La serenità gioiosa della semplicità

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ARTE E NEUROSCIENZE. Le due culture a confronto

Che cos’hanno in comune l’artista e lo scienziato? Cosa accomuna colui che dipinge un quadro al galoppo della propria ispirazione e chi studia il cervello a caccia di nuove frontiere mediche?

La creatività. Questo sostiene Eric Kandel, Nobel per la medicina nel 2000, neuroscienziato particolarmente sensibile a quel ponte ideale che collega emozione e ragione, sentimento e pensiero, arte e scienza.

Dopo aver sedotto i lettori con il saggio “L’etá dell’inconscio”, in cui esplorava il rapporto tra arte, mente e cervello in compagnia dei grandi artisti viennesi, propone ora un ampliamento di un panorama già ricco e affascinante. In “Arte e neuroscienze, le due culture a confronto” (Raffaello Cortina Editore, 2017) Kandel dimostra come la cultura umanistica e quella scientifica possano incontrarsi e influenzarsi a vicenda arricchendosi reciprocamente nello sposalizio tra arte e neuroscienza, sposalizio suggellato appunto dalla creatività.

Se, nel 1959, il grande fisico molecolare e in seguito romanziere C.P. Snow avesse avuto il conforto delle nozioni neuroscientifiche di oggi avrebbe anche sperimentato la soddisfazione di veder colmato quello iato tra due mondi intellettuali apparentemente divergenti nel mondo occidentale moderno. Riprendendo Snow, Kandel lo sostiene e perfeziona quella cucitura tra le due culture: tanto le neuroscienze quanto l’arte si pongono, in modo diretto e coinvolgente, domande e obiettivi fondamentali per il pensiero umanistico, condividendo persino alcune metodologie.

Per esempio, sia l’arte sia le neuroscienze sfruttano i meccanismi dell’apprendimento e della memoria per creare, per progredire. Noi siamo quello che siamo grazie a ciò che impariamo e ricordiamo, o purtroppo dimentichiamo. Le reazioni emotive che ci animano di fronte a un’opera d’arte derivano proprio da quel fitto sottobosco psicologico ricamato negli anni dalle esperienze vissute, ricordi più o meno scolpiti che ci permettono di emozionarci davanti a un dipinto.

Per dimostrare l’importanza della memoria sia nell’arte sia nelle neuroscienze, Kandel ricorre all’esempio più semplice che la natura offra, proprio in virtù del “riduzionismo” per cui il “semplice” è contenuto anche nel “complesso”. É l’Aplysia, l’oramai famosa lumaca di mare che, con appena ventimila neuroni (il cervello umano ne ha almeno cento miliardi!) e una struttura neurologica elementare svela i meccanismi universali della memoria e dell’apprendimento, riconducendoli quindi anche all’essere umano.

Persino Matisse, verso la fine della sua carriera, si rese conto della misteriosa bellezza di Aplysia e la volle ritrarre proprio nella sua immensamente ricca semplicità, ritagliando dodici blocchi di colore ricavati da altrettanti fogli di carta. Le superfici colorate così assemblate catturano sia la forma essenziale sia il movimento della lumaca. Questo è un esempio illuminante di come l’arte, soprattutto l’arte astratta e riduzionista, susciti risposte emotive e dunque neurologiche più ampie e coinvolgenti rispetto all’arte figurativa in genere. In pratica, gli scienziati usano il riduzionismo per risolvere un problema complesso, mentre gli artisti lo sfruttano per suscitare una nuova risposta emotiva e percettiva in chi osserva.

Il perché dell’efficacia eccezionale del riduzionismo e dell’arte astratta rispetto a quella figurativa è presto spiegato: con la riduzione dei dettagli, dei colori e della luce, le opere astratte – come quelle del pittore olandese Mondrian per esempio – si svuotano e lasciano spazio a chi osserva di riempirle. Anche quando non sono totalmente vuote, però – come le action paintings di Pollock – mantengono un grado di ambiguità così alto da lasciare libera l’interpretazione di chi ammira. Ecco allora che si innesca un gioco complice tra artista e osservatore creativo i quali si completano nell’opera d’arte in un continuo divenire di rimandi emotivi personali. Noi proiettiamo sulla tela le nostre impressioni, i nostri ricordi, le nostre aspirazioni, i nostri sentimenti. Un meccanismo analogo al transfert psicoanalitico o alla meditazione buddhista, che trascende la contemplazione estetica raggiungendo l’apice della spiritualità.

Tornando al dialogo tra arte e neuroscienze, gli studi di imaging funzionale raccontano bene la differenza tra arte astratta e figurativa, fotografando le diverse reazioni del nostro cervello al cospetto delle opere d’arte. La pittura figurativa con i suoi paesaggi, nature morte e ritratti, suscita un’attività cerebrale in specifiche aree circoscritte a specifiche categorie d’immagini. Al contrario, l’arte astratta non attiva alcuna regione specifica del cervello ma stimola tutte le aree che rispondono a tutte le forme d’arte, sollecitando inconsciamente l’immaginazione dell’osservatore. Tradotto nel linguaggio artistico: le cose concrete, conosciute, vicine, familiari suscitano meno sorpresa, minor curiosità, mentre quelle più lontane, ambigue, inafferrabili stimolano la nostra immaginazione creativa.

Una dimostrazione? J.M.W. Turner – pittore inglese del Settecento precursore dell’arte astratta noto per i suoi perturbanti paesaggi – all’inizio della sua carriera dipinse la famosa lotta in mare tra una nave in rotta verso un porto e la burrascosa forza della natura, animando la tela di nubi tempestose e pioggia scrosciante. Anni dopo, ebbe un’intuizione e la sperimentò. Rielaborò quella stessa lotta ridipingendo la scena in maniera totalmente diversa, priva cioè di dettagli, riducendo nave, tempesta e natura alle forme più essenziali. Il suo scopo era quello di affidare al fruitore il compito di completare l’opera, concedendogli il piacere di contribuire a “dipingere” la lotta in mare con i propri dettagli emotivi, con i propri ricordi e le proprie esperienze, risvegliate da semplici accenni sulla tela. Turner ha così esplorato i confini della percezione visiva senza conoscerne i meccanismi neurologici sottostanti. Come direbbe Matisse: ha avvicinato a “una serenità gioiosa semplificando pensieri e figure. Semplificare l’idea per realizzare un’espressione di gioia. È questo che facciamo.”

Se Turner e Matisse avessero avuto a disposizione le conoscenze neurologiche di oggi avrebbero, forse, giocato anche sui materiali delle proprie opere d’arte, ampliando le risposte emotive dell’osservatore anche al senso del tatto. Sì, perché oggi si sa che una regione cerebrale che risponde sia alla vista sia alle sensazioni tattili occupa un ampio spazio della corteccia occipitale laterale. La trama di un oggetto, dunque, attiva quelle cellule del cervello indipendentemente dal fatto che l’oggetto venga toccato o guardato. Kandel spiega che probabilmente è questo il motivo per cui siamo in grado di identificare i diversi materiali (velluto, legno, pelle, metallo) a colpo d’occhio, percependone sottopelle piacevolezza o sgradevolezza, senza bisogno di usare la mano. Nel caso degli arazzi o delle sculture in bronzo o in marmo la fusione tra reazione visiva e tattile è particolarmente lampante. Ammirare il Ratto di Proserpina del Bernini, soffermarsi con lo sguardo sulla presa delle mani nella plasticità della carne della fanciulla, fa sentire sotto le nostre stesse dita quel marmo. Freddo marmo che si fa burro alla fiamma del genio creativo dell’artista.

In fondo, Kandel partendo dall’asettica impalcatura neurologica dell’essere umano arriva a spiegare l’architettura emotiva che colora la nostra vita, sia durante gli avvenimenti quotidiani sia di fronte a un dipinto. I meccanismi sono identici. E ce lo spiega utilizzando lo stesso metodo degli artisti che lui stesso convoca in questo saggio: riducendo la complessità di nozioni e concetti scientifici a pochi tratti esemplificativi. Così come Turner mostra che la rimozione di elementi figurativi da un dipinto non elimina la capacità della pittura di richiamare associazioni strutturate in chi osserva, Kandel dimostra che la straordinaria complessità del sistema cerebrale può essere spiegata e afferrata in modo semplice e intuitivo.

Come dire che anche il nostro cervello è una magnifica opera d’arte in continuo divenire, di cui siamo contemporaneamente artisti e osservatori creativi.

 

 

 

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