L’eternità in un’ora

Jung, alla bellezza di 83 anni, scrisse:
“L’uomo entra in analisi per poter morire. Io ho fatto analisi fino alla fine, con la fine in mente: per accompagnare l’uomo a morire.”
Non intendeva morte in senso letterale, ovviamente. Intendeva dire che morire dal proprio carcere egoico e abbandonare l’angusto rifugio dell’Io è l’unico modo per rinascere in senso cosmogonico e ascendere all’autenticità del Cosmo. 
Svuotarsi di sè significa scoprire quel sentimento oceanico che non è solo prerogativa dei mistici, dei folli, degli innamorati e dei fanciulli. E’ la sofferta conquista di un sentimento in cui l’attimo e l’eterno si congiungono sbeffeggiando il tempo e lo spazio, perché solo in questa dimensione che va oltre la realtà presente possiamo sentirci parte del Tutto. Un Tutto che sta contemporaneamente fuori e dentro di noi.
Come ha poeticamente espresso Blake, attingendo allo stesso pozzo sentimentale di Jung, vivere imparando a morire significa:

“Vedere il Mondo in un grano di sabbia.
e il cielo in un fiore selvatico,
 l’infinità nel palmo di una mano
e l’eternità in un’ora.”

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