Sonnolenta rêverie (Privé)

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Tanto mi rallegra viaggiare in treno di giorno, quanto mi adombra all’imbrunire. Non è un adombrarsi che sa di tristezza, è piuttosto un irresistibile immersione in me stessa. È tutta una questione di scenari visibili e invisibili, di permeabilità tra narrazioni esteriori e interiori.

Con la luce, guardare fuori del finestrino mentre il treno è in movimento diventa un racconto messo in scena su un palcoscenico in continuo divenire, un racconto che gioca a srotolarsi nello scorrere del tempo. Campi di grano, distese di girasoli, ridenti colline…non so perché ma nella mente ritrovo sempre i gialli caldi, i verdi brillanti, gli azzurri ramati di rosa, anche quando l’estate è solo un ricordo e al contempo una promessa. Paesaggi che conosco a memoria e che per questo trascendono il tempo e lo spazio reali. Così i pensieri, guardando alberi e nuvole rincorrersi, s’incollano là fuori come francobolli su cartoline con le ali e rubano i colori al sole. A cavallo delle immagini che muovono silenti dialoghi non c’è spazio per inutili malinconie: di giorno, narrazioni esteriori e interiori danzano allo stesso ritmo e tutto fluisce come musica liquida in un cadenzato incedere.

Con il buio, invece, guardare fuori del finestrino del treno in movimento congela il procedere in un paradossale torpore ipnotico. Anziché gustare la natura che si esprime nel suo vertiginoso mutare, lo sguardo rimbalza contro il vetro senza poter volare libero tra alberi e nuvole. Lì, stampato su quel finestrino che detta il confine tra dentro e fuori, c’è solo un viso, occhi che frugano, pensieri che scavano. Oltre il buio. Tutto si concentra e si condensa in quel rettangolo di ombre riflesse e se non fosse per l’accompagnamento ritmico del treno parrebbe d’essere sospesa dentro un istante in obbligata compagnia di me stessa.

Sonnolenta rêverie. Ecco a cosa somiglia questo stato catatonico in cui la mente, cullata dal brontolare del mezzo, sprofonda dentro la guaina più incosciente di sè. Nessun campo di grano, né girasoli, né colline ma un opaco fluttuare di ricordi, desideri e sogni che si confondono l’un l’altro tanto da non sapere più cosa è stato e cosa immaginato. Quel finestrino che nasconde il ‘fuori’ racconta il ‘dentro’ rischiando di dar voce al rigurgito di malinconia puntualmente in agguato da qualche parte recondita della propria anima. Non lo guardo, non lo ascolto, non gli do retta. Chiudo gli occhi. Evapora il contatto tra lo sguardo e il mio viso ritagliato nel vetro, sfumano le voci dei passeggeri attorno fino a spegnersi del tutto e così gioco a immaginarmi. Mentalmente mi distacco da me stessa, mi accomodo sul sedile di fronte e mi osservo, lì davanti con la fronte poggiata sul finestrino sordo, gli occhi chiusi sul mondo. Un breve sorriso tradisce il viaggio dei miei pensieri che si trastullano tra mari giallo sole, boschi smeraldini e giardini agrodolci, prendendo a calci ogni malinconica minaccia.

In fin dei conti al buio è più facile illuminare il teatro del proprio stato d’animo e così, mentre il treno procede verso la sua meta, io ho raggiunto la mia. Rassicurata da un’inspiegabile serenità, mi alzo dal sedile, mi rinfilo in quella me stessa trasognata e riapro gli occhi, sorridendo a quel volto complice che mi osserva dal finestrino.

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