La tentazione della seduzione

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Ognuno ha le sue forme di bulimia, forse.

Chi è affamato di cibo, chi di sesso, chi di shopping, chi di gioco, chi di arte. Un appetito compulsivo e incontrollabile verso un oggetto di pseudo amore che non sempre porta allo sbando dell’eccesso ma che nella sua ripetizione è segno di disequilibrio e di scarso controllo di sé.

La moderazione, si sa, sarebbe la temperatura perfetta per ogni condotta di vita. Ma che gusto avrebbe la vita senza gli eccessi, senza gli sbandi, senza le vertigini e senza le perdizioni, insomma senza qualche pericolosa tentazione?

Ognuno tende ad eccedere là dove la sua natura chiama.

Anche la seduzione, talvolta, scivola in quella sfera un po’ deviata d’appetito compulsivo. “Sedurre” ha un significato complesso, non è solo esercitare fascino, stregare, far innamorare, come istintivamente si tende a sentire. Sedurre etimologicamente ha un’accezione sfaccettata e lievemente negativa che sconfina nel “corrompere”, indurre cioè qualcuno a comportamenti non confacenti a sé, incitare al male con finte ragioni che quello sia bene.

Ma al di là di etimologie cucite su misura sul tempo che vestono, la seduzione è per me un talento. Un raffinato talento quando lo si sa davvero esercitare con l’eleganza che merita. Un’arte, un dialogo, una magia che tuttavia rischia di trasformarsi in arida bulimia quando diventa fine a se stessa.

Sedurre qualcuno mossi dall’autentico desiderio di conquistare la sua attenzione, il suo corpo, il suo affetto, è sano. È il motore della vita e gli animali (noi compresi) lo dimostrano. Ma sedurre qualcuno per il semplice piacere della seduzione, cioè di quel transitorio corteggiamento sospeso nella liquida bolla dell’attesa, è qualche cosa di distorto, che si arena in un soffice autocompiacimento senza sosta, piuttosto che approdare a una concreta meta d’amore.

Evoca il leopardiano Sabato del villaggio. L’attesa, il rito della conquista, diventa talmente piacevole che non si desidera più atterrare sulla meta desiderata ma volteggiare in egocentriche fantasie. Perché il desiderio è appagato dall’irraggiungibilità della meta.

Forse più che una forma d’attacco è una forma di difesa che fa da comodo muro al vero piacere.

Bello allora quando succede che il circuito s’interrompa e riprenda fiato. Che qualcuno, con la sua nuda verità, riesca a sconfiggere il circolo vizioso trasformandolo in virtuoso, convertendo l’assolo in una danza a due.

Bello quando, finalmente, dopo l’ennesimo Sabato del villaggio ci si abbandoni finalmente senza resistenze alla festa della domenica.

Senza bulimici appeti. Semplicemente sazi di aver trovato se stessi.

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