelle. Lì dentro scorre il suo sangue, che si fa linfa, e risale copioso abbeverando il tronco nerboruto che rivela tutta la bellezza di una faticosa crescita.

A tratti ferito e lacerato, ma compatto e combattivo nel suo divenire, parla del tempo questo Eucalyptus, del tempo passato a sopravvivere lì dove è nato. E quelle radici che spiccano il volo, così testarde e capricciose, evocano tutta la forza di chi s’aggrappa alla propria terra difendendo un diritto che solo la Natura dovrebbe sancire. Forse per questo, paradossalmente, quel succhiare con ostinazione la vita evoca in me anche tutto il dolore di chi, invece, alle proprie radici è stato strappato.

Immaginare quell’albero così vivo, talmente vivo da percepirne il respiro, la voce, lo sguardo, immaginarlo violato delle proprie fondamenta e rapito alla propria culla fa male. Sa di ingiustizia, di colpa, di morte.

Ma è lo stesso Eucalyptus a spazzar via le immagini sanguinose che mi sfiorano. Con le sue fronde leccate dal vento pare salutare il sole, grato del suo calore. Calore che lui stesso restituisce con la sua presenza a chi, come me, ha il privilegio di sostare all’ombra quieta delle sue generose braccia. Anche solo per un momento. Sufficiente per pensare, per sentire, per ringraziare.

Tra le tue ali (Privé)

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Credevo d’esser sola. Invece quando ho schiuso gli occhi leccati dal sole e ho posato lo sguardo sull’acqua appena sotto il molo di legno, ecco comparire la meraviglia. Il cigno che a lungo avevo spiato covare a ridosso di un riparo, non poco lontano da lì, si era finalmente sentito libero di abbandonare il giaciglio ancora umido di fatiche per inoltrarsi nel lago. Buon segno. Segno di fiducia, di rinascita, di futuro.

E di fatti era così. Dopo qualche passo di danza sull’acqua guardandomi di sbieco, sperando forse in un provvidenziale boccone, ecco che dal suo candido manto piumato era sbucato curioso il frutto della sua attesa. Il piccolo cigno, appena sbocciato alla primissima estate, aveva sete di aria, di sole, di novità. Come me. Stava lì nel cuore delle grandi ali materne, come un principe su un tappeto volante in procinto di catapultarsi verso il proprio destino.

E d’istinto, guardando quel miracolo, mi son sentita raccolta e cullata anch’io da quel paio di maestose ali. Un po’ invidiosa, un po’ gelosa, di sicuro vogliosa di immergermi anch’io lì, sprofondata in quel soffice, caldo abbraccio che difende, protegge, conserva e alimenta.

Credevo d’esser sola. Invece ho capito d’essere ‘solo’ fortunata. Perché anch’io ho un paio d’ali calde che difendono, proteggono, conservano e alimentano. Sempre. Anche quando il sole si spegne, il silenzio cala e i cigni in amore tornano al proprio nido, fedeli al proprio destino…  Come me.

La segreta bellezza (Privé)

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È sempre lo stesso cielo eppure ogni sera cambia. Cambia vestito. Si colora di nostalgia, di eccitazione, di romanticismo, di desiderio, di timore, di impazienza. È uno specchio d’aria infinito, questo cielo lacustre, uno specchio in cui riversare i propri cangianti stati d’animo, un mare in cui volare senza veli per raccogliere sulle ali dei pensieri qualche ricordo, qualche sogno, qualche silenzio.

Liberi di sentirsi se stessi, appartenenti a quel timido rosa cipria che si fa rosso scarlatto all’orizzonte, proprio là dove lo sguardo va a morire insieme all’ultimo sole. Finché il manto blu della notte sopraggiunge inclemente, come un soffio d’alito su una languida fiammella, e allora ancora una volta il cielo si sveste e si riveste. Pare una donna che si fa semplicemente bella per quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

Pelle. Nuda pelle profumata di champagne, paillettes, brillantini, argento e oro. Luna e stelle accendono di vita questo cielo senza sonno, solo la sciabolata di un aereo disegna un cammino, facile seguirlo e cucire con lo sguardo il rizoma di un nuovo destino.

Sembra tutto scritto. Nostalgia, eccitazione, romanticismo, desiderio, timore, impazienza. Dentro uno specchio di cielo lacustre che è sempre lo stesso, eppure ogni sera cambia, fedele a quell’unico amante che ne sa cogliere la segreta bellezza.

L’incontro e il caso (Privé)

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“Una donna non sente. Una donna sa!”

Queste erano le parole esatte che mi rimbalzavano nella testa mentre camminavo nel sole, questa mattina in città. Parole che, passo dopo passo, coronavano un ragionamento ben distinto e che scolpivano la mia mente con precisione millimetrica, tanto da renderle evidenti sul mio viso, forse. Senza grande attenzione, scorgevo avanzare verso di me un individuo. Lo vedevo senza guardarlo. Sentivo il suo sguardo puntato addosso e più si avvicinava più percepivo la sensazione che, giunta a tiro, mi avrebbe rivolto la parola.

“Excuse me, do you speak english?” Lo sapevo: una donna non sente, sa!

Sorriso schietto, denti bianchissimi, pelle olivastra, capelli nerissimi. Forse un indiano o comunque un mediorientale sulla cinquantina, elegante e istintivamente simpatico. Dalla camicia colorata avrebbe potuto essere un turista ma la valigetta in pelle nella mano sinistra, i pantaloni scuri e le scarpe lucidissime tradivano la mission di businessman. Credendo avesse bisogno un’informazione stradale gli ho risposto cortesemente, anche se girovagava in me una sensazione di confusa incertezza.

“Mi scusi ma non ho potuto fare a meno di fermarla vedendola, vorrei dirle qualcosa di importante …” Proseguendo con un inglese perfetto, il signore si stava inoltrando per discorsi inattesi che mi rimbalzavano, per cui stavo per voltargli le spalle e andarmene nemmeno troppo garbatamente.

“La prego, ascolti, un attimo solo.” E lì qualcosa mi ha trattenuto, mi sono fermata e ho rincontrato quel viso divenuto molto serio seppur sempre sorridente, quasi supplichevole di fiducia.

“Lei è circondata da un’aura, un’aura speciale. Io la vedo, trasmette gioia, bellezza, vita …” Di fronte alla mia espressione di incredulità, prima che me ne andassi definitivamente davanti a quella che credevo fosse una chiara presa in giro, l’uomo s’è affrettato ad aggiungere:

“Le giuro che non la sto prendendo in giro, sono molto serio. Io vedo in lei qualcosa di importante, lei è una donna molto fortunata … un grande cambiamento sta per accadere nella sua vita.”

“Tutti vivono cambiamenti prima o poi, anche lei probabilmente … bene, buona giornata!” Tagliai corto, un po’ divertita ma anche un po’ turbata.

“Ma io vedo qualcosa di ben preciso che la riguarda, se vuole glielo dico… non desidera sapere cosa cambierà per lei?”

È stato a quel punto che ho capito. Ho capito che non era un caso quel che stava succedendo. Io avevo in qualche modo anticipato quel bizzarro dialogo appena quel misterioso signore era comparso al mio orizzonte, nel sole, vedendolo senza guardarlo. Ho capito che avevo paura mi parlasse, paura di sapere quello che avrebbe voluto dirmi. E ho capito che non volevo assolutamente sapere quale cambiamento, a suo sentire, mi sarebbe dovuto capitare.

Forse gli credevo. Del resto sono sempre stata convinta che ognuno di noi abbia un’aura e che si possa imparare a vederla, a leggerla, ma questo è privilegio di pochi. Che lui fosse uno di questi pochi capaci di vedere oltre? Mi piace pensare che sia così, tanto che sento il bisogno di scriverlo, di raccontarlo, forse per esorcizzare l’inquietudine di un incontro che ancora vibra.

Ho salutato con gratitudine il signore, pregandolo di non dirmi niente di più, perché non volevo sapere cosa mi sarebbe successo.

“Va bene, come vuole. Buona fortuna signora, la vita le sorride, sia felice!”

Dopo pochi passi verso la mia direzione, ho avuto un brivido. Con la pelle d’oca mi sono voltata per cercare il signore alle mie spalle ma non c’era più. Sono tornata indietro, ho percorso tutto l’isolato, allungando lo sguardo a caccia di una camicia colorata, di una ventiquattrore, di un sorriso bianco. Frugavo dappertutto ma niente, sparito.

Meglio così. Perché credo che gli avrei chiesto di continuare a raccontarmi, di farmi sapere. Pericolosissimo.

Tornando sui miei passi, un po’ trasognata, tornavo anche sui miei pensieri … “È proprio vero: una donna non sente. Una donna sa.”

La calamita (Privé)

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C’è un tempo per la semina e uno per la raccolta.

A un certo punto del cammino esistenziale s’impone una sosta di riflessione, dettata dall’inevitabile scorrere degli anni. I bilanci, si sa, bussano puntuali a ogni giro di boa (almeno) costringendo a soppesare delusioni e successi, rimpianti e speranze, timori e sogni. E può capitare che, guardandosi indietro, si veda la propria vita srotolarsi come una vecchia pellicola cinematografica, e ci si osservi non tanto in veste di protagonisti bensì di spettatori. O meglio, quel protagonista degli anni passati che andiamo a ricucire con il filo della memoria pare non corrisponderci più. Eppure è – siamo – la stessa persona, con la stessa testa e lo stesso cuore, perché addomesticare la propria natura è impresa assai ardua e poco ci si scosta dalla propria ombra per quanto la si fugga.

Si cambia solo in parte, ma fondamentalmente si resta in divenire quel che eravamo, come rocce che scolpite dai capricci del vento rimangono pur sempre macigni. Allora, riguardando quella vecchia pellicola cinematografica, affiora a volte la sensazione d’aver perso a tratti il controllo della propria esistenza, come se qualche forza misteriosa e irresistibile ci abbia fatto soccombere a tentazioni più potenti della nostra volontà. Si chiama passione, forse. Questa forza misteriosa e irresistibile che trascina via, lontano da ogni ragione, questa calamita che anche senz’accento può devastare, bruciare, annientare. È una forma di bulimia che non ammette compromessi, una fame ossessiva d’avere tutto o niente, mai poco.

Le passioni sono assorbenti, alimentano ma consumano e il rischio di restarne travolti è sempre in agguato. Ma vale la pena rinunciare? Vale la pena vivere senza rischiare? Vivere senza vivere? Dopo tutto anche le passioni possono essere educate e incanalate verso un ordine salvifico, come un’imponente massa d’acqua che anziché esondare viene arginata, mai assorbita o sperperata. E forse è questo l’unico vantaggio che l’inevitabile scorrere degli anni ci offre come raccolta alle nostre semine esistenziali: imparare ad abbandonarsi alle proprie passioni senza riserve, individuando possibilmente quel sottile equilibrio che fa la differenza tra una calamita e una calamità.

L’occhio invisibile (Privé)

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C’è un retrogusto dolce nel sapore amaro di star poco bene. La sensazione di impotenza ai brividi di febbre diventa quasi un pretesto affinché ad ogni brivido segua una carezza, ad ogni fitta un abbraccio, ad ogni smorfia un sorriso. É il privilegio che qualcuno si prenda cura di noi.

Malesseri che sopraggiungono come temporali e che scuotono non solo il corpo ma anche le memorie, riportando improvvisamente indietro nel tempo. Quando la miglior medicina per una bambina era una mano fresca sulla fronte, seguita da due amorevoli labbra lievemente poggiate, che sapientemente indovinavano la febbre. Era già una cura, quella, come se tutto il calore che saliva a infiammare le tempie fosse in qualche modo placato dalla solennità dei gesti materni.

La dolcezza di sentirsi accuditi anche nei piccoli mali è impagabile. È il ritorno all’utero, al nido, alla casa. Quando si sta male, il tempo si ferma, tutto si concentra in quei sintomi che bussano rochi dentro le carni e impongono un rassegnato ascolto. Il resto, passato e presente, sembra una giostra su cui si è girato e girato e girato fino a perdere i sensi, cavalcando i colori della vita, diventando ciò che si è, quasi senza rendersene conto. Solo uno stop improvviso, a volte, apre quell’occhio invisibile che sonnecchia a metà tra il cuore e la mente. Quell’occhio che sorveglia le esperienze della prima infanzia proteggendole dall’inesorabile eruttare dell’esistenza.

È forse per la presenza di quest’occhio invisibile che, anche per un’adulta ormai, una mano fresca sulla fronte e due amorevoli labbra poggiate, rappresentano una cura quando sta poco bene. Anche da lontano, anche con il pensiero, anche con la voce, perché anche nell’assenza vince la presenza. E così ogni brivido di febbre si spegne sotto una carezza, ogni fitta si placa dentro un abbraccio e ogni smorfia si trasforma in un sorriso sempre acceso.

Il quadro più bello (Privé)

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Allungo lo sguardo fin dove le colline baciano le nuvole, gravide anche questa sera di ombre umide. E allaccio scorci. Spicchi di grigi, fette d’azzurri, coni di rosa, triangoli d’oro. Forme e colori diversi tra loro pennellano il cielo dopo la tempesta e la sagoma scura delle colline lacustri gioca a dar loro una vita propria, come se ogni scorcio fosse un quadro a sé stante, appeso al cielo, con una bellezza propria.

Mi ricorda la vita. Ogni squarcio di quest’etere notturno racconta un capitolo dell’esistenza. A volte grigia, altre azzurra, altre ancora rosa o d’oro. Quante le sfumature delle pagine degli avvenimenti che si susseguono, si accavallano, si mescolano e si fanno infine ricordi …

Si mescolano. Perché non è vero che ogni scorcio di cielo, che ogni capitolo di vita, che ogni ricordo dell’esistenza sia un quadro chiuso, a sé stante, separato dagli altri. La vita non è una collezione di attimi, così come questi effimeri scorci lacerati dalle colline in realtà si stringono mano nella mano, a raccontarsi segreti.

Il tempo unisce le distanze, fluidifica gli eventi, allaccia i sentimenti e cambia le persone. Inevitabilmente cambia e dipinge via via il cielo di umori sorprendenti, a volte armoniosi altre contrastanti, ma mai li cancella. Perché il comune denominatore allo scorrere dei panorami, esteriori e interiori, siamo noi. Noi siamo quel cielo dietro le colline, un’unica tela dove continuare a dipingere i nostri sentimenti, quelli che animano i ricordi e li piroettano fino al prossimo scorcio imbevuto di vita.

Tutto cambia, ma tutto resta e tutto continua.

E quando anche quell’ultimo scorcio sarà ricordo, ci sarà ancora il nostro sguardo ad allungarsi fin dove le colline baciano le nuvole. Magari non più gravide di ombre umide ma lievi come colorati arcobaleni da cavalcare per scavalcare le colline, e poter finalmente volare lassù per appendere al cielo il nostro quadro più bello.

L’amante … temporale (Privé)

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Non dà tregua. Questa notte non dà tregua. Il temporale non lascia respiro al cielo gravido, che si scaraventa in lame di luce sul lago affondato nel buio.

Picchia, graffia, colpisce i vetri della finestra volutamente schiusa per invitare la voce del vento che s’agita bagnato sui cedri sconvolti.

Schiaffi d’aria, lacrime di grandine, schiocchi di frusta. Il temporale s’infuria, si dimena, si vendica. Pare un amante che fa a pugni con le proprie delusioni, che se le leva di dosso, di dentro, finalmente, una volta per sempre, scaraventandole come frecce velenose contro chi, forse, merita d’essere colpito.

E allora continua, liberati. Tuona, piovi, bagna questo lago affondato nel buio e illuminalo di nuove gioiose saette di fuoco. La finestra è sempre schiusa e ascolta i tuoi rochi ruggiti.

Non smettere. Non dare tregua a questa notte ancora accesa. Fa che la tua rabbia diventi energia, i tuoi schiaffi carezze, le tue lacrime sorrisi, i tuoi schiocchi baci.

E vedrai che domani anche i cedri sconvolti ti saranno grati…

Lugano, una favola di “Le mille e una notte” (privé)

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Turgido e vellutato, fiero e sensuale, vivace e delicato. Con la sua variopinta presenza, il tulipano è uno tra i fiori che meglio esprimono l’anima della primavera, anche in città. Una rigogliosa tavolozza di petali che riveste i giardini di un nuovo volto, quasi a simboleggiare la ripresa della vita dopo il sofferto letargo invernale.

Non a caso la bella Lugano da qualche settimana ha prediletto tulipani dai mille colori per infondere fresca effervescenza a piazze, aiuole e giardini. Ed è una delizia osservarli giorno dopo giorno crescere, levarsi verso il sole con quelle testoline gentili e affusolate, quasi a voler spingersi sempre più in alto per respirare l’aria lacustre. Sembrano tanti soldatini in fila, obbedienti, regolari, allineati secondo una precisione geometrica – svizzera direi – che doma con grazia l’esuberanza della natura.

Forse la sensazione di magica armonia che i tulipani trasmettono viene anche dai messaggi inscritti nel loro intimo linguaggio, perché – si sa – ogni pianta e fiore possiedono un simbolismo ricamato di leggendari aneddoti. Così è anche per il tulipano, la cui personalità pare essere intimamente radicata all’amore.

La sua culla natale giace in Turchia, nei monti del Pamir, nelle montagne dell’Hindu Kush e del Tien Shan, luoghi per definizione magici che hanno partorito leggende altrettanto fiabesche legate al fiore. Si narra, per esempio, che il sultano di “Le mille e una notte”, usasse sempre e solo un tulipano per scegliere la donna prediletta dell’harem, lasciandone cadere uno rosso ai suoi piedi in cambio delle sue grazie. Un altro racconto narra che fossero le odalische a posare un tulipano al di fuori delle inferriate dell’harem, per suggellare il proprio struggente amore con l’amante perduto.

Leggenda o verità, fantasia o sogno, è bello pensare che ogni tulipano custodisca gelosamente tra i suoi setosi petali un messaggio d’amore destinato a chi lo sappia cogliere, catturato dai suoi ipnotici colori. Tulipani rossi per scaldare la passione, gialli per stuzzicare la gelosia, screziati per accendere l’eccitazione, rosa per elargire carezze, viola per asciugare le lacrime e bianchi per domandare sommessamente scusa …

E se un’altra leggenda vorrebbe che dal sangue dell’Imam Hossein, nipote di Maometto, sia sbocciato nel cuore del deserto un tappeto di tulipani rossi, è più piacevole pensare che sia l’amore ad accendere la primavera di Lugano. Fiorita, colorata, incantata. Bella, come una favola di “Le mille e una notte”.

Essere e non essere (Privé)

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Siamo tutti altrove. E i luoghi di transito lo dimostrano esemplarmente.

Stazioni ferroviarie, aeroporti, porti sono tutti immensi spazi liquidi in cui le persone galleggiano come minuscole bolle sulla scia invisibile di un tragitto già abbozzato.

Siamo tutti in viaggio. Qui, adesso. Eppure contemporaneamente siamo fermi. Proiettati là, altrove. Spesso lontanissimo da quel preciso istante che ci scolpisce con lo zaino infilato in spalla e un piede sulla scaletta di un treno in partenza.

E quell’altrove che rapisce ognuno di noi lungo la strada sta esattamente in una mano. In quello specchio riflesso che ci libera e ci lega, ci connette e ci estranea. Quella porzione di universo che maniacalmente stringiamo, appendice del nostro stesso corpo, ci ingloba nei pensieri della voce di turno che ci chiama. Voce che soffoca i silenzi, che si fa presenza e che azzera le distanze.

Così, reciprocamente, proseguiamo il nostro viaggio in compagnia di invisibili presenze che assumiamo in dosi regolari, come drogati dipendenti di un illusorio piacere viscerale. E ci frammentiamo come luce dentro un prisma, alternandoci in scenari che si sovrappongono in un surreale essere e non essere.

Cosa accadrebbe se all’improvviso restassimo tutti orfani della tecnologia prêt-a-porter che ci espande, ci rimbalza e ci diffonde? Saremmo “solo” qui, adesso, in questa stazione brulicante di disordine, di gesti rapidi, e di sguardi distratti. Saremmo forse più soli, chissà. O, forse, liberi finalmente di guardarci negli occhi di chi ci sta accanto, scopriremmo che, dopo tutto, il vero “altrove” è dentro di noi, anche in silenzio. Sempre e comunque.