Allacciati, senza fine (Privé)

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I loro corpi sono stati creati per essere allacciati. Come l’edera s’incolla avida al tronco dell’albero e il panda s’avvinghia famelico al bambù.

Allacciati per fondersi, come la pioggia che si fa lago, mare, oceano. Così sono loro, Esseri della Natura, quando la calamita che li destina a toccarsi schiocca le dita e li chiama ad unirsi.

Non sono semplici abbracci quelli che si scambiano, non semplici baci ma inesorabili riversamenti l’uno nell’altra in un crescente naufragio dei sensi.

Onde. Onde primordiali che danno vita al tutto. È un fatale scivolare nella più pura primarietà, dove corpo, cuore e mente perdono la propria identità. Tutto è nucleo, nato da due cellule che si fondono e si confondono per ricreare una monade con un solo centro vitale.

Fusione. La bellezza della fusione è tale da cancellare ogni contorno. Al di fuori di quella nuova creatura partorita dagli abbracci e alimentata dai baci non c’è alcunché, neanche l’aria. Perché bastano i loro respiri a tenere in vita la nuova creatura bifronte non pensante.

Nuotano come gabbiani. Volano come pesci. Si scambiano la pelle compenetrandosi in un andirivieni di colori e di musiche che ubriacano quella piccola fetta di mente ancora vigile. Sovvertono le logiche del pensiero, pensiero che si fa argilla sotto il calore del loro ardore.

Si plasmano dentro, nell’anima, frugando tra i sentieri più nascosti del pudore. Un pudore che posa la maschera, finalmente.

Animali dolcissimi e selvatici, addomesticati solo dalle leggi del reciproco desiderio di darsi, di carezzarsi, guarirsi e di rinascere insieme più forti.

Sudore. Come acqua di sorgente, rivoli di sudore li abbeverano ripagandoli delle energie bruciate a donarsi gioia, rotolando e rotolando sempre più in alto, spersi nelle capriole di un piacere totale, assoluto, elementare, che solo all’innocenza può somigliare.

Sonno. L’arrendersi al bisogno di restare allacciati anche dopo il precipizio nell’estasi e addormentarsi nel tentacolare morso del languore. Bocca sulla bocca, labbra tra le labbra, morbidamente tese sull’afflato vitale che li fa sentire d’esser vivi mentre affogano nell’ultimo torpore.

Liberi. Fino al prossimo risveglio, così uniti.

Perché i loro corpi sono stati creati per rimanere allacciati.

L’incontro e il caso (Privé)

Taste & Travel Magazine SAGL

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“Una donna non sente. Una donna sa!”

Queste erano le parole esatte che mi rimbalzavano nella testa mentre camminavo nel sole, questa mattina in città. Parole che, passo dopo passo, coronavano un ragionamento ben distinto e che scolpivano la mia mente con precisione millimetrica, tanto da renderle evidenti sul mio viso, forse. Senza grande attenzione, scorgevo avanzare verso di me un individuo. Lo vedevo senza guardarlo. Sentivo il suo sguardo puntato addosso e più si avvicinava più percepivo la sensazione che, giunta a tiro, mi avrebbe rivolto la parola.

“Excuse me, do you speak english?” Lo sapevo: una donna non sente, sa!

Sorriso schietto, denti bianchissimi, pelle olivastra, capelli nerissimi. Forse un indiano o comunque un mediorientale sulla cinquantina, elegante e istintivamente simpatico. Dalla camicia colorata avrebbe potuto essere un turista ma la valigetta in pelle nella mano sinistra, i pantaloni scuri e le scarpe lucidissime tradivano la…

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Il mare nel letto (Privé)

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Acqua di sorgente. Nata dal ventre della terra zampilla libera e s’abbevera d’aria.

S’alimenta, cresce, raccoglie onde di vento e semina fiamme di colore.

Lacrime calde scorrono, scivolano lungo i fianchi della montagna che gioiosamente le hanno partorite.

Acqua di sorgente che diventa frizzante. Il cielo le ha dato vita per ridare vita. Per colorare di smeraldo i contorni del lago, quel piccolo mare placido in cui riverserà tutto il suo vigore, e innamorare lo sguardo dell’innamorato che riposa cullato dal suo abbraccio.

Amore di sorgente, inebriante. Nato da un nulla che ora è tutto, zampilla libero e s’abbevera del sapore dell’estate.

Piccolo mare placido carico di onde gonfie di colore, scivola in questo fazzoletto ricamato di candore. Lenzuola vergini issate come vele al sole, per asciugare il tuo sudore.

 

 

COLORE, SAPORE, ARTE: WASHOKU, UNA FILOSOFIA DI VITA

Taste & Travel Magazine SAGL


Il Giappone non è semplicemente un Paese. 
E’ un modo di vivere. Una filosofia, un sentimento, un atteggiamento grato e rispettoso nei confronti della Natura e dell’essere umano in quanto parte integrante della Natura stessa.
Quest’attitudine gentile alla vita si esprime anche in cucina e a tavola, perché cucinare e mangiare per un Giapponese non è questione di sopravvivenza ma di armonia con il mondo che ci circonda.
Dimentichiamo per un attimo i ristoranti di Sushi e Sashimi che fioriscono e dilagano ormai ovunque e concentriamoci, piuttosto, su quello che è l’anima della cucina giapponese, chiamata Washoku.
Washoku significa arte, cultura, condivisione. E’ una pratica sociale dalle radici antichissime, ereditata e tramandata, che si fonda su capacità, manualità, modi di preparare e di consumare il cibo profondamente legati al rispetto della materia prima. Spirito e sensi allacciano un dialogo armonioso che utilizzala grammatica della Natura, un dialogo cadenzato dai…

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Unheimlich, il perturbante che c’è in noi (Privé)

Taste & Travel Magazine SAGL

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Capita a volte che tanta bellezza susciti inquietudine. La luna rossa che la scorsa notte ha ipnotizzato il mondo per oltre un’ora era profondamente perturbante. Almeno per me.

Perturbante come Freud definiva quel moto d’animo sospeso tra la sensazione di famigliarità e di estraneità che si prova al cospetto di un “oggetto” estremamente espressivo. Qualcosa di così coinvolgente da attirare e spaventare allo stesso tempo, di pericolosamente irresistibile, tanto da non poter distogliere lo sguardo. Tanto da struggersi fino alle ossa e desiderare di esserne sopraffatti.

È un piacere estetico che turba le pieghe dell’anima. Un’opera d’arte può suscitare facilmente questo sentimento ma ancor più la natura attraverso le sue infinite manifestazioni. La differenza tra il perturbante di un’opera d’arte e il perturbante della natura è il senso d’impotenza che accompagna la seconda. Piccole creature impotenti siamo tutti noi di fronte all’inevitabilità dei meccanismi naturali, spesso imprevedibili, bellissimi e terrificanti…

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Sommelier, il portavoce del vino

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La sommellerie è un’arte. È il fil rouge che congiunge chi produce il vino e chi lo beve. Ma, in quanto arte, esige di essere esercitata con talentuoso intuito e meticolosa pratica, perché sentenziare un giudizio, positivo o negativo, nei confronti di un prodotto tanto amato rappresenta sempre una grande responsabilità e pertanto chiede un’obiettività critica. È un po’ come riassumere un libro: attraverso una recensione un romanzo può rinascere a nuova vita oppure finire sepolto.

Il sommelier, perciò, deve conoscere, interpretare, consigliare e servire nel modo adeguato, trasmettendo al fruitore tutto ciò che con la sua esperienza ha assorbito. I suoi gesti apparentemente rituali cui tutti siamo ormai abituati ad osservare nei ristoranti o durante le degustazioni nascondono conoscenze e sensibilità profonde che danno il giusto valore alla sommellerie. Il termine stesso “sommelier” ne rivela l’attuale importanza: è preso in prestito dal francese provenzale “saumalier”, a indicare letteralmente il “conducente di bestie da soma”, significato successivamente traslato in “addetto ai viveri” e poi in “cantiniere”. Un’evoluzione, dunque, un upgrade in prestigio nei confronti di una figura professionale oggi essenziale nel teatro enogastronomico, della ristorazione e dell’hotellerie, figura che si fa portavoce della cultura del vino.

Se la passione è fondamentale, come in tutte le professioni, occorrono anche studio e pratica che esercitino il sistema sensoriale affinandolo e mantenendolo aggiornato al costante divenire del mondo vino e degli abbinamenti con il cibo. Il sapere del sommelier spazia, dunque, dalle caratteristiche organolettiche e sensoriali alla gestione in cantina, fino alla cura del cliente al tavolo. Il contatto umano con chi gusta il vino proposto è fondamentale perché non sempre l’ospite ha una sensibilità all’altezza del sommelier, quindi da parte di chi offre occorre l’intuito di cogliere i gusti dell’interlocutore. Interlocutore che si affida ai consigli del professionista. Questo rapporto di fiducia a volte nasce da una pura suggestione, dalla temporanea seduzione da parte del sommelier nei confronti del suo ospite, e lì finisce insieme al dessert. Tuttavia spesso si traduce in un positivo contagio e chi assaggia per la prima volta un vino “raccontato” dal sommelier può imparare ad “ascoltare” un ventaglio di sensazioni tanto effimere quanto profonde.

Molti stimoli, infatti, sono subdoli, evanescenti, soprattutto quelli legati all’olfatto, senso che anticipa il gusto. Eppure quando si annusa un vino si innesca un meccanismo chimico straordinario. Le molecole odorose affrontano un percorso turbolento, fortemente vascolarizzato, e approdano direttamente al cervello dopo aver impregnato l’epitelio olfattivo di migliaia di timbriche odorose diverse. L’epitelio è una spugna porosa composta di un’infinità di recettori specifici per ogni odore e il suo compito è di convertire i segnali chimici in messaggi elettrici che poi i neuroni saranno in grado di interpretare. L’intricato universo sinaptico s’infittisce ancor di più quando le molecole odorose si mescolano a quelle saporose, quelle che traducono il vino in parole, rendendolo comprensibile a chi lo beve. Il tutto in una manciata di secondi.

In fondo cos’è che “sentiamo” quando beviamo? Armonico, abboccato, allappante … fruttato, maturo, austero … etereo, fragrante, vinoso. Tanti sono gli aggettivi per descrivere un bicchiere di vino o un calice di bollicine e spesso è imbarazzante scegliere quelli che meglio ne colgono l’anima. Oltretutto, tra l’esperienza sensoriale del sommelier e quella del cliente non è detto ci sia sempre una perfetta collimazione. Proprio per questo è necessario un glossario comune, forse volutamente ambiguo e senz’altro fantasioso, che raccolga tutte le note sensoriali più o meno intense e persistenti scatenate dal sorseggiare. Basti pensare che dal linguaggio dei Greci e degli haustores (degustatori) dell’antica Roma ad oggi gli aggettivi per descrivere il vino sono arrivati a un migliaio. Per tutte queste ragioni il sommelier è un punto di riferimento essenziale per dar voce al vino, soprattutto quando bevendolo, per sua bontà, lascia … senza parole.

Nell’abbraccio di Bologna

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Sono poche le città che raccolgono l’ammirazione unanime, sia dei visitatori, sia dei suoi abitanti. Bologna è senza dubbio tra queste. Non solo. Pensando a molte delle nostre belle capitali, spesso, l’indiscusso fascino va sottobraccio con qualche clamorosa crepa che mina la perfezione. Bologna, al contrario, pare salvarsi da questo rischio perché da qualsiasi lato la si osservi – che riguardi il suo passato o il suo presente, sotto l’aspetto culturale o economico, artistico o ricreativo, intellettuale o godereccio – si pensa subito ai suoi pregi e non ai suoi difetti. Così si fa amare al primo incontro. Più che un colpo di fulmine è l’avvio di un innamoramento. Prende consistenza via via che si approfondisce la conoscenza e sbocca in un sentimento che irrimediabilmente assorbe e cattura.

Bologna è femmina. Basta passeggiare sotto i suoi accoglienti portici per accorgersi dell’impalpabile abbraccio che avvolge, facendo sentire le persone protagoniste di un microcosmo armonioso e rassicurante. È femmina come la sua cucina, così odorosa, brodosa, generosa, completa. Una cucina che “merita una riverenza” come amava dire Pellegrino Artusi. Per questo, più che a una giovane donna avvenente, Bologna somiglia a una procace madre. Madre che alimenta con le sue tradizioni culinarie, che protegge sotto i suoi antri porticati, che diverte con la sua vena musicale, che educa con la sua storica università e, infine, che impone rispetto per i suoi solenni palazzi.

È facile sentirsi a casa qui. Anche il calore che trasuda dal riverbero rosseggiante delle mura, dei tetti e delle torri pare voler dare il benvenuto. Così, idealmente partoriti da questo bel ventre, è difficile non lasciarsi andare e assaporare tutto di questa generosa città.

Molte delle felsinee seduzioni sono nascoste tra le sue pieghe, un po’ come un tortellino fatto a regola d’arte che avviluppa nel suo cuore ripieno l’apice del sapore. È bene, dunque, regalarsi il tempo per esplorarla tutta con la dovuta lentezza. Magari partendo da Piazza Maggiore e respirare l’atmosfera medievale e rinascimentale dei suoi palazzi, solenne cornice del costante via vai di turisti che si mescolano ai tanti studenti e ai bolognesi stessi. Se non fosse per l’animata presenza di moltissimi giovani, qui il tempo parrebbe essersi fermato all’epoca di fanti, dame e cavalieri. D’obbligo una passeggiata da Piazza del Nettuno a Piazza di Porta Ravegnana per alzare il naso all’insù e arrampicarsi con lo sguardo fino ai quasi 100 metri di altezza della Torre degli Asinelli. L’impatto visivo che la Torre offre dall’alto è ancora più ipnotico e vale davvero la pena percorrere i suoi 498 gradini per gustarlo. Da lassù, l’aura accogliente di Bologna si spiega nel reticolo rosseggiante delle strade e delle viuzze medievali che rivelano un ordine geometrico dove pare impossibile perdersi. Anche se, sotto lo sguardo della Torre Garisenda con la sua stravagante inclinazione, perdersi in questa città potrebbe regalare il piacere di qualcosa d’inatteso. Dietro un angolo, sotto un portico, in un ristorante o in una bottega, serendipicamente. Perché, anche se palazzi, ville, chiese, teatri, musei e tutte le altre gemme storiche di Bologna la incoronano regina culturale e architettonica, è forse tra la gente che si coglie fino in fondo la sua vera anima. Così può capitare di sedersi al tavolino di una trattoria del centro, fare amicizia con l’oste e sentirsi raccontare con trasporto i segreti sconosciuti ai più sulle meraviglie dell’Archiginnasio o del Collegio di Spagna. Ascoltare la leggenda del Portico di Casa Isolani, i trascorsi della Bologna sotterranea o il mistero della drammaticità della Pietà di Niccolò dell’Arca attraverso la piacevolezza della cadenza bolognese – magari davanti a un piatto di tagliatelle e un bicchiere di Pignoletto – aggiunge un sapore in più a un menù già ricco. E se si avesse anche il tempo di uscire dal cuore storico della città, si verrebbe catturati anche delle sinuose curve che profilano i dolci colli bolognesi, altrettanto generosi di bellezze da esplorare. Tra abbazie, vigne e tartufi, ogni sosta nel verde che ossigena Bologna corona un’esperienza piena, schietta, totale. Il perfetto epilogo di un piacevolissimo viaggio tra sacro e profano che sazia corpo, mente e spirito, di cui non si può che rimanere eternamente innamorati.

FICO, la grande sfida

Se Bologna può essere considerata l’ombelico d’Italia, Fico mette l’Italia al centro del mondo. Questa la mission che campeggia sulla home page del più grande parco agroalimentare del mondo, inaugurato lo scorso 15 novembre. Fico Eataly World – Fabbrica Italiana Contadina – nasce per raccogliere e mostrare la ricchezza della biodiversità italiana in un unico immenso spazio dove avventurarsi con tutti i sensi. Non poteva che essere a Bologna!

I numeri di Fico sono impressionanti. 10 ettari percorribili a piedi o in bicicletta; 2 ettari dedicati a campi, orti e stalle con oltre 2000 cultivar e 200 animali; 700 posti di lavoro più l’indotto; 40 fabbriche per la produzione di carni, formaggi, pasta, tutto insomma; almeno 45 punti di ristoro, tra bistrot, ristoranti stellati e chioschi street food; 6 “giostre” educative dedicate a temi legati all’ambiente; decine di educational e di eventi al giorno; un centro congressi capace di ospitare fino a 1000 persone.

In pratica Fico si propone come una gigantesca vetrina permanente del buono e del bello del nostro Paese, raccontandone valori, tradizioni e innovazioni che legano mestieri, persone e territori. Oscar Farinetti, suo patron, è giustamente fiero della sua creazione e si conferma fiducioso sul futuro di Fico, contando su cifre sempre maggiori, soprattutto di visitatori. Mezz’ora di navetta dalla stazione di Bologna e si entra gratuitamente tutti i giorni in quella che è stata ribattezzata la Disneyland del cibo.

Certo, si deve ammettere anche che dietro l’immagine contadina che il parco sfoggia si innerva un calcolato business mosso da affilate scelte strategiche. Il rischio è che ciò che si mostra a Fico sia “solo” una selezione elitaria di una realtà più complessa e contradditoria che resta esclusa dal grande spettacolo. Perché la realtà agroalimentare non è fatta solo di “buono e bello” ma anche di sudore e fatica, di raccolti persi a causa delle intemperie, o di pandemie che colpiscono i pascoli e piantagioni. Tuttavia, è anche per fronteggiare meglio questi rischi che ha senso la sfida lanciata da Fico, per far confluire attenzione, risorse e rinnovata passione sull’agroalimentare italiano, trovando in Bologna la sua vetrina ideale.

A tavola la riverenza è d’obbligo

La cucina bolognese mette tutti d’accordo. Che si tratti di un boccone di parmigiano reggiano acceso da aceto balsamico o di un profumato affettato di mortadella o, ancora, di un piatto di capelletti o tortellini freschi in brodo di cappone, è impossibile restare insoddisfatti. La riverenza è d’obbligo. I sapori pieni e sinceri della tradizione resuscitano anche nelle più audaci rivisitazioni quando la materia prima rispetta i valori della terra e della lavorazione. Fico offre l’eccellenza della ristorazione con un ventaglio di soste del gusto che accontentano tutti i palati: un elogio alla dieta mediterranea, alla salute e al benessere. Ristoranti stellati e trattorie, bistrot e chioschi, pizzerie e caffè promettono il meglio del cibo nel rispetto dell’ambiente e degli sprechi. La filosofia è quella di utilizzare in cucina solo ciò che viene prodotto e lavorato all’interno di Fico: un circuito chiuso, un anello perfetto. “Fico”! E una volta usciti da lì, com’è bello rituffarsi per le strade rosseggianti di Bologna e sedersi, così a caso, al tavolino di qualche sconosciuta osteria, richiamati semplicemente da quel buon odore di cucina che sa di casa.

Su Bubble’s Italian Magazine n. 5, “Italian good living”

Unheimlich, il perturbante che c’è in noi (Privé)

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Capita a volte che tanta bellezza susciti inquietudine. La luna rossa che la scorsa notte ha ipnotizzato il mondo per oltre un’ora era profondamente perturbante. Almeno per me.

Perturbante come Freud definiva quel moto d’animo sospeso tra la sensazione di famigliarità e di estraneità che si prova al cospetto di un “oggetto” estremamente espressivo. Qualcosa di così coinvolgente da attirare e spaventare allo stesso tempo, di pericolosamente irresistibile, tanto da non poter distogliere lo sguardo. Tanto da struggersi fino alle ossa e desiderare di esserne sopraffatti.

È un piacere estetico che turba le pieghe dell’anima. Un’opera d’arte può suscitare facilmente questo sentimento ma ancor più la natura attraverso le sue infinite manifestazioni. La differenza tra il perturbante di un’opera d’arte e il perturbante della natura è il senso d’impotenza che accompagna la seconda. Piccole creature impotenti siamo tutti noi di fronte all’inevitabilità dei meccanismi naturali, spesso imprevedibili, bellissimi e terrificanti, ai quali non possiamo sottrarci come di fronte alla magnificenza di un dipinto.

Così, quella sfera rosseggiante gravida di vita che ha acceso il cielo la scorsa notte rivelava, insieme alla sua disarmante bellezza, anche tutta la piccolezza e la precarietà di noi esseri umani, fugaci comparse di una sceneggiatura senza copione. Quello spazio di cielo contemplato come un dio dal gregge umano svelava la nostra impossibilità di essere registi dello scorrere degli eventi e padroni del nostro tempo. Tempo che, come un’eclissi, ci rapisce piano piano al palcoscenico della vita, subdolamente, abbindolandoci con ingegnosi trucchi quotidiani per renderci più dolce, forse, l’inesorabile cammino.

Dopo tutto, anche una notte di luna rossa, per quanto bellissima, non dura per sempre …

Teatranti tra tanti (Privé)

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Giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri. Cittadini e turisti.

La bella Lugano in questi giorni è ancor più multiforme della sua colorata quotidianità. Il Buskers Festival – il festival degli artisti di strada – sta vivendo in pieno la sua decima avventura, in un susseguirsi di esibizioni e di eventi che sposano la precisione della programmazione svizzera con l’improvvisazione dello spirito creativo internazionale.

Camminando qua e là per la città e osservando i volti della gente, è persino difficile distinguere artisti e spettatori, tanto contagiosa è la stravaganza che vibra nelle piazze, nei parchi e sul lungolago alberato. Si respira la voglia di esprimersi in libertà, di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare, di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro. Portando per strada, appunto, il proprio talento, più o meno prezioso e comunque mai pretenzioso perché libero di pregiudizi.

È così che anche una mattina nata in bianco e nero, sotto una pioggia vagamente autunnale, s’è scaldata piano piano in un arcobaleno in scena, sotto i riflettori di un generoso sole e sullo sfondo di un lago pronto ad accogliere intrepidi tuffatori incuranti del brivido. Sì, perchè anche i protagonisti del Cliff Diving sono artisti in queste ore qui, angeli in volo sui riflessi lacustri. Una cornice perfetta per una città che ogni giorno si reinventa, sempre più viva e sempre più bella nella sua ordinata giostra senza sosta.

E quando giullari e musicanti, attori e funamboli, equilibristi e giocolieri se ne saranno andati, portando con sé i propri fagotti pieni di emozioni, a Lugano resteranno i cittadini di sempre e qualche affezionato turista. Un nuovo spettacolo andrà per loro in scena. Quello solito, quello di tutti i giorni. Animato di qualche maschera in più, forse, ma contagiato dalla stessa voglia di lasciarsi andare, di trasgredire, di giocare e di prendersi in giro senza timore d’essere presi in giro.

Dopo tutto, siamo tutti artisti di strada, ogni giorno attori e spettatori. Teatranti tra tanti.

L’istante perfetto (Privé)

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La voce del vento anticipa l’odore della pioggia. L’attesa del temporale sembra dilatare il tempo e crea una sospensione surreale che cuce lago e cielo. Le nuvole s’agitano in un tumulto multiforme mentre la superficie plumbea dell’acqua s’arriccia in argentee capriole.

È uno spettacolo stare a guardare questo teatro naturale. È musica ascoltare le cime dei cedri che sbracciano scomposte nel vuoto cercando di afferrare l’invisibile scorrere dei secondi, allacciarli tra loro come perline e farne una collana da indossare in questo istante. Come fosse per sempre.

Una barca azzurra s’affretta a rientrare sotto costa mentre qualche gabbiano danza basso assecondando gli schiaffi delle folate. E ridono e piangono i gabbiani, in un dialogo altalenante di allegria e di lamento. I loro canti sembrano fluttuare tra gli estremi stati d’animo che questo panorama irrimediabilmente incute. Da un lato tutta la meraviglia della natura in attesa della pioggia, acqua benedetta che tutto anima e nutre. Dall’altro la drammaticità dell’impotenza, la totale sottomissione dell’essere umano alla volontà della terra, tanto generosa quanto prepotente nel suo imprevedibile elargire.

Non resta che stare qui in attesa, in riverente contemplazione, privilegiata comparsa di questo melodramma in divenire, insieme alle braccia scomposte dei cedri e alle risate amare dei gabbiani. Mentre anche il vento s’arrende alle prime frecce di pioggia e la barca azzurra sfuma in lontananza, proprio là, in quell’istante perfetto, in cui il lago bacia la collina.