L’intima conquista (Privé)

images

“Libertà.” È una parola che suona come musica nell’aria. Armoniosa, bilanciata, né troppo lunga né troppo breve. Sta in un sorso, in un soffio, in un bacio. Non la si può stringere in una mano perché quell’accento sul finale le imprime lo stesso irrinunciabile slancio che assume un uccello per staccarsi da terra e prendere il volo.

“Libertà.” È una parola che, paradossalmente, ha le sue radici. Radici che la riconducono al latino “liber”, ossia “uomo legalmente libero” opposto allo schiavo. Tuttavia quel “lib” iniziale sta lì a ricordare che, oltre ad indicare una condizione contingente e relazionale, la parola libertà possiede anche una profonda connotazione emotiva. “Lib”, infatti, appartiene anche a libidine e a libare, cioè a termini legati ai sensi, all’universo del piacere intimo e del godimento materiale. Archetipi della natura umana e animale.

Cosa c’è di più piacevole, infatti, del godere nel sentirsi liberi di agire secondo la propria autodeterminazione, senza che altri dettino per noi regole e ritmi che forzino il naturale scorrere del nostro desiderare. Liberi di volere, liberi di non volere. Liberi di volare anche senza ali e di sentire splendere il sole anche quando fuori imperversa la tempesta.

Più che una condizione esteriore, la libertà è uno stato d’animo, una presa di coscienza, una consapevole estraniazione dagli altri che ci riempie e racchiude dentro un’ideale bolla di benessere sospesa nell’aria. È un sentimento diffuso non necessariamente euforico ma piuttosto di pacata soddisfazione da gustare lentamente, come sorseggiare un vino da meditazione decantando in sacra solitudine effluvi ed emozioni.

Libertà è, allora, il piacere di stare bene con se stessi. Una costante e prolungata coccola autoerotica che ci si dona con la consapevolezza d’aver raggiunto, forse, lo scopo più importante dell’esistenza. Perché la libertà è, sopra a tutto, un’intima conquista.

Paradossi di una vegetariana

images

FELSINEO, QUANDO LA MORTADELLA È “SINCERA”

Il 1963 è l’anno di nascita di una stella nel panorama gastronomico italiano, stella che tutt’oggi brilla. È la “1963 Mortadella Artigianale” di Felsineo, frutto dell’amore per le cose buone e fatte con passione. L’Azienda affonda le radici a Bologna, nel 1947, nell’esperienza di un piccolo laboratorio artigianale a conduzione famigliare, il Salumificio Raimondi, dove la carne veniva lavorata con lentezza e la mortadella era consegnata in bicicletta. Immagine romantica, che riflette ritmi e consuetudini di un mondo che non c’è più, mentre la Mortadella Artigianale Felsineo ancora c’è.

Con il trasferimento della lavorazione a Zola Predosa (BO), nel ’63, l’azienda si amplia ma resta fedele alla tradizione e al territorio, tanto che il nome “Felsineo” s’ispira a Felsina, come si chiamava Bologna in età etrusca. La Mortadella Felsineo si contraddistingue per l’utilizzo di carne fresca di origine italiana, oltre che per la macinatura lenta: suini pesanti di cui si impiega solo spalla, sovracoscia di prosciutto e pregiato guanciale. L’insacco nel budello naturale e la legatura con la corda tricolore coronano il capolavoro.

Oltre alla “1963 Mortadella Artigianale”, l’azienda propone la “Blu di Felsineo”. Senza zuccheri, derivati del latte, coloranti, né aromi artificiali, è cotta in speciali stufe ad aria secca e raffreddata in tempi rapidissimi per conservare al meglio le proprietà organolettiche.

“La Sincera” è, infine, la vera rivoluzione di Felsineo. Prodotta utilizzando solo conservanti naturali, senza nitriti sostituiti con estratti vegetali, mantiene tutto il profumo e il gusto della tradizione aggiungendo il valore dell’alta digeribilità. Basta annusarne una fetta per assaporare tutto il piacere della vera Mortadella. Parola di vegetariana!

www.felsineo.com

VEGHIAMO, AMORE A PRIMA … FETTA

Eresia, per qualcuno. Genialità, per qualcun altro. L’innovazione spesso rasenta la trasgressione, in tutti i campi, soprattutto se hanno a che fare con il piacere. Quindi, compreso il campo alimentare. E quando uno dei prodotti più apprezzati nel panorama gastronomico della nostra tradizione viene reinterpretato in maniera del tutto originale, è gustoso osservare come viene accolto dai palati dei puristi.

È il caso di Felsineo che ha da poco celebrato un patto con Mopur Vegetalfood lanciando al mercato una sfida tutta green che prende il nome eloquente di “Veghiamo”. Dalla tradizione all’innovazione con l’avvio di questa nuova azienda, sempre a Zola Predosa, completamente dedicata alla produzione di affettati esclusivamente vegetali e biologici, altamente proteici e sani. La qualità è garantita non solo dalla scelta delle materie prime ma anche dall’esperienza di Felsineo che, sposando il know how di Mopur, ha messo a disposizione tutte le conoscenze, le tecniche e i segreti di chi ha fatto della mortadella un brand d’eccellenza. Al di là delle mode passeggere, vegetariani e vegani sono sempre più numerosi ma altrettanto numerosi sono coloro che scelgono un’alimentazione sana oltre che gustosa. Gli affettati Veghiamo allettano, quindi, non solo chi per scelta è fedele a questa alimentazione ma anche chi è sensibile al piacere senza voler rinunciare al benessere. Con oltre il 25% di proteine vegetali e solo il 7 % di grassi garantiscono una dieta equilibrata a chiunque.

“Amore dalla prima fetta”: con questa promessa le buste Veghiamo, prodotte con materiale riciclato e quindi ecologico, invitano all’assaggio. Gli affettati sono il risultato di una miscela di diverse farine – di grano, lupini e ceci – e osservano un processo di fermentazione naturale che infonde ai prodotti sapore e profumo unici, oltre a un’ottima digeribilità. Declinati in sei differenti varietà – delicato, lupino, affumicato, speziato, al pepe e con tartufo – gli affettati Veghiamo giocano a solleticare i sensi accontentando tutti i gusti. Anche quelli di chi il maiale lo preferisce … vivo!

www.felsineoveg.com

Dal lago alla città sulle ali della libertà

images

Sfilano per le vie della città con elegante disinvoltura. Ancheggiando, passeggiano sui marciapiedi, gironzolano nelle piazze animate dai mercatini di Natale, si specchiano nelle vetrine illuminate a festa dei negozi, catturando gli sguardi ammirati della gente. Rara bellezza, candida purezza, educata selvaticità nel cuore dell’urbanità.

Eppure, questo crescente fluire di maestosi cigni nel centro di Lugano, anziché suscitare solo un comprensibile e divertito stupore, dovrebbe anche far pensare.

Perché un animale libero, selvatico e notoriamente ribelle all’addomesticazione dovrebbe preferire il cemento e l’asfalto all’acqua e all’erba? Perché dovrebbe rischiare d’essere investito da un’auto sulle strisce pedonali (perché da buoni cigni svizzeri pare rispettino le regole della viabilità!) per raggiungere i negozi e intrufolarsi tra i passanti divertiti?

Per mangiare, ovviamente. Le persone indubbiamente li amano, tuttavia, per quanto sempre rispettose nei loro riguardi, hanno alimentato i cigni non solo di pane, biscotti e pizza ma anche di una malsana abitudine: quella di farli sentire attratti da un ambiente e un modo di vivere lontano dalla loro naturalità, rendendoli sempre più dipendenti dall’essere umano anziché dall’istinto. Tanto che sempre meno li si vede soffiare contro potenziali minacce, come cani o bambini maldestri, e incuranti dei pericoli insistono sempre più numerosi nel loro diramarsi come nuvole bianche lungo Via Nassa o Piazza Riforma. Eppure il lago è generoso con gli uccelli acquatici, offre cibo e rifugio.

Tuttavia, le distanze tra le mani che porgono pezzi di pane e il becco dei cigni si accorciano sensibilmente e le immagini di questo rapporto sempre più domestico tra esseri umani e bianchi pennuti si moltiplicano e dilagano nel web, incoraggiando quest’irresistibile tentazione di poterli toccare e carezzare come docili cagnolini.

Se da un lato è comprensibile l’ammirazione per queste scene un po’ naif, dall’altro sarebbe bene ricordare che i cigni, così come ogni altro animale selvatico, non sono un’attrazione e soprattutto non sono “antropomorfizzabili”. Sono creature vive e imprevedibili, libere e suscettibili, con abitudini e ambienti propri, diversi e lontani da quelli umani e il nostro irriducibile desiderio di avvicinarli li sottopone a inutili rischi e dannose dipendenze. Un pezzo di pane troppo grosso potrebbe soffocarli. Un’automobilista potrebbe involontariamente investirli. E, inversamente, l’eccessiva famelicità da parte loro potrebbe essere un pericolo per mani e dita eccessivamente audaci o poco prudenti.

Qualche giorno fa, sul piazzale del Lac, è capitato che un grosso cigno abbia allungato il sinuoso collo verso un giovane uomo accovacciato alla sua altezza e, probabilmente indispettito, con una rapida beccata gli ha afferrato il cellulare con cui lo stava immortalando nell’ennesimo scatto di popolarità. Beh, forse involontariamente sono proprio i cigni a poter insegnare a noi come vorrebbero essere trattati, con tutto il rispetto per l’incontenibile istinto dell’essere umano di voler condizionare la Natura a tutti i costi. Anche quando può cavarsela benissimo da sola.

3059b-unknown

Fermare il sole (Privé)

FullSizeRender

Sono appena le tre del pomeriggio e già il sole va a dormire. C’è un istante, una manciata di secondi, in cui la sfera di fuoco resta là sospesa sulla cresta verde del colle, a metà tra il bosco e il cielo, incerta se tuffarsi definitivamente o ribellarsi all’inclemenza delle leggi cosmiche. È un istante che pare lunghissimo, in cui vien voglia di allungare la mano per rubare il tempo al suo destino.

Ma non si può fermare il sole.

La collina l’ha già rapito al lago, immobile tappeto di liquido metallo, e tutto d’improvviso comincia a tingersi di ombre argentee. Si spengono i riflettori sul palcoscenico lacustre e il teatro naturale si riveste della sua vera stagione in attesa che sia la luna la prossima protagonista della sceneggiatura quotidiana. Come la meccanica celeste comanda.

Eppure, quel lungo istante in cui il sole sfida a farsi prendere, resta dipinto nella mente infondendo al cuore una malinconica mollezza per via dell’impotenza di fronte all’inesorabile.

Troppo presto sei andato via. Tu, sole, come un focoso amante nel pieno del suo incontenibile ardore hai voltato le spalle a chi ancora ha bisogno del tuo calore, della tua luce, del tuo amore. Ti sei dato e sottratto come una frusta sulla carne viva che ancora scotta di te. I tuoi raggi come le sue braccia, il tuo tepore come i suoi baci, la tua luminosità come la sua pelle, dappertutto senza sosta.

Inutile mendicare il ritorno, non resta che coprirsi bene per potersi scaldare un po’ in questo silenzio che scivola nell’anima come una musica soffusa. Coprirsi di ricordi ancora accesi, dissetarsi di quell’eco vibrante di te ancora imbrigliato a me. Un brivido increspa il lago, umide dita sulla pelle di seta.

Allungo la mano verso quel che resta di te ma trovo solo me. Non ho potuto fermare il sole…

Immaginazione, la creatività messa a nudo

Unknown

Cos’hanno in comune Bob Dylan e l’inventore dello Swiffer, Auden e Beethoven, Shakespeare e Keith Richards? L’aver creato qualcosa di straordinario e irripetibile. Aver partorito canzoni, oggetti, poesie, opere d’arte che hanno cambiato la vita, il mondo, il pensiero. È la creatività che contraddistingue tali personaggi, rendendoli simili e al contempo unici. Ma cos’è la creatività?

“Fu un lampo d’ispirazione ma è durato trent’anni”. Parole di Charles Eames, poliedrico genio creativo statunitense che, quasi con stupito incanto di fronte alla sua prolifica arte, ben riassume il tema dell’ultimo libro di Jonah Lehrer. “Immagina. Come nasce la creatività” – questo il titolo – esplora i meccanismi neurali che si celano dietro l’apparente serendipità che porta a escogitare soluzioni originali a problemi apparentemente insolvibili, inventare opere d’arte inimmaginabili o trovare impieghi alternativi a oggetti comuni rendendoli speciali.

Quell’Eureka che almeno una volta nella vita è imploso come un fuoco d’artificio nella mente di ognuno di noi è, in realtà, un accadimento molto più frequente e molto meno misterioso di quanto si possa pensare. Tutto sta nell’imparare a conoscere i meccanismi neurali sottesi alla creatività per investirli al meglio.

L’apparente enigmaticità dell’atto creativo fa sì che spesso venga associato a qualche magica forza esterna. Fino all’Illuminismo, in effetti, l’immaginazione era sinonimo di facoltà pseudo divine: essere creativi significava far parlare le muse, dar voce agli déi, sentirsi ispirati da un invisibile afflato. Il significato letterale di “ispirare” è, infatti, “soffiare dentro”.  In realtà, come spiega Lehrer, oggi le neuroscienze sono in grado di mappare i percorsi neurali tracciati dall’atto creativo, qualità propria dunque non di pochi eletti ma dell’essere umano.

Paradossalmente emerge che l’eccessiva concentrazione soffoca l’intuizione, spegne la favella che conduce all’Eureka, e ciò è scientificamente dimostrato. Quando la mente è particolarmente serena e rilassata – quando cioè le onde alfa emanate dall’emisfero destro del cervello sono al lavoro – è più facile dirigere il faro dell’attenzione verso il nostro “interno”, ovvero verso quel flusso di libere associazioni che spesso conducono all’atto creativo, al lampo di genio. Al contrario, in assenza di onde alfa, l’attenzione si concentra tutta verso il nostro “esterno”, ovvero verso i dettagli dei problemi che stiamo cercando di risolvere. E questo ragionamento analitico è di ostacolo all’intuizione. Questo spiega perché molto spesso l’idea giusta o la risposta esatta arrivino mentre passeggiamo nel verde, quando siamo sotto la doccia o al risveglio dopo una magnifica notte d’amore. Tutte attività che fanno chiacchierare l’emisfero destro, stimolando le onde alfa.

Attorno a questo nucleo scientifico che sta alla base dell’atto creativo, si agganciano situazioni e stati d’animo particolari in grado di stimolare l’immaginazione. Viaggiare, per esempio, aiuta a far volare la mente: lasciarsi alle spalle il conosciuto, il prevedibile, lo scontato, abbandonare scenari abituali e quotidiane certezze apre lo sguardo verso orizzonti più ampi. Fuggire dai luoghi in cui trascorriamo la maggior parte del nostro tempo porta la mente ad afferrare quelle idee erranti che silenziosamente ci parlano ma che l’abitudine inibisce.

Non solo. Spesso i percorsi creativi nascono da un profondo senso di frustrazione per non sapere trovare la risposta ad un problema. L’insoddisfazione, la delusione, l’impasse di fronte alla soluzione portano spesso alla folgorazione, all’illuminazione, all’euforia creativa. È quello che hanno vissuto Archimede nella vasca da bagno e Newton sotto il melo, ma anche Picasso e Mozart. Fino a un attimo prima ci si sente bloccati, paralizzati di fronte a un enigma impenetrabile che all’improvviso si svela. Perché? Perché la frustrazione porta ad analizzare i problemi da nuove prospettive: neuroscientificamente parlando, la repentinità dell’intuizione è preceduta da una raffica altrettanto improvvisa di attività cerebrale che si attiva circa trenta millisecondi prima che la risposta irrompa nella mente cosciente. Prima non c’era nulla, un istante dopo tutto.

Nonostante questo delizioso libro di Lehrer faccia luce sui meccanismi neurali della creatività, nulla viene tolto all’emozione dell’illuminazione e alla bellezza dello stupore. L’immaginazione resterà sempre qualcosa di miracoloso, di poetico e di esclusivo di cui ogni essere umano è il vero artefice. Mitologia e superstizione si chiamano oggi mente e cervello, per questo ogni atto creativo per quanto spiegato da impulsi, onde e frequenze, sarà sempre una storia a sé, unica e irripetibile. Quasi come per magia.

Sonnolenta rêverie (Privé)

images

Tanto mi rallegra viaggiare in treno di giorno, quanto mi adombra all’imbrunire. Non è un adombrarsi che sa di tristezza, è piuttosto un irresistibile immersione in me stessa. È tutta una questione di scenari visibili e invisibili, di permeabilità tra narrazioni esteriori e interiori.

Con la luce, guardare fuori del finestrino mentre il treno è in movimento diventa un racconto messo in scena su un palcoscenico in continuo divenire, un racconto che gioca a srotolarsi nello scorrere del tempo. Campi di grano, distese di girasoli, ridenti colline…non so perché ma nella mente ritrovo sempre i gialli caldi, i verdi brillanti, gli azzurri ramati di rosa, anche quando l’estate è solo un ricordo e al contempo una promessa. Paesaggi che conosco a memoria e che per questo trascendono il tempo e lo spazio reali. Così i pensieri, guardando alberi e nuvole rincorrersi, s’incollano là fuori come francobolli su cartoline con le ali e rubano i colori al sole. A cavallo delle immagini che muovono silenti dialoghi non c’è spazio per inutili malinconie: di giorno, narrazioni esteriori e interiori danzano allo stesso ritmo e tutto fluisce come musica liquida in un cadenzato incedere.

Con il buio, invece, guardare fuori del finestrino del treno in movimento congela il procedere in un paradossale torpore ipnotico. Anziché gustare la natura che si esprime nel suo vertiginoso mutare, lo sguardo rimbalza contro il vetro senza poter volare libero tra alberi e nuvole. Lì, stampato su quel finestrino che detta il confine tra dentro e fuori, c’è solo un viso, occhi che frugano, pensieri che scavano. Oltre il buio. Tutto si concentra e si condensa in quel rettangolo di ombre riflesse e se non fosse per l’accompagnamento ritmico del treno parrebbe d’essere sospesa dentro un istante in obbligata compagnia di me stessa.

Sonnolenta rêverie. Ecco a cosa somiglia questo stato catatonico in cui la mente, cullata dal brontolare del mezzo, sprofonda dentro la guaina più incosciente di sè. Nessun campo di grano, né girasoli, né colline ma un opaco fluttuare di ricordi, desideri e sogni che si confondono l’un l’altro tanto da non sapere più cosa è stato e cosa immaginato. Quel finestrino che nasconde il ‘fuori’ racconta il ‘dentro’ rischiando di dar voce al rigurgito di malinconia puntualmente in agguato da qualche parte recondita della propria anima. Non lo guardo, non lo ascolto, non gli do retta. Chiudo gli occhi. Evapora il contatto tra lo sguardo e il mio viso ritagliato nel vetro, sfumano le voci dei passeggeri attorno fino a spegnersi del tutto e così gioco a immaginarmi. Mentalmente mi distacco da me stessa, mi accomodo sul sedile di fronte e mi osservo, lì davanti con la fronte poggiata sul finestrino sordo, gli occhi chiusi sul mondo. Un breve sorriso tradisce il viaggio dei miei pensieri che si trastullano tra mari giallo sole, boschi smeraldini e giardini agrodolci, prendendo a calci ogni malinconica minaccia.

In fin dei conti al buio è più facile illuminare il teatro del proprio stato d’animo e così, mentre il treno procede verso la sua meta, io ho raggiunto la mia. Rassicurata da un’inspiegabile serenità, mi alzo dal sedile, mi rinfilo in quella me stessa trasognata e riapro gli occhi, sorridendo a quel volto complice che mi osserva dal finestrino.

Kenya, a tu per tu con le proprie origini

400

Difficile restare indifferenti al fascino dell’Africa. Non solo per i suoi paesaggi tanto incantevoli quanto mutevoli ma soprattutto per quel cordone ombelicale che idealmente lega l’essere umano alla culla delle proprie origini. Il Kenya è, tra le Nazioni africane, madre per eccellenza dell’umanità. Qui sono stati recuperati infatti i primi resti fossili di ominidi. Ma è anche uno dei Paesi africani più accoglienti, turisticamente parlando, e conoscere le sue radici è un modo per godere delle sue bellezze con il rispetto che meritano.

Un solo popolo dai mille volti

L’immagine simbolo del popolo kenyota è quella di longilinei guerrieri drappeggiati in vesti scarlatte accanto a donne dolci e fiere, accese da sgargianti gioielli. La realtà è molto più frastagliata. Da tre grandi gruppi, BantuCushiti e Niloti, si diramano tribù minori, caratterizzate da diverse sfumature, identità, religioni e dialetti. Ufficialmente sono 44 le tribù riconosciute, in realtà le venature sono maggiori e non tutte note, date le infiltrazioni di minoranze europee, arabe e cinesi. Ogni tribù arricchisce il popolo di tradizioni proprie, eredità antiche e preziose: nomadi, agricoltori, cacciatori e artigiani convivono in spazi immensi formando lo straordinario mosaico multietnico del Kenya.

Emozioni in natura

I veri protagonisti qui sono gli animali che, grazie a parchi nazionali protetti, vivono in libertà tutt’al più disturbati dalle jeep dei safari fotografici.

La Riserva Nazionale del Masai Mara è il parco per eccellenza che organizza il maggior numero di escursioni durante le quali è facile avvistare i big5. Leoni, elefanti, leopardi, bufali e rinoceronti spaziano in oltre 1500 km. in ogni stagione. Il Masai Mara organizza anche voli in mongolfiera, uno spettacolo da un insolito punto di vista.

Il Parco Nazionale di Amboseli si distende a sud est di Nairobi, verso la Tanzania. Particolarmente ricco di acque che filtrano dalle rocce vulcaniche, ospita mandrie di gnu, elefanti, zebre, giraffe, impala, leopardi e infinite specie di uccelli. Ma la sua particolarità è dovuta alla montagna più imponente dell’Africa, il Kilimanjaro, che con la sua vetta spolverata di neve sorveglia la savana.

A nord di Nairobi, l’Aberdare National Park ospita paesaggi montagnosi mozzafiato, poichè l’altitudine va dai 2000 agli oltre 4000 metri. I safari qui sono unici sia per gli scenari, sia per gli animali rari e introvabili altrove, come l’ilochero (maiale gigante delle foreste), il potamocero (bushpig), gli iraci, la genetta tigrina e il bongo (antilope rarissimo).

Il Samburu National Reserve, a nord di Nairobi, è forse il parco meno conosciuto ma abbraccia un susseguirsi di paesaggi straordinari che scivolano da pianure rocciose con fiumi in secca a distese verdeggianti attorniate da colline. Il Lago Turkana è uno spettacolo e raggiungendolo è facile incontrare i Samburu, tribù appartenenti ai Maasai. Non lontano c’è il Sibiloi National Park.

Il parco dello Tsavo East è la più grande area protetta del Kenya e, insieme allo Tsavo West, è la più vicina all’Oceano Indiano, entrambi famosi per la tipica terra rossa e polverosa. Facile quindi abbinare una rilassante vacanza di mare a un avventuroso safari, sostando lungo le coste di Diani, Watamu o Malindi.

Non lontano da Nairobi si trova l’Hell’s Gate National Park, battezzato la “bocca dell’inferno” per l’attività geotermale che qui si libera attraverso i geysers che sfiatano dal terreno, creando un’atmosfera dantesca.

Il Meru National Park è oggi uno dei più rivalutati parchi del Kenya grazie all’eliminazione del bracconaggio. Attraverso un walking safari nella foresta si raggiunge il fiume Rojewero, punto di osservazione di ippopotami e coccodrilli. Il Parco accoglie anche un santuario dei rinoceronti.

Il Parco Nazionale del Monte Kenya è perfetto per gli amanti della montagna e del trekking, e offre una mescolanza insolita tra flora alpina e fauna equatoriale.

Un tuffo nel blu

La costa kenyota è un susseguirsi di candide spiagge lambite da un mare di cobalto. Da Diani a Malindi, da Kiwayu a Lamu, da Mambrui a Mombasa, da Shanzu a Manda Island, da Tiwi a Watamu l’ospitalità delle strutture corona una vacanza resa già perfetta dall’ambiente generoso. Ogni località ha la sua personalità ma ancora una volta è la natura – l’Oceano con la sua barriera corallina, i suoi ospiti e le vele spiegate al vento – a fare innamorare definitivamente del Kenya.

Shenzhen, la metropoli smart del futuro

images

Vertiginosa. Ecco l’aggettivo che sintetizza la personalità di una delle città più eclettiche della Cina non ancora fagocitate dal grande turismo: Shenzhen. Vertiginosa non solo per la verticalità dello skyline ma anche per la rapidità con cui è decollata. In poco più di trent’anni dall’umile villaggio di pescatori che qui sorgeva è sbocciata l’attuale metropoli. Situata nella provincia meridionale di Guangdong, a circa cento chilometri da Hong Kong, Shenzhen ospita oltre 10 milioni di abitanti e pare impossibile che in così poco tempo siano fioriti i tanti grattacieli che sfidano la vegetazione tropicale. Auto di lusso e carretti ambulanti, mega stores e botteghe artigianali, imprenditorialità e tradizione convivono in questa composta giungla urbana proiettata verso il futuro. Una miniera d’oro che attira, come il miele le api, chi cerca lavoro con la speranza di cavalcare il miracolo economico cinese.

Potpourri di economia, arte e cultura

Shenzhen abbraccia tre aree: la Shenzhen Shi, ovvero la città vera e propria estesa fino al confine di Louhu; la ZES, Zona Economica Speciale; e il Distretto di Shenzhen, che si allunga a nord della ZES. Nonostante le attività economiche siano la linfa vitale della città, Shenzhen offre al turista curioso insospettabili attrazioni. Innanzitutto lo Shenzhen Bowuguan, il “Museo di Shenzhen”, ospitato all’interno del Lizhi Gongyuan, il “Parco dei Litchi”, che custodisce manufatti di giada, porcellana e bronzo, oltre a sale dedicate alla storia antica, alla zoologia e al mondo sottomarino. Per chi ama l’arte ecco la Shenzhen Meishuguan, ovvero la “Galleria d’Arte di Shenzhen”, e la OCT Contemporary Art Terminal. La prima contempla mostre di arte cinese tradizionale e contemporanea, mentre la seconda, l’“Overseas Chinese Town”, espone opere di artisti locali e internazionali. Imperdibile la Jinxiu Zhonghua, o Splendid China, una sorta di Cina in miniatura affacciata sulla Baia di Shenzhen. A ovest del centro altri due interessanti parchi a tema: il China Folk Culture Villages e il Window of the World. Il primo è la ricostruzione di villaggi popolati da minoranze etniche, mentre il secondo ospita le miniature dei monumenti più famosi, proiettando il simbolo della Splendid China all’intero pianeta. Il Tempio di Tien Hou a Chiwan, eretto durante la dinastia Song, distrutto e ricostruito più volte, è anch’esso un’attrazione per la parvenza di antichità che evoca.

A tutto shopping 

Molti considerano Shenzhen il paradiso dello shopping anche per la vicinanza con Hong Kong e questo ha reso lo Shenzhen Bao’an International Airport il quarto scalo nazionale. Sosta obbligata è il Luohu Commercial City, a pochi passi dalla dogana, che ubriaca i sensi con i suoi cinque piani traboccanti di tutto. Per uno shopping più ponderato c’è Dongmen, un quartiere ricco di grandi magazzini, bancarelle e negozi di moda, il cui cuore è Dongmen Zhonglu. Il più vasto centro commerciale è il MixC Shopping Mall, un microcosmo dove perdersi tra negozi d’alta moda, un cinema, un supermercato, ristoranti e una pista da pattinaggio di dimensioni olimpioniche. Il Sea World è un altro shopping centre, e non un acquario, noto per i ristoranti in stile occidentale, caffetterie e locali dove bere birre europee.

Un assaggio di natura

Il Mangrove Seashore Ecology Park è il parco nazionale cinese più piccolo, situato di fronte alle paludi di Mai Po di Hong Kong, eden degli amanti del birdwatching. Il Monte Wutong sulla costa e il Monte Nanshan accanto a Sea World sono mete predilette per l’escursionismo. Mentre Dameisha Beach è la prima lunga distesa di sabbia che s’incontra nel distretto di Yantian, sempre molto affollata. Più intima e meno frequentata è Xiaomeisha Beach un po’ più in là lungo la costa. Gli angoli naturali di Shenzhen sono un incantevole viaggio nel viaggio.

La metropoli smart

Shenzhen produce il 30 % del Pil nazionale ed è in continua crescita. Qui ha sede il quartier generale di Huawei, azienda fondata nel 1987 da Ren Zhengfei, un ingegnere dell’esercito della Repubblica Popolare, diventata oggi la terza produttrice al mondo di smartphone.

Radicepura, la Babilonia di Giarre

“L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa.”

Questa è la sintesi poetica con cui Goethe ritrae una delle regioni che più lo hanno incantato durante il suo intenso peregrinare nel nostro Paese. Era il 1787 e, tutt’oggi, la bellezza dell’isola pare immutata, scolpita dallo sguardo immortale del poeta tedesco.

In effetti, ogni angolo di Sicilia rappresenta un tesoro di storia e natura in cui immergersi, come se un filo invisibile cucisse l’intera isola tessendone un grande arazzo da ammirare in tutto il suo solenne fascino. Dove non è il mare a sedurre lo sguardo ci pensa la montagna a far da primadonna, in un susseguirsi di paesaggi che stregano l’animo.

A Giarre, in provincia di Catania, è un’oasi verde a stupire, quasi fosse un miraggio sbucato a metà tra il profondo blu del Mediterraneo e il silente fragore dell’Etna. É Radicepura, un concept architettonico fiorito in un parco botanico unico al mondo che copre 5 ettari di terreno. Lo sposalizio tra design e natura è sorprendente: 3000 specie di piante, un orto giardino e la banca dei semi s’affiancano a strutture moderne e costruzioni storiche in un fluido evolversi senza soluzione di continuità.

Così, passeggiando all’ombra di palme tropicali, ulivi centenari, carnose sterlizie e piante grasse dalle fogge più curiose ecco che si sfocia nella storia raggiungendo il Palazzo Nobiliare, il Palmento del Padrino e le Scuderie. Un impalpabile gorgoglio di acqua che sa di vita, di movimento e di rinascita accompagna la visita attraverso il parco, trasformando il palcoscenico verde in un cammino per l’anima. Anamorphosis, in particolare, è un’oasi nell’oasi e suggerisce un profondo legame con il pensiero orientale: ampi giardini sorretti da strutture in legno sospendono il verde a metà tra terra e cielo. Piante e fiori sono abbeverati da rivoli d’acqua che alludono alla vita eterna e questo fluttuare nell’aria infonde una leggerezza nello spirito, invitando a riflettere, a meravigliarsi, a gioire della vita così come la natura ricamata dall’uomo ce la racconta. L’arte del mosaico, delle aiuole da giardino e degli orti, coronata da questi giardini pensili, ricorda Babilonia con le sue meraviglie surreali a metà tra l’ingegneria onirica e il calcolo matematico.

Qui, dunque, si trovano quiete, pace e riposo ma anche idee, stimoli e spirito d’iniziativa. Lo spazio Congressi, pensato per ospitare eventi d’eccellenza, è in totale armonia con l’ambiente naturale: le pareti in vetro suggeriscono un continuum tra interno ed esterno e un percorso di lussureggianti piante tropicali e mediterranee serpeggia accanto agli stand creando un’atmosfera esotica che riscalda.

Radicepura non è solo verde, dunque, ma anche la location ideale per fiere, educational e convegni, oltre ad essere centro di eccellenza per ricercatori, paesaggisti e appassionati di ambiente. Uno degli eventi di maggior spicco ospitati qui è il Food & Wine Expo, giunto alla sua quarta edizione: una sfilata di aziende, di prodotti ma soprattutto di Siciliane e Siciliani che propongono al pubblico il meglio della propria terra e del proprio mare. Un panorama enogastronomico di straordinaria ricchezza che basta a se stesso esibito in un’invitante vetrina che fa da interlocutore tra chi produce e chi consuma. “Qui è la chiave di ogni cosa”: Food & Wine Expo rappresenta un viaggio alla scoperta delle tradizioni e di quell’appassionato modo di reinventare i sapori che in Sicilia è una vera e propria arte ereditata da giovani sempre più capaci e intraprendenti.

Assaporare l’esuberanza enogastronomica siciliana immersi nei profumi verdeggianti di Radicepura è un’esperienza sensoriale che trascende l’immediato godimento materiale. Per dirla con Goethe: “… qui l’’aria è mite, tiepida, profumata, il vento molle… La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita.

www.radicepura.com

SICILIA, AMBASCIATRICE DI ECCELLENZE

Cioccolato declinato in irresistibili fragranze, pomodorini pregni di sole, tonno sott’olio guizzante di sapore, birre artigianali e vini dagli inconfondibili sentori. Food & Wine Expo abbraccia il meglio che la Sicilia possa raccogliere e lavorare partendo dalle materie prime che la natura offre. Sono piccole imprese, quasi sempre a gestione familiare, a ‘reinventare’ i frutti della terra trasformandoli in prodotti introvabili altrove. È una gioia, girando tra gli stand, vedere i volti luminosi di giovani donne e ragazzi tanto appassionati al mestiere dei genitori, decisi a investire sapere e tradizione in un futuro sempre più attento alla qualità. Alla qualità e anche all’estetica perché nulla è lasciato al caso: confezioni ed etichette sono una promessa di piacere e sfoggiano tutta la fantasia di chi va alla ricerca del dettaglio che fa la differenza.

Oltre agli stand, il programma di Food & Wine Expo appena concluso, è stato animato da esibizioni, show cooking, educational e degustazioni per ogni gusto, appunto. Dal concorso Professionisti Pizzeria con esibizioni di ‘pizza acrobatica’ agli educational sulla storia del riso siciliano e sulla celiachia, in un susseguirsi di interventi di esperti e professionisti accompagnati dalle colorite narrazioni di Anna Martano, Prefetto AIGS Sicilia.

Re in toque blanche dell’Expo, Peppe Agliano, che ha stupito gli ospiti con le sue creazioni, mescolando ricette tradizionali e arditi accostamenti, giocando con gli ingredienti così come un poliedrico musicista jazz farebbe con le note. Così, la prima sera dedicata al bio, gluten free e vegano spicca una caponata di melanzane con mandorle e cacao che sdilinquisce anche i più scettici, credetemi! Mentre durante la seconda serata dedicata al Marsala a tavola, conquista il couscous pantesco con ortaggi, pistacchi di Bronte, olive e capperi. Sfacciati, infine, i dolci che inducono al limite della trasgressione: un tripudio di colori rubati all’estate, l’esaltazione del piacere servita nel piatto sotto forma di frutta Martorana, cannoli, sfogliatelle e paste di mandorle. Come non cedere alla tentazione di lasciarsi andare …?

Ma questo è solo un timido assaggio che sfiora appena l’opulenza della sicilianità a tavola. Un assaggio che ci dà appuntamento alla prossima edizione di Food & Wine Expo, in una Sicilia sempre più bella, sempre più buona, sempre più appassionata. Sempre più ambasciatrice di eccellenze nel mondo.

http://www.expofoodandwine.com

agliano

Dona Botero, caldi sorsi di piacere

Unknown

Il piacere è una cosa seria. Poggiare le labbra schiuse sulla promessa di sapore, inspirare il profumo che sprigiona dal calore, accogliere sulla lingua il primo denso sorso e infine … godere!

É una sequenza di minuscoli gesti ritualici che la maggior parte di noi compie tutti i giorni, spesso inconsapevolmente, anche molte volte al giorno, calati in una soddisfazione che scivola dentro e che a volte si prolunga nel tempo. Per qualcuno quest’amoreggiare con la bocca è persino una droga, un’irrinunciabile appuntamento col godimento, appunto.

Bere un caffè è, infatti, una delle piacevoli abitudini più diffuse al mondo. Dopo tutto il caffè è una delle bevande più internazionali, e che si chiami “americano”, “turco” o “espresso” sempre caffè resta. Bevanda amata a tutte le latitudini, a tutte le ore, consumata in infinite declinazioni, in solitudine o in compagnia, a casa o al bar. Perché cominciare o interrompere la giornata con un caffè è anche un modo per concedersi una parentesi di libertà, e quel gesto, quel rapporto che stringiamo ogni volta con la tazzina fumante tra le dita acquista un che di esclusivo, di intimo, di sensuale.

Tuttavia non è facile trovare un caffè con la C maiuscola, che risponda perfettamente, per profumo, aroma e intensità, alle attese delle nostre papille olfattive e gustative, pronte a scatenarsi in capricciose critiche. A maggior ragione, quando lo si trova, ci si affeziona e si diventa fedeli amanti di quel caffè.

Per gli intenditori, per i golosi o semplicemente per chi non si accontenta delle proposte più commercializzate e ama frugare tra prodotti meno esibiti al grande consumo, ecco un caffè davvero speciale. Viene dalla Colombia e nasce lontano nel tempo, nel 1892, quando Don Josè Jaramillo Vallejo eredita i terreni dell’Eden Valleys. In verità è ancor più vecchio ma la sua età è un vanto. Le sue origini, infatti, affondano nella cultura rinascimentale italiana, quando il genovese Andrea Bottero Bernardi salpa sulla caravella Santa Rosa e raggiunge le terre di Antioquia, nel nuovo regno di Granada in Colombia, dove semina le prime piantagioni di caffè Arabica e Borbon.

Inizia così una tradizione che dà vita a una delle più importanti aziende di caffè della Colombia, la tenuta “El Arco”, oggi guidata dalla tredicesima generazione di famiglia, con l’architetto Jose Guillermo Botero.

Il segreto di un caffè che si distingue completamente dagli altri? Dona Botero impiega innanzitutto un’Arabica di altissima qualità, raccolta a mano durante tutto l’anno da una industriosa generazione di coltivatori particolarmente sensibile alla tutela dell’ambiente. Riforestazione e pulizia delle acque, infatti, fanno parte della filosofia Botero e la Natura pare esserne grata restituendo frutti eccezionali. Dalla terra alla tazzina si inserisce poi una lunga e attenta lavorazione. Che sia in miscela, in capsule o in filtri, il caffè Botero si distingue per tecniche di manipolazione (lavatura, essicazione, fermentazione di 12 o 24 ore) che infondono una personalità unica ai prodotti. I vari tipi di caffè che ne escono sembrano tante variazioni sul tema di un’armoniosa melodia che fa danzare i sensi.

In particolare, il Caffè Verde, ricavato dalla varietà “Armenia Supremo”, è una vera chicca: anche nelle versioni aromatizzate all’anice stellato, finocchietto selvatico e zenzero è un effluvio di sensazioni inconsuete che fa cantare la tazzina. Si tratta di un caffè verde crudo, completamente naturale, macinato, che non subisce alcun processo di torrefazione. Si distingue da quello classico per aspetto, aroma, sapore e caratteristiche nutrizionali. La sola proprietà comune con il caffè tostato è la presenza di caffeina ma gli effetti stimolanti qui sono moltiplicati. Nel caffè verde, infatti, la caffeina non è libera ma legata all’acido clorogenico, un potente antiossidante che induce un assorbimento più lento rispetto al caffè tradizionale con un conseguente effetto energizzante e, pare, dimagrante. Inoltre, essendo più vicino alla neutralità del Ph, produce un effetto lesivo minore sulla mucosa gastrica, evitando quel fastidioso bruciore di stomaco a volte risvegliato da un caffè non perfetto.

Ma queste proprietà passano in second’ordine quando arriviamo, finalmente, al nostro consueto appuntamento. E, all’assaggio, ci abbandoniamo al piacere di un insolito caffè che ci fa innamorare.

 

www.donabotero.coffee