Val Leventina e il Sentiero dei tre Laghi, il santuario laico del Canton Ticino

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“Orium” in latino significa “orlo”, “margine”. È l’origine antica di Airolo, maggior cittadina della Val Leventina, polmone verde di rara bellezza dell’Alto Ticino. Il nome di questa città è curioso e pure evocativo, perché Airolo s’adagia con garbo alle falde delle Alpi, sull’orlo – appunto – di congiunzione tra le valli sinuose punteggiate di conifere e le vette aguzze che scalano il cielo.

Ci si accorge di avvicinarsi a questo ideale margine già qualche chilometro prima, provenendo da Bellinzona, all’altezza di Ambrì. Da lì, abbandonando la strada e risalendo le valli, piano piano ci si lascia alle spalle ogni traccia di urbanità, sentendosi piacevolmente risucchiare in una tavolozza di verdi, gialli, rossi e arancioni che incanta. Il primo vagito d’autunno risveglia la natura di nuova vita, prima che ricada nel letargo invernale. Così anche queste valli innamorano lo sguardo con un foliage che pare dipinto dalla mano di un artista.

Risalendo da Ambrì, ci si immerge nel cuore della Val Piora, dove la vita sembra scorrere senza tempo, con la genuinità ruspante di chi alleva mucche e capre, fa latte e formaggi, taglia l’erba e raccoglie il fieno, oggi come sempre, contribuendo a mantenere intatta l’anima di queste montagne. Vita dura ma vera, fatta di sudore e di dignità, di rispetto per gli animali e per la terra. Vita incorniciata dalla verginità della natura che qui ospita specie botaniche endemiche altrove introvabili che ai profani passano spesso inosservate o, tutt’al più, dettagli da ammirare.

È giungendo ai laghetti, in auto o salendo da Piotta con la vertiginosa funicolare Ritom, che si manifesta per intero la meraviglia di questi luoghi a due passi dal cielo. Ad accogliere il viandante in cerca di purezza è innanzitutto il silenzio, soprattutto se si ha la fortuna di capitare in una giornata assolata d’inizio ottobre, quando dei turisti estivi non resta più nemmeno l’eco ma sopravvive il retrogusto della bella stagione.

Al cospetto del Lago Ritom vien naturale trattenere il fiato e parlare sottovoce. Il maggiore dei laghi di montagna del Canton Ticino si specchia nel cielo a 1850 metri di altezza, raccogliendo nel suo bacino tutte le sfumature che il vento semina. Sfruttato anche scopi idroelettrici, il Ritom ospita trote e salmerini di diverse specie, conservando un habitat lacustre illibato. Una spiaggia bianchissima, che pare rubata all’Oceano Indiano, ingentilisce il bacino e il contrasto del candore con i verdi selvatici della foresta strabilia. Tutt’attorno, un santuario laico fatto di larici e cembri, paludi e torbiere, rose delle alpi e aquilegie alpine, oltre a tappeti di fiori ed erbe aromatiche, si srotola per chilometri ricamando le colline. Una mescolanza di colori e profumi che misteriosamente attinge sia alla flora montana sia a quella mediterranea e subtropicale, creando un microclima interessantissimo dal punto di vista naturalistico. Tanto che dal Lago Ritom si snoda, per oltre 10 chilometri, un sentiero didattico con pannelli esplicativi che introducono alla conoscenza di ciò che s’incontra percorrendo a piedi la valle. Un percorso educativo e insieme depurativo, di profonda comunione tra mente e anima, che conduce fino al Lago di Cadagno, a 1923 metri d’altezza, con il suo centro di biologia alpina, accolto nei due edifici rurali del XVI secolo, i “barc”, originariamente ricoveri per il bestiame. Una dimostrazione esemplare di come la tradizione possa sposarsi con la cultura attraverso la natura. Questo lago, infatti, oltre ad incantare lo sguardo, attira studiosi e scienziati per via di un fenomeno rarissimo, la meromissi crenogenica, presente solo in pochissimi altri specchi d’acqua al mondo. A causa di un’azione batterica, le acque del lago sono separate in due strati, sostanzialmente differenti, che non si mescolano mai. Nella parte inferiore uno strato d’acqua privo di ossigeno permette la vita solo a pochi microrganismi, mentre nella parte superiore uno ricco di ossigeno alimenta la vita dei pesci. La comunità di zolfobatteri che scatena questo fenomeno è di colore rosso, colore che magicamente si riverbera nelle acque del lago.

Non solo natura, però. I rifugi sparsi per la Val Piora sono tappa golosa e meritata per ristorare il corpo, durante il cammino tra un lago e l’altro. In tutto sono una ventina i laghetti alpini e ognuno suscita emozioni diverse quando compare allo sguardo facendosi largo tra le curve delle colline. Il percorso classico è il “Sentiero dei tre Laghi” – Ritom, Cadagno e Tom – ma per chi ha buone gambe e cuore forte, i laghetti alpini più ad alta quota sono un’ulteriore porta sul paradiso. Irresistibile è una sosta al laghetto Tom, a 2022 metri d’altezza, con le sue sabbie vellutate che scivolano nell’acqua. Acqua che, nonostante le temperature rigide, invita a levarsi scarpe e calze ed entrare in punta di piedi per sentire fisicamente il brivido della montagna. Il contatto della pelle con il freddo pungente sotto il sole ancora generoso trasmette al corpo energia, vitalità e, al cuore, un certo sentimento di gratitudine per poter gustare il privilegio d’esser lì. Torna l’immagine di santuario laico, rifugio dello spirito prima ancora del corpo. Lì, paralizzati dalla bellezza di un gelo che scotta, s’accende la consapevolezza d’esser vivi, parte stessa di questa natura che ci sorprende e ci accoglie, che a volte ci spaventa ma che immancabilmente ci attrae, nutrendoci di emozioni nuove, rigenerandoci di pensieri buoni.

Così, lasciando le nostre impronte sulla sabbia del laghetto, insieme a qualche goccia di nostalgia, ridiscendiamo dalla Val Leventina per tornare a quel “margine” ideale tra urbanità e natura da cui eravamo partiti. E dopo aver vagabondato tra i colori ottobrini, al suono dondolante dei campanacci delle mucche e dei fischi acuti delle marmotte, si ha la vibrante sensazione di tornare a casa più ricchi. Ricchi di genuinità, di naturalezza e di amore per la vita. Indifferenti al frastuono della città, e in sintonia con i ritmi della montagna, di chi alleva mucche e capre, fa latte e formaggi, taglia l’erba e raccoglie il fieno. Oggi come sempre.

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