La donna che sussurrava ai pellicani


Circa cinquant’anni fa lo Yucatan era ancora una coriacea distesa di sabbia e rocce, simile a uno sperone galleggiante proteso tra il Mar dei Caraibi e il Golfo del Messico. In superficie, una landa vergine popolata da iguane, facoceri, felini, scimmie e serpenti, avviluppata dall’intreccio di mangrovie assetate di sale. Sottoterra, un dedalo di fiumi e rivoli d’acqua dolce che formano i cosiddetti “cenotes”, tunnel e grotte di stalattiti e stalagmiti dai colori fiabeschi che tutt’oggi si possono visitare ripercorrendoli a nuoto dal cuore della terra fino allo sbocco in mare. Alla fine degli anni 60, un gruppo di speculatori alla riscossa ha trasfigurato vertiginosamente il volto naturale di quest’angolo di Messico rimpiazzandolo con ambiziosi disegni umani. E’ nata così Cancún. E l’isola dello Yucatan, lunga 23 chilometri con capitale Chetumal, separata dalla terraferma da due canali collegati al mare attraverso una fitta rete di fiumi e lagune, s’è trasformata in un cocktail da brochure patinata, a metà tra Las Vegas e Miami: mega alberghi, centri commerciali, ristoranti, discoteche, torri panoramiche, zoo e acquari. Tutto ricorda un immenso parco giochi, dove la Natura è stata definitivamente addomesticata nei Parchi di Xel-Ha, Xcaret, Xplor, e dove persino i delfini sono stati turisticizzati per nuotare con noi umani all’interno del Delfinario, grande attrattiva della Riviera Maya.
Oggi, la Riviera che si srotola da Cancún verso Sud per 
oltre 135 chilometri è pressoché questo: il mare da un lato e la giungla dall’altro, separati dalla mano dell’uomo, la carretera 307. Tuttavia, per riscoprire il volto nudo dello Yucatan, basta spingersi un po’ più a sud e infilarsi nel labirinto di sentieri nascosti dalla foresta, che come linguaggi segreti portano a baie ancora selvagge affacciate sulla barriera corallina del Belize, la seconda per ricchezza dopo quella australiana.
Dimentichiamo per un attimo, quindi, Playa del Carmen e la  Quinta Avenida per avventurarci nel cuore di Akumal, Tulum e Sian Ka’ an.
Akumal è la Baia delle Tartarughe che, tra aprile e ottobre, di giorno nuotano come angeli a pochi metri dalla riva, mentre la notte risalgono guardinghe il bagnasciuga per cercare un angolo indisturbato dove deporre le uova. E’ imperdibile nuotare insieme a loro, pare di volare in un acquario dove il tempo è dilatato e rallentato. E’ qui che s’impara a sentirsi ospiti del mare, parte della Natura, e non dominatori di essa e se non fosse per i ristorantini che popolano la spiaggia di borotalco di Akumal si avrebbe l’illusione di un insperato ritorno all’Eden perduto.
Salutando le tartarughe e riprendendo la carretera, si scivola ancora più a sud, fino alla più nota spiaggia della Riviera Maya, Playa Paraiso, che carezza Tulum. Una lingua di sabbia candida lunga 10 chilometri dove si erge sovrana l’unica acropoli maya sulla costa, poiché questo luogo in origine non era una città fortificata bensì un porto. Le rovine di El Castillo e del Tempio del Dio Discendente, la misteriosa divinità a testa in giù, assumono le sfumature che il sole dona loro, mentre gigantesche iguane riposano indifferenti alla presenza umana tra rocce roventi e  palme assetate di vento. Un tuffo in mare, dopo aver ripercorso secoli di storie truci e leggende inquietanti, è un sollievo soprattutto quando la temperatura e l’umidità diventano implacabili.
Ma è proseguendo oltre Tulum pueblo che si tocca definitivamente l’anima più vergine della Riviera Maya. Percorrendo una lunga strada sterrata che dal cuore di Tulum sbocca al mare, si arriva a Sian Ka ‘an, una biosfera tra laguna e oceano avvolta nella giungla, dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco. Qui sorge anche una delle case di Antonio Banderas, ben occultata ai curiosi dalla folta foresta. Osservando l’intrico di piante, ci si stupisce di come la vegetazione sia riuscita a sconfiggere la roccia spingendo le sue radici in profondità nella dura terra per trovare l’acqua. Qui vive stabilmente una comunità di messicani di circa 600 persone; la biosfera infatti non potrebbe ospitarne più di 900, pena l’equilibrio dell’ecosistema. Anche la pesca, prima fonte di sostentamento, è regolata e limitata giornalmente per non violentare il mare. La gente di Sian Ka ‘an è semplice e accogliente, non sempre ha un tetto ma ha quasi sempre un’amaca in cui dormire, cullata dalla fresca leggerezza del vento. Una scuola, una chiesa e una specie di farmacia, tutto qui. E se la vita degli abitanti si ripete identica a se stessa ogni giorno in ogni stagione, quella del turista ha molto più di cui godere. A bordo di lance si può andare alla ricerca di delfini e tartarughe in libertà, lontano dall’artificiosità dei parchi acquatici, soffermandosi a fare snorkeling nelle piscine naturali in cui si tuffano le mangrovie. Solo pesci, stelle marine, rettili e uccelli: dalle fregate magnifiche ai pellicani pardi, dai cormorani all’aquila marina.
Anche qui si sapora l’anima della Natura cui vien spontaneo avvicinarsi con pudico rispetto. Se si è fortunati, ci si può trovare completamente soli e assistere ai voli acrobatici dei pellicani che ingordi pescano i pesci. Sono buffi e vagamente sgraziati nel loro tuffarsi in acqua: pesantemente s’alzano nel cielo sospinti dal vento per avvistare dall’alto il boccone di turno, poi si gettano a capofitto nel mare, come frecce lanciate da un arco invisibile, l’istinto. Se sono abili riemergono col lungo becco rigonfio di pesce, altrimenti tocca loro ripetere la pesca, impresa faticosa poiché il piumaggio dei pellicani è folto e permeabile. Per questo, prima di ogni tuffo, si spalmano sulle penne un olio che il becco secerne spontaneamente e che li rende più agili nel mare. Anche la loro pancia è strutturata per agevolare l’impatto con l’acqua essendo provvista di un naturale air bag che ammortizza il colpo. Non esibiscono canti melodiosi i pellicani, eppure con quell’occhietto luminoso che osserva attento dall’alto del becco, sembrano comunicare anche con noi. E’ come se benevolmente si concedessero alla curiosità umana lasciandosi avvicinare senza apparente timore. Guardandoci, paiono dire: “Va bene, resta pure qui, creatura che non appartieni né al mare né al cielo. Tu non m’interessi perché non rubi il mio pesce e non usurpi la mia aria e se non ti avvicini troppo possiamo essere amici.”
Per qualcuno un linguaggio tra noi e gli animali, pellicani compresi, esiste davvero, mentre per altri, i più, è solo una follia. Eppure trovandomi spesso sola sulla spiaggia a osservare i tuffi pindarici dei simpatici pennuti, ho sussurrato loro parole buffe senza alcun imbarazzo, fiduciosa d’essere in qualche modo ascoltata e capita. E ho ringraziato non so quale invisibile presenza che solo il vento fosse testimone di questa complice intesa tra Donna e Natura.

Questo è il Messico! 

(Su Mete d’Italia e del Mondo di luglio)

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