Essere e non essere (Privé)

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Siamo tutti altrove. E i luoghi di transito lo dimostrano esemplarmente.

Stazioni ferroviarie, aeroporti, porti sono tutti immensi spazi liquidi in cui le persone galleggiano come minuscole bolle sulla scia invisibile di un tragitto già abbozzato.

Siamo tutti in viaggio. Qui, adesso. Eppure contemporaneamente siamo fermi. Proiettati là, altrove. Spesso lontanissimo da quel preciso istante che ci scolpisce con lo zaino infilato in spalla e un piede sulla scaletta di un treno in partenza.

E quell’altrove che rapisce ognuno di noi lungo la strada sta esattamente in una mano. In quello specchio riflesso che ci libera e ci lega, ci connette e ci estranea. Quella porzione di universo che maniacalmente stringiamo, appendice del nostro stesso corpo, ci ingloba nei pensieri della voce di turno che ci chiama. Voce che soffoca i silenzi, che si fa presenza e che azzera le distanze.

Così, reciprocamente, proseguiamo il nostro viaggio in compagnia di invisibili presenze che assumiamo in dosi regolari, come drogati dipendenti di un illusorio piacere viscerale. E ci frammentiamo come luce dentro un prisma, alternandoci in scenari che si sovrappongono in un surreale essere e non essere.

Cosa accadrebbe se all’improvviso restassimo tutti orfani della tecnologia prêt-a-porter che ci espande, ci rimbalza e ci diffonde? Saremmo “solo” qui, adesso, in questa stazione brulicante di disordine, di gesti rapidi, e di sguardi distratti. Saremmo forse più soli, chissà. O, forse, liberi finalmente di guardarci negli occhi di chi ci sta accanto, scopriremmo che, dopo tutto, il vero “altrove” è dentro di noi, anche in silenzio. Sempre e comunque.

La conversione laica (Privé)

Unknown

L’aveva promesso. Non mi avrebbe detto quando ma mi aveva promesso che l’avrebbe fatto. Demolire un mio tabù sedimentato da decenni e rispettato sempre con severa fermezza.

Sono stati sufficienti un po’ di musica, un paio di calici di bianco e una flebile candela a scardinare le mie convinte resistenze? Oppure s’annidava già in qualche recondito angolo delle mie ombre il desiderio nero di disobbedire a me stessa?

Tant’è che in una manciata di secondi mi sono ritrovata seduta al tavolo apparecchiato, con gli occhi socchiusi, cullata da un’ipnotica melodia di Radio Swiss Pop, e imboccata da una mano consapevolmente oltraggiosa. “Apri la bocca…assaggia.” Un primissimo boccone, un concerto di sapori a me fino a quell’istante sconosciuti, spalancava le porte di un delizioso inferno terreno risucchiandomi irrimediabilmente dentro. Il profumo inebriante delle spezie s’arrampicava dall’arco del palato su per le narici, stordendo il cervello di un nuovo piacere, mentre la consistenza vellutata e insieme riottosa del boccone stimolava una lenta scioglievolezza raccolta dietro le labbra umide gelosamente serrate.

Carne. Carne cruda, turgida, guizzante, tanto che pareva viva. Rossa. La immaginavo farsi e disfarsi nella mia bocca, come se ogni mio addentare avesse il potere di uccidere ancora una volta quell’animale sacrificato in cibo. Nessun senso di colpa, nessuna vergogna, nessun rimorso per aver tradito quella che per me era stata fino a quel giorno una scelta sacra, ossia quella di nutrirmi solo di vegetali, ortaggi e frutta. Assolutamente impensabile per me cibarmi di animali. E invece un altro…ancora un altro boccone, più ricco e polposo adesso che lo stupro era diventato consensuale. Uno dopo l’altro, fino a spartirci tutto quello che pareva essere stato il bottino di una caccia primitiva, portata a termine con le sole nude mani, e consumata a voluttuosi morsi, fino a leccare gli ultimi brandelli di godimento.

Quel macabro delitto dei miei principi era stato compiuto con una disinvoltura oscena, consumato con una tale disinibizione che avrebbe meritato una punizione. E invece no, ancora piacere. Il piacere di trasgredire e di assaporare tutta la soddisfazione di oltrepassare una soglia mai sfiorata, nemmeno col pensiero. Una conversione della carne alla carne, una conversione laica senza possibilità di ritorno. Perché quel sapore mellifluo di vivo sangue condito di speziati aromi ha avuto il potere di contagiare i sensi e di plasmare i desideri, e come tutti i piaceri materiali ha marchiato per sempre la mente.

La musica ancora nell’aria, residui di candela che sfumano in una luce innaturale. Il buio si spegne e con timore apro gli occhi. Dov’è quella mano tentatrice? Dove il boccone del peccato? Dove la tavola apparecchiata…? Niente e nessuno attorno, solo io. Al posto della tavola il letto, il mio letto, con me dentro ancora arrotolata dentro quei sapori dai contorni sconvolgenti. Solo io, dentro quello che è stato solo un sogno, un sogno ancora acceso che stenta a farsi nebbia. Scuoto la testa e rido con gran sollievo di quell’abbuffata carnivora servita dai mostri onirici notturni, complici delle mie malate fantasie. E con un sospiro mi autoassolvo per non aver tradito me stessa, accettando l’invito di una mano oltraggiosa, colpevole … ahimè … d’essere stata solamente immaginata.

L’odore della pioggia (Privé)

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Come d’incanto il cielo si spoglia.

Dopo tanto piangere, le nuvole svuotate della loro stessa essenza si arrendono ed esauste si posano lungo i fianchi delle colline, anch’esse svestite del loro verde ossigeno. Vaporose aureole discese dalle vette imbiancate disegnano messaggi comprensibili solo agli angeli, ai poeti e agli innamorati. Misteriosi segnali di fumo in continuo divenire, riccioli di cotone sospesi tra cielo e terra, che il lago col suo silente specchio cattura, alimentando le sue acque di nuove increspature.

Vene d’argento a fior d’acqua, stringhe di seta a mezz’aria, impalpabili soffi di grigio negli occhi. È surreale l’atmosfera dopo un temporale lacustre. Vien voglia di farsi largo tra i grigi vapori ancora grondanti d’inverno e con le mani frugare, scavare, grattare fino a raggiungere almeno un timido raggio di quel dio di fuoco risucchiato al di là del mondo.

Ma luce, colore e calore sono irrimediabilmente altrove in questo giorno che sta per sfumare. Solo l’odore resta. L’odore dell’ultima pioggia ancora nell’aria che, come lieve sudore, scivola sulla pelle nuda. Nuda, come questo cielo che d’incanto si spoglia senza vergogna, in attesa di una notte ancora da inventare.

Coup de foudre letterario (Privé)

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Brivido caldo che scorre sottopelle. Impercettibili onde di desiderio che pulsano dall’animo senza un perché abbeverando il corpo di un godimento ancora assente.

Quel che si scatena quando tra due estranei scatta il cosiddetto “colpo di fulmine” è tanto inspiegabile quanto affascinante. Soggiogati dal molle sconvolgimento delle carni, ci si arrende con lieto abbandono all’invisibile lazo che con mano sensuale zittisce la mente. E così libero, il corpo s’accende dalla fortuita miccia di uno sguardo o di uno scambio di mano. Labbra, petto, pancia, tutto s’infiamma in un perturbante bisogno di lasciarsi andare alla calamita del piacere.

Ma, mi domando, è possibile che lo stesso incendio divampi dall’incontro accidentale di parole? Nessuno scambio di sguardi, nessuna carezza di pelle, nessuna voce a rivoluzionare i sensi ma solo una manciata di lettere scritte per caso. Per caso o dettate quel filo rosso invisibile che a volte tesse trame diaboliche, o divine, tra anime lontane.

Intuire nelle vene di uno sconosciuto interlocutore lo stesso brivido caldo che accende noi leggendo lui, stupiti dalla seduzione dirompente di un silente dialogo, sarà forse solo un’illusione, una fantasia, un dispettoso gioco della mente. Ma è pur sempre un gioco sconvolgente che, ne son certa, da qualche parte nasconde il suo perchè.

Una favola vera (Privé)

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Spesso mi si rimprovera di aver tradito le mie origini. Un’Italiana innamorata della Svizzera, tanto da sognare di viverci per sempre, sin da bambina.

Sì, perché ricordo come fosse ieri l’emozione che mi invadeva quando, seduta sul sedile posteriore dell’auto guidata da mio padre, appena varcato il confine spiavo fuori del finestrino e intravvedevo le prime forme di vita a me più care. Tutto era Natura lì. E la Natura era viva e mi parlava. Via dal grigiore insipido del cemento e dal profilo asfittico della mia città, sgusciavo improvvisamente in una tavolozza di verdi e azzurri, rosa e blu, rossi e bianchi! Mi sembrava di entrare in una favola animata dai miei personaggi preferiti. Erano cavalli e mucche a darmi il benvenuto, invitandomi dentro quella cartolina ricamata da un lago che sapeva di pace lontano da tutto, da colline adagiate sull’acqua come sirene e da vette in lontananza che nascondevano altrettante segrete bellezze.

Persino le presenze umane mi sembravano calcolate con cura e posizionate con rispetto per non violare eccessivamente quell’ordine naturale. Un treno silenzioso assecondava docile le curve del lago prima di scomparire nel ventre del monte, qualche battello con l’immancabile bandiera rossocrociata traghettava i turisti qua e là sulla costa, e le auto scorrevano obbedienti lungo strade ampie e pulite. Ero dentro un quadro naïf, tanto elementare quanto eccitante.

Per me era una certezza: da grande avrei vissuto in Svizzera, perché lì, oltreconfine, non cambiava solo il paesaggio. Cambiava il mio umore. E oggi, pur riconoscendo al mio Paese d’origine altrettante meraviglie di cui bearsi, ritrovo nel Canton Ticino il mio habitat naturale ma soprattutto una sensazione di appartenenza che altrove non provo. L’abito perfetto per me, per ogni stagione, per ogni occasione. Non c’è una ragione logica, forse proprio per via di quell’imprinting assorbito nell’infanzia, un inconsapevole innamoramento che dagli occhi mi attraversava tutta, raggiungendomi fino al cuore. E poi, si sa, innamorarsi non ha un perché.

Oggi, il mio sguardo posato su questi dintorni resta rapito dallo stesso incantamento. E allora, col senno di poi, penso che a volte siano i luoghi a scegliere noi, e non viceversa, un po’ come i libri. Sono attrazioni fatali, richiami misteriosi, assonanze invisibili che completano una persona non sempre conscia di essere alla ricerca di parte di sé, soprattutto se molto, molto giovane. Fatto sta che questo precoce innamoramento per un Paese a due passi da casa tutt’ora mi scalda e mi conferma che, a volte, restare fedele ai sogni di bambina aiuta a crescere e, con un po’ di fortuna, può trasformare una bella favola in una favola vera.

Una pioggia di baci (Privé)

Unknown

Facile essere di buon umore in un giorno benedetto dal sole. Ma prendine uno come questo. Inghiottita dalle nuvole, penetrata dal grigiore, avvolta dal freddo abbraccio di un inverno che non vuole morire.

Nonostante lo scenario irrimediabilmente decadente, che nemmeno concede la visione consolante dello specchio lacustre, il panorama interiore non si lascia contagiare e, dispettoso, sorride.

Sorrido, sorpresa del buon umore che alberga in me, anche senza sole, senza colore, senza calore. E allora mi domando da dove provenga questo costante rivolo di frizzante benessere che, come acqua di fonte, mi scorre dentro abbeverando di contagiosa serenità la mia anima.

Facile. Dall’amore. Dall’amore di chi è sempre con me, nonostante tutto, in un armonioso cammino senza stagione. È quest’amore che trasforma le nuvole in sogni colorati, il grigiore in arcobaleno e il freddo in una coperta di raggi di sole dove raccogliersi nudi e, sottovoce, scambiarsi segreti.

Sotto una pioggia di baci che danza sulla pelle, sorrido. Chiudo l’ombrello e mi lascio avvolgere dal caldo abbraccio di quest’inverno che non vuole morire.

Bianco stupore (Privé)

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È la protagonista indiscussa di questi giorni. Lei, la neve, regina bianca dell’inverno. Così delicata eppure così potente da stravolgere tutto in poco tempo. Città, strade, prati, colline ma anche tempi, ritmi, abitudini e soprattutto predisposizioni umorali e stati d’animo.

Sì, perché quel sottile sipario bianco che lentamente cala sul palcoscenico quotidiano, ridisegna non solo i panorami esteriori ma anche quelli interiori, giocando con i ricordi, i sogni e i timori. Guardando la danza che i cristalli improvvisano nell’aria, verrebbe voglia di fermarli lì, sospesi da terra, in modo che possano conservare intatta la loro naturale leggerezza. Scolpire la neve nell’istante del suo divenire sarebbe anche un modo per fermare il tempo e ritornare idealmente alla stagione dell’infanzia, quando il suo arrivo, soprattutto se inatteso, rappresentava sempre e solo una grande gioia.

Lo stupore è forse l’unico sentimento che un adulto non prova più davanti a una nevicata. La poesia, il gioco e la bellezza restano pressoché muti di fronte ai disagi concreti che la neve, col suo innocente candore, può provocare, soprattutto nelle città. È comprensibile.

E così, tutti presi da problemi pratici, ci si dimentica di quando si era bambini. Quando ci si svegliava la mattina con quel bianco illibato che riempiva tutto di una luce pulita. Accesi dall’impazienza, si correva fuori per toccarla, calpestando con garbo il tappeto immacolato, perché era un peccato violare tanta perfezione. Il silenzio ovattato, rotto solo dal peso delle scarpe sui fiocchi compatti, aggiungeva solennità all’evento, come se tutti intorno si fossero raccolti contemporaneamente in una spontanea preghiera. Era persino bello andare a scuola quando c’era la neve. Tutti a piedi, pochissime auto, solo fiumi bianchi che cancellavano i confini tra strade e marciapiedi in una totale anarchia di viabilità. Nessun problema per i bambini, tanto c’erano i grandi a pensare per loro. Ma che peccato che anche i grandi non fossero contagiati dalla stessa festosa gioia. Dalla stessa impazienza di affondare le mani nel soffice gelo caduto dal cielo per farne palle, pupazzi, per leccarlo, per mangiarlo…

Nel suo bel libro “Il senso di Smilla per la neve”, Peter Høeg raccontava come gli abitanti dell’estremo nord abbiano un’infinità di nomi per definire la neve e il ghiaccio, tante sono le sfumature, le consistenze e le fogge che il manto nevoso assume depositandosi sulle cose. Frazil, grease ice, pancake ice, hiku, hikuaq, puktaaq, ivuniq, maniilaq, apuhiniq, agiuppiniq, killaq… Ecco, questa grande fantasia nell’esprimere qualcosa di apparentemente uniforme è forse un po’ simile a quella di un bambino che, con i suoi occhi curiosi e voraci di vita, coglie nella neve una bellezza infinita, sempre nuova, sempre diversa. Senza paura di avere freddo, di cadere, di bagnarsi, di sporcarsi. Solo con un po’ di paura di crescere, forse, e di dimenticarsi di stupirsi.

L’età che s’indossa (Privé)

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Gli anni che si portano sono come un abito che s’indossa. Almeno così dovrebbe essere. Un abito dovrebbe coprire senza pesare e valorizzare senza nascondere. Così ognuno di noi dovrebbe sentirsi dentro la sua età: a proprio agio. Certo, un abito lo si sceglie e lo si cambia a piacimento, l’età purtroppo no.

Ma pensiamoci un attimo: se la stoffa è buona, se la misura è perfetta e se l’utilizzo che se ne fa è adeguato, un abito comodo non lo si sostituisce tanto facilmente e quando lo si fa, spesso lo si rimpiange. Per analogia, la stoffa potrebbe essere la salute, la misura il benessere psicofisico e l’utilizzo le esperienze accumulate.

Ecco che, se queste tre carte son ben giocate, pure l’età può essere “indossata” con disinvoltura, anzi, persino con piacere, anche quando s’incomincia ad inoltrarsi al di là dei prati verdi, fioriti e spensierati. Vero è che c’è sempre lo specchio a ricordare con inappuntabile rigore a quale giro di boa si sta, e quello non mente. Tuttavia, non dovremmo badare solo allo specchio di casa, ma anche e soprattutto agli sguardi degli altri. Dovremmo, cioè, imparare a vederci attraverso gli occhi di chi ci guarda perché anch’essi sono riflessi di noi. Riflessi altrettanto sinceri che, spesso, riescono a farci piacere di più.

Occhi non qualsiasi, certo. Ma occhi innamorati, possibilmente, che anziché cogliere le inevitabili sgualciture di un’intensa esistenza, leggono pensieri, emozioni e sentimenti. Eventi profondi che ci hanno scolpito dentro e fuori rendendoci ciò che oggi siamo, dando un senso al tempo trascorso.

A quel punto, quando uno sguardo sinceramente innamorato si posa sulla nostra pelle mai sazia di vita, l’abito che s’indossa non ha più stoffa, né misura, né stagione. C’è solo l’anima, nuda. E l’anima, come l’amore, non ha età.

Prove generali di solitudine (Privé)

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Ogni tanto fa bene fingersi soli. Raccogliersi attorno a se stessi senza attese verso gli altri. Compiere gli abituali gesti quotidiani senza aspettare che qualcuno ci chiami, ci accompagni, ci aspetti, come di solito avviene. Anche gli affetti più profondi e veri potrebbero all’improvviso svanire e forse allenarsi a sperimentare questo brivido di solitudine può aiutare. Può fortificare, aiutandoci ad essere un po’ più preparati ad affrontare la vita, semmai eventi fuori dalla nostra volontà ci costringano prima o poi a camminare senza appoggi.

Svegliarsi la mattina e non ricevere l’abituale buongiorno riempie di un vuoto immenso ma spalanca anche la porta su un nuovo modo d’essere. Del resto ogni nascita non è altro che distacco. Quel primissimo taglio di cordone ombelicale rappresenta simbolicamente tutte le separazioni che l’esistenza tiene in serbo per ognuno di noi. E allora meglio accettare il fallimento di sentirsi sempre avvolti dall’abbraccio di un padre, di un amante, di un amico. Perché prima o poi quell’abbraccio diventerà un bel ricordo, che pur scaldando lascerà solo un brivido.

Per sempre.

L’illusione (Privé)

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Hanno rubato le colline. Questa mattina il lago s’è svegliato così, orfano della sua cornice naturale ancora vestita d’inverno. Un mantello di nebbia argentea ha avvolto tutto confondendo i sensi e allungando lo sguardo all’orizzonte non si tocca nient’altro che l’infinito.

Lugano è sparita, come una bella donna sottratta agli occhi del mondo da un amante geloso. La si può solo immaginare nel suo quieto ritmo domenicale, imbevuta in un cielo di cotone che si riversa nel lago cancellando ogni confine tra aria e acqua. E se non fosse per il consueto galleggiare di anatre, cigni e cormorani sarebbe facile immaginarsi spariti anche noi. Volati in un mondo astratto, lontano da ogni riferimento noto. Beatamente sospesi dentro una piccola, immensa bolla d’impalpabile cremosità, senza un sopra né un sotto. Semplicemente risucchiati dentro un Tutto.

In questo Tutto ovattato si sta bene, entrano solo pensieri felici e sentimenti buoni.

L’illusione che il tempo abbia messo il freno inebria la mente. Appena un filo di timido sole viene a bussare a questo dolce torpore fendendo la cortina d’argento che divide e protegge. Quasi a voler rassicurare che, in fondo, dove lo sguardo non arriva c’è sempre un Oltre. Una promessa, una speranza, una certezza.

E così, guardando verso quell’invisibile Oltre, nell’infinito mi fingo. E m’illudo che sia per sempre.