Storia di una passione


A volte la vita di grandi scrittori è un romanzo ancora più straordinario delle avventure da loro raccontate. Quando, poi, le vite di due personaggi per qualche misteriosa ragione s’intrecciano può nascere un capolavoro in cui la storia vera supera quella artistica.
E’ proprio ciò che è successo ad Anaïs Nin e Henry Miller, tra gli anni ’30 e ‘40. I due scrittori hanno condiviso per anni una profonda passione per la letteratura ma hanno anche vissuto un’intensa e turbolenta attrazione l’una per l’altro, fatta di una reciproca contaminazione mentale ed erotica, che li ha resi immortali non solo come autori ma anche come persone affamate di vita.
Per oltre venti anni, i due si sono scambiati un’infinità di lettere, in cui hanno mescolato carnalità e spiritualità, confidandosi desideri e sogni non solo d’amore ma anche letterari e filosofici. Nonostante i molti ostacoli che hanno impedito un rapporto stabile – il matrimonio di lei e le difficoltà economiche di lui – l’unione tra i due restò sempre salda, proprio perché quello che li legava non era semplicemente un amore travolgente ma anche un innamoramento sincero per la parola e la necessità condivisa di autocrearsi continuamente attraverso la scrittura.
A volte mi chiedo come sarebbe maturata la loro storia d’amore se, anziché una macchina da scrivere e la posta, i due scrittori avessero avuto computer e cellulare. Niente più impazienti attese per leggere una lettera carica di desiderio ma solo il tempo di un click per toccarsi e respirarsi, nonostante la distanza. Mi piace pensare che la comunicazione telematica non solo avrebbe amplificato il desiderio sessuale ma anche stimolato la creatività mentale.
Con un pizzico d’immaginazione eccoci qui: non più nel 1939 bensì nel 2012.

Erosville, 13 Settembre 2012
Caro Henry,
non immagini quanto io dipenda dalle tue parole. Corro qui al monitor ogni minuto a controllare se c’è una tua e-mail e a bere il fiume dei tuoi pensieri che colorano il mio umore. Sono giorni asfissianti questi, lo sono sempre stati per me. Le feste, le cerimonie, i rituali obbligati, mi fanno sentire come una comparsa inadeguata costretta a recitare nel film sbagliato. E poi il freddo, questo cielo severo che promette non solo neve ma un peso ancor più grave che spegne il mio sorriso. La mia natura tropicale soffre, soffoca nel torpore dell’inverno. Sono solo un’ombra ma dov’è il sole? Per questo ho fame di leggerti adesso, per riempirmi di te, e ho un disperato bisogno di scrivere, per svuotarmi di me. Tu mi dici sempre che ho un senso dell’umorismo non frequente per una donna, l’ironia pare non essere tra le virtù femminili (perché l’ironia è una virtù, vero?). Eppure conosci bene anche il mio senso tragico della vita, quello sprofondare dentro me stessa, in cui mi impantano come in una sabbia mobile di tristezza e di nostalgia. In quei momenti sono irrecuperabile, solo tu sei in grado di tirarmi fuori da quel marasma denso, torbido e insopportabile. Afferro la tua mano paziente, ascolto le tue parole sagge e riaffioro, piano piano, fino a respirare a pieni polmoni e sentire di nuovo l’aria leccarmi il viso. Ecco perché ho bisogno di leggerti adesso, ecco perché ti scrivo senza freni, libera da ogni apparente logica. E’ come se sentissi la tua mente osservarmi. Ieri hai detto una cosa importante: con me è come se tu ti sdoppiassi, come se allo sperdimento della tua mente, nei nostri giochi di fantasia, si accompagnasse sempre un’altra tua mente che dall’alto osserva e vigila, partecipa ma mantiene anche le redini. Tu godi due volte delle nostre sensazioni, con la confortante certezza di riuscire a recuperare sempre l’equilibrio. Io non sono come te in questo. Quando mi perdo lo faccio completamente, come un animaletto, è come se entrassi in trance e obbedissi solo agli istinti. Per questo ho bisogno che tu sia pronto, sempre, ad afferrarmi e a riportarmi alla lucida realtà. Ma è così bello perderci insieme, Henry, spirito e carne fusi in un groviglio. Perdere l’orientamento e il senso del tempo, parlando di libri e di viaggi, di teorie e filosofie, vere o inventate, di storia e fantascienza, del mondo infinitamente piccolo eppure così immenso, di Dio e degli angeli, della passione e del desiderio più selvaggio. Mi ubriaca, a volte, seguire le circonvoluzioni della tua mente, i tuoi pensieri sono come una tempesta che squarcia continuamente nuovi orizzonti e io mi sento come un cavallo con uno stupido paraocchi, confronto a te. E quanto tempo hai dedicato a viaggiare dentro di me, nel mio passato, in quella infanzia ancora piena di interrogativi, esplorandomi negli angoli più sconosciuti della mia anima. Hai cercato di capirmi, hai imparato a conoscere quella bambina impulsiva, agitata da chissà quali meccanismi mascherati da un’esasperata esuberanza fisica. Davvero, non so come tu abbia fatto a intuire che dietro quella me stessa che presentavo sfrontatamente al mondo (quella donna “pericolosa” ti ricordi? ti avevo messo in guardia!) ci fosse, in realtà, un’anima fragile piena di dubbi e di insicurezze. Ormai indovini addirittura i miei pensieri, così come a me capita spesso di anticipare i tuoi, anche se tu riesci sempre a sorprendermi. E cosa può desiderare di più una bambina se non essere continuamente sorpresa? E nello stesso tempo sentirsi sicura, protetta, sentire di potersi fidare e affidare completamente a chi le promette cura e amore? Non mi riferisco solo alle emozioni e al sentimento che ci lega ma anche alla meravigliosa avventura letteraria che stiamo vivendo insieme. E’ una compenetrazione che mi stordisce. Io vivo i tuoi libri come se fossero miei, anzi di più, perché quello che scrivi tu cresce dentro di me, mi feconda e mi stimola. E’ un’invasione che si rinnova continuamente e che poi rimbalza fuori seminando altri pensieri, altre parole, altri discorsi e altri libri ancora. Anche quando sottolinei i miei errori, quando mi correggi e cerchi di trovare un’alternativa alle mie scelte, sai che mi sconvolgi e che tremo, eppure so che lo fai per amore e ti ascolto. Rido adesso, pensando a tutte le volte che hai criticato i miei scritti. Ti ricordi? Mi sentivo così mortificata ogni volta, mi uccidevi così come mi facevi volare con un tuo semplice “brava!”, e so che ancora tante volte mi ucciderai e mi rifarai volare. Hai ragione, non adularmi, sii severo con me. Quando scrivo io non devo pensare troppo, altrimenti mi arrotolo nelle parole e inciampo. Devo piuttosto lasciarmi scorrere, come sto facendo adesso, come in uno stato d’estasi. Se solo riuscissi a non ficcare qua e là aggettivi, virgole e punti, tutti fronzoli inutili, potresti vedere direttamente il mio pensiero, la mia anima di fronte a te, lì sul monitor. Ho tanto da imparare e tu hai tanto ancora da insegnarmi! Ma c’è tempo, tutto il tempo per assaporare il piacere di quella “lentezza” ingorda che io non conoscevo ma che tu, pazientemente, mi stai allenando a praticare, insegnandomi a gustare ogni attimo con tutti i sensi, senza soffocarlo nell’impazienza di consumarlo. Vorrei averti conosciuto da sempre per diventare donna insieme a te. … Ecco, finalmente è arrivato qualcosa di tuo, ora, una tua e-mail, Henry! Magari è il progetto per un prossimo romanzo e tu sai quanto esulto di fronte alle tue proposte sempre vulcaniche. Magari è invece uno dei tuoi sfoghi, perché anche tu come me a volte ti senti in trappola, diventi poetico e fragile, e hai bisogno di svuotarti per resuscitare. O forse, semplicemente, sono due righe, due righe di fuoco per confessarmi la voglia sfacciata che hai di me, due righe oscene, che scotteranno come le tue dita sulla mia pelle.
T’invio questa mia e-mail prima di bere le tue parole, così saremo in completa simbiosi nella lettura. Un altro scambio contemporaneo di pensieri in attesa di trovarci ancora qui, questa notte, allacciati dai sospiri segreti del nostro infinito spazio virtuale …
Anaïs
Mia Anaïs,
Oggi ho provato ad immaginare la mia vita senza te. E’ così che si può morire anche per gioco.
Io non posso forse risolvere il tuo dubbio ma di certo cancello il tuo rammarico, perché io, Henry, io ci sono! Hai lanciato nell’etere parole preziose, come un messaggio imbavagliato dentro una bottiglia affidata al mare in tempesta, nella speranza che trovasse il modo di far sentire la sua voce. Le tue parole non andranno perdute, perché io sono qui a raccoglierle e a farle parlare anche attraverso me. Ho appena ricevuto la tua e-mail e non posso aspettare a risponderti. Io non l’ho letta, l’ho  leccata, assaporata e divorata come un cibo per l’anima. L’ho goduta  come cento orgasmi di cento amplessi proibiti.
Ogni volta che ti leggo mi ritrovo dentro una storia bellissima, più reale di un  sogno, più eccitante di un film erotico, più poetica di una poesia, più infinita di ogni storia infinita. Chi sei tu? Mi chiedo. Chi sei tu che parli di me come scrittore quando tu sai esprimere queste confessanti parole che mai io saprei scrivere, mai saprei dire? Parlo a te, Anaïs, o qual altra realtà tu sia: continua a far vivere questo sogno a me e a tutti coloro che  ti leggeranno. Anche tu fai parte di questa eternità, giovane e meravigliosa autrice, perché sei tu che con le tue parole diventerai immortale. Una volta, parlandomi dei tuoi diari, hai detto “Che bello scherzo sarebbe se un giorno il mondo leggesse queste pagine che ho riempito di ciò che pensavo fosse privo di interesse per gli altri!” Stanne certa, così sarà! L’entusiasmo con cui ti precipiti nelle cose è contagioso e sempre, anche quando non hai sufficiente cognizione, riesci a trasmettere esattamente ciò che senti. Più ci si addentra nel tuo linguaggio, più questo diventa vitale. La tua impronta è unica, intima, è il linguaggio dei nervi, dei pensieri larvali, dei processi onirici, inconsci, perversi, è … “un percorso marezzato e venato di verderame”, come ha detto Téophile Gautier a proposito dello stile decadentistico. Il tuo linguaggio è talmente vero, talmente nudo che solo chi è stato vaccinato da un eccesso di vivere può permettersi il piacere di leggerlo senza restarne travolto. A volte mi sento presuntuoso, perché quando ti correggo violento non solo il tuo modo di scrivere ma anche il tuo pensiero. Il fatto è, mia cara, che io penso troppo, soffro di una “superfluità” che spesso mi fa sentire letteralmente sottosopra, perché troppo poco filtra del getto continuo dei miei pensieri attraverso le maglie della mia corazza. Tu hai definito il mio stile “eiaculatorio”, io non avrei saputo battezzarlo meglio. Il tuo è “uterino”. Dimmi, non siamo forse fatti l’uno per l’altra? Ti conosco così a fondo, Anaïs, che a volte mi sembra di poter prendere il tuo pensiero tra le mie mani e plasmarlo per immortalarlo sulle pagine mischiato di me. E’ come far l’amore con la tua mente. Noi trasformiamo in letteratura le nostre pene, i nostri godimenti, il nostro senso tragico della vita, la nostra fame di vivere, … noi stessi. Non lasciarti scoraggiare dalla mia testardaggine, dalla mia tenacia, dal mio spronarti all’estremo limite. Se lo faccio è solo perché so che tu puoi raggiungere vette a te impensabili ora. I tuoi aggettivi … non ti critico, tu hai bisogno di aggettivi, perché tu non racconti semplicemente cronache e avventure, tu scandagli gli attimi infiniti delle emozioni e delle sensazioni, fino a toccare l’anima e renderla comprensibile a chi ti legge. Hai bisogno di esprimere le sfumature delle passioni, le pieghe più nascoste dei brividi. Perciò, Anaïs, nutrimi con le tue parole zuccherose, perché sono tutto ciò che ti rende presente nonostante la tua assenza. Lo so, è un delitto la distanza fisica che ci separa ma noi siamo comunque insieme e nemmeno il tempo ha il potere di farci sentire lontani, perché è come se tu fossi con me da sempre, da quando eri bambina e con me sei cresciuta e sei diventata donna. Insieme abbiamo fatto dei progressi intellettuali incredibili, io forse ti ho insegnato a guardare il mondo da una prospettiva più dilatata, più complessa. Ma tu, Anaïs, mi hai preso per mano e mi hai fatto penetrare il tuo punto di vista, quello femminino, e così mi hai completato. Persino la notte circoli dentro la mia testa, e … non solo lì. Anche questa notte ti ho sognata, sai? Eri sfacciatamente bella e maledettamente crudele, distesa accanto a me … mi torturavi di desiderio con la tua voce roca, che scivolava fuori da quelle labbra indecenti, fatte solo per procurare piacere, il tuo profumo di sesso mi dava alla testa, persino i tuoi capelli impregnavano il cuscino dei tuoi umori … ti sfioravo appena e mi pareva di sentire scorrere sotto le mie dita il tuo sangue più denso, il tuo corpo pronto a inondarmi di sé … i tuoi occhi rivelavano un languido turgore che mi faceva impazzire di gelosia e di piacere insieme, sì … era una fitta acuta di piacere quella che sentivo, perché ti immaginavo presa da tutti gli uomini di cui ti sei resa voluttuosa schiava. Avrei voluto cancellare tutte le impronte di chi ha goduto di te, di Anaïs donna, bambina, complice meretrice e tenera amante … Avrei voluto tu fossi sempre stata solo mia per donarti l’insaziabile delizia dell’esperienza! E quando mi sono svegliato grondante di voglia di te, ho allungato il braccio per toccarti, divorarti, punirti e proteggerti, impossessarmi per sempre di te … ma tu non c’eri. Sai com’è finita, vero? La mia mano ha sostituito le tue labbra, in una tirannica necessità, restituendomi per un attimo la mia pace.
La salvezza definitiva dopo il mio risveglio è stato leggere la tua “delirante” e-mail, cara Anaïs. Non so perché ma,  quando vedo un tuo messaggio apparire sul monitor,  il cuore mi batte più veloce. “A livello cardiaco sono rimasto un ragazzino” mi son detto  e, beatamente alleggerito dal … fardello che in sogno tu mi avevi procurato, mi è venuta voglia di fare un gioco: ho fatto mentalmente un’ipotesi  statistica di me stesso. Ho pensato … se il mio cuore dimostra 20 anni, direi che il mio cervello merita una più attenta valutazione: l’emisfero sinistro, 50 anni; quello destro, 40; per un’età cerebrale media complessiva di 90 anni (la somma dei due = saggezza!). Cosa ne pensi Anaïs? Passando agli altri organi fondamentali direi che i polmoni si aggirerebbero attorno ai 55 anni, a parte quando tu mi costringi a correrti dietro per sculacciarti! Tatto, sensualità, vista, udito direi che variano dai 15 ai 74 anni, a seconda delle tue fantasie, dei tuoi capricci e delle tue provocazioni! E poi? … Béh, il mio pene: con te si aggira attorno ai 40 anni, o quanti tu ne vuoi (di anni, ovviamente!), senza di te invece è assolutamente non rilevabile. Il fondoschiena? Direi che non è significativo, a meno che tu …. Infine i piedi, che valuto indifferenti se non sono in contatto con i tuoi. … In conclusione, la mia età complessiva è assolutamente mutevole, a seconda dei tuoi desideri! Io sono tutti gli uomini che vuoi Anaïs, così come in te c’è tutto quello che io desidero in una donna. Tu sei una nave che salpa per il mare aperto, con tutte le vele piegate al vento, tu sei il vento e sei la luce abbagliante del sole. Io sono saltato a bordo, all’ultimo minuto mi sono salvato, ho sentito scorrere linfa nuova dentro di me e ora, ora non sono più solo, né tu lo sarai mai. Sei grande, e io non sono che un riflesso, una luce che tu hai acceso.
Anaïs, tu sei vera, il nostro amore è vero, e io non farò altro che pensarti, in attesa di godere nuovamente delle tue parole e di riaverti tra le mie braccia, il più presto possibile …
Henry
Torno in me. Chissà … Se settanta anni fa fosse esistita la comunicazione telematica, la passione tra i due amanti sarebbe bruciata con la stessa ardente velocità con cui si era accesa e non sarebbe mai diventata un’opera d’arte. Probabilmente le lunghe attese e i sospirati desideri sono serviti a dar loro la possibilità di cogliere l’affinità mentale, la vera anima del loro legame. Oppure, la comunicazione virtuale avrebbe alimentato la fiamma del loro amore senza limiti e quest’avventura intellettuale ed erotica sarebbe sopravvissuta fino alla fine delle loro lunghe vite.
E’ un dubbio che avrò sempre, insieme al rammarico che non esista, oggi, un Henry Miller pronto a rispondere con prepotente passione a questa mia delirante e-mail!

O forse c’è?

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