Fuochi senza frontiere


Da bambina dicevo a me stessa che una volta cresciuta avrei sposato uno Svizzero! E non per interessi materiali. Piuttosto perché sono sempre stata esterofila e ho sempre avuto fretta di imparare altre lingue per comunicare con chi non conosceva la mia. Così, cercando già allora di conciliare sogni e realtà, immaginavo che la Svizzera, per il suo collage di culture e per la sua vicinanza geografica, fosse un buon compromesso per le mie ambizioni sentimentali. Non è andata così alla fine, forse perché non ho incontrato lo Svizzero giusto, ma ancora oggi appena oltrepasso il confine e approdo in Ticino sto bene e mi sento a casa in questo crocevia di idiomi, dialetti e tradizioni tanto diverse tra loro.
Il 1° agosto del 1291 è considerata la data di nascita della Svizzera. Quel giorno, infatti, i rappresentanti dei tre Cantoni alpini, Svitto, Unterlvaldo e Uri, si incontrarono sul bel prato del Grütli, affacciato sul Lago di Lucerna, per giurare fedeltà alla Confederazione, con l’impegno di reciproco soccorso nel caso di minacce di aggressori stranieri, primi fra tutti gli Asburgo.
Dal 1891 il primo di agosto è stato riconosciuto ufficialmente Festa nazionale della Svizzera, che nel frattempo si è suddivisa in 26 Cantoni, diversi tra loro per lingua, densità di popolazione e conformazione geografica. Questa frammentazione potrebbe anche non essere definitiva, perché ancora oggi alcuni cittadini chiedono la fusione di certi Cantoni e vi sono comuni che vorrebbero addirittura cambiare Cantone. Quindi parlare di Festa nazionale può far sorridere ma trovo sia un buon pretesto per mettere da parte, almeno per un giorno, differenze e antagonismi e unirsi tutti sotto lo stesso cielo, che per l’occasione si trasforma in un tumulto di luci e colori.
Sì, perché oltre alle adunate pubbliche convenzionali e ai discorsi formali dei rappresentanti politici, è tradizione che il primo di agosto in tutta la Svizzera si sparino botti e fuochi d’artificio in grande stile. E questa usanza, al di là della sua spettacolarità, ha un suo significato storico. Infatti, secondo una leggenda del Cantone di Ginevra, per secoli è sopravvissuta l’abitudine di accendere grandi falò sulle colline e sulle montagne in tutto il territorio elvetico, di modo che i riflessi delle luci sui laghi spaventassero e mettessero in fuga le orde di barbari intenzionati a conquistare le tribù svizzere.
Effettivamente il gioco di specchi che l’acqua offre al cielo illuminato, la prima notte d’agosto, mi incanta ogni volta. Tutti con il naso all’insù, alle 22.30 in punto: dalle piazze austere delle grandi città, ai paesini di montagna appollaiati tra i pascoli, fino alla quiete accogliente delle sponde dei laghi. E sempre la tradizione vuole che quest’esplosione di allegria sia attesa per tutta la giornata con gaudenti grigliate nei grotti, le tipiche trattorie ticinesi, tra fiumi di birra e concerti che mescolano piacevolmente nell’aria sapori, suoni e voglia di divertirsi.
Lugano si veste di rosso quel giorno. Dai bianchi balconi di Piazza Riforma, immancabilmente ricamati di gerani, la bandiera nazionale saluta la città, donandole un aspetto svolazzante e ridente che sembra voler far dispetto al suo solito impeccabile ordine. Il lungolago, che sbocca tra i giardini di Parco Ciani, si anima di volti e voci, in un cocktail di idiomi che sconfina dal tedesco all’inglese, dal portoghese al russo, dallo spagnolo al cinese. Almeno per le lingue non ci sono frontiere e mescolandosi tra la folla pare che tutti siano d’accordo sulla voglia di sorridere e dimenticare distanze e appartenenze. Così Lugano ringiovanisce e mi sembra più simpatica quando mette da parte la sua immagine abituale fatta di banche, casinò, gioiellerie e night club, e offre invece la sua anima più semplice.
Ma non è solo la città che si trasforma. Ogni lido organizza la sua festa e già nel pomeriggio la quiete e il silenzio, che di solito qui regnano,  vengono stravolti da musica e canti di ogni genere, che si accavallano e giocano a rincorrersi con la loro stessa eco. Il lago solitamente immobile, su cui scivolo silenziosa al tramonto con il kayak, e che si sveglia al ronzio pigro delle barche dei pescatori, si popola all’improvviso di battelli carichi di turisti e di grossi motoscafi in attesa di gettare l’ancora per gustarsi i fuochi in prima fila. Questo è in effetti il modo migliore per godersi lo spettacolo, sia per evitare le lunghe code in auto e la gara per accaparrarsi un parcheggio, sia perché è una vera emozione trovarsi a fior d’acqua, direttamente sotto una pioggia di luci infuocate che paiono voler spegnersi su di te. E per chi non avesse la fortuna di farsi cullare da un motoscafo ci sono sempre i pedalò che, come minuscole coccinelle, svolazzano qua e là tra le luci ammiccanti gialle e verdi delle barche più grandi.
  
Ricordo che lo scorso anno un violento temporale ha rubato la scena allo spettacolo pirotecnico, cogliendo di sorpresa la folla intirizzita con una raffica di grandine. Ma la notte successiva tutto è andato secondo il copione, anzi devo dire che i fuochi sembravano ancora più belli dopo quell’attesa: un tripudio di rosso e bianco, a rievocare i colori nazionali. Non mi abituerò mai all’emozione che ogni volta provo davanti a quella cascata luminosa e all’esplosione che rimbomba ad ogni lancio dentro il mio petto, come a incitare il mio cuore a battere più forte.
E’ Campione d’Italia ad anticipare la festa con due settimane di anticipo, come una sorta di gentile omaggio al territorio che la accoglie. Il clima che si respira qui è completamente diverso rispetto a quello di Lugano: niente birra ma champagne, niente grigliate di salsicce ma ostriche a lume di candela, non rock e pop ma musica classica. Proprio la musica ha un ruolo fondamentale a Campione in quest’occasione, perché accompagna tutta l’esplosione dei fuochi. E’ come assistere a una danza di luci e colori, proiettata in un teatro stellato sull’onda di un’orchestra invisibile. La colonna sonora è una carezza che rende l’atmosfera ancora più suggestiva e per un attimo restituisce alla piccola enclave tutto il suo fascino, calando un sipario di poesia sul nuovo Casinò, quell’inguardabile scatola di cemento che incombe grigia sul lago e che somiglia più ad una prigione, quasi a voler rinchiudere paradossalmente il vizio in clausura.
L’indomani, a ricordare la festa, restano solo le zattere da dove si son sparati i fuochi, insieme alle solite immancabili polemiche sull’inquinamento e sulle spese, ritenute da molti eccessive per uno spettacolo che in pochi minuti finisce in fumo. Gabbiani e anatre, cigni e aironi cenerini tornano ad essere padroni indisturbati del loro regno, che cambia colore con l’umore del tempo. Il silenzio e la quiete restituiscono al lago il suo ritmo immobile, mentre le città si arrendono alla frenesia di ogni giorno, trasfigurate dai fiumi d’auto diligentemente in coda come tante formiche.
Insomma, se il mio sogno di bambina di trovare uno Svizzero che mi facesse provare i fuochi d’artificio non s’è avverato, poco male, perché quelli che accende per me ogni giorno un mio connazionale sono impareggiabili! Mi resta comunque il piacere di venire qui, a godere della pace e delle emozioni che questo piccolo paradiso a due passi da casa sempre mi regala.

La Svizzera è anche questo! 

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