Puntino giallo


Pagaiare in solitudine lascia il tempo per pensare.
Anzi, non è nemmeno un ‘pensare’ ma un ‘sentire’. 
Uno scorrere liquido di immagini, di sensazioni, di emozioni che affiorano in superficie con lieve naturalezza così come l’acqua del lago si fa d’incanto docile al passaggio fluido del kayak. Vagabondare per qualche ora in compagnia solo di se stessi, manifestarsi in un minuscolo puntino giallo sospeso a metà tra nuvole e vento, può essere un’occasione privilegiata per guardarsi in faccia e dirsi tutta la verità.
Infiniti attimi di solenne ricongiungimento con la natura, non solo quella meravigliosa che incornicia la nostra effimera presenza, ma anche quella più greve, complessa, contradditoria, torbida, fatta di ombre, graffi e contrasti impossibili da affogare nel mare piatto dell’oblio. 
E quando finalmente, un colpo di pagaia dopo l’altro, si arriva a toccare il fondo umanamente esperibile (perché esiste sempre un Oltre), ecco che un sospiro di soddisfazione, scappato così per caso da un sorriso rivolto al cielo, aiuta a capire che la pace è fatta. Sì, niente più conti in sospeso con l’ombra di noi stessi ma solo una salda stretta di mano, una pacca sulla spalla, una strizzatina d’occhio, con la certezza che la complicità tra ciò che si E’ e ciò che si E’ VERAMENTE è un traguardo raggiunto.
In verità pagaiare in solitudine non è mai possibile.

Perché non si è mai soli quando si sta bene con se stessi.

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